Cittadinanza senza città?

La fuga dei cittadini dalla politica (disinteresse, astensione  etc.) trova da tempo una subdola ma significativa corrispondenza di fatto nella fuga della politica dai cittadini (autocrazia). Le due autonome, contrapposte “linee di fuga” finiscono tuttavia per incrociarsi nelle sparute occasioni elettorali, allorché occorre comunque atteggiarsi nel confronto con il solenne invito alle urne: esprimersi comunque o dileguarsi col broncio.

Ma è un momento, un  veloce soprassalto. Poi  la divergenza riprende e con essa  un sentore di crescente malfunzionamento dei canoni democratici, nobilmente vigenti sulla carta, ma elusi, o francamente delusi, sul versante applicativo, per quanto intonato a presunte “costituzioni materiali” in formazione.

Sono diversi anni ormai che studiosi dei sistemi politici, storici dell’età moderna ed eminenti editorialisti cercano di evidenziare le cause di questo lento degrado politico-istituzionale e che diversi protagonisti dell’agone politico-culturale propongono spunti, metodi e percorsi per un’inversione di tendenza che rimedi, tra l’altro, all’eclissi dei “corpi intermedi” e all’esaltazione incontrollata della cd. democrazia diretta.

Non è chiaramente nelle mie corde di inoltrarmi su questo terreno, ma  mi incuriosisce l’enfasi e la speranza che taluni personaggi di buon profilo ripongono nella  ridefinizione, con implementazione, del concetto di cittadinanza e relativa  assidua applicazione al processo democratico-popolare.

Pure il percorso per l’acquisizione ( solo simbolico-onorifica o che altro?)  della cittadinanza “versione premium”, mi trova impreparato, anche se so che  “cittadinanza attiva” non è più solo una dizione generica, ma già rimanda ad espressioni organizzate e votate a distinguersi, per responsabilità e partecipazione, nell’agone politico..

Penso tuttavia che una cittadinanza vigile ed esponenziale – eccedente cioè il mero perimetro della carta d’identità – non possa declinarsi solo in termini di buoni sentimenti, massimi sistemi e dotte bibliografie, che certo non guastano, ma debba di necessità misurarsi e “farsi le ossa” sul campo dei problemi concreti, attuali e potenziali, della città, specie di quelli ad andamento non casualmente carsico e/o pilotati ad arte in un percorso  di stretta discrezione pubblica.

Quali “egregie cose” potranno infatti accendere l’animo inquieto dei cittadini semplici, se non i problemi reali e i progetti misconosciuti che  tengono in pugno, che ipotecano le prospettive della propria comunità, al di là delle trasognate rappresentazioni  che  ne offrono spesso le informative correnti?

Poi, a seguire, la sensibilità e la strumentazione e – perché no – la passione acquisite a livello locale potranno congruamente trasferirsi anche alle dimensioni superiori. Putacaso, alla Questione Europa che, innaffiato solo da risapute petizioni di principio e dissociato dai problemi di governo che ci sfidano, rischia di appassire ulteriormente proprio alle prove cruciali dei prossimi mesi.

Semplice ed efficace questa sequenza? Mica tanto.

 Il “livello locale” – non ci si lasci fuorviare dagli echi di certe risse di stampo municipale, spesso enfatizzate transitoriamente dall’informazione domestica – sta infatti perdendo di fascino, di necessità e di autonomia rispetto ai riflessi lussureggianti che grondano, insistentemente e copiosamente, dal palcoscenico nazionale. Dal quale derivano, ricalcandone temi e modalità di rapporti, poche virtù e molti vizi. In un quadro di neo-centralismo che spiazza e deprime gli afflati di cittadinanza  che possano ancora germogliare in dimensione locale, nobile ricordo della “democrazia sotto l’albero”.

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