Davanti ai cancelli. L’incontro tra studenti e operai nel 1968 – ’69

– 1. L’occasione[1] per la stesura di queste note è stata determinata dal riordino di alcuni faldoni impolverati contenenti volantini e documenti dell’ormai lontano Sessantotto. Ho già avuto modo di sostenere altrove[2] che questi materiali – grazie alla loro distanza nel tempo – sono oggi in grado di suggerire nuovi quadri interpretativi che all’epoca degli eventi non erano neppure immaginabili. Dopo essermi occupato – a partire proprio dai testi di alcuni volantini – della scrittura del movimento studentesco,[3] ora, su cortese sollecitazione di alcuni amici, cercherò di occuparmi di un passaggio fondamentale per l’interpretazione del Sessantotto italiano e cioè del rapporto che è venuto progressivamente a instaurarsi, in quegli anni, tra il movimento studentesco e la classe operaia.[4] Si tratta – come si vedrà – di una questione cruciale che può contribuire a dirimere diversi problemi, tuttora aperti, circa l’interpretazione del Sessantotto, sia italiano sia transnazionale.

     Accingendomi a occuparmi di quella lontana esperienza, sono ben consapevole di essere portatore, nella mia stessa persona, di un’imbarazzante sovrapposizione tra il protagonista – seppure in misura assai limitata – degli eventi, il testimone e lo studioso. Si tratta di una sovrabbondanza di ruoli che richiederà, indubbiamente, un’attenta sorveglianza metodologica. Saranno comunque i risultati a certificare la validità o meno di questa impresa. Proprio per questo, è bene dichiarare anticipatamente quel che questo saggio non è e non intende essere. Non è una storia del Sessantotto alessandrino, come non è un resoconto esaustivo dei documenti e dei volantini dell’epoca. È invece un esercizio interpretativo di un passaggio storico fondamentale del Sessantotto – sia a livello locale sia a livello nazionale – basato sulla analisi qualitativa di un corpo occasionale di documenti, sulla conoscenza personale dei fatti e su alcuni risultati recenti della ricerca. Il mio scopo è di produrre un quadro interpretativo di medio raggio e di carattere unitario, che potrà poi eventualmente essere sottoposto a ulteriori verifiche, integrazioni e/o confutazioni, grazie alla ricerca empirica sui singoli casi. Poiché assumo come presupposto che gli eventi di cui mi occupo abbiano avuto – nelle loro linee generali – una sostanziale omogeneità in tutto il Paese, mi sentirò libero di saltare dal livello micro al livello macro, secondo le esigenze dell’argomentazione.

     – 2. Le interpretazioni non si collocano mai nel vuoto e sono sempre collegate, a loro volta, ad altre interpretazioni,[5] per cui si rende necessaria una premessa. Il Sessantotto italiano – pur rientrando pienamente nel contesto transnazionale[6] – è stato un sessantotto piuttosto anomalo rispetto a quelli di altri Paesi. Per svariati motivi. Per la sua durata (si è parlato di un “lungo Sessantotto” italiano), per il suo coinvolgimento delle masse operaie accanto a quelle studentesche, per il suo carattere prevalentemente rosso sul piano ideologico, per la presenza della violenza organizzata che ha indotto lo sviluppo di formazioni terroristiche che ebbero perfino un qualche seguito di massa, per la presenza di una reazione feroce nei suoi confronti, sia da parte dell’establishment sia da parte della destra ufficiale e di quella nera, e per la presenza, infine, di pesanti condizionamenti occulti, interni e internazionali. Il Sessantotto italiano, inoltre, per tutte le precedenti caratteristiche, si trovò sul punto di sconfinare in una sorta di guerra civile, com’è ampiamente testimoniato dalla cosiddetta strategia della tensione. Parlare in proposito di una guerra civile fredda o a bassa intensità pare un’espressione non del tutto fuori luogo.[7] Come si vedrà, tutto ciò rende spesso utile studiare il Sessantotto italiano per differenza rispetto agli altri casi, piuttosto che per somiglianza.

     – 3. Il Sessantotto italiano, proprio in virtù delle sue marcate specificità, può utilmente essere concettualizzato – a nostro avviso – tenendo conto di tre componenti di fondo che variamente si intersecano e si sovrappongono ma che, comunque, possono essere abbastanza nettamente individuate e tenute distinte.[8] Abbiamo anzitutto una componente espressiva, esistenziale, di liberazione individuale e di costruzione autonoma del self. In secondo luogo, una componente di impegno civile, volta a trasformare, riformare e a democratizzare la società e le istituzioni e, in terzo luogo, una componente rossa, di carattere politico rivoluzionario – tale almeno appariva nelle intenzioni dei protagonisti. Uso qui il termine “rosso” per indicare, con un unico termine, una politicizzazione radicale sotto il segno della tradizione rivoluzionaria socialista, comunista e più in generale marxista. Elemento caratteristico del Sessantotto italiano è che la componente espressiva è stata in gran parte una componente di importazione, quasi come fosse una moda pervasiva. La componente rossa, che è arrivata per ultima, è quella che si è attribuita la paternità e la regia di tutto il movimento. La componente civile, predominante e addirittura costituiva in altri Paesi, è stata inoltre costantemente sopravanzata e spesso screditata dalla componente rossa. Le due componenti si sono infatti trovate spesso in competizione, quando non in aperto antagonismo. Vediamo ora meglio in dettaglio queste tre componenti.

     La componente espressiva fu senz’altro la prima in ordine di tempo e anche la più diffusa. Fu senz’altro quella che permise di individuare, in termini folklorici, una generazione del sessantotto sulla base di un complesso di atteggiamenti, mode, usi e costumi che possono essere fatti risalire piuttosto indietro nel tempo fino agli anni cinquanta – sessanta. I suoi contenuti erano i più svariati e riguardavano l’intero orizzonte dell’esperienza giovanile: la musica, il teatro, il cinema, i fumetti, l’abbigliamento, il consumo di alcool e droga, i costumi sessuali. Nel nostro Paese questa componente espressiva non fu autoctona, fu in buona parte determinata dalla importazione di modelli stranieri[9] (soprattutto dagli Stati Uniti o da paesi come la Gran Bretagna, la Francia o l’Olanda) e fu in parte collegata allo sviluppo della cultura di massa e della società dei consumi, seppure non vi sia stato un vero e proprio rapporto causale.[10] Si vedano, ad esempio, i contenuti politici dei testi delle canzoni di quegli anni, dove compaiono la ribellione, il pacifismo, l’ecologismo, la liberazione sessuale, la condanna del conformismo, del denaro e del potere ottuso. Essendo legata al costume, collocata nell’intersezione tra pubblico e privato, la componente espressiva ha avuto dinamiche sue proprie ed è di difficile periodizzazione. Fu comunque una componente assai pervasiva e persistente e molti dei suoi contenuti sono oggi divenuti senso comune.

     La componente rossa fu senz’altro, particolarmente in Italia, la componente più visibile del Sessantotto, anche se in ordine di tempo venne per ultima. Fu quella che tese a egemonizzare la coscienza del movimento complessivo, pur tra notevoli contrapposizioni interne e grande frammentazione politica. Si può dire che in Italia, in un piccolo periodo, furono via via riscoperte e riproposte le più varie correnti ideologiche che avevano caratterizzato il socialismo e il comunismo rivoluzionari nel secolo e mezzo precedente, comprese quelle del tutto minoritarie. Nella chiusura di questo scritto cercheremo di fornire una spiegazione di questo curioso anacronismo. Carattere distintivo della componente rossa era la sua posizione rivoluzionaria che comportava una netta presa di distanza dal blocco occidentale in tutti i suoi aspetti, la cultura, le istituzioni e il modello economico. Un grande imbarazzo per la componente rossa era tuttavia costituito dalla presenza dei sistemi illiberali dell’Est Europa e dell’Unione Sovietica. Ci si schierava contro il capitalismo, l’imperialismo e lo stato borghese in nome di una rivoluzione socialista o comunista che doveva però essere tenuta ben distinta dal socialismo e dal comunismo reali. Com’è stato recentemente osservato,[11] questa particolare posizione del nostro Sessantotto rosso sarà all’origine di una certa nostra incomprensione dei vari Sessantotto dell’Est Europa. I Sessantotto dell’Est sembravano, infatti, rivendicare degli obiettivi troppo pericolosamente simili alle istituzioni delle contestate e vituperate liberal democrazie occidentali.[12]

     Nel nostro Paese, la componente dell’impegno civile fu la meno visibile delle tre, seppure a posteriori – come si vedrà – risulterà di gran lunga la più importante. Questa componente fu senz’altro quella prevalente a livello globale, nei diversi Sessantotto sia a Est sia a Ovest. Essa aveva come riferimento i valori fondanti della tradizione liberaldemocratica occidentale, che s’intendevano instaurare, difendere, o dei quali si chiedeva una più autentica attuazione. Ad esempio, si pensi al movimento per i diritti civili e al rifiuto del servizio militare negli USA. Oppure si pensi alla domanda delle libertà liberali e ai vari progetti di riforma dei regimi comunisti, tra cui quello di Dubcěk. Ugualmente, si può menzionare il sostegno da parte dell’opinione pubblica verso i vari movimenti indipendentisti del Terzo mondo che aveva profonde radici nel tradizionale principio di nazionalità, violato pesantemente e palesemente da entrambi i blocchi. Di solito non si considera abbastanza il fatto che la Guerra fredda aveva finito per produrre il deterioramento di molti aspetti della vita democratica anche dei paesi occidentali più avanzati.[13] Il richiamo alla tradizione liberaldemocratica era legato all’urgenza, particolarmente sentita dalle nuove generazioni, di una trasformazione sociale e istituzionale delle società che, in un modo o nell’altro, erano rimaste bloccate dalla Guerra fredda.

     L’Italia costituiva un caso drammaticamente esemplare di società bloccata,[14] poiché si trovava, in effetti, a scontare un doppio ritardo rispetto alla modernità. Anzitutto, un ritardo in moltissimi campi (culturale, civile, sociale, economico, politico) dovuto al ventennio fascista. Secondariamente, quello dovuto, ora, al regime di sovranità limitata cui era sottoposta nel blocco occidentale, in quanto paese ex fascista sconfitto. L’Italia poi, insieme alla Germania, si trovava lungo la Cortina di ferro e costituiva una pedina fondamentale del conflitto in corso tra i due blocchi. In questo quadro è perfettamente comprensibile come a soffrire maggiormente la condizione della società bloccata fossero proprio le giovani generazioni che non avevano conosciuto da vicino la guerra calda. È appena il caso di ricordare che la Resistenza italiana, opera di una minoranza, non era stata sufficiente a realizzare un’autentica e profonda modernizzazione. Permaneva inoltre nel nostro Paese una scarsissima diffusione della cultura civica e, in campo politico, la tradizione laica, democratica e repubblicana, aveva scarsissime radici.[15] Quella dell’impegno civile fu così una componente che – pur operando spesso nelle retrovie e quasi con un complesso di inferiorità – riuscì a evidenziare i gravi problemi della società e delle istituzioni italiane e a imporre, in molti casi, dei significativi cambiamenti, determinando così una serie di effetti duraturi. Si pensi, ad esempio, ai diritti dei lavoratori, alle battaglie femministe, al divorzio, o alla riforma degli ospedali psichiatrici.[16]

     – 4. Storicamente, il Sessantotto italiano ebbe le sue prime manifestazioni sul terreno espressivo, soprattutto legate all’importazione di contenuti e orientamenti culturali di vario genere da Paesi dotati di milieu sociali più creativi, più “avanzati”, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia o Olanda. Un’intera generazione di giovani italiani aveva cominciato a seguire, fin dai primi anni Sessanta, modelli culturali che non avevano alcun corrispettivo nella tradizione del nostro Paese, si trattasse di abbigliamento, musica, o letteratura.[17] Questa sistematica importazione di nuovi contenuti dall’estero è senz’altro dovuta al lungo isolamento autarchico in cui il fascismo aveva mantenuto il nostro Paese. Fu presente anche abbastanza precocemente, fin dall’inizio, un terreno di impegno civile (si ricordi, ad esempio, l’impegno sorprendente dei giovani italiani per la alluvione di Firenze del novembre 1966, oppure si ricordi il caso de La zanzara – che scoppiò nel 1966). La componente espressiva e l’impegno civile trovarono ben presto il loro naturale coagulo, nelle università e più in generale nella scuola, il luogo dove i giovani si stavano sempre più concentrando, tra il 1967 e il 1968. La componente rossa, che fu senz’altro la più appariscente e quella dominante, pur essendo preesistente presso circoli di militanti dissenzienti della sinistra, si sviluppò a livello di massa per ultima e fu alimentata – come si vedrà – dalle grandi difficoltà incontrate proprio dai tentativi di rinnovamento nell’ambito civile.

     – 5. Il movimento degli studenti in Italia – come quasi ovunque[18] – fu essenzialmente un fatto generazionale che, nel nostro Paese, si combinò con una grave crisi delle strutture scolastiche, determinata dall’aumento imponente delle iscrizioni. Si noti che parlare di un fatto generazionale (collegato cioè alle giovani generazioni del tempo) non significa asserire che sia stato causato, di per sé, dal conflitto tra generazioni. Conflitti tra generazioni ci sono sempre stati ma non hanno sempre prodotto dei Sessantotto.[19] Si è trattato in quel caso di un conflitto generazionale perché erano proprio i giovani a soffrire particolarmente per la società bloccata del tempo. E i giovani italiani si stavano concentrando, per la prima volta, tutti insieme, nel sistema scolastico. I momenti fondamentali della crisi delle strutture scolastiche italiane furono segnati da una serie di liberalizzazioni o aperture che sono spesso state ricordate. Anzitutto dalla riforma della scuola media unica (legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, in vigore nel 1963) e poi, nel pieno degli eventi della contestazione, dalla riforma dell’esame di Stato (DL 15 febbraio 1969 n. 9, poi legge del 5 aprile 1969 n. 119) e dalla liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie (legge Codignola dell’11 dicembre 1969, n. 910). Questi processi di liberalizzazione nel settore dell’istruzione – che pure possono essere ascritti al capitolo del progresso civile del nostro Paese – incrementarono enormemente la popolazione scolastica e non furono tuttavia accompagnati da investimenti e da effettivi cambiamenti nell’organizzazione degli studi che potessero adeguare la scuola secondaria e l’università alla nuova imponente domanda di scolarità. Mettere una marea di studenti di tipo nuovo (che, in termini espressivi, guardavano da alcuni anni alle culture giovanili di altri Paesi) in un contenitore vecchio, seppure liberalizzato, creò le specifiche condizioni oggettive per l’esplosione del movimento studentesco nel nostro Paese.[20]

     – 6. Dopo un periodo di incubazione, una specie di pre – Sessantotto di cui non abbiamo qui spazio per occuparci, il movimento italiano cominciò a evidenziarsi nell’autunno del 1967 (che alcuni hanno caratterizzato come l’anno del Vietnam) e si generalizzò nei primi mesi del 1968 (l’anno degli studenti), nelle università di alcuni grandi centri, soprattutto collocati nel Nord.[21] Furono coinvolte soprattutto le sedi di Trento, Milano, Torino, Pisa, Venezia, Roma e Napoli. È importante per noi evidenziare che i temi delle agitazioni, in origine, erano quasi esclusivamente di carattere civile.[22] Erano strettamente legati alla condizione degli studenti: la dislocazione delle nuove sedi universitarie, gli esami, i fuori sede, l’aumento delle tasse universitarie, i lavoratori studenti, i contenuti dei corsi, le clientele accademiche e il dispotismo dei professori. Un ruolo importante fu svolto dalla contestazione nei confronti del progetto di riforma universitaria Gui (conosciuto come disegno di legge 2314). I primi documenti elaborati dal movimento universitario avevano dunque scarsi rapporti con le ideologie rosse e avevano per oggetto proprio la condizione degli studenti stessi e la funzione della scuola in rapporto alla società. Ci si concentrava intorno agli sbocchi professionali, alla selezione scolastica in rapporto alla condizione sociale di provenienza. Com’è stato ampiamente documentato, le reazioni di chiusura, ottuse e pesantemente repressive, delle autorità accademiche e di polizia ebbero l’effetto di trasformare questioni spesso molto specifiche e per lo più interne alle singole università in questioni di principio, dal carattere sempre più radicale e politico. Gli studenti segnalavano disagi e problemi e si ritrovavano come risposta la polizia. Di qui avvenne il passaggio dall’analisi della condizione degli studenti all’analisi dell’autoritarismo della struttura della società nel suo complesso.

     Un passaggio cruciale, per quel che riguarda il nostro argomento, fu determinato dal fatto che il movimento degli universitari, in mancanza di risposte tempestive e credibili da parte delle istituzioni e del sistema politico, anziché restare all’interno delle Università stesse, si estese ben presto agli studenti medi, anche nelle più diverse città di provincia. Ciò avvenne grazie a una serie di iniziative messe in atto dagli stessi universitari, i quali avevano ormai compreso che se fossero rimasti nel chiuso delle università avrebbero subito soltanto una dura repressione e non sarebbero riusciti a ottenere nessuno dei loro obiettivi. In effetti, a causa dello sviluppo imponente della scolarità di massa, nelle scuole medie disseminate sul territorio nazionale il disagio della nuova popolazione studentesca era assolutamente analogo a quello degli studenti universitari. Questo fatto ebbe l’effetto di ampliare enormemente la base di massa del movimento. Il movimento studentesco divenne così visibile e presente in termini locali, in ogni angolo del Paese, oltre che sui media nazionali. Spesso l’estensione alle scuole medie avvenne grazie a interventi degli stessi studenti universitari che erano stati protagonisti dei movimenti nelle università nei mesi precedenti, dove c’erano stati scioperi, occupazioni e scontri con le forze dell’ordine. Furono così applicate e generalizzate alle scuole medie le analisi teoriche sulla condizione dello studente e le analisi teoriche sull’autoritarismo elaborate dagli universitari. Tutto ciò contribuì a conferire al movimento degli studenti una grande omogeneità di fondo e una diffusione a livello nazionale. Gli studenti in movimento, sul territorio nazionale, erano più o meno uguali dappertutto, vestivano allo stesso modo, ascoltavano la stessa musica, leggevano gli stessi libri, parlavano e scrivevano i volantini nello stesso modo.

     – 7. È nostra opinione che l’operaismo storico della prima metà degli anni Sessanta – in quanto componente rossa ante litteram – possa essere al più catalogato come una forma di pre-Sessantotto e vada pertanto tenuto distinto dal movimento degli studenti del Sessantotto. Si trattò, in quel caso, soprattutto di gruppi di militanti e intellettuali che dissentivano pionieristicamente dalla linea ufficiale del PCI, del PSI e dei sindacati. I Quaderni rossi torinesi erano nati nel 1961, ma chiusero i battenti nel 1966. Il gruppo dissenziente, originatosi dai Quaderni rossi e nato nel 1963 intorno a Classe operaia, nel 1965 era già dissolto. Quando in Italia divenne visibile il movimento studentesco nelle università e poi nelle scuole medie, il primo operaismo era un’esperienza già al tramonto, per convinzione stessa di alcuni dei principali leader. Un qualche esplicito legame con la tradizione operaista della prima metà degli anni Sessanta si mantenne nello PSIUP, che era nato nel 1964. Se ci furono dei legami, questi furono dovuti soprattutto al trasferimento nel campo del nuovo movimento studentesco di alcune specifiche individualità.[23] Indubbiamente, alcuni militanti e intellettuali dell’operaismo storico ebbero modo di confluire nel nuovo movimento studentesco, e nelle organizzazioni politiche che ne derivarono, e senz’altro di influenzarlo nel lungo periodo. Ma il movimento studentesco fu originariamente un’altra cosa, peraltro assai poco inquadrabile a partire dalle stesse basi teoriche del primo operaismo. Il primo operaismo, oltretutto, non prestava alcuna attenzione alla componente espressiva e alla componente civile di cui abbiamo parlato.

     – 8. Partito in sordina tra il 1966 e il 1967, il movimento studentesco, nelle università e nelle scuole medie, raggiunse il suo pieno sviluppo nella primavera del 1968. Nell’anno scolastico successivo, il 1968-’69, si avrà il mantenimento di elevati livelli di conflittualità, con l’estensione della pratica dell’occupazione dalle università anche alle scuole medie. La conflittualità avrà poi una ulteriore impennata nel periodo tra settembre e dicembre 1969 (l’anno degli operai), in concomitanza con l’Autunno caldo, per poi scemare a partire dal primo 1970. Nel periodizzare la prima parte del Sessantotto italiano spesso ci si riferisce a un triennio – che qualcuno chiama non del tutto adeguatamente, secondo noi, il triennio rosso – costituito, come s’è detto, dall’Anno del Vietnam (1967), l’Anno degli studenti (1968) e l’Anno degli operai (1969). Questa è sommariamente la periodizzazione della fase di crescita del movimento, quella che ha visto tra le sue caratteristiche specifiche appunto l’incontro tra gli studenti e gli operai. A partire dal 1970 circa comincerà una lunga fase di affievolimento – durata circa un decennio – nel corso della quale si cercherà a lungo, senza trovarla, una soluzione politica alle lotte. Nello stesso tempo si avrà da un lato una progressiva radicalizzazione di componenti minoritarie di varia natura e dall’altro la attivazione di nuovi e diversi campi di intervento e mobilitazione che includeranno anche e soprattutto la dimensione civile. Noi concentreremo la nostra attenzione soprattutto sul primo periodo 1967-1969. Nelle conclusioni della nostra analisi cercheremo di riprendere poi uno sguardo un po’ più generale.

     – 9. Per metterci nelle condizioni di interpretare il senso più profondo di quegli eventi, concentreremo ora la nostra attenzione sul caso di Alessandria, considerandolo più o meno come un caso tipico, vista la grande omogeneità degli eventi del Sessantotto in tutto il Paese che abbiamo presupposto. Con ciò non è nostra intenzione equiparare l’importanza degli eventi accaduti nei grandi centri delle lotte studentesche e operaie, come Torino, Trento, Milano, Pisa e Venezia, con quelli di una situazione periferica come Alessandria. Intendiamo sostenere semplicemente che il senso generale degli accadimenti era esattamente lo stesso, sia nei grandi che nei piccoli centri. Questo perché il Sessantotto fu senz’altro un fenomeno unitario. Oltretutto Alessandria – città media per eccellenza – si trova al centro di un triangolo di sedi universitarie, Genova, Torino e Milano e a quei tempi sia le persone sia le informazioni circolavano piuttosto velocemente. Non è nostra intenzione ricostruire dettagliatamente la storia del movimento alessandrino. Ci limiteremo alla lettura di alcuni documenti e volantini che ci permettano di ricostruire quale fosse il senso di quegli eventi dal punto di vista degli stessi protagonisti. Il nostro scopo specifico sarà quello di chiarire con quali modalità si sia giunti all’incontro tra studenti e operai tra il 1968 e il 1969.

     – 10. La storia del movimento studentesco alessandrino tra il 1967 e la prima metà del 1968 è stata ricostruita piuttosto dettagliatamente dagli stessi protagonisti dell’epoca in un documento intitolato “No alla scuola autoritaria”,[24] prodotto dal circolo Democrazia diretta, organismo che, per un lungo periodo, fu il promotore del movimento e il punto di riferimento dei militanti (vedi oltre). Il documento è senza data ma può essere fatto risalire al giugno – luglio del 1968. È stato prodotto da un gruppo di lavoro – cui peraltro aveva partecipato anche l’autore delle presenti note – che aveva lo scopo di ripensare gli eventi dell’anno scolastico appena trascorso, in vista di una ripresa autunnale della mobilitazione. A cinquant’anni di distanza, la sintesi allora prodotta appare di notevole chiarezza e lucidità, anche se solo oggi il lettore è in grado di cogliere alcune implicazioni che all’epoca non potevano che sfuggire agli estensori. Dopo un’articolata analisi della scuola in chiave anti autoritaria e dopo un’analisi critica della funzione dei diversi indirizzi scolastici secondari, la terza parte del documento si intitola espressamente Storia del movimento studentesco in Alessandria nel ‘67/’68. Riassumeremo qui per sommi capi gli aspetti che ci interessano.

     Nella ricostruzione si dà anzitutto notizia dello scioglimento dell’ORSA (Organismo studentesco rappresentativo alessandrino) avvenuto all’inizio dell’anno scolastico ‘67/ ‘68,[25] del quale organismo si fornisce anche una analisi critica, segnalandone diversi limiti. È questo un processo del tutto simile a quello che era avvenuto in campo universitario a livello nazionale l’anno precedente, con la dissoluzione degli organismi rappresentativi studenteschi ufficiali. È appena il caso di segnalare che, secondo il nostro schema, come ben risulta dai giornalini pubblicati, l’ORSA poteva perfettamente essere collocato nell’ambito di un Sessantotto espressivo e di impegno civile. Afferma l’estensore:

     «L’ORSA (organismo rappresentativo studentesco alessandrino) che in qualche modo aveva unificato il movimento nei due anni precedenti, termina la sua attività con un documento distribuito all’inizio dell’anno, che dedica un veloce esame ai problemi dei vari istituti. Si può dire che l’ORSA si scioglie quando ha esaurito il massimo delle sue possibilità, cioè quando è arrivata a smascherare i comitati di istituto come organismi di integrazione e capitolazione. Più in là essa come organismo rappresentativo e sindacalistico, non poteva andare: e questo documento, dominato dall’illusione della “riforma democratica” e dai miglioramenti razionalizzatori, mostra tutta la limitatezza di un discorso più che mai staccato dalla base studentesca e che deve necessariamente esaurirsi. Nei mesi successivi mancherà il collegamento minimo tra i vari istituti garantito dall’ORSA ma si avrà una più rapida maturazione di base in ogni scuola».[26]

      La critica è sferzante e presuppone le recenti acquisizioni del movimento universitario, dopo le occupazioni e gli scontri. Si dà per scontato che qualsiasi tipo di riforma o razionalizzazione sia illusoria, e rappresenti perciò una integrazione e una capitolazione. Si noti comunque che diversi leader del futuro movimento studentesco locale provenivano in gran parte proprio dall’ORSA.[27] È evidente che l’esperienza della radicalizzazione del movimento nelle sedi universitarie vicine aveva indotto a prendere le distanze da quella precedente esperienza rappresentativa, considerata ormai come del tutto obsoleta. Afferma quindi l’estensore:

      «La storia del M.S. alessandrino fino alla fine di gennaio va esaminata istituto per istituto. Le prime iniziative comuni sono promosse dagli universitari. Si tratta di riunioni che si svolgono al Liceo musicale a cui partecipano dalle dieci alle cinquanta persone. Le idee giungono di solito da Torino allora in piena agitazione. Gli studenti presenti vengono da tutti gli istituti ma i più attivi e costanti sono quelli dell’ITIS. La prima riunione del genere, per quanto risulta, è del primo febbraio. Questi incontri hanno avuto una funzione decisiva per il M.S. alessandrino: gli hanno permesso di assorbire la contestazione antiautoritaria in atto nelle università e di legarsi al M.S. nazionale».[28]

      Di queste riunioni abbiamo conservato un volantino di convocazione rivolto agli studenti medi, databile 1/2 febbraio 1968,[29] che evitiamo qui di riportare per intero, per brevità, ma che val la pena di citare nella sua parte introduttiva, per ben comprendere il rapporto tra il centro e la periferia del movimento.

      «STUDENTI! Le lotte all’Università di Torino si sono scontrate in questi giorni contro la repressione violenta del Rettore Allara e del Corpo Accademico. Una sessantina di studenti saranno sospesi dall’Università per uno o due anni e sono minacciati di denuncia all’Autorità giudiziaria. Di che cosa si sono resi colpevoli gli studenti universitari? Essi hanno occupato Palazzo Campana con l’obbiettivo di eliminare il controllo che la struttura universitaria esercita sullo studente attraverso la lezione cattedratica e l’esame. Queste istituzioni servono a controllare che lo studente sia un oggetto passivo, assorba in modo neutrale i valori culturali e la mentalità che serve alla conservazione dell’attuale sistema sociale. Nel momento in cui all’Università si è sviluppato un movimento che pone in discussione le posizioni di privilegio dell’Autorità Accademica e il controllo repressivo che attraverso di essa la società esercita sugli studenti, la repressione di tutti i giorni non bastava più. A questo punto i provvedimenti disciplinari e la repressione poliziesca».[30]

      Fin dall’inizio, dunque, autoritarismo e repressione costituiscono una coppia di elementi di fronte a cui gli studenti medi sono chiamati a prendere posizione. Spiega ulteriormente l’estensore della nostra ricostruzione storica che, in quel periodo, negli studenti medi alessandrini: «Si ha […] una base di rivolta individuale nei confronti della scuola, rivolta più emotiva che politica, che, però è fondamentale nella misura in cui spezza l’abitudine alla passività e rende possibili discorsi più precisi e più politici. La parola d’ordine che esce dalle riunioni del Liceo Musicale è quella dell’Assemblea di base come momento di democrazia diretta che si contrappone sia alla gestione autoritaria della scuola sia al metodo rappresentativo dei comitati».[31] È noto che la democrazia diretta e l’assemblea di base erano le parole d’ordine che erano maturate soprattutto a Torino nelle lotte di Palazzo Campana. Insomma, la radicalizzazione era già avvenuta nelle prime occupazioni e negli scontri nelle Università e veniva ora in un certo senso esportata presso le scuole medie periferiche.

     – 11. Nella ricostruzione fornita viene riferito chiaramente che, fin dagli esordi, il movimento studentesco locale si era ritrovato spaccato tra una componente moderata, favorevole a strutture rappresentative studentesche e disponibile a una contrattazione, e a eventuali accordi, con i Presidi e con il Provveditore, e una componente più movimentista che intendeva invece conquistare uno spazio di autonomia all’interno della scuola, spazio che avrebbe poi dovuto essere gestito dalla stessa assemblea degli studenti. Il modello di riferimento di quest’ultima componente era indubbiamente costituito da quanto teorizzato e praticato dai movimenti delle università del Nord, Torino in particolare.[32]

     Tra febbraio e marzo 1968 – grazie dunque a un’iniziativa di mobilitazione dalle università vicine – maturarono le condizioni per la rivendicazione dell’assemblea e per l’organizzazione delle prime giornate di sciopero, che registrarono un notevole successo. L’evento di lotta più rilevante e più esteso ad Alessandria, nella primavera del 1968, fu lo sciopero del 15 marzo, con la prosecuzione delle agitazioni nei giorni seguenti. La delegazione degli studenti in sciopero, in quel frangente, aveva strappato al Provveditore la concessione di un’assemblea interna nei vari Istituti, una tantum, che avrebbe dovuto essere aperta alla eventuale partecipazione dei professori. Su quella conquista “contrattuale” l’estensore del nostro documento formula tuttavia una valutazione piuttosto negativa:[33] «[…] la scarsa preparazione politica degli studenti fa sì che venga accettata la proposta di eleggere una delegazione incaricata di trattare col provveditore[. Q]uesto è l’errore fondamentale del movimento, che permetterà la manovra di recupero del provveditore e trasformerà lo sciopero in una sfilata inoffensiva».[34]

     Si badi bene che – a partire dalla nostra distinzione – una rivendicazione di assemblea nella scuola non può che essere considerata come un obiettivo di tipo civico, appartenente a quel sessantotto civile di cui abbiamo parlato.[35] Solo l’estrema arretratezza della situazione sembra averlo trasformato in un atto rivoluzionario inaudito. E la cosa sembra esser stata condivisa da entrambe le parti. L’estensore del nostro documento rifiuta qualsiasi prospettiva di riforma e contrattazione sull’obiettivo, in nome di una prospettiva movimentista, una prospettiva di rottura. Su questo filo sottile cominciava a correre dunque fin dall’inizio la differenza tra il Sessantotto civile e il Sessantotto rosso. Dopo le agitazioni del 14 marzo e dei giorni seguenti e dopo la concessione dell’assemblea una tantum, così continua l’estensore:

      «Tutto il lavoro dell’M.S. si concentra nella preparazione dell’assemblea. Le assemblee, tranne che a ragioneria, riescono decentemente. I discorsi eversivi[36] sono presenti, vengono accettati dalla base, che però come dimostrato dalle mozioni finali li mette accanto a quelli riformistici e non li vede in contrapposizione con essi. Le assemblee in generale assumono a livello di base un significato ambiguo: da una parte vengono viste come risultato tangibile di lotta, come dimostrazione della validità di un metodo “violento” nei rapporti coi presidi dall’altra la perfetta legalità in cui si svolgono, la benevola presenza dei professori “avanzati” fa sì che anche i discorsi più decisi non appaiono in completa contrapposizione alla realtà esistente. […] Per quest’anno [Riferimento al successivo autunno 1968 ndr] sarà bene esaminare la possibilità di tenere contro la volontà dei presidi assemblee, piuttosto che scioperare per ottenere permessi. Dalle assemblee avrebbero dovuto nascere commissioni di studio destinate ad approfondire le basi tecniche del movimento e a prepararle per le lotte successive. Le commissioni di studio falliscono in tutti gli istituti per i programmi troppo ambiziosi, perché siamo ormai nel terzo trimestre, perché ci viene a mancare uno sbocco politico preciso che dia senso allo studio. Con il fallimento delle commissioni di studio si giunge al fallimento definitivo del M.S.».[37]

     Insomma, nel documento è descritto con chiarezza uno scontro tra un’ala moderata e un’ala movimentista, con, in mezzo, una massa studentesca che non è in grado di cogliere la sostanza della contrapposizione e che – soprattutto – non è in grado di proporre consapevolmente – attraverso le commissioni di studio – un modello di scuola alternativa che fosse credibile e capace di funzionare. Va detto che la maggior parte dei professori e dei presidi era schierata contro il movimento e stava mettendo in atto un’esplicita attività repressiva. Va aggiunto che anche i professori progressisti – decisamente in minoranza – non avevano in quel frangente alcun compiuto modello di scuola alternativa da proporre o, per lo meno, da sperimentare. Così si è incagliato quasi immediatamente – secondo la nostra distinzione di apertura – il Sessantotto civile degli studenti medi, quello che, in altre condizioni, avrebbe potuto introdurre una serie di sostanziali cambiamenti nell’organizzazione scolastica. Ciò per lasciare il posto a una contestazione di rottura, in termini di spazi di potere e autonomia del movimento, aprendo così le porte, come vedremo, al Sessantotto rosso. Anche nei documenti e nei volantini degli scioperi e delle occupazioni nell’anno successivo, nel ‘69, si ripresenterà più o meno la stessa situazione. Da un lato vari – e anche assai interessanti, sebbene di difficile realizzazione – tentativi di produrre delle piattaforme rivendicative per modificare la vita interna della scuola e la didattica, dall’altro la denuncia dei limiti di simili pratiche e la rivendicazione dell’assemblea come puro spazio di autonomia da parte del movimento. Del resto una dinamica molto simile si stava realizzando nelle Università.

     – 12. In ultimo, l’estensore della nostra ricostruzione storica formula un bilancio conclusivo delineando quale fosse a suo giudizio la situazione generale e, soprattutto, quale fosse stato il risultato del movimento alla fine dell’anno scolastico, cioè nel maggio – giugno 1968:

      «Da una parte abbiamo la radicalizzazione politica di un piccolo nucleo di quadri, dall’altra si verifica una rapida spoliticizzazione della base favorita dalla pressione che la scuola esercita sugli studenti alla fine dell’anno. In maggio vengono diffusi nelle scuole molti volantini, che parlano del collegamento studenti-operai e delle lotte in Francia. Per quel che mi risulta essi vengono però scarsamente compresi, data la situazione di stasi del M.S. L’ultimo atto pubblico dell’M.S. alessandrino è la manifestazione antiautoritaria di maggio. La partecipazione non è fra le più alte: 250/ 300 persone. Con la manifestazione si raccoglie a livello politico il frutto delle agitazioni studentesche: e la formazione di un certo numero di quadri politici ne sembra per ora l’unico risultato tangibile».[38]

     Con il mese di maggio, dunque, gli eventi del Maggio francese spingono gli attivisti di Democrazia diretta a tentare una ulteriore radicalizzazione, attraverso una campagna di propaganda con i volantini che tuttavia sembra non avere inciso più di tanto sulla massa degli studenti. La chiusa del pezzo è davvero interessante per la nostra analisi. Anzitutto per l’aria di crisi e delusione che lascia trapelare. Si spiega poi chiaramente come l’ampio movimento della primavera precedente, che pure aveva coinvolto gran parte della popolazione studentesca locale, avesse effettivamente prodotto – come risultato finale – soltanto una schiera di studenti militanti (la cui entità numerica è anche quantificata in 250/ 300). Costoro avevano risposto consapevolmente alla mobilitazione, avevano partecipato agli scioperi e alle assemblee, si erano radicalizzati ed erano ora in grado di mobilitarsi su questioni di ordine più generale, come le lotte in Francia e il collegamento tra studenti e operai. Naturalmente, erano anche coloro che maggiormente stavano facendo proprie le modalità del Sessantotto espressivo. Si trattava dunque di un gruppo di studenti che erano diventati chiaramente distinguibili rispetto alla massa degli studenti. La quale invece si era lasciata sì mobilitare con relativa facilità ma ora stava rientrando nel ruolo scolastico ordinario. Questi studenti militanti costituiranno la risorsa di base del movimento studentesco locale, una specie – per così dire – di esercito di militanti di riserva, che contribuirà a sostenere e ad amplificare il movimento nell’anno successivo. Sarà in quest’ambito di nuova militanza che, nell’autunno del 1968, si svilupperà il progetto di collegamento del movimento studentesco con le altre forze sociali e in particolare con gli operai. In pratica, s’inizierà a sperimentare il cosiddetto “lavoro di fabbrica”, davanti ai cancelli.

     – 13. In Alessandria, per iniziativa di un nucleo eterogeneo di studenti universitari e medi, dopo le riunioni di febbraio al Liceo musicale, aveva preso forma, nella primavera del 1968, non è ben chiaro se prima o dopo lo sciopero di marzo, il circolo “Democrazia diretta”, che costituirà il punto di riferimento del movimento studentesco alessandrino. Il Circolo fu attivo più o meno fino alla fine del 1969, quando cominceranno a costituirsi i diversi gruppi politici organizzati. All’interno del Circolo, a opera di una tendenza operaistica che non era certamente maggioritaria, sono nate e si sono sviluppate le prime iniziative nei confronti dei lavoratori delle fabbriche locali – fabbriche peraltro non numerose e di tipo assai eterogeneo. Indubbiamente, per tramite dei leader studenteschi più anziani, c’era qualche eco dell’operaismo storico della prima metà degli anni Sessanta, ma non più di tanto. All’interno del circolo non erano conosciute – se non da pochissimi – le due riviste operaiste storiche di riferimento (Quaderni rossi e Classe operaia). Si leggevano piuttosto i Quaderni piacentini e, seppur molto meno, Giovane critica e Contropiano. L’attenzione da parte degli studenti militanti per la classe operaia si sviluppò in concomitanza con quanto si stava allora diffondendo a livello nazionale. Si trattò insomma, avremmo detto oggi, di un fenomeno dalla forte componente mediatica. Secondo l’autorevole Pizzorno & Reyneri & Regini & Al. 1978 fu proprio la primavera del 1968 a segnare l’inizio del nuovo ciclo di lotte nelle fabbriche italiane. Il famoso questionario distribuito davanti ai cancelli della FIAT, da un gruppo di operai e studenti (tra i quali alcuni ex dei Quaderni rossi) di cui si riferisce in Ciafaloni 1968, è dell’aprile 1968, prima dunque del Maggio francese. Anche in questo caso si trattò di una stretta interazione tra quanto avveniva, per così dire, al centro e quanto avveniva invece in periferia.

     – 14. Il primo volantino alessandrino di cui disponiamo, rivolto agli studenti e in cui siano citati gli operai, è datato 12 maggio 1968 e s’intitola “Studenti”. Esso fa riferimento a una manifestazione tenuta il precedente mercoledì 8 maggio – è questa evidentemente la “manifestazione antiautoritaria di maggio” cui si riferiva il nostro testimone. Il volantino rispecchia il senso di delusione e di crisi che abbiamo già descritto (proprio mentre in Francia gli studenti erano in piazza!). Rispecchia inoltre la consapevolezza circa le difficoltà incontrate dal movimento all’interno delle scuole medie e l’esigenza di trovare nuovi sbocchi d’impegno per i famosi studenti militanti che si erano appena radicalizzati e resi disponibili.

     «Avevamo chiesto uno SPAZIO POLITICO, avevamo chiesto l’assemblea di tutti gli studenti, per poter essere noi a decidere cosa studiare e come studiare, commissioni di lavoro cui fosse riservata una parte del tempo dedicato alle lezioni, che fossero sia strumento di dibattito politico alla base, che finalmente ci abituassero a discutere, sia che servissero a sperimentare metodi nuovi di studio. Le autorità hanno risposto con repressioni e con la benevola concessione di un’assemblea. QUESTO NON CI BASTA!!!

     La manifestazione di mercoledì scorso ha rappresentato tra l’altro un fatto veramente nuovo: la partecipazione, gli slogan che sono stati gridati, i seat-ings (sic), i discorsi che sono stati fatti, dimostrano una cosa: che gli studenti, dopo aver sperimentato la durezza della repressione hanno capito che l’autoritarismo da essi combattuto nella scuola non è un caso marginale nel corpo di una società genuinamente democratica, ma è una manifestazione di una più generale violenza di cui è intessuta questa società che è composta di padroni e di servi di sfruttatori e di sfruttati. Il peso di questa società, il peso del potere di pochi su molti è sopportato non solo dagli studenti ma essenzialmente dagli operai e dalle masse sfruttate del terzo mondo. Ecco perché si urlava POTERE OPERAIO, e si esaltavano le lotte antimperialistiche.

      L’alleato naturale degli studenti è la CLASSE OPERAIA, che sperimenta nel modo più pressante l’oppressione di questa società. Gli studenti a Torino come a Valdagno hanno sentito la necessità di unirsi agli operai in lotta. Ad Alessandria un gruppo di studenti si è incontrato con gli operai dell’ENEL in sciopero; uno di noi ha parlato alla loro assemblea. Questa iniziativa va portata avanti».[39]

      Essendo dunque a questo punto considerata come impraticabile o come politicamente errata la strada di un impegno per cambiare la scuola dall’interno[40] le energie messe in moto dalla mobilitazione dovevano trovare uno sbocco alternativo extrascolastico. Del resto questa era la tendenza che si registrava a livello nazionale. La sensazione che si ha, leggendo questo volantino e altri documenti similari, è che se non ci fosse stata in quel periodo una nuova disponibilità diffusa degli operai alla mobilitazione, con alcune lotte esemplari, come ad esempio quella di Valdagno, che avevano riempito le pagine dei media nazionali, il movimento degli studenti si sarebbe esaurito ben presto. Lo sciopero cui si riferisce, in chiusura, il nostro volantino – dove sarebbe avvenuto l’incontro degli studenti con gli operai – è uno sciopero nazionale articolato dei lavoratori dell’Enel della durata di una settimana e iniziato il lunedì 6 maggio 1968.

     – 15. I volantini diffusi nella seconda metà del 1968 ci mettono in grado di riassumere in estrema sintesi quali fossero le analisi e le argomentazioni retoriche con cui, in termini cognitivi, si cercava un allargamento dell’impegno militante oltre la scuola, verso la classe operaia. A) Un argomento potente che spingeva il nucleo di studenti militanti verso la classe operaia erano le analisi allora correnti – sull’onda della Lettera a una professoressa – circa la natura classista della scuola. Si trattava di una nozione assai diffusa e condivisa. La Lettera era stata pubblicata nel maggio del 1967, presentava dati statistici inoppugnabili e aveva avuto un’enorme diffusione. B) Un secondo argomento concerneva la natura sistemica della società, da cui si faceva derivare l’impossibilità di cambiare la scuola senza cambiare la società. Ciò peraltro rendeva conto, in qualche misura, delle enormi difficoltà che il movimento degli studenti incontrava nel trasformare dall’interno le strutture scolastiche, di fronte all’ostilità di presidi e professori e di fronte all’impreparazione o alla superficialità della massa degli studenti. C) Un terzo argomento era incentrato intorno all’autoritarismo e riguardava la somiglianza tra le condizioni di subordinazione all’autorità degli studenti nella gerarchia scolastica e degli operai nella gerarchia del controllo aziendale. D) Un quarto argomento riguardava il rifiuto dell’inserimento futuro degli studenti nella gerarchia d’autorità della Amministrazione pubblica o delle imprese private. Ciò era particolarmente sentito dagli studenti dell’ITIS, che si vedevano nel ruolo di futuri controllori MTM della classe operaia. E) Un quinto argomento – abbastanza circoscritto a una piccola élite di rigorosa formazione marxista – metteva l’accento sulla necessaria unità tra operai e studenti nella chiave della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo. Il riferimento di costoro andava naturalmente al Maggio francese e all’immediata unità d’azione che si era realizzata in quel frangente tra studenti e operai.[41] Su questo punto non c’era comunque un pieno accordo e ciò diede luogo a una serie di discussioni piuttosto bizantine circa la natura o meno di classe degli studenti.

     All’interno del circolo Democrazia diretta vi erano naturalmente posizioni eterogenee. C’era chi tendeva a puntare maggiormente sulla lotta degli studenti nella scuola, nonostante gli scarsi risultati ottenuti, nell’intento di suscitare una presa di coscienza e una crescita collettiva, e chi invece già tendeva a privilegiare un intervento più politico nei confronti degli operai, anche a costo di ridursi ad agire come ristretta avanguardia. All’inizio le due alternative riusciranno a convivere senza troppi problemi.

    – 16. Nell’autunno del 1968, con la ripresa del movimento studentesco nelle scuole medie, fu riproposto l’obiettivo dell’assemblea, poiché quella concessa nel marzo precedente era infatti una tantum e quindi, col nuovo anno scolastico, si doveva ricominciare tutto da capo. D’altro canto, nell’ambito di gruppi ristretti di studenti militanti, si svilupperanno le prime esperienze di intervento verso gli operai. In questo stesso periodo avverrà una prima spaccatura all’interno del circolo Democrazia diretta, proprio sul tema dell’alternativa tra il movimento studentesco da un lato e un intervento più qualificante in campo operaio e in campo politico dall’altro. I fuoriusciti andarono a costituire il gruppo locale di Servire il popolo che poi diverrà UCI(ML).[42]

     Prendiamo in esame, intanto, quel che avveniva nelle scuole. L’evento più saliente del periodo è uno sciopero degli istituti cittadini – avvenuto il 7 novembre 1968, con una grande manifestazione fino al Provveditorato – che aveva come obiettivo principale l’assemblea. Il quotidiano locale scriverà in un suo resoconto: «Tremila giovani tentano di occupare il Provveditorato ma vengono respinti». In un volantino del 9 novembre 1968, senza titolo, si raccontano i tre giorni di sciopero e agitazione:

      «Giovedì scorso studenti dell’ITIS, del Liceo Classico, Scientifico e le Magistrali sono scesi in sciopero per ottenere il diritto di organizzarsi in assemblea all’interno dell’istituto e discutere dei loro problemi e realizzare in questo modo una completa e reale democrazia nella scuola. Il provveditore dott. Fassio non ha aderito alle richieste degli studenti ed ha risposto che questo non era il momento adatto e che avremmo fatto meglio a ritornare nelle aule. Il corteo ha sfilato per la città cercando di informare sui motivi dello sciopero, si è quindi recato all’istituto magistrale dove si è tenuta una assemblea con il permesso del preside. Il giorno seguente dopo che i presidi avevano rifiutato di concedere aule agli studenti, gli scioperanti rendendosi conto della sterilità di uno sciopero puramente dimostrativo, decidevano di cominciare concretamente il lavoro assembleare strutturandosi in commissioni di studio e radunandosi in ogni luogo che fosse loro messo a disposizione. Oggi è continuato lo sciopero nella forma costruttiva del giorno prima. A questa ultima giornata di sciopero l’istituto professionale per segretarie d’azienda e l’istituto tecnico Leonardo da Vinci hanno partecipato. È proseguito e si è allargato il dibattito di base nelle commissioni».[43]

     Agli occhi odierni, appare davvero commovente questa marea di studenti che decidono di riunirsi comunque e realizzare commissioni di studio sparse qua e là, nelle sedi disposte a ospitarli. Una specie di giuramento della Pallacorda. Appare d’altro canto quanto mai indecoroso il comportamento delle Autorità scolastiche, assolutamente ridotte e comprese nella loro funzione burocratica e incapaci di esercitare una qualsiasi funzione di leadership educativa e civile. Nel volantino si spiega poi la ragione della rivendicazione dell’assemblea:

      «Perché gli studenti chiedono l’assemblea. Per poter finalmente trovarsi tutti insieme al di la delle divisioni di classi e sezioni. Per poter discutere e prendere coscienza dei propri problemi. Per poter verificare insieme ciò che viene loro detto ed insegnato. Per poter intervenire nella scuola come soggetti attivi e non come oggetti passivi. Questa assemblea deve essere aperta a tutti. Saranno sempre gli studenti di ciascun istituto a gestire la propria assemblea ma dovranno avere il diritto di sentire l’esperienza di chi non è studente e di chi studente è già stato ed è inserito nel mondo del lavoro. A tutte queste richieste le autorità hanno saputo rispondere in un solo modo: con la repressione. La polizia intervenuta in forze ha cercato di intimidire gli studenti e ne ha denunciato alcuni; presidi e professori hanno minacciato sospensioni ed interrogazioni punitive promettendo di rendere la vita impossibile a quegli studenti che in fondo non hanno chiesto che un loro diritto fondamentale: quello di discutere».[44]

      Con le “interrogazioni punitive” anche i professori si riducevano a un ruolo di gendarmi, portando così decisive argomentazioni a favore delle analisi sulla scuola condivise dall’ala più movimentista. È chiaro che quanto più svanisce la possibilità di praticare una scuola alternativa e quanto più l’assemblea diventa un puro spazio di contropotere, tanto più si è costretti a valorizzare la dimensione espressiva e di crescita personale: «discutere e prendere coscienza dei propri problemi» diventa il vago obiettivo di fondo. È questo un ripiego espressivo che tuttavia condurrà facilmente alla dimensione rossa. Per la cronaca, l’assemblea sarà concessa pochi giorni dopo, il 12/11, nel corso di una riunione dei Presidi e del Provveditore. Così racconta il giornale locale: «[…] per quanto riguarda l’assemblea richiesta dagli studenti, in considerazione del suo carattere didattico, pedagogico e di educazione civica, i presidi ammettono l’accoglibilità di detta richiesta, entro il limite di una per trimestre e sempre limitatamente alla capienza ed all’agibilità dei locali della scuola. Per quanto concerne l’attuazione concreta delle assemblee in argomento, ciascun preside adotterà le forme, il tempo e le modalità che riterrà più opportune; potranno partecipare a dette assemblee solo gli studenti della scuola, i loro insegnanti, i loro genitori, nonché il restante personale della stessa scuola».[45] Come ben si vede qui siamo ancora dal lato del Sessantotto civile. Gli studenti chiedono l’assemblea e ottengono un rifiuto. Decidono di riunirsi ugualmente in locali di fortuna e subiscono provvedimenti repressivi. Alla fine riescono tuttavia a ottenere, come concessione unilaterale, senza trattativa, la loro rivendicazione principale (seppure non completamente – poiché si chiedeva che l’assemblea fosse aperta a tutti).

     In contrapposizione a questo tipo di politica delle concessioni, è davvero interessante la critica da parte della componente “rivoluzionaria” che era in procinto di uscire dal circolo Democrazia diretta per andare a costituire l’UCI(ML): «Il circolo Democrazia Diretta, subito prima degli scioperi, assunse saldamente il ruolo di dirigente delle lotte tendendo sempre più a divenire movimento studentesco. Questo sviluppo fu accelerato dai tre giorni di scioperato. Queste agitazioni furono caratterizzate dal più completo pacifismo, dalla totale assenza di slogans politico sociali, assumendo il tono di scioperi rivendicativi di una scuola migliore. Il fallimento delle lotte fu accentuato dal contenuto di lavoro che venne “consigliato” alle costituende commissioni di studio per istituto. Comitati di istituto non sorsero, testimoniando ancora come lo sciopero non avesse avuto il carattere di decisa protesta politica rivoluzionaria degli studenti».[46]

     Dunque il Sessantotto civile, oltre a scontare l’opposizione del Provveditore, dei presidi e dei professori, e delle forze dell’ordine, doveva vedersela con i rivoluzionari rossi per i quali non aveva senso perdere tempo a rivendicare una scuola migliore. Successivamente, la componente del Sessantotto civile incontrò notevolissime difficoltà nell’utilizzo della assemblea e nel conseguimento di una trasformazione interna alla scuola (sia per la resistenza dell’istituzione scolastica sia per la impreparazione stessa della massa dei giovani studenti) e ciò non fece che alimentare ulteriormente le posizioni più “rivoluzionarie” delle avanguardie rosse che tuttavia, numericamente, erano una minoranza. Scoraggiati dalla lentezza con cui avveniva il cambiamento nella scuola, agli studenti militanti più determinati, che continuavano comunque a formarsi e a radicalizzarsi come sottoprodotto degli eventi, non restava che allargare lo spettro del proprio impegno ben oltre la scuola, nel mondo sociale.

     – 17. Nell’autunno del 1968, accanto alle agitazioni degli studenti medi intorno all’assemblea e al suo uso – fatti di cui abbiamo appena dato conto, nascono così i primi interventi sistematici che vedono la presenza di alcuni militanti studenti (tra quelli che si erano formati e radicalizzati nella primavera precedente) davanti ai cancelli delle fabbriche. Un intervento tipico del periodo, di cui abbiamo una sufficiente documentazione, è quello condotto – nell’ambito del circolo “Democrazia diretta” – da un gruppo di studenti universitari e medi, con all’interno la partecipazione o per lo meno il riferimento in appoggio di alcuni operai, presso la Pasino di Solero, un paese a poca distanza da Alessandria. Si firmavano “Gruppo di lav. Pasino”, lasciando in ambiguità se dovesse intendersi “di lavoro” oppure “di lavoratori”. A partire dai volantini rimasti,[47] l’intervento è databile tra l’autunno del 1968 e la primavera del 1969. I volantini mostrano una buona tecnica di realizzazione grafica, contenuti ben congegnati, un linguaggio semplice e immediato, una graduale progressione delle diverse questioni poste. L’intervento si rivolgeva a una classe operaia semi periferica e i volantini mostrano una notevole consapevolezza della situazione di arretratezza in cui si agiva. Uno dei volantini, ad esempio, prende di mira il parroco e il maresciallo del Paese, accusati di essere tramite di raccomandazioni per le assunzioni. L’intervento non è pregiudizialmente anti sindacale; esso mira tuttavia a suscitare l’autonomia degli operai e la loro radicalizzazione. Il modello organizzativo di riferimento è già quello della assemblea di fabbrica degli operai che delibera in autonomia gli obiettivi e le modalità delle lotte interne nell’ambito di una contrattazione integrativa. Particolarmente significativo, ai fini della nostra analisi, è uno dei volantini che è intitolato “Chi siamo e perché lo facciamo?”. Una voce dunque che proviene dagli stessi protagonisti di cinquant’anni fa. Citiamo alcuni passaggi particolarmente significativi:

     «Un gruppo di studenti e di operai hanno deciso di occuparsi della PASINO – 1) per collaborare con i lavoratori a lottare contro la ingiustizia dei padroni; 2) per cambiare la condizione operaia all’interno della fabbrica. Gli studenti che fanno questo lavoro hanno capito che oggi la scuola è una specie di lusso riservato a chi ha soldi e non deve mandare i figli a lavorare. Gli studenti hanno scioperato, fatto occupazioni, discusso con calma e fatto manifestazioni violente per cambiare la scuola, ma tutto questo non è servito a nulla.

     Bisogna prima cambiare la società, perché è sullo sfruttamento dei lavoratori che i padroni diventano ricchi ed è con la ricchezza dei padroni che si comandano “i politici” i quali, per stare a galla devono fare una scuola che piaccia ai padroni. A cosa serve chiedere una scuola migliore e per tutti se dopo mandano chi ha studiato e chi ha i soldi a comandare per sfruttare gli operai?

     Il gruppo di lavoro PASINO che già ha fatto volantini, ecc. queste due settimane, ha compreso che i lavoratori hanno una dignità e una capacità di prendere le decisioni e di capire le cose uguale a quelle dei padroni o delle autorità. Fino ad oggi sia i partiti politici che anche le organizzazioni sindacali hanno fatto delle attività e hanno portato avanti delle idee a volte buone indipendentemente dai lavoratori, senza cioè che fossero loro stessi a decidere e stabilire le cose da farsi. I dirigenti cioè hanno sempre tradito in modo più o meno elegante gli operai; poiché anche noi studenti saremmo destinati a diventare dei dirigenti, abbiamo detto basta e ci rifiutiamo.

     L’unica soluzione a questa situazione è quella che parte dall’organizzazione diretta degli operai all’interno della fabbrica. Noi non siamo contrari ai sindacati, anzi pensiamo che se non ci fossero loro in moltissime fabbriche i padroni farebbero quello che vogliono e non rispetterebbero nemmeno i contratti. Purtroppo però contratti e sindacati non servono a niente se non sono i lavoratori stessi ad organizzarsi e decidere dei problemi che li interessano. Ai partiti (tranne quelli del padrone) noi diciamo di collaborare e pensiamo proprio che i partiti facciano questo errore: non si interessano degli operai. Che senso ha discutere dei problemi del mondo del lavoro in Parlamento e poi non andare davanti alle fabbriche? A cosa servono i partiti se poi non fanno niente in concreto per i lavoratori?».[48]

     Il testo rivela con chiarezza com’era inteso dagli studenti militanti dell’epoca il passaggio dalla militanza nella scuola a quella davanti ai cancelli delle fabbriche. Come si vede, nello stesso momento in cui gli studenti medi ottenevano l’assemblea trimestrale octroyée, gli studenti militanti incitavano gli operai a rivendicare un’organizzazione diretta assembleare all’interno della fabbrica. Come ben si vede, l’elemento di impegno civile è ancora del tutto presente, ma è ora allargato alla intera società e comincia a prospettarsi come un impegno per una trasformazione globale della società stessa. L’esigenza di un’alleanza tra operai e studenti è chiaramente avvertita e teorizzata. In altre parti del volantino vengono messi sotto accusa i fautori della divisione e si mostrano le prime vaghe tracce di una personalizzazione dello scontro, cioè della trasformazione della controparte, cioè di padroni, dirigenti e capi, in avversari personali. La personalizzazione dello scontro avrà purtroppo – seppure non nel caso alessandrino – conseguenze alquanto gravi e funeste nel proseguimento del Sessantotto rosso.

     – 18. Tra il ‘68 e il ‘69 l’unico partito politico a fare interventi significativi verso gli studenti e verso gli operai fu lo PSIUP. Documenti dello PSIUP alessandrino attestano come questo partito condividesse una prospettiva operaista, fosse aperto a un superamento della divisione tra lotta politica e lotta sindacale e a un incontro sul terreno del sociale tra le diverse componenti, soprattutto quella studentesca e quella operaia. Un gruppo eterogeneo di studenti militanti riferibile allo PSIUP (i volantini erano prodotti in Via Savonarola) si firmava “Lotta operaia” o talvolta FGS-PSIUP. Diversi dei loro volantini testimoniano di un intervento continuativo presso le fabbriche di Felizzano (Inves, Invex, Alfa Cavis) nell’estate del 1968 (si tratta dunque di uno dei primi interventi in campo operaio nel periodo che stiamo considerando). I volantini mostrano una conoscenza assai precisa e dettagliata del settore produttivo e delle questioni contrattuali. Il tentativo è quello di collegare le lotte degli operai della Fiat di Torino con quelli delle fabbriche di Felizzano che appartenevano all’indotto Fiat. Il linguaggio è piuttosto duro. Trascriviamo a mo’ di esempio la parte di un volantino dove si accenna proprio al rapporto tra studenti e operai:

     « […] in questo mese alla Fiat, la fabbrica da cui la vostra dipende, ci sono stati tre grossi scioperi, che hanno visto gli operai in massa fuori dai cancelli, realizzare grossi picchetti, impedendo ai crumiri di entrare. Gli operai hanno reagito con fermezza alla polizia, presente come sempre agli scioperi per proteggere gli interessi del padrone. Vi è stata in questi scioperi una grande novità: gli studenti universitari, impegnati nella lotta contro una scuola fatta su misura per chi ha i soldi, hanno partecipato in massa ai picchetti su richiesta degli operai stessi, hanno capito che la lotta per una società più egualitaria la si deve fare insieme agli operai. Essi hanno subito duramente la violenza della repressione poliziesca (tra gli arrestati c’erano studenti ed operai ed uno studente, Guido Viale, è ancora oggi in carcere).

     Quali sono le indicazioni che questi fatti ci danno?

I) Gli studenti hanno compreso che gli operai sono la forza decisiva della lotta contro la società sfruttatrice. Vengono per dare una mano, nei modi e nei limiti che gli operai scelgono di volta in volta. Non vengono per imporre delle loro iniziative particolari, o per fare casino, ma per agire insieme a tutti gli operai affinché la lotta continui nel modo più massiccio.

II) Gli operai del tanto decantato paradiso Fiat si sono rotti i coglioni di lavorare in un modo massacrante, di essere torchiati dai cottimi, di non avere nemmeno tempo di fumare una sigaretta, di essere comandati a bacchetta dai capi venduti al padrone, sono stufi ai farsi sfruttare per salari di fame.

     Hanno capito che occorre organizzarsi ed occorre lottare, non aspettare che facciano tutto i sindacati ma organizzarsi in fabbrica per lottare contro il padrone giorno per giorno, perché giorno per giorno i capitalisti intensificano lo sfruttamento con nuove torchiature nei ritmi di lavorazione.

     Il padrone ci sfrutta dentro la fabbrica ed è dentro la fabbrica che si combatte in modo decisivo il potere del capitale».[49]

     Nella prima parte del volantino si fa riferimento alle lotte alla FIAT nella primavera del 1968 che videro la partecipazione degli studenti davanti ai cancelli e che costituirono un’anticipazione di quella che diverrà poi la Assemblea operai – studenti di Mirafiori nel 1969. L’anno successivo, nel 1969, un gruppo d’intervento analogo, di carattere assai aperto e composito ma sempre riferibile allo PSIUP, pubblicava, nella tradizione operaista dei giornali di fabbrica, due numeri di un bollettino intitolato Operai e studenti (aprile e luglio 1969). Nel numero di aprile è contenuta un’interessante analisi, sulla quale tuttavia non possiamo qui dilungarci, su quella che era definita – già allora – come una crisi del movimento studentesco.

     Il “lavoro di fabbrica” svolto da un partito politico – dallo PSIUP o da gruppi di studenti e operai a esso riferibili – fu abbastanza un unicum. Di fronte agli interventi dei gruppi di studenti militanti, dei gruppi organizzati (ed eventualmente di partiti politici) il tradizionale confine stabilito tra la lotta sindacale e la lotta politica (tipico della tradizione socialista, comunista e marxista) veniva così sistematicamente stravolto. È bene ricordare che i tre sindacati confederali tacitamente aderivano alla teoria della cinghia di trasmissione. La lotta sindacale aveva la sua autonomia nello specifico, ma i sindacati nelle linee generali seguivano le impostazioni dei principali partiti di riferimento. Non a caso, in Italia, c’erano tre sindacati confederali, corrispondenti alla DC, al PSI e al PCI. È significativo a questo proposito che la FGCI – che accettava la cinghia di trasmissione (e dunque la divisione del lavoro tra sindacato e partito) – non fece mai interventi davanti alle fabbriche allo scopo di promuovere e organizzare le lotte interne. Si limitava alla distribuzione di qualche volantino di tipo politico[50] magari anche dai toni accesi, oppure di volantini di solidarietà con le lotte sindacali.

     – 19. Nel campo dei rapporti tra studenti e lavoratori, nel periodo prenatalizio del 1968 si ebbe un intervento di diverso tipo – realizzato questa volta in maniera più estemporanea sempre dal circolo Democrazia diretta – che ebbe una certa risonanza presso l’opinione pubblica e che, in un certo senso, anticipò quanto avverrà poi nel corso dell’autunno caldo dell’anno successivo. Non si trattò cioè di un “lavoro di fabbrica”, progettato e disteso nel tempo da un gruppo di intervento, bensì di un’attività di picchettaggio duro “davanti ai cancelli” in appoggio a una categoria di lavoratori in sciopero. Nel giorno 21 e 22 dicembre 1968 (con strascichi nei giorni seguenti) fu proclamato uno sciopero nazionale dei dipendenti del settore del commercio, la cui componente più nota era costituita dalle commesse dei grandi magazzini. In Alessandria si trattava di Standa e UPIM. Ovunque nel Paese furono messi in pratica da parte delle direzioni dei magazzini – si era sotto le feste natalizie – pesanti condizionamenti per indurre le dipendenti a non scioperare. In molte città allora gli studenti scesero in piazza in appoggio alle scioperanti e, soprattutto, contro la politica illiberale dei grandi magazzini. Il tutto si concretizzava in forma di volantinaggio e picchettaggio per informare della vertenza e dello sciopero e per distogliere i clienti dall’entrare a fare gli acquisti. Per i grandi magazzini si trattava di un danno economico rilevante. La polizia intervenne in molte situazioni e davanti ai grandi magazzini si ebbero scontri, tafferugli con seguito di denunce.[51] Anche ad Alessandria qualche centinaio di studenti militanti – più o meno riferibili al circolo Democrazia diretta – organizzò un picchettaggio piuttosto duro che dette luogo a tensioni, tafferugli con le forze dell’ordine e a un seguito di denunce.

     Anche in questo caso è chiara la questione della differenza, e nello stesso tempo della concomitanza, tra il Sessantotto civile e quello rosso. Le commesse dei grandi magazzini non potevano certo essere assimilate alla classe operaia rivoluzionaria – come poteva comparire nella visione di qualche militante particolarmente rosso. Quel che gli studenti confutavano era che fosse stata attuata una violazione arbitraria del diritto di sciopero da parte della dirigenza dei grandi magazzini. Si trattava dunque di una componente di Sessantotto civile, perfettamente compatibile con la democrazia e con la Costituzione. Tuttavia dietro i grandi magazzini aleggiava lo spettro del capitale, per cui la difesa della libertà di sciopero delle commesse poteva essere concepita solo come una prima tappa di una più ampia lotta contro il capitalismo. L’intervento repressivo della polizia a difesa dei grandi magazzini costituiva poi la prova evidente della collusione tra gli interessi economici e le pubbliche istituzioni come la polizia. Per difendere i diritti civili elementari occorreva intraprendere dunque una lotta più ampia per la trasformazione della società. In un contesto del genere è chiaro che la nozione stessa di legalità era sottoposta a una serie di stiramenti, tanto da giustificare, agli occhi dei militanti, una azione di massa e un picchettaggio duro. Questo esempio è utile per riflettere su quanto la componente civile e quella rossa del Sessantotto fossero ben distinte l’una dall’altra e, nello stesso tempo, davvero assai contigue.

     – 20. Un altro intervento – di cui abbiamo diversi volantini – è stato realizzato in epoca un poco più tarda[52] nell’autunno del 1969 alla Panelli di Alessandria (e poi proseguito a lungo). I volantini sono datati nel mese di settembre. Sono firmati “OPERAI STUDENTI”. Si parla di scioperi per il contratto collettivo nazionale, ma anche di una vertenza interna sull’orario di lavoro, contro la pretesa della direzione di imporre gli straordinari al di fuori di quanto previsto dal contratto. Il tono è estremamente duro. In uno dei volantini ci sono istruzioni dettagliate per il picchettaggio. I volantini mostrano una forte animosità nei confronti della Direzione, mostrano anche in questo caso i primi segni di una personalizzazione delle lotte – caratteristica questa che sarà tipica poi della formazione di Lotta continua. Mentre nei volantini dell’intervento alla Pasino si mostrava una palese attenzione pedagogica per il destinatario – nei volantini della Panelli si mostra un linguaggio progressivamente sempre più perentorio di agitazione e di chiamata all’azione. È chiaro che col trascorrere del tempo l’imperativo dell’azione sta prendendo il sopravvento sull’analisi della situazione e sulla maturazione dei destinatari degli interventi.

     In questo periodo presero forma altri interventi davanti alle fabbriche locali – che allo stato attuale non siamo in grado di documentare – come nei casi delle già citate fabbriche di Felizzano o di altre fabbriche alessandrine come la Baratta. In questo frangente non abbiamo comunque l’obiettivo di realizzare un resoconto esaustivo degli interventi che furono realizzati, quanto di comprenderne la tipologia e gli sviluppi.

     – 21. Nella prima metà del 1969 il movimento degli studenti medi continuò a svilupparsi nelle scuole alessandrine, sempre in base alla parola d’ordine dell’assemblea (della quale si chiedono ora nuove estensioni rispetto alle concessioni già ottenute) e con l’elaborazione di carte rivendicative interne. Il tutto viene sostenuto con un intreccio di scioperi e ora anche di occupazioni di istituti. Pur avendo raccolto e conservato diversi documenti, non siamo in grado qui di ricostruire nel dettaglio il quadro delle occupazioni dei vari Istituti. I documenti delle occupazioni, a dire il vero, non mostrano una grande qualità in termini di elaborazione teorica. Nel contesto delle occupazioni, le questioni di tattica immediata finivano evidentemente per prevalere di gran lunga sull’approfondimento e sulla redazione di documenti. Col tempo, le occupazioni cessano comunque di sorprendere e diventano in un certo senso un rituale consolidato, pur essendo sempre oggetto di pesanti pressioni repressive. In questo periodo si comincia a notare una certa qual novità, costituita dal fatto che alcuni scioperi di carattere nazionale proclamati dalle organizzazioni sindacali sembrano funzionare come occasione per la mobilitazione studentesca. Insomma, le grandi mobilitazioni sindacali nazionali diventano una specie di timer che finisce per scandire anche, pur nella loro autonomia, le scadenze delle lotte studentesche. Una particolare concentrazione di agitazioni si è registrata nel febbraio del 1969, in concomitanza con lo sciopero generale per la riforma delle pensioni (5/2/1969) proclamato da CGIL CISL UIL. Una serie di volantini riguardanti questa particolare occasione sono in grado di esplicitare quale fosse la dinamica sottesa a questa nuova forma di rapporto a distanza tra lotte studentesche e lotte operaie.

     Un documento intitolato Ipotesi organizzativa, datato 11 febbraio 1969, dalla scrittura invero alquanto frettolosa e firmato “Un gruppo di studenti del movimento studentesco”, fa il punto della situazione e pone il problema se partecipare o meno a uno sciopero operaio:

     «IPOTESI ORGANIZZATIVA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO.

I) Le lotte di Febbraio rappresentano un salto politico nello sviluppo del M.S. Alessandrino. Le caratteristiche di fondo:

a) la scelta dell’occupazione come momento di potere studentesco e di progettazione e attuazione di una pratica politico-culturale di massa alternativa alla cultura congelata ed atomizzata tipica della scuola.

b) il tentativo di rompere la struttura verticale che caratterizza i momenti di potere decisionale nella scuola e nella società e l’impostazione dell’assemblea come momento di crescita collettiva.

c) L’individuazione delle radici dell’autoritarismo nella funzione di repressione controllo che la scuola esercita per conto del potere statale ed economico e quindi la presa di coscienza del carattere distorto della cultura – informazione come momento di organizzazione del consenso (tentativo di opporsi ai [ … ] tramite la contro informazione).

d) Legame corretto instaurato tra scuola e società che ha portato alla decisione di intervenire in appoggio allo sciopero operaio del 5 Febbraio.

     Rendono necessario porsi il problema dell’organizzazione permanente del Movimento studentesco».[53]

     Allo sciopero del 5 febbraio sulle pensioni aveva fatto seguito, la settimana successiva, un altro sciopero (12 febbraio 1969) contro le gabbie salariali. In un volantino di Servire il popolo si trova traccia del tentativo – in questa successiva occasione – di portare gli studenti in massa davanti alle fabbriche locali. Naturalmente qui non si tratta più del “lavoro di fabbrica”. Siamo piuttosto nel campo del tentativo di produrre una radicalizzazione politica dei singoli studenti attraverso il contatto diretto – seppure solo nell’ambito di una manifestazione tenuta in un giorno di sciopero – con la realtà del mondo del lavoro. Ricorda, tutto ciò, i cortei di studenti che nel Maggio francese partivano dal centro di Parigi per andare verso le fabbriche della periferia.

     «studenti,

     lo sciopero generale per le pensioni ha visto, per la prima volta in Alessandria, un autentico incontro nella lotta di studenti ed operai. Per la prima volta abbiamo discusso con i lavoratori, abbiamo scambiato esperienze, abbiamo preso accordi per continuare a batterci uniti contro il capitalismo. Ci siamo dati appuntamento per lo sciopero generale contro le zone salariali che si effettuerà mercoledì.

     IL 12 GLI OPERAI CI ASPETTANO DAVANTI ALLE FABBRICHE !

     Non entriamo, per un giorno, nei “sacri recinti della cultura” (dove ci reprimono e ci raccontano un sacco di balle) ed uniamoci ai lavoratori che da anni conducono la lotta contro i padroni delle fabbriche e delle scuole.

     Uniamoci, in modo organizzato e senza spontaneismi, sulla base di un programma comune e di organismi simili. Il programma è la lotta contro lo sfruttamento, l’alienazione, l’autoritarismo, contro il capitalismo, in una parola è la lotta per il comunismo.

     Gli strumenti organizzativi sono i CONSIGLI OPERAI cioè i SOVIET, nelle fabbriche e le assemblee di istituto nelle scuole.

     Abbandoniamo le quattro mura stantie delle scuole dove possiamo rimanere chiusi per settimane senza cambiare niente, quando non finiamo con le occupazioni concordate con il preside (esempio le magistrali) o con le richieste di sconti per le gite scolastiche, guadagnandosi le lodi ed i panini dei revisionisti.

     Mercoledì, ore 7,30,tutti davanti alle fabbriche di Alessandria, davanti alla Panelli, alla Sila, Baratta, all’Olva».

     I toni del volantino sono piuttosto volgari (“ci raccontano un sacco di balle”) e mostrano un certo dottrinarismo dozzinale, come l’accenno ai soviet. È abbastanza chiaro come in questo caso i contenuti di un Sessantotto civile lascino il posto ai contenuti di un Sessantotto rosso o se si preferisce a una loro fantastica rappresentazione. Il volantino ci fornisce comunque, indirettamente, alcune piccole preziose osservazioni di costume. L’accenno alle occupazioni concordate con il preside mostra indirettamente come, nel 1969, l’occupazione delle scuole aveva assunto quasi un carattere rituale e, in alcuni casi, ci si poteva effettivamente accordare col preside. I “panini dei revisionisti” allude al fatto che, in taluni casi, alcuni rappresentanti politici locali, in segno di solidarietà con il movimento, avevano più volte provveduto a rifocillare gli studenti occupanti con panini, bevande, coperte e simili.

     – 22. La seconda metà del 1969, tra il settembre e il dicembre, è quella conosciuta come “autunno caldo”. Nell’autunno caldo del 1969 si andò decisamente oltre gli interventi degli studenti militanti davanti ai cancelli, che pure continuavano con alterne fortune. Le ripercussioni delle lotte sindacali nazionali che si stavano intensificando finirono per determinare indirettamente – senza che ciò fosse minimamente preordinato – i ritmi e le scadenze del movimento degli studenti nelle varie scuole. Ciò prova la sussistenza di una sorta di effetto di reciprocità delle lotte degli operai e degli studenti, nella direzione della radicalizzazione ma anche – è bene averlo presente – nella direzione di una moderazione delle posizioni più estreme degli studenti militanti. Si poteva ben pensare, dottrinariamente, che i sindacati fossero dei revisionisti, ma di fronte a uno sciopero sindacale per la casa o per le pensioni, o contro le gabbie salariali, era davvero difficile non aderire. Grazie all’effetto di reciprocità, accadde anche, in questo periodo, che alcune parole d’ordine degli studenti si trasferissero effettivamente nel mondo operaio (un esempio per tutti, la parola d’ordine dell’assemblea). D’altro canto – le costanti occasioni di mobilitazione, un intreccio di scioperi delle varie categorie, ai vari livelli, provinciali e nazionali, fornirono agli studenti medi svariate occasioni per scendere in sciopero e/o per occupare gli istituti. Accadeva sempre più spesso che si sfruttasse l’occasione di uno sciopero nazionale operaio per scendere in sciopero, sia per appoggiare gli obiettivi degli operai sia per promuovere le proprie piattaforme interne di istituto.

     – 23. Una serie di quattro dei nostri volantini ruota intorno al periodo tra il 15 ottobre e il 19 novembre 1969 ed esemplifica compiutamente questa dinamica. Il 15 ottobre si tenne in Alessandria uno sciopero provinciale organizzato da CGIL, CISL e UIL contro il carovita che, a quanto pare, ebbe un successo notevole, poiché il giornale cittadino parlò di un «imponente corteo per le vie cittadine» e ne pubblicò un paio di foto in prima pagina. Il 19 novembre è la data dello sciopero generale contro il caro affitti e per la casa.

     I volantini sono tutti firmati come movimento studentesco. Il primo, che ha la data del 13 ottobre, fa il punto sulla lotta interna alle scuole e prospetta la necessità di un collegamento con le lotte sociali. Il secondo è un volantino di sintesi, un foglietto (mezza pagina) che riassume in forma sintetica, in pochi punti, le rivendicazioni e si intitola «Lottiamo per». Erano le parole d’ordine confezionate per essere distribuite al momento dello sciopero ai partecipanti e al pubblico. Il terzo volantino, datato 15 ottobre (il giorno stesso dello sciopero provinciale) analizza le motivazioni per cui operai e studenti avrebbero dovuto confluire nella lotta e quindi partecipare allo sciopero. Il quarto volantino non è datato ma è riferibile al periodo successivo allo sciopero del 15 ottobre, visto che anticipa la scadenza e le motivazioni per la partecipazione al successivo sciopero nazionale del 19 novembre 1968, sempre sui temi del caro affitti e della casa.

     – 24. Il primo volantino della serie è interessante – considerato il fatto che siamo in pieno autunno caldo – poiché si tratta di un tipico volantino che segna la volontà di una ripresa del movimento studentesco nelle scuole dopo la sospensione estiva e nel contempo prospetta una rassegna dei problemi aperti, compreso il problema del collegamento con le lotte operaie. Riportiamo alcuni passi particolarmente significativi:

     «STUDENTI. Nell’assemblea di venerdì avevamo cercato di discutere i problemi che si pongono quest’anno al Movimento Studentesco e quale linea politica si sarebbe potuta adottare. Ci si trova nella necessità da un lato di usare correttamente gli strumenti conquistati l’anno scorso (assemblea ecc.), dall’altro di creare un’organizzazione che ci permetta di essere costantemente presenti all’interno della scuola e che garantisca un collegamento con situazioni esterne alla scuola ma in cui ci sono ugualmente delle contraddizioni che si ripercuotono sulla società e sulla scuola e questo per evitare di ricadere in un movimento corporativo e senza sbocchi.

     Si tratta di:

     -analizzare le condizioni e la situazione di ogni istituto

     -verificare la possibilità di collegamento a livello cittadino con gli altri istituti

     -chiarirci come intendiamo gestire gli strumenti ottenuti l’anno scorso (assemblea, ciclostile, ore di discussione)

     -analizzare quali sono stati gli effetti, se ce ne sono stati, delle riforme dell’anno scorso (esami ecc..)

     -vediamo che posizione intendiamo prendere, come Movimento Studentesco, in un ambito di lotte che coinvolgono le forze sociali della città (es. sciopero e manifestazione per gli affitti di mercoledì)»[54]

     Lo sciopero cui si accenna è lo sciopero provinciale del mercoledì 15 ottobre 1969 contro il carovita. Come si vede, le tematiche civili continuano ad avere un ampio spazio, dalle modalità di utilizzo del ciclostile fino alle ore di discussione, fino alla liberalizzazione dell’esame di stato che era stata appena ottenuta, tra febbraio e aprile 1969. D’altro canto si pone il problema dell’eventuale adesione allo sciopero per il carovita, e poi altro ancora. Il volantino, assai correttamente, pone i problemi all’ordine del giorno e non predica quali siano le soluzioni da adottare.

     L’altro volantino in formato mezzo A4, finalizzato chiaramente per essere distribuito durante lo sciopero, così riassume le motivazioni dello sciopero:

     « LOTTlAMO PER

     1 BATTERE I TENTATIVI DEI PRESIDI TI SVUOTARE LE GIA’ PICCOLE CONQUISTE DEGLI SCORSI ANNI

     2 CONTRO LA SCUOLA DEI PADRONI E LA SOCIETA’ DI CLASSE

     3 PER UNIFICARE POLITICAMENTE LE LOTTE OPERAIE E STUDENTESCHE

     4 PER COSTRUIRE L’ORGANIZZAZIONE AUTONOMA DEGLI SFRUTTATI

     5 PERCHÈ LA LOTTA NELLA SCUOLA DIVENTI UNO DEI MOMENTI DELLA LOTTA CHE PIU’ STRATI SOCIALI STANNO CONDUCENDO IN QUESTI GIORNI

     6 PER CERCARE MOMENTI DI COLLEGAMENTO (COME LA CASA DELLO STUDENTE E DELL’OPERAIO) CON LA CLASSE OPERAIA

     PARTECIPIAMO AL CORTEO OPERAIO E DISCUTIAMO DI QUESTA GIORNATA DI LOTTA

     cicl in propr Al 15 10 69 movimento studentesco»[55]

     Assai significativo è l’invito agli studenti di partecipare al corteo operaio. Come si vede, è fatto il massimo sforzo per sintetizzare le ragioni della unità di azione tra studenti e operai. Fino a un collegamento davvero bizzarro ma altamente simbolico come la «Casa dello studente e dell’operaio». Data la stringatezza, i toni qui si fanno più radicali. Tuttavia è davvero interessante l’accostamento tra la difesa delle «già piccole conquiste degli scorsi anni» e la lotta «contro la scuola dei padroni e la società di classe». È chiaro che gli scioperi generali del mondo operaio stanno offrendo agli studenti l’occasione per la mobilitazione sulle proprie rivendicazioni interne e per trovare uno sbocco esterno. Sul piano cognitivo, le lotte degli operai e degli studenti sono unificate secondo la allora diffusa convinzione per cui non si può cambiare la scuola senza cambiare la società.

     – 25. Il terzo volantino, davvero significativo per la nostra indagine, datato 15 ottobre (cioè il giorno stesso dello sciopero contro il carovita) è rivolto esplicitamente agli operai e spiega in forma assai chiara e articolata le motivazioni della unità d’azione tra operai e studenti.

     «OPERAI. Durante le lotte dello scorso anno abbiamo capito che se le lotte studentesche rimangono circoscritte al mondo della scuola, portano a concessioni che non incidono sui problemi o vengono snaturate e finiscono quindi col non cambiare niente.

     La scuola non è un mondo staccato, autonomo, è fatta in un certo modo perché è collegata a una società fatta in un certo modo e non è tollerato nessun cambiamento che non sia tollerabile dalla società; chi ha il potere nella società lo ha anche nella scuola: le strutture scolastiche obbediscono ad una logica che è quella che dirige la società.

     Per cambiare la scuola bisogna colpire i centri di potere reale che attraverso una serie di gerarchie e collegamenti più o meno evidenti decidono tutto nella società, a partire dal mondo del lavoro e della produzione per arrivare alla scuola e alle altre istituzioni marginali.

     Tali centri di potere reale trovano l’origine della loro forza nel mondo del lavoro, sono i padroni, i padroni delle fabbriche, delle banche, sono quelli che pur senza essere famosi sono molto più importanti delle persone famose, sono gli stessi contro cui lottano operai e contadini.

     Cioè la scuola è dei padroni, ma il potere dei padroni è quello economico e non la loro cultura anche se è fatta per i loro bisogni e per soddisfare le loro esigenze.

     Abbiamo capito che se vogliamo cambiare la scuola dobbiamo collegarci alla classe operaia (non vogliamo che la scuola sia un ghetto d’oro in una società di merda).

     Per questo aderendo alla giornata di lotta e alla manifestazione d’oggi portiamo come contributo le nostre esperienze di lotta e invitiamo gli operai:

     1) A REALIZZARE I COMITATI UNITARI DI BASE, ESPRESSIONE DIRETTA DELLA VOLONTA’ COLLETTIVA.

     2) A GESTIRE IN PRIMA PERSONA LA LOTTA E LA DEFINIZIONE DEGLI OBBIETTIVI.

     3) A REALIZZARE NELLA LOTTA L’UNITA’ CON GLI STUDENTI.

     Ricordiamoci che per affermare il potere operaio nella fabbrica occorre realizzare l’organizzazione autonoma degli sfruttati che contrasti il potere dei padroni in ogni istituzione.

     IL POTERE SI PUO’ CONQUISTARE IN FABBRICA SOLO SE LO SI CONQUISTA NELLA SOCIETA’».[56]

     È oltremodo interessante l’invito agli operai, sulla base dell’esperienza stessa degli studenti, a dare forma alla loro volontà collettiva attraverso comitati unitari di base. C’è qui ovviamente l’eco della costituzione dei CUB alla Pirelli nel giugno del 1969, dopo le precedenti esperienze di lotta. Si tratta in ogni caso obiettivamente di un invito implicito a superare la divisione tra le sigle sindacali e a costituire un organismo di lotta gestito autonomamente dai lavoratori. Questo progetto di unità sindacale e di sindacato dei consigli, com’è noto, sarà realizzato solo dalla FLM nel 1972 e non durerà più a lungo del Sessantotto (si veda oltre).

     – 26. Il quarto volantino della serie s’intitola “Lotta proletaria contro la scuola” e affronta il problema della repressione nei confronti degli studenti, in seguito allo sciopero precedente, e propone il coinvolgimento degli studenti nello sciopero generale del mese successivo.

     «Lo sciopero dei 15 ottobre, in cui gli studenti, per la prima volta, hanno partecipato ad una lotta sociale, della classe operaia ha provocato, in parecchie scuole, un inasprirsi della repressione e del controllo, dovuto al timore che le lotte studentesche e operaie si possano saldare diventando lotte di massa contro la scuola e la società capitalistica oppressiva e sfruttatrice.

     CONTINUARE LA LOTTA SULLA STRADA INDICATA DALLO SCIOPERO DEL 15

     —poteva portare a smascherare e ad attaccare la scuola come lo strumento con cui si giustifica la divisione e la stratificazione interna al proletariato, cioè interna alla classe sociale che, in quanto sfruttata, deve essere unita contro chi la sfrutta e la opprime

     —poteva portare gli studenti ad intraprendere una serie di lotte a fianco degli operai contro la logica del profitto capitalista che non si accontenta dello sfruttamento in fabbrica o dell’indottrinamento a scuola, bensì fa ricadere sulle spalle di operai e studenti tutta una serie di costi come ad esempio, LA CASA (peso degli affitti sul salario) CARO-VITA (cioè aumento dei prezzi per annullare gli aumenti salariali) I TRASPORTI, ECC.

     Di fronte a questo pericolo di generalizzazione delle lotte sociali, i padroni, od i loro servi, (presidi o professori) cercano di portarci a lottare contro le sospensioni, contro organi fantasma come i consigli dei rappresentanti, contro l’inasprimento dell’autoritarismo e del controllo.

     Contro questo tentativo di farci fare lotte difensive dobbiamo avere la capacità di fare lotte di attacco alla struttura scolastica e alla società capitalista.

     LO SCIOPERO DEL 19 PUO’ ESSERE UNA OCCASIONE PER DIMOSTURE AI PADRONI CHE IL LORO TENTATIVO STA’ FALLENDO MISERAMENTE DI FRONTE ALLA PRESA DI COSCIENZA DEGLI STUDENTI E ALLA LOTTA DELLA CLASSE OPERAIA.

     PER DISCUTERE DI CIO’ E DEI METODI DI LOTTA TROVIAMOCI ALLE 17 OGGI

     AL LICEO MUSICALE VIA PARMA 1 PER UN’ASSEMBLEA GENERALE

     Cicl. in pr.».[57]

     L’accenno allo “sciopero del 19” si riferisce allo sciopero generale contro il caro affitti e per la casa proclamato da CGIL CISL E UIL per il 19 novembre 1969. Il volantino illustra bene il ciclo della progressiva radicalizzazione, per cui una prima azione dà luogo a svariate forme di repressione. La repressione diventa a sua volta un obiettivo della contestazione e ciò non fa altro che alimentare ulteriormente la radicalizzazione. Il linguaggio si è alquanto volgarizzato e indurito: ora presidi e professori sono apertamente apostrofati come «servi dei padroni». La repressione da parte dell’organizzazione scolastica finisce oltretutto per diminuire progressivamente gli spazi di trattativa per i cambiamenti interni relativi alle forme di rappresentanza studentesca e alla didattica. È interessante comunque il fatto che le iniziative di partecipazione agli scioperi fossero comunque decise assemblearmente, seppure dagli studenti più attivi, nella storica sede di via Parma 1.

     – 27. Con la conclusione dell’autunno caldo si entra in una fase relativamente nuova. Nelle scuole viene meno il volano della mobilitazione operaia nazionale e il movimento studentesco si trova ad attraversare una fase di incertezza. Le occupazioni, pur non trovando opposizione da parte degli studenti, hanno per lo più visto la partecipazione di una minoranza, seppur talora consistente. Le elaborazioni condotte dai gruppi di lavoro durante le occupazioni stesse non riescono tuttavia a diventare operative e non riescono a remunerare gli sforzi compiuti. Il momento dell’occupazione finisce così col restare un momento separato dall’attività scolastica ordinaria, la quale non ne viene trasformata se non in minima parte. Le occupazioni riescono al più a riprodurre la schiera degli studenti militanti ma non riescono a intaccare la quotidianità del lavoro scolastico. Occorre anche tener conto del fatto che i primi studenti militanti dell’anno scolastico ‘67/ ‘68 sono ormai usciti e che ora si affacciano alla ribalta i più giovani.

     In questo periodo – ci informano i volantini – si svuota progressivamente l’obiettivo originario dell’assemblea intesa come spazio di autonomia degli studenti dentro la scuola. Circola sempre più l’idea che il movimento degli studenti sia costituito, in ciascuna scuola, da un nucleo di attivisti militanti, una specie di comitato di base, molto simile a un CUB di fabbrica, ospitato nei locali della scuola e che usufruisce di alcune risorse della scuola messe a disposizione, cui si cerca i dare una consistenza permanente. Spetta ora a questi comitati di base – secondo la loro consistenza e la loro forza – di tenere i rapporti con la maggioranza degli studenti, organizzare le mobilitazioni interne e i contatti con l’esterno, di contrattare eventualmente il da farsi con i presidi e professori. A questi nuclei di militanti interni si rivolgeranno i nuovi gruppi politici organizzati extra parlamentari che sono ormai in formazione. Il circolo Democrazia diretta – già in crisi da tempo – non ha più ragion d’essere e al suo posto si aprono le sedi dei diversi gruppi organizzati. In questa nuova situazione, i militanti studenti tenderanno dunque a far riferimento ai diversi gruppi organizzati all’esterno della scuola. Non ci saranno più tentativi di coordinare il movimento degli studenti a livello territoriale, fino a quando non subentreranno gli organi collegiali (DPR n. 416 del 31 maggio 1974) con i Distretti scolastici (poi aboliti). Tra la fine del 1969 e il primo 1970 dal nucleo originario di Democrazia diretta, cui si erano uniti diversi operai reclutati nel frattempo grazie agli interventi di fabbrica, nasce il gruppo locale di Lotta continua. I primi volantini di Lotta continua di cui disponiamo, ciclostilati nella nuova sede di Via Morbelli, risalgono al febbraio 1970. Avanguardia operaia ad Alessandria si costituisce in un momento successivo, in via Solero. Si consolida ulteriormente la galassia «emme-elle» in via 1821. Tutti questi gruppi hanno un certo qual successo nel reclutamento degli attivisti poiché tra i militanti, sia studenti sia operai, che si sono formati durante l’ormai lungo ciclo di lotte, è assai forte la domanda di uno sbocco politico. Tutto ciò finisce per inasprire ulteriormente le differenze tra chi decide di permanere nella militanza e chi invece decide di lasciar perdere. La scelta di perseverare nella militanza nonostante l’affievolimento del movimento implica l’esigenza di un’ulteriore radicalizzazione e di una marcatura sempre più netta dei confini noi-loro.

     – 28. Dando ora uno sguardo allargato oltre alla dimensione locale, l’incontro tra gli studenti e gli operai ebbe alcuni effetti di ordine generale che val la pena di segnalare. La presenza davanti alle fabbriche degli studenti militanti e le comuni iniziative di partecipazione agli scioperi per i contratti sortirono indubbiamente l’effetto di mettere in discussione il monopolio della rappresentanza dei sindacati confederali, mettendo sul campo un’ampia nuova gamma di opzioni rivendicative e di metodi di lotta.[58] Ciò contribuì indubbiamente a una radicalizzazione delle lotte e in taluni casi a una loro politicizzazione – nel senso del tentativo di superamento del confine tradizionale tra la lotta economica e la lotta politica. Naturalmente occorre tener conto del fatto che l’incontro tra le due componenti, studentesca e operaia, fu ben diverso – per il numero di militanti coinvolti, per la radicalità delle rivendicazioni e dei metodi di lotta, per la durata dei conflitti – tra le situazioni locali, come quelle di Alessandria, e le situazioni di punta, come ad esempio la Fiat Mirafiori o Porto Marghera. Sulle lotte del periodo nei grandi centri e sui loro rapporti con i sindacati confederali c’è ormai un’ampia letteratura, anche se manca tutt’ora un quadro d’insieme.

     Una conseguenza macroscopica dell’incontro tra studenti e operai, avvenuto un po’ ovunque, nei grandi e nei piccoli centri, si ebbe a livello nazionale nella formulazione delle piattaforme contrattuali del 1969. Non possiamo qui entrare nel merito dello stress cui le lotte autonome di operai e studenti hanno sottoposto le dirigenze sindacali e dei loro tentativi di recuperare la situazione. In ogni modo, nell’Autunno caldo (settembre – dicembre 1969) tra le rivendicazioni strappate alla controparte ci furono gli aumenti uguali per tutti e il diritto di assemblea. Erano questi obiettivi del tutto estranei alla tradizionale cultura sindacale, obiettivi che furono indubbiamente determinati dalla presenza degli studenti militanti e degli operai di nuovo tipo, gli operai di massa, che si erano radicalizzati e, in qualche misura, politicizzati.

     L’incontro tra gli studenti militanti e i nuovi operai di massa ebbe, per il movimento sindacale, un’importante conseguenza di ordine organizzativo. Il 24 luglio 1972 si ebbe la soppressione di FIM, FIOM e UILM e la costituzione ufficiale della FLM. I metalmeccanici promuovevano così il loro sindacato unitario. Ciò determinava – in quella che era la più rappresentativa categoria dei sindacati dei lavoratori – il superamento della storica divisione sindacale tra le tre sigle, mostrando che si era spezzata la cinghia di trasmissione con i partiti politici e che ora il riferimento era costituito dalla base dei lavoratori, i quali si esprimevano democraticamente nell’assemblea di fabbrica. Il fatto aveva importanti conseguenze nell’elezione dei delegati (eletti ora su scheda bianca) e nella costituzione dei Consigli di fabbrica. È stata questa senz’altro una delle più importanti conquiste civili del Sessantotto italiano, che tuttavia finirà ben presto, proprio con la fine del Sessantotto (vedi oltre).

     – 29. Negli anni seguenti si ebbe ancora uno strascico, di grande interesse, pienamente collegabile all’incontro tra gli studenti militanti e gli operai di massa. Un capitolo che vide l’inversione del percorso studentesco dalla scuola alla fabbrica, vide cioè l’ingresso degli operai nel mondo della scuola. Uno dei successi più significativi del contratto nazionale dei metalmeccanici del 19 aprile 1973 (i contratti erano triennali), fu il riconoscimento per gli operai delle “150 ore” per il diritto allo studio, istituto poi esteso anche ad altre categorie.[59] Le “150 ore” suscitarono grandi aspettative tra militanti, intellettuali, operatori scolastici, poiché si riteneva, programmaticamente, che l’ingresso degli operai nella scuola avrebbe finalmente dato luogo allo sviluppo di una cultura alternativa a quella dominante (obiettivo che godeva di un grande consenso, fin dai tempi di don Milani) e ancor più, in particolare, alla formazione di una scienza operaia alternativa che avrebbe dovuto trovare impiego nelle lotte, soprattutto nel campo della organizzazione del lavoro. Questa operazione avrebbe dovuto comportare finalmente, oltre a un rafforzamento generale della classe operaia nella sua capacità di condurre il conflitto di classe, un radicale rinnovamento della scuola – proprio quel rinnovamento che gli studenti avevano cercato di realizzare nelle scuole medie e nell’Università ma che non era mai propriamente avvenuto. Finora erano stati gli studenti ad andare davanti ai cancelli; ora gli operai facevano il loro ingresso nelle aule e si presupponeva che lo avrebbero fatto come classe e non come singoli individui.

     Proprio in Alessandria si realizzò – grazie alla visione e all’impegno del prete operaio Giovanni Carpené – una delle esperienze di “150 ore” più avanzate. I vari tipi di corsi continuarono per quasi tutti gli anni Ottanta, coinvolgendo migliaia di lavoratori e centinaia di insegnanti e operatori dell’istruzione – tra i quali si ritrovò anche l’autore delle presenti note. Si tratta di un’esperienza che attende ancora di essere tratta dall’oblio, studiata e valutata storicamente. Per intanto, alla luce della nostra distinzione tra i vari tipi di Sessantotto, possiamo asserire che con le “150 ore” gli operai entravano nella scuola, per usufruire del diritto all’istruzione in quanto cittadini, e qui stava una importante componente civile, ma anche e soprattutto per portare nella scuola il punto di vista del mondo operaio, per combattere cioè la “cultura borghese” della famosa professoressa. E qui stava la componente rossa. All’inizio (soprattutto negli ambienti della FLM, dove era maturata la rivendicazione delle 150 ore) prevalse nettamente la prospettiva rossa, mentre nella pratica, a poco a poco, col trascorrere del tempo, finì per affermarsi quasi esclusivamente la prospettiva civile. Talvolta, addirittura, la componente civile fu ridotta a un esercizio davvero superficiale del diritto allo studio per lo scopo, eminentemente strumentale, di avere il «pezzo di carta».

     Un chiaro supporto a questa ipotesi di slittamento dell’obiettivo era emerso – fin dai primi anni Ottanta – da due indagini approfondite sugli effetti dei corsi sui partecipanti, compiute proprio in Alessandria. Una indagine di carattere psicosociologico era stata condotta da Giuseppe Carpené[60] e l’altra, di carattere sociologico, da Amisano & Rinaldi.[61] Entrambe le ricerche smentivano nettamente le teorie e le aspettative della componente rossa. La frequenza dei corsi non induceva trasformazioni rilevanti nel self dei partecipanti e, soprattutto, non contribuiva a diminuire il loro livello di fatalismo (per la cui misurazione era stata usata la scala di Rotter di controllo interno-esterno). Secondariamente, nell’immagine della società dei corsisti non era stato possibile identificare una struttura stabile in termini di coscienza di classe (per la cui rilevazione era stato usato l’impianto teorico di Blackburn & Mann 1975). Le due ricerche – allora non se ne poteva avere una piena consapevolezza – mettevano in luce sia la debolezza intrinseca sia la progressiva dissoluzione di quel tipo di classe operaia che si era prodotta nel nostro Paese nei due decenni precedenti. Quell’operaio di massa che nell’ambito del Sessantotto rosso si era creduto potesse costituire il soggetto rivoluzionario per eccellenza.

     – 30. Con ciò poniamo termine all’esame delle linee generali degli eventi relativi all’incontro tra operai e studenti – come si possono ricostruire a partire dai volantini e dai documenti che abbiamo a disposizione – e procediamo a qualche ulteriore osservazione analitica. I tipi d’incontro tra studenti e operai furono, dunque, sostanzialmente due: quelli assai approfonditi e raffinati “davanti ai cancelli”, a opera di piccoli gruppi di studenti militanti che facevano il “lavoro di fabbrica”, facendosi portatori di istanze di auto organizzazione, di assemblearismo ed egualitarismo, e quelli più “istituzionali” che avvenivano tra le due componenti, in un certo senso per solidarietà e comunanza di obiettivi, soprattutto in occasione dei grandi scioperi dei lavoratori e delle relative manifestazioni, specie durante l’autunno caldo. Il primo era un tipo di incontro ad alta intensità emotiva e cognitiva ma a più ristretta partecipazione, mentre il secondo era piuttosto a bassa intensità e a più ampia e diffusa partecipazione. Si tratta di modalità di incontro assai diversificate che dovrebbero essere esaminate nei loro dettagli, onde rifuggire da romantiche interpretazioni. Da questo quadro deriva comunque che gli studenti militanti che facevano il “lavoro di fabbrica” furono sempre una minoranza, per ristretta o diffusa fosse la partecipazione, anche se l’incontro di per sé ebbe una grande risonanza ed ebbe delle notevoli conseguenze.

     Per completare il quadro, va segnalato che altrove, in alcune situazioni legate a grandi città e/o a grandi fabbriche, si aggiunse un’ulteriore modalità di mobilitazione, che può esser utilmente tenuta distinta dal generico “lavoro di fabbrica” che abbiamo descritto, e cioè quella della assemblea operai – studenti. Questa modalità di incontro può essere considerata come uno sviluppo ulteriore del “lavoro di fabbrica”, in tutte quelle situazioni che potevano vedere la presenza e l’impegno di una notevole quantità di militanti, sia studenti sia operai. Il modello tipico è quello che si sviluppò a Mirafiori e che ebbe una notevole importanza nello sviluppo del ciclo di lotte alla FIAT.[62] Simili esperienze si ebbero con i CUB alla Pirelli e a Porto Marghera. Dopo il 1970, con la formazione dei gruppi extraparlamentari, accadde che taluni gruppi, in particolare Lotta continua, divenissero di fatto – per lo meno in certi periodi – l’espressione politica dei militanti operai che conducevano le lotte extra sindacali in fabbrica. Si veda, in proposito, Cazzullo 1998.

     – 31. L’incontro “davanti ai cancelli” fu anche un incontro che ebbe in molti casi una dimensione umana che potremmo classificare sotto l’etichetta del nostro Sessantotto espressivo o esistenziale. È questo un aspetto che meriterebbe un’indagine approfondita, che qui non possiamo tuttavia condurre. Non possiamo qui neppure affrontare il problema di «chi c’era» dietro ai cancelli, cioè la problematica relativa al famoso operaio di massa che fu oggetto di notevoli speculazioni sociologiche e politologiche. Ad ogni modo, la comune militanza tra operai e studenti permetteva lo sviluppo di relazioni interpersonali che andavano di norma ben oltre la sfera strettamente politica. Si svilupparono talvolta profonde relazioni di amicizia. Studenti e operai potevano tranquillamente frequentare gli stessi ambienti, le stesse osterie, potevano passare insieme il momento del tempo libero, andare insieme in vacanza. Le fogge del vestire erano assai simili, si cantavano le stesse canzoni, si parlava lo stesso linguaggio politichese. Alcuni militanti operai divennero assai popolari tra gli studenti e alcuni studenti decisero di smettere di studiare e di andare a cercarsi un lavoro in fabbrica. Non furono moltissimi, ma ci furono. Con la formazione dei gruppi politici organizzati, dopo il 1970, diversi militanti, studenti o operai che fossero, divennero funzionari politici a tempo pieno, confondendo così ancor di più le loro reciproche provenienze.

     Tutto questo per dire, in estrema sintesi, che tra il 1968 e il 1969 si formò – tra gli operai e gli studenti militanti – un nuovo milieu sociale, una fitta trama di rapporti che aveva una doppia caratterizzazione: da un lato frequenti incontri faccia a faccia, a livello di gruppo, che determinavano una specie di fusione collettiva[63] e, dall’altro, la costruzione – sul piano cognitivo – di una specie di comunità immaginata, nel senso di Anderson, ricca di elementi culturali, ideologici e simbolici.[64] Tutto ciò non poteva che trasformare profondamente il self di ciascuno di coloro che erano coinvolti e determinare così una nuova identità collettiva. Si trattava, per chi ebbe l’occasione di viverla, di una esperienza totale. La comunità immaginata si costruiva sia a livello globale, puramente sulla base di informazioni provenienti dall’esterno (di questo tipo è stata, ad esempio, la solidarietà mondiale per la resistenza vietnamita, per Praga invasa dalle truppe sovietiche o per il Cile di Salvador Allende), sia a livello delle concrete interazioni faccia a faccia, come quelle che si venivano a determinare in una occupazione, in un corteo, in un intervento davanti ai cancelli o in una rivolta collettiva come quella di Corso Traiano o, ancora, in un corteo interno o in un blocco di una catena di montaggio. Accadeva così che l’impegno quotidiano di militanza nel proprio gruppo assumesse il respiro di una battaglia universale, carica di valori morali e di motivazioni profonde. Una battaglia che poteva giustificare i più incredibili sacrifici personali. Con ciò non si vuol minimamente suggerire che si trattasse di una nuova comunità idilliaca: i distinguo ideologici, le spaccature politiche, spesso anche le fratture personali, talvolta anche le piccole meschinità, erano comunque sempre all’ordine del giorno. Fu comunque questo nuovo milieu sociale, dotato di vincoli assai profondi e permanenti, sia sul piano emotivo sia su quello cognitivo, che renderà possibile la procrastinazione del Sessantotto operaio e studentesco ben oltre il periodo del 1967-1969. Se mai ci fu in Italia un lungo Sessantotto, questo fu reso possibile in primo luogo dalla formazione di questo nuovo milieu sociale, in cui ormai permanentemente abitavano, agivano insieme, e crescevano materialmente e idealmente, i nuovi protagonisti.

     – 32. Mentre l’incontro tra studenti e operai – per quanto nelle forme limitate che abbiamo descritto – è avvenuto effettivamente e ha prodotto qualcosa di nuovo, comunque lo si voglia oggi giudicare, non si può dire la stessa cosa per la dimensione interna alla scuola, dove non si riuscirà mai a realizzare – salvo casi assai limitati – un terreno comune tra studenti, insegnanti e presidi per cambiare l’organizzazione degli studi. Insegnanti e presidi costituiranno sempre una controparte. Del resto gli stessi limiti si stavano riscontrando nelle Università, anche dove si era cercato di sperimentare qualche innovazione nella organizzazione degli studi.[65] Le pur prolungate lotte degli studenti non riuscirono a ottenere alcuna effettiva riforma della scuola e dell’Università. I provvedimenti legislativi effettivamente ottenuti riguarderanno soltanto liberalizzazioni degli accessi e semplificazioni degli esami. Un’ipotesi che è emersa con evidenza dai nostri documenti e volantini – e che varrebbe la pena di essere approfondita ulteriormente – è che sia stata proprio la mancata realizzazione di un autentico cambiamento nella scuola media e nell’Università a spingere gli studenti militanti, quelli più motivati e lucidi che si erano formati nel momento della prima contestazione, a cercare un’occasione di impegno e militanza fuori dalla scuola, nel mondo sociale, magari davanti ai cancelli, fino ad assumere, alla fine, una prospettiva ideologica sempre più rossa, nelle varie declinazioni spontaneiste, maoiste o leniniste. Del resto i gruppi organizzati fortemente ideologizzati compariranno solo dopo il 1967-1969, quando si andrà disperatamente alla ricerca di uno sbocco politico alle lotte, senza riuscire a trovarlo effettivamente. Vedremo tra breve che, nel nostro Paese, questo sbocco politico era di fatto impossibile.

     – 33. I processi che abbiamo descritto, sia quelli di ordine più generale sia quelli di ordine più locale, suggeriscono dunque la sussistenza di un ben individuato triennio di formazione dei militanti operai e studenti (il 1967-1969) e, successivamente, un lungo decennio che costituì il teatro della loro azione, invero alquanto travagliata, sviluppatasi nei tre ambiti che abbiamo enunciato in apertura, e che, cronologicamente, si spinge per lo meno fino alla fine degli anni Settanta. Si tratta di un periodo certamente lungo, tanto da avere suggerito l’idea di un lungo Sessantotto.[66] Siamo ora in grado, dopo la nostra ampia seppur sommaria ricognizione empirica, di affrontare, sia pure di passaggio, la questione del cosiddetto lungo Sessantotto italiano.

     È pur vero che diversi studiosi americani parlano di long sixties ma con questo termine essi affrontano un problema di periodizzazione e si riferiscono solitamente al decennio, cioè agli anni Sessanta. Si riferiscono con ciò a un decennio che, avendo avuto sue caratteristiche particolari, tende a estendersi, a dilatarsi, un po’ come quando Hobsbawm ha parlato di secoli lunghi e secoli brevi. Parlando dei lunghi anni Sessanta questi studiosi intendono individuare un decennio lungo, cioè una caratteristica degli anni sessanta di racchiudere al proprio interno una serie di eventi così importanti da fare – come si è anche detto – da spartiacque. Un decennio per così dire egemone per il fatto che ha avuto consistenti anticipazioni nel decennio precedente e consistenti conseguenze in quelli successivi. Non intendono però con ciò minimamente riferirsi a un costrutto storiografico capace di individuare un fenomeno politico, sociale e culturale unitario – tanto più che nel mondo anglosassone il Sessantotto è stato quanto mai eterogeneo e variegato. Se avessimo in mente solo una questione di periodizzazione, potremmo anche noi, ragionevolmente, parlare dei nostri lunghi anni Sessanta/ Settanta senza avere per questo definito il concetto di un Sessantotto lungo come fenomeno unitario sul piano storiografico.

     In contrasto con la mera questione della periodizzazione, che non meriterebbe forse tanta attenzione, si sta oggi tuttavia affermando sempre più l’idea che il Sessantotto transnazionale debba essere considerato proprio come un costrutto storiografico unitario, come il 1848 europeo tanto per fare un esempio. Se così è, non basta allora la contemporaneità degli eventi, non basta il loro perdurare nel tempo, occorre elaborare una teoria interpretativa in grado di fondare la stessa unitarietà dell’evento. Bisogna, in altri termini, enunciare con chiarezza cosa è stato il Sessantotto transnazionale. Bisogna, tanto per esemplificare, riuscire a inserire in un unico quadro interpretativo, che sia dotato di senso, cose davvero assai disparate come il free speech movement, il massacro della Piazza delle tre culture, Avola e Battipaglia, Dubcěk e Jan Palach, i figli dei fiori, gli studenti di Varsavia e gli Zengakuren giapponesi, il Maggio francese, la rivista Praxis, ma anche gli operai di Mirafiori, i gruppi maoisti in Italia e la violenza terroristica delle BR. Senza trascurare quel che avveniva nel Terzo mondo, dalla Palestina alla Bolivia, fino alla Rivoluzione culturale cinese. Finora molti studiosi si sono limitati, appunto, a sostenere che il Sessantotto transnazionale sia stato cronologicamente lungo, ma hanno tentennato nel produrne un’interpretazione unitaria. Non mi addentrerò qui in questa problematica, che comunque a mio avviso è divenuta perfettamente affrontabile dopo il 1989-1994. Già una ventina di anni fa ho elaborato una mia interpretazione del Sessantotto transnazionale come resistenza alla Guerra fredda che credo regga ancora piuttosto bene e che anzi, col passar del tempo, trovi sempre maggiori conferme. Questa interpretazione è contenuta nel mio Rinaldi 1999, cui mi permetto di rinviare chi avesse interesse per questo tipo di problematiche. Più limitatamente, siamo qui invece interessati a esaminare la possibilità di un Sessantotto lungo come costrutto storiografico unitario riguardante specificatamente l’Italia.

     – 34. Per comprendere come vada inteso un eventuale Sessantotto lungo italiano risulta indispensabile, a nostro giudizio, un raffronto con il Sessantotto corto più corto che ci sia stato. Fa al caso nostro il Sessantotto francese, ridotto spesso al nome di un mese, le mai 1968. Si è trattato, in effetti, di un Sessantotto che non ha avuto alcuna rilevante fase esplicita di preparazione, tanto che ancora a metà marzo 1968 un editorialista di Le Monde aveva pubblicato un articolo intitolato La Francia si annoia.[67] Il Sessantotto francese è stato un’insurrezione di tipo politico, molto intensa e risoluta, che ha visto giovani operai e studenti uniti in Piazza e nelle fabbriche in sciopero e occupate, con lo scopo fondamentale di contestare, ed eventualmente abbattere, il regime di De Gaulle (dominante dal 1958). Un’insurrezione di tipo politico che ha avuto ben presto una sua conclusione altrettanto politica. Le cause scatenanti – i fatti di Nanterre – furono piuttosto occasionali e la rapida propagazione dell’insurrezione studentesca fu dovuta soprattutto alla stupidità dei responsabili delle istituzioni. Il Sessantotto francese, nonostante il suo motto più celebre (Ce n’est qu’un début, …), non aveva progetti a lungo termine. Non aveva neppure avuto il tempo di elaborarne qualcuno.[68] Mentre era in corso l’insurrezione studentesca, i dirigenti del sindacato, per dare una risposta alla base dei giovani operai che si stavano anch’essi mobilitando, furono costretti a proclamare lo sciopero generale e ad aprire una dura vertenza di tipo economico. In rapida successione, si sono avuti gli accordi di Rue Grenelle, la fine delle occupazioni delle fabbriche, la messa fuorilegge delle organizzazioni più estremiste (con il benestare dei sindacati e del PCF!), le nuove elezioni (con la riconferma di De Gaulle) e, a novembre, la riforma scolastica di Faure. È vero che ci fu un’estensione del conflitto a molte università e scuole medie periferiche, è vero che gli scioperi furono imponenti in tutto il Paese, ma il tutto si risolse in un paio di mesi, per essere abbondanti. La politica francese tradizionalmente, nei momenti di crisi, si decide nelle piazze di Parigi. De Gaulle vinse, ma fu costretto a ritirarsi l’anno successivo. Gli studiosi francesi sono soliti considerare le giornate del Maggio come fenomeno unitario suddiviso in tre fasi: il Maggio degli studenti (3-13 maggio); il Maggio sociale (13-27 maggio); il Maggio politico (27 maggio – 30 giugno). Si tratta dunque di un fenomeno unitario che ha avuto un suo inizio, uno sviluppo e una sua soluzione – si noti bene – in campo politico.

     – 35. Il caso italiano, per quel che ne sappiamo, è completamente diverso. Abbiamo visto che il nostro Maggio degli studenti va come minimo dal 1967 al 1969. Il nostro Maggio degli operai è durato per lo meno un anno, con il culmine nell’autunno del 1969, e si è risolto non in un unico sciopero generale, ma in una lunga lotta contrattuale, con ulteriori strascichi, soprattutto nelle grandi fabbriche, durati poi addirittura un decennio. Pizzorno et Al. 1978 hanno individuato un ciclo di lotte che va dal 1968 al 1972. Il fatto emergente davvero rilevante, per la nostra comparazione, è che in Italia non c’è stato nulla di equivalente a un Maggio politico. E questo è il motivo sostanziale per cui il nostro Sessantotto non è mai veramente finito, è stato cioè, per modo di dire, davvero lungo ma nel senso di interminabile. Tanto interminabile che le sue varie manifestazioni e trasformazioni – compresi alcuni esiti decisamente perversi – sono perdurate per tutto il decennio, almeno fino all’inizio degli anni Ottanta. Al posto di una soluzione politica esplicita e chiara alle questioni poste, prima dagli studenti e poi dagli operai, abbiamo avuto per un intero decennio una multiforme conflittualità sparsa che ha coinvolto la società intera a molteplici livelli. Come s’è detto in precedenza, una sorta di lunga guerra civile fredda (che è diventata talvolta anche calda) che ha lacerato il Paese per anni. Abbiamo avuto, assieme alle lotte degli studenti e degli operai, cose di tutto rilievo come il terrorismo rosso, lo squadrismo nero, la strategia della tensione, le minacce di colpo di stato, le costanti ingerenze straniere, sia quelle esplicite sia quelle occulte.

     In questo contesto caotico, eminentemente instabile e conflittuale, l’obiettivo del movimento studentesco e operaio italiani non è mai stato principalmente quello – strettamente politico – della caduta dei vari governi (nella maggior parte di centro sinistra) che di volta in volta si erano succeduti nel periodo.[69] Studenti e operai (e sindacati) avrebbero ben potuto porsi l’obiettivo di dare una spallata al regime democristiano, ben più vecchio e impresentabile di quello di De Gaulle. Questa, però, era l’unica cosa che in Italia non si poteva fare. C’era una sottaciuta accettazione – quasi a livello di un senso comune diffuso – del fatto che nel regime della Guerra fredda la DC dovesse stare comunque al governo e il PCI all’opposizione. Il PCI del resto, dal canto suo, non faceva assolutamente nulla per andare al governo, in ossequio alla divisione di Yalta. E per questo suo far nulla era anche finanziato da Mosca. I sindacati seguivano a ruota, e garantivano questa situazione, per via della cinghia di trasmissione. In altri termini, c’era nel nostro Paese una situazione sociale e politica bloccata che precludeva qualsiasi vero cambiamento politico e che era ormai istituzionalizzata, faceva cioè parte delle fondamentali regole del gioco tra i due blocchi. Al più si rimproverava al PSI di avere tradito e di non essere più un partito di sinistra, ma la gran parte della sinistra italiana era ben consapevole di esser destinata a stare per sempre fuori dal governo. In Italia sapevano tutti che la questione di un governo alternativo di sinistra in Italia non era una questione che si potesse risolvere a Roma. L’Italia – ce ne possiamo render pienamente conto solo oggi – era in una situazione del tutto analoga a quella dei paesi dell’Est Europa: perché diventasse possibile un effettivo ricambio politico, perché si instaurasse un normale regime di alternanza tra maggioranza e opposizione, bisognava aspettare la fine della Guerra fredda (ma, per chi ci stava dentro, la Guerra fredda non poteva che apparire eterna). Nella stessa situazione si trovava ovviamente la Germania occidentale. La Francia, manco a dirlo, aveva minori vincoli, dovuti alla posizione internazionale più autonoma di De Gaulle, tanto da poter condurre un gioco politico più autentico (anche se in Francia il PCF esercitava esattamente lo stesso ruolo del PCI – idem per i sindacati).

     – 36. Se pensiamo alla situazione sociale e politica bloccata che abbiamo descritto, siamo in grado di comprendere il motivo per cui, in Italia, il Sessantotto sia scivolato ineluttabilmente verso il rosso estremo. I nuovi giovani militanti, operai e studenti, che si erano formati nel primo periodo delle lotte italiane tra il 1967 e il 1969 – schierati per forza di cose, dati i loro autentici obiettivi di cambiamento, non solo contro le forze della conservazione ma anche contro la posizione quietista del PSI e del PCI e dei sindacati – non avendo alcuna prospettiva di uno sbocco politico, nel senso di una normale alternanza tra maggioranza e opposizione, sono stati sospinti e indotti ad abbracciare l’idea di una rivoluzione a lungo termine che fosse in grado di portare oltre la stessa situazione globale bloccata. Ciò li ha indotti così a intervenire attivamente nel conflitto radicale tra i due sistemi economici e politici che dividevano l’Europa e il mondo. Il problema non era dunque, in Italia, di dare una spallata al governo del momento, ma quello ben più complesso di costruire una prospettiva rivoluzionaria globale (secondo i modelli più disparati che si erano via via resi disponibili nella cultura politica del tempo, leninisti, maoisti, operaisti, spontaneisti), cercando prima di tutto di individuare e aggregare i soggetti rivoluzionari che dovevano accollarsi questo compito, in primis gli operai.[70] Non essendo fattibile un cambiamento politico interno, non restava che tentare di prendere parte a un più ampio movimento rivoluzionario mondiale, che comunque, in quegli anni, aveva una sua ampia visibilità e plausibilità, soprattutto per quel che avveniva nel Terzo mondo. Mentre in Italia la partita politica in senso stretto poteva considerarsi chiusa, a livello globale la partita politica tra i due sistemi, tra i due blocchi, insomma, era ancora del tutto aperta. Questo è anche il motivo per cui nell’Italia del periodo c’era un enorme interesse per la politica internazionale.

     – 37. Per tutti i motivi che abbiamo addotto, che affondano le loro radici nella specifica collocazione internazionale dell’Italia dell’epoca, il Sessantotto italiano non ha potuto essere altro che – come è comunemente definito dagli studiosi francesi – un Sessantotto strisciante (rampant). È stato un Sessantotto molto intenso, diffuso e conflittuale – perché i problemi del Paese erano enormi e ci trovavamo in un Paese bloccato, a sovranità limitata – ma un Sessantotto, appunto, strisciante, poiché una qualsiasi conclusione era impedita e l’obiettivo di un ricambio politico effettivo era del tutto precluso. Manco a dirlo, questa caratteristica strisciante del nostro Sessantotto combacia perfettamente con la nozione di una guerra civile fredda o a bassa intensità che abbiamo già evocato. Sono proprio queste le caratteristiche intrinseche che hanno reso anche cronologicamente lungo il nostro Sessantotto. Ma solo come conseguenza. Ci fu così, nel nostro Paese, il paradosso di un Sessantotto che proclamava che «tutto è politico», che discuteva continuamente di politica, in una società che era di fatto bloccata ed espropriata della politica. Un lunghissimo Maggio strisciante nelle manifestazioni per il Vietnam, nelle scuole occupate, davanti ai cancelli, nelle strade e nelle piazze, nelle istituzioni, che ha avuto tantissimo tempo per formare accuratamente i suoi quadri, i suoi militanti, ma che poi li ha fatti agire in una scena politica che non poteva avere alcuna effettiva conclusione. Un Maggio senza soluzione politica, interminabile e in certa misura autoreferenziale.

     – 38. Se il Sessantotto italiano è stato effettivamente un Sessantotto strisciante, allora acquista ancora maggior fondamento l’utilità della nostra distinzione tra i tre tipi di Sessantotto. In particolare, il preponderante Sessantotto rosso italiano, in tutte le sue varietà maoiste, staliniste, leniniste, operaiste, spontaneiste, armate o meno, visto in questa luce non appare più come un qualcosa di completamente insensato. È stato senz’altro una vistosa anomalia, ma del tutto congruente con l’anomalia della posizione dell’Italia nel blocco occidentale. Oggi e soltanto oggi appare del tutto chiaro come il Sessantotto rosso italiano si fosse dato una mission impossible, esattamente uguale e simmetrica a quella che si erano dati gli studenti di Varsavia, oppure Dubcěk e gli altri riformatori nel blocco dell’Est. A Est, il Sessantotto che resisteva al blocco comunista non ha potuto avere alcuno sbocco politico democratico, ed è stato – com’è stato scritto – kidnapped, sequestrato,[71] anche se, in quanto resistenza clandestina, ha continuato a operare in altre forme nei Paesi dell’Est, fino al 1989. Possiamo così affermare – e non è una battuta – che proprio il Sessantotto dell’Est sia stato il Sessantotto più lungo e forse anche quello più strisciante di tutti. È del tutto significativo che, nell’ambito della rivoluzione del 1989, Gorbaciov, nel breve periodo del suo tentativo di riforma del sistema sovietico, non abbia potuto far altro che riesumare posizioni del tutto simili a quelle del Sessantotto dei Paesi dell’Est, anche se ormai era troppo tardi. Se tutto questo è vero, com’è ormai riconosciuto dalla storiografia, occorre allora però riconoscere finalmente che anche in Italia – seppure il nostro Paese fosse collocato nel blocco occidentale – il sessantotto sia stato, in una certa qual misura, kidnapped. Per motivi del tutto uguali e simmetrici a quelli dei paesi dell’Est. Certo, non abbiamo avuto i carri armati, diciamo piuttosto che abbiamo avuto un tipo di kidnapping più soft, che si addiceva maggiormente allo stile del blocco occidentale, ma certamente non meno duro. Abbiamo avuto per lunghi anni il continuo, pesantissimo, «tintinnare di sciabole». Una soluzione alla greca per il nostro Paese fu una minaccia costante di cui si era ben consapevoli. Abbiamo cioè avuto quella che abbiamo chiamato guerra civile fredda che è perdurata quasi fino al 1989 e che non ha mai permesso una vera alternanza tra maggioranza e opposizione e ha determinato il lungo congelamento della sinistra all’opposizione. A Est forse le cose erano più chiare, perché si aspettava la fine dell’Unione Sovietica. Noi, dal canto nostro, aspettavamo un decente regime politico di alternanza che non potevamo avere. E mentre aspettavamo, abbiamo consumato le nostre energie facendo ammuina, come dicono i napoletani. La prova più chiara di questa situazione di sequestro soft del nostro Sessantotto è il fatto che il PCI – il partito che con la sua posizione di monopolio attendista dell’opposizione garantiva la condizione della politica bloccata in Italia – ben lungi dall’ereditare, dopo la rivoluzione del 1989-1994, una qualche posizione di governo, ha cominciato a dissolversi, essendo venuto meno il suo drammatico e ambiguo compito storico.

     – 39. Il nostro Sessantotto tuttavia, pur non potendo trovare uno sbocco politico, non è stato del tutto schiacciato e costretto alla clandestinità. La collocazione a Ovest del nostro Paese, dove comunque c’era una parvenza di libertà democratiche, ha consentito per intanto, seppure con pesanti ostacoli e limitazioni,[72] la diffusione della componente espressiva del Sessantotto, inducendo così un irreversibile cambiamento a livello culturale, anche se talvolta piuttosto superficiale. Ma ha consentito anche – e questa è decisamente la cosa più importante per la comprensione del nostro Sessantotto – una sorta di riversamento delle energie del Sessantotto rosso nel campo del Sessantotto civile. Una sorta di riciclaggio, se c’è permessa la battuta. Se un vero cambiamento politico era precluso, o rinviato a un futuro indeterminato, ci si poteva allora impegnare, magari come ripiego, nel cambiamento civile. La storia del decennio 1970-1980, e anche del decennio successivo, è infatti la storia del progressivo depotenziamento del Sessantotto rosso (nonostante le gravi e simmetriche impennate dell’estremismo violento) e della sua sostituzione progressiva con un Sessantotto civile, in tutti quei campi che erano rimasti praticabili, pur sempre in presenza di molte difficoltà e opposizioni. Insomma, in un Paese bloccato come il nostro, il rosso impossibile è molto spesso diventato, suo malgrado, civile.

     Queste complesse dinamiche permettono di comprendere il motivo per cui ancora oggi, nel nostro immaginario collettivo e nelle nostre analisi, il Sessantotto viene senz’altro caratterizzato come rosso, ma accade poi, ineluttabilmente, che il bilancio delle effettive trasformazioni culturali e sociali sia riferito soprattutto al campo civile.[73] Il fatto è che il Sessantotto rosso, in nome delle proprie arcaiche radici ideologiche, nella sua martellante retorica non poteva che svalutare e disprezzare le battaglie in campo civile, con le motivazioni ben note: perché erano battaglie che non avrebbero risolto i problemi, erano battaglie illusorie, erano battaglie borghesi, vanamente riformistiche e revisionistiche. Insomma, il Sessantotto rosso era, in campo civile, piuttosto conservatore. Chi si accingeva, in quegli anni, a occuparsi di una qualche questione riguardante la componente civile lo faceva quasi come un ripiego, quasi con un senso di colpa per aver messo da parte la «vera» lotta, quasi come fosse stato un traditore della causa e dei propri compagni. Si ricordi che lo Statuto dei lavoratori fu rigettato dai militanti, operai e studenti, rossi come una legge bidone. Gli Organi collegiali nella scuola furono considerati una grave sconfitta del movimento studentesco, un’operazione di bieca normalizzazione. Del resto abbiamo ben documentato la conversione delle “150 ore” da originario obiettivo rosso a obiettivo civile.

     La conversione forse più rilevante dal campo rosso al campo civile avvenne in concomitanza con l’esplosione, nel nostro Paese, a livello di massa, della seconda ondata del movimento femminista o, se si preferisce, del movimento delle donne. Il femminismo della seconda ondata giunse in Italia insieme alla componente espressiva nei primi anni Sessanta, ma aveva interessato solo gruppi ristretti di militanti e intellettuali. La diffusione ampia del femminismo nel nostro Paese prese le mosse e fu palesemente alimentata dalla crisi della componente rossa e da un trasferimento in massa delle militanti al nuovo campo di impegno. Un caso emblematico fu il congresso di Rimini di Lotta continua (31 ottobre – 5 novembre 1976), quando le donne misero sotto accusa i leader maschi, si riunirono per conto loro e, di fatto, decisero di porre fine alla loro militanza rossa e di confluire nel movimento femminista.[74] Naturalmente diedero il loro apporto al movimento delle donne anche altre componenti culturali e politiche, come quelle che da tempo si battevano per diritti civili come il divorzio o l’aborto e che, però, come componenti laiche o liberal erano sempre rimaste minoritarie.

     – 40. Un Sessantotto strisciante, dunque, che ha visto tre anni di crescita (1967-1969) e un successivo decennio di progressivo affievolimento e/o di riciclaggio delle energie e dei campi d’intervento, senza alcuna reale possibilità di una soluzione politica. La suddivisione tra i tre tipi di Sessantotto che abbiamo proposto risulta utile anche per comprendere le linee generali degli eventi del decennio 1970-1980. Può essere utile rammentare qui – seppure in forma assai sommaria, per non appesantire questo scritto già troppo lungo – i momenti più significativi di questo processo. Rivolgeremo soprattutto l’attenzione ai momenti di crisi ed eviteremo di andare a evidenziare tutte le concomitanti conversioni nel campo civile delle energie del Sessantotto rosso – argomento che meriterebbe un saggio a parte.

     Se non andiamo errati, lo abbiamo già variamente anticipato, la primissima vera sconfitta del Sessantotto italiano si è registrata sullo stesso terreno su cui il Sessantotto era nato, ossia il terreno civile della scuola. Quest’aspetto è emerso prepotentemente dai documenti che abbiamo riproposto. Il Sessantotto civile non è riuscito a ottenere uno dei suoi principali obiettivi di partenza e cioè una riforma dell’Università[75] e della scuola media (non è riuscito cioè a ottenere qualcosa di simile alla francese riforma Faure, varata a novembre del 1968). Le liberalizzazioni degli accessi e la riforma degli esami che pure ci sono stati non si possono definire a pieno titolo una riforma. Le condizioni disastrose dell’istruzione oggi in Italia – è bene ribadirlo – non sono state causate dal Sessantotto, ma dalla mancata risposta al problema che il Sessantotto civile degli studenti aveva posto con forza, e cioè il problema del diritto allo studio.[76] Alla rivendicazione profondamente civile del diritto allo studio si è risposto con la distribuzione a tutti di un prodotto di basso livello, altamente inflazionato e, purtroppo, gli utenti si sono accontentati dell’inevitabile dumbing down, e magari ne hanno anche approfittato. La grande riforma civile, mai veramente realizzata, che serve al nostro Paese sarebbe ancora quella della scuola, ma oggi nessuno se ne cale più.

     In termini più generali, il Sessantotto italiano (il ragionamento vale per tutti e tre i nostri tipi, ma soprattutto per il Sessantotto rosso) non è mai riuscito a ottenere una sua traduzione in termini politici, cioè in campo elettorale. Il motivo profondo lo abbiamo già identificato ed evidenziato, si tratta solo qui di seguire le linee generali degli eventi. Nelle elezioni (anticipate) del 1972 le formazioni che in qualche modo potevano essere considerate come politicamente rappresentative del Sessantotto (lo PSIUP, il Manifesto, il MPL e il PC(ML) ottennero pochissimi voti – poco più del 3% tutti insieme!). Nelle successive elezioni politiche del 1976 la formazione di Democrazia Proletaria (ove erano confluite le diverse forze che si riferivano al Sessantotto) ottenne l’1,5% e il sorpasso del PCI, sul quale erano anche confluiti voti provenienti dall’estrema sinistra ormai in crisi, nei confronti della DC non avvenne. Questo drammatico risultato fu l’equivalente delle elezioni anticipate francesi tra maggio e giugno 1968, ma nel nostro Paese si trattò di un verdetto di sconfitta politica pronunciato nove anni dopo. Certo, come s’è detto, c’era la Guerra fredda e il tintinnare di sciabole. Ma è anche un segno, questo, che i tre Sessantotto italiani, spesso in dissidio tra loro, non hanno mai trovato una loro effettiva integrazione e non hanno così saputo incidere a livello dell’opinione pubblica. Di tutto quel movimento, nella cultura, nelle fabbriche e nelle scuole, non si è riusciti a produrre alcuna sintesi politica capace di mettere fuori gioco i signori della Guerra fredda.[77] Una notevole sconfitta politica strisciante, potremmo arguire.

     Neanche il fronte della classe operaia riuscirà a trovare una sua unità organizzativa e di cultura politico sindacale. Nel 1980, dopo una lunga crisi, viene meno la grande conquista civile dell’unità sindacale della FLM. La costituzione della FLM fu, come s’è visto, una conseguenza del Sessantotto e dell’incontro tra studenti e operai. La prova più immediata e palese di questo fatto è che l’esperienza della FLM finì assieme al Sessantotto. L’esempio della FLM infatti non fu seguito da altre categorie e non ebbe lunga durata, poiché non tardarono a riprendere le spinte particolaristiche delle burocrazie sindacali. Accadde così che uno dei primi disfacimenti di una autentica conquista civile del Sessantotto sia avvenuto proprio a opera dei sindacati confederali stessi. Questo fatto di solito non viene notato perché l’unità sindacale non è mai stata una conquista civile tradotta in legge e quindi è rimasta una opzione a disposizione dei dirigenti del sindacato che, appena hanno potuto, l’hanno accantonata.

     Un altro indicatore della progressiva crisi del Sessantotto è stato senz’altro il Movimento del ‘77. Si è trattato di un movimento tipicamente italiano, caratteristico dunque del nostro specifico Sessantotto strisciante, sebbene anch’esso sia stato influenzato da certi modelli culturali di importazione (ad esempio il punk). Alla luce del nostro schema, questo movimento può essere interpretato come il prevalere testardo – nelle generazioni più giovani rispetto a quella del 1968 – della sola componente espressiva, quando ormai palesemente avevano fallito le altre due componenti. La componente espressiva fu, in quel frangente, combinata con alcuni degli elementi più deteriori del Sessantotto rosso e cioè la violenza e il rifiuto del lavoro, in un quadro nichilistico e autodistruttivo. Questo ci fa riflettere oltretutto su come non sempre l’espressività sia una bella cosa. Il movimento del ‘77 ha comunque portato in primo piano e dato voce a un terribile senso di malessere esistenziale, dovuto proprio al Sessantotto strisciante e inconcluso che abbiamo vissuto.

     Il colpo di grazia al Sessantotto è avvenuto sul terreno della componente rossa delle lotte operaie. Il 14 ottobre 1980 si terrà a Torino la Marcia dei quarantamila, che segnerà la fine, in termini simbolici e in termini pratici, dell’attivismo politico – rivoluzionario dell’operaio di massa. Di lì a poco, grazie alle trasformazioni economiche e tecnologiche, inizierà anche il declino dello stesso operaio di massa come figura sociologica. Con ciò si ebbe la crisi definitiva di una delle più importanti componenti rosse del Sessantotto. A questo fatto va aggiunto che nel 1978 c’era già stata la prima vera crisi della forma più estrema del Sessantotto rosso e cioè della lotta armata. Il 9 maggio del 1978 era avvenuto l’assassinio di Aldo Moro a opera delle BR – fatto che costituì, per l’opinione pubblica ma anche per molti militanti studenti e operai che si erano formati tra il 1967 e il 1969, un chiaro spartiacque nei confronti della lotta armata (anche se gli strascichi di violenza dureranno ancora a lungo). Di qui il punto di partenza per un lungo – non ancora concluso – processo di rilegittimazione delle istituzioni democratiche e dello Stato. Si noti che la scarsa autorevolezza dello Stato repubblicano nel nostro Paese, pur non essendo questa l’unica causa, aveva profonde radici in quella condizione di sovranità limitata e di assenza di alternanza politica che avevano caratterizzato la Prima repubblica.

     – 41. Un Sessantotto italiano dunque cronologicamente lungo, quasi interminabile e, soprattutto, strisciante. Un Sessantotto che non potendo mai giungere, per motivi oggettivi, a una resa dei conti, non potendo vincere o perdere chiaramente come nel Maggio francese, non fece che procrastinarsi indefinitamente in un lento declino, con innumerevoli sussulti e dispersioni. I militanti – che si erano formati e che continueranno a formarsi nel corso degli anni – che erano stati sospinti per forza di cose verso la componente rossa prenderanno in gran parte strade diverse, rientrando nel privato, oppure nel campo espressivo e, soprattutto, nel campo civile. Abbiamo già citato il movimento delle donne, ma si pensi anche al movimento per la chiusura degli Ospedali psichiatrici. Oppure all’impegno nella scuola: si pensi ad esempio ai militanti del Sindacato Scuola CGIL o del MCE. Essendo l’Italia un Paese assai arretrato sul piano culturale e sociale, i campi di impegno civile non mancavano. Questo fu in effetti il campo in cui il Sessantotto italiano conseguirà i maggiori risultati. Si tratta di risultati che portano comunque il marchio del Sessantotto e che – forse proprio per questo – costituiscono ancor oggi un terreno costantemente minacciato da ritorni al passato. Nonostante alcuni deragliamenti del Sessantotto rosso, il Sessantotto italiano strisciante, se considerato nella nostra accezione, ha rappresentato, dopo la Resistenza al nazifascismo, il più rilevante periodo di modernizzazione del nostro Paese in cui l’iniziativa sia stata presa dal basso, in cui i giovani, operai o studenti che fossero, siano stati autonomi e consapevoli protagonisti. E questo è avvenuto, nuovamente, perché c’era davvero un nemico da combattere per quanto vago e inafferrabile fosse, c’era davvero qualcosa di oppressivo contro cui resistere.

     – 42. Sul piano transnazionale il Sessantotto globale è stato – secondo il nostro punto di vista cui abbiamo già accennato – una forma di resistenza alla Guerra fredda.[78] Se si preferisce, una resistenza contro i due blocchi che ordinavano il mondo. Una resistenza condotta in gran parte dai giovani, che più di ogni altro gruppo sociale pativa le conseguenze della situazione. Una resistenza in forma sparsa e variegata, assai diversa da Paese a Paese, che comunque ha fortemente ostacolato e messo in discussione entrambi i blocchi in cui il mondo era diviso. Una resistenza che, per forza di cose, ha concentrato la propria attenzione soprattutto sugli specifici effetti deleteri che i blocchi generavano in ciascun Paese. Il Sessantotto strisciante italiano, nelle sue tre componenti, espressiva, civile e rossa, è stata dunque la modalità storica specifica di questa resistenza, come siamo riusciti a realizzarla nel nostro Paese, che era particolarmente soggetto all’imperio di entrambi i blocchi.

     Le resistenze sono quasi sempre opera di minoranze che cercano di mobilitare le maggioranze. Sono costituite di minoranze che in una situazione storica critica si sentono chiamate all’impegno e fanno, come ne sono capaci, quel che sembra loro di dover fare, quel che la situazione storica propone e impone. Possono avere in certe condizioni la solidarietà delle maggioranze, oppure la benevola astensione della zona grigia. Le minoranze attive che resistono sono spesso divise tra loro, non vanno mai pensate come un blocco compatto, con le idee del tutto chiare. Il senso stesso della resistenza è continuamente ridefinito dai protagonisti stessi, che possono anche venire ad aspri scontri tra di loro. Alcune di queste minoranze attive possono anche compiere scelte terribili e catastrofiche, poiché anche le cause più nobili possono avere i loro lati oscuri.

     Sul piano storico il fatto di rilievo è che il Sessantotto transnazionale sia riuscito effettivamente a resistere, a contrastare seriamente e a lungo l’avversario, se non a vincerlo compiutamente.[79] La prova dell’efficacia, in casi come questo, non è la vittoria o la sconfitta, come ben sanno i francesi. La prova sta nel rispondere alla domanda: «Che cosa sarebbe successo, se non avessimo resistito?». Comunque, il destino delle minoranze che scendono in campo per resistere è inevitabilmente quello di continuare a finire sotto i riflettori per essere dissezionate, criticate, sacralizzate o banalizzate. Quelli invece, numerosissimi, che hanno riempito la zona grigia godono di ben altro vantaggio, essendo destinati a restare eterni spettatori, al riparo da ogni valutazione o giudizio storico. Sono quelli che «voi vi credete assolti» di un noto brano di Fabrizio De André.

Giuseppe Rinaldi

30/12/2018

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In calce a questo mio stesso articolo, sul mio blog Finestrerotte, è disponibile il link per scaricarne il file in formato PDF. E’ disponibile anche un link ad alcuni dei documenti e volantini citati, per ora in versione grezza e talvolta incompleta. Una versione filologicamente più completa e accurata sarà pubblicata appena possibile.

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NOTE

[1] Questo saggio è la stesura ampliata di un mio intervento pronunciato al convegno 1968-’69 Movimento studentesco e lotte operaie, organizzato da LaSPI e Associazione Città Futura, tenuto in Alessandria il 30 novembre 2018. Versione 1.0 .

[2] Si veda il mio saggio Un Sessantotto gutemberghiano, pubblicato sul mio blog Finestrerotte e sul giornale online Città Futura.

[3] Cfr. Un Sessantotto gutemberghiano, cit.

[4] Uso il termine classe operaia riferendomi al linguaggio comune dell’epoca, senza con ciò assumere alcun impegno circa un suo eventuale fondamento scientifico.

[5] Preciso che questa affermazione per me non ha nulla a che vedere col prospettivismo nicciano, si basa semplicemente sulle teorie dell’interpretazione oggi ampiamente disponibili.

[6] Il carattere transnazionale del Sessantotto è ormai riconosciuto dalla gran parte degli studiosi. Si vedano, ad esempio, Ortoleva 1988, Horn & Kenney 2004, Flores & Gozzini 2018, Crainz & Al. 2018. Anche il mio saggio Rinaldi 1999 s’inseriva in questa prospettiva.

[7] Con l’espressione “guerra civile fredda” intendo descrivere efficacemente la situazione dell’epoca, includendo il terrorismo rosso e nero, le stragi, le minacce di colpo di stato, le trame occulte. Altri hanno usato l’espressione “guerra civile a bassa intensità” riferendosi più precisamente alla lotta armata e traendo la conclusione che i protagonisti fossero dei “combattenti”. Preciso che, con la mia espressione, non intendo minimamente consentire alla qualifica di “combattenti” nei confronti di coloro che hanno fatto stragi, compiuto rapine, attentati e assassini politici.

[8] Questa mia prospettiva non ha nulla a che vedere con i tre conflitti di cui si tratta in Giachetti 2008. Nel Sessantotto italiano i conflitti che hanno avuto modo di manifestarsi sono ben più di tre e tutti comunque importanti.

[9] Nonostante il Sessantotto sia stato un fenomeno transnazionale, i modelli espressivi stranieri importati furono di origine soprattutto occidentale. Ciò non deve stupire poiché la dimensione dell’espressione richiede soprattutto la libertà individuale, richiede cioè la presenza di un mercato culturale relativamente libero. È interessante comunque il fatto che anche alcuni modelli non occidentali abbiano poi attecchito. Ad esempio, certe pratiche e certi costumi relativi alle guardie rosse cinesi, oppure a certi movimenti di guerriglia del Terzo mondo o del Medio oriente.

[10] Diciamo che la cultura di massa e la società dei consumi hanno svolto il ruolo di condizione sufficiente e non di condizione necessaria per lo sviluppo della componente espressiva del Sessantotto. Questo vale anche e soprattutto per le comunicazioni di massa.

[11] Si veda in proposito Crainz & Al. 2018. Ma anche il mio articolo Rudi Dutschke e la primavera di Praga, pubblicato sul mio blog Finestrerotte e sul giornale online Città Futura.

[12] Oggi può suscitare qualche stupore il fatto che illustri personaggi, per altri versi assai ammirevoli, fossero diventati maoisti di punto in bianco e si fossero piegati ad alcuni dei curiosi rituali delle sette maoiste in Occidente. Posto che la maggior parte degli occidentali fosse piuttosto disinformata di quel che stava effettivamente accadendo in Cina, la questione in gioco era quella di salvare la possibilità di una posizione marxista rivoluzionaria che non andasse a coincidere con quella sovietica. Di qui l’angoscioso problema di capire in quale momento nella storia del socialismo e del comunismo fosse cominciata la cosiddetta degenerazione revisionista. In questo stesso senso si può interpretare il recupero e la diffusione dello stalinismo presso certi gruppi extra parlamentari.

[13] Si pensi ad esempio al peso del maccartismo negli USA. Si pensi al fatto che c’erano tre Paesi ex-fascisti (Germania, Italia e Giappone) che per quanto “democratizzati” erano comunque sospetti per il loro passato antidemocratico e così sottoposti a un regime di sovranità limitata.

[14] Traggo la nozione di società bloccata, che userò spesso in questo saggio, da Crozier 1970.

[15] Ciò è stato ampiamente comprovato nell’ambito dell’ampio dibattito, sviluppatosi a partire dagli anni Novanta, circa i limiti della identità nazionale e della cultura civica degli italiani.

[16] Patrizia Nosengo ha tratteggiato – in un suo recente articolo – un elenco delle conquiste civili che sono state realizzate nel nostro Paese e che sono legate, direttamente o indirettamente, al Sessantotto. Cfr. Patriza Nosengo, Il Sessantotto tra Dioniso, Antigone e Che Guevara pubblicato sul giornale on line Città Futura.

[17] Si veda il vivace quadro in Anna Bravo 2008, nel capitolo Radici I.

[18] Si veda su questo punto Flores 2018. Ma anche il mio Rinaldi 1999.

[19] Si trattava non di generico conflitto generazionale ma di uno specifico conflitto contro i sistemi sociali oppressivi governati dai due blocchi. I giovani del Sessantotto – in tutto il mondo – non avevano conosciuto la guerra e si apprestavano a ereditare un mondo diviso che tentava di auto perpetuarsi. Ognuno dei due blocchi, nello sforzo del conflitto, era costretto a un controllo interno esasperato. Questa è la vera radice materiale della parola d’ordine contro l’autoritarismo che univa i giovani dell’Est e dell’Ovest.

[20] In questo senso, si veda Flores & De Bernardi 1998: capitolo settimo.

[21] Qualche elemento di cronologia, senza alcuna pretesa di esaustività, può essere utile. Il 24 gennaio 1966 avvenne a Trento la prima occupazione di un’Università italiana. Fu occupata la facoltà di Sociologia per una durata di diciotto giorni. Lo scopo era di ottenere il riconoscimento della laurea in Sociologia. L’occupazione sarà ripetuta lo stesso anno in ottobre-novembre, per diciassette giorni, protestando contro il piano di studi e lo statuto dell’Istituto (entrambi erano in fase di elaborazione) e proponendone stesure alternative. Nel marzo del 1967 si tenne la «settimana del Vietnam» che determinò l’intervento della polizia, lo sgombero violento e denunce. A partire dal novembre 1967 ci furono continue agitazioni. Il 31 gennaio 1968 è iniziata una terza lunghissima occupazione. Cfr. Movimento studentesco 1968. Il 7-11/2/1967 si ebbe l’occupazione della Università Statale di Pisa contro il piano Gui. Il giorno 11/2/1967 si ebbe lo sgombero da parte della Polizia (fu il primo intervento della Polizia in una Università). In quell’occasione furono stese le Tesi della Sapienza. Il 17/11/1967 si ebbe l’occupazione della Università Cattolica a Milano – subito sgomberata. La Cattolica fu poi rioccupata il 21 marzo 1968 ma dopo scontri causati dai fascisti venne sgomberata dalla polizia il 23 seguente. Il 25 si ebbero dure cariche in Largo Gemelli contro gli studenti che protestavano per la serrata dell’Università operata dal rettore. Si susseguirono manifestazioni di protesta molto ampie. I leader degli studenti furono espulsi dall’ateneo per decisione del Senato Accademico. Il 27/11/1967 viene occupata la sede di Palazzo Campana della Università di Torino. Sarà sgomberato il 27 dicembre. Il 10 gennaio si avrà una nuova occupazione, con conseguente sgombero. L’università viene poi serrata il 22 gennaio 1968, con ulteriori conseguenze conflittuali nei mesi sucessivi.

[22] È stato sostenuto, non senza fondamento, che la mobilitazione civile degli studenti abbia scalzato, almeno in Italia, alcune delle culture espressive di importazione che avevano avuto qualche diffusione nel pre-Sessantotto, come ad esempio gli hippie.

[23] Si vedano in proposito le vicende biografiche dei vari leader in Cazzullo 1998.

[24] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria. Nell’ambito del Sessantotto alessandrino questo è il documento di produzione locale più importante della prima metà dell’anno 1968.

[25] L’ORSA era nato nel 1966. Rappresentava la componente laica e progressista degli studenti. Abbiamo conservato due numeri monografici de L’Ulisse, il giornalino dell’ORSA, relativi al 1966.

[26] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria cit.

[27] Un’altra aggregazione che contribuì a formare diversi leader locali fu il gruppo, di orientamento cattolico, raccolto intorno alla rivista Testimonianze minime.

[28] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria cit.

[29] Nel volantino si convoca una riunione per il 3 febbraio 1968.

[30] Cfr. il volantino Studenti! del 1-2 febbraio 1968.

[31] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria cit.

[32] Come succederà poi a Nanterre all’inizio di maggio, a Torino era stata la rottura tra le autorità e gli studenti, e la conseguente repressione, a favorire la radicalizzazione degli studenti. Ora quelle teorie e quelle pratiche radicali erano esportate nelle scuole medie di tutto il Paese e erano contrapposte a qualsiasi contro proposta riformista. Le particolari condizioni delle lotte degli universitari a Palazzo Campana avevano consentito la sperimentazione di una sorta di autogestione assembleare della didattica attraverso l’organizzazione di contro corsi. Si veda in proposito la Cronaca dell’occupazione sui Quaderni piacentini n. 33. Si tendeva quindi a riprodurre quel modello, che comunque non si era mostrato granché efficace sul piano dell’apprendimento. Si veda anche in proposito Quazza 1970.

[33] La valutazione coincide ovviamente con quella che era la posizione del circolo Democrazia diretta.

[34] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria cit.

[35] Del resto quella dell’assemblea interna alla scuola è oggi un diritto perfettamente ovvio (assicurato dai famosi Decreti delegati, DPR 416/1974). Meno ovvio è il fatto che gli studenti odierni non ne intendano affatto il carattere civile e che usino questo spazio pubblico per le cose più banali.

[36] Si noti l’uso del termine “eversivo” al posto di “rivoluzionario”.

[37] Cfr. il documento No alla scuola autoritaria cit.

[38] Dal documento No alla scuola autoritaria cit., parte terza.

[39] Cfr. Volantino Studenti del 12 maggio 1968.

[40] È interessante considerare che un impegno per cambiare la scuola dall’interno avrebbe costretto questo nucleo di studenti militanti a un estenuante confronto intanto con la massa degli studenti, che non erano affatto disposti a impegnarsi più di tanto e ad accettare la leadership dei militanti stessi, e poi con la massa dei professori che rimanevano ostili ai cambiamenti. Si discusse comunque a lungo – i documenti lo confermano – di trasformare le interrogazioni in discussioni di gruppo, di sostituire il voto con un giudizio, di organizzare gruppi di studio al posto delle lezioni, di autorizzare la presenza di rappresentanti degli studenti nei delicati consigli di classe pre-organi collegiali, dove si definivano voti e provvedimenti disciplinari. Ci furono anche prese di posizione contro l’esame di stato.

[41] In realtà quest’unità d’azione era stata assai più problematica di quanto si credesse generalmente. Si veda ad esempio il famoso articolo Bologna & Daghini 1968. Quasi sempre gli operai hanno impedito l’ingresso nelle fabbriche occupate dei cortei studenteschi che dal centro di Parigi si spingevano verso le fabbriche delle periferie.

[42] A livello nazionale l’UCI(ML) il cui leader era Aldo Brandirali era stato fondato il 4 ottobre 1968. Conserviamo un documento, risalente agli inizi del 1969, nel quale i fuoriusciti locali da Democrazia diretta spiegano il senso della loro posizione critica.

[43] Cfr. Volantino, senza titolo, del 9 novembre 1968.

[44] Cfr. Volantino, senza titolo, del 9 novembre 1968.

[45] Cfr. Il Piccolo del 16 novembre 1968.

[46] Cfr. il documento Operai studenti una sola battaglia! A cura di “Servire il popolo”, pag. 3. Gli estensori hanno in mente le giornate del Maggio francese.

[47] Si tratta di un blocco omogeneo di sette diversi documenti, di consistenza da una a sei pagine. Non tutti i volantini sono datati. I volantini sono realizzati con matrice elettronica, che allora era un procedimento poco diffuso.

[48] Cfr. il volantino Chi siamo e perché lo facciamo, senza data. Il testo è stato riformattato.

[49] Il volantino s’intitola Operai della Inves ed è firmato “Gli studenti della FGS-PSIUP”. Non è datato ma è ascrivibile a un gruppo di volantini similari datato tra il maggio e giugno 1968.

[50] Il linguaggio dei volantini della FGCI poteva essere anche molto radicale, ma era sempre rispettoso della tradizionale divisione del lavoro tra partito e sindacato.

[51] È il caso di ricordare che il 7 dicembre 1968 c’era stato a Milano l’episodio della contestazione dell’inaugurazione della stagione lirica al Teatro alla Scala.

[52] La mostra datazione si basa sui materiali disponibili. È possibile che l’intervento sia cominciato un po’ prima.

[53] Cfr. il documento Ipotesi organizzativa del movimento studentesco dell’11 febbraio 1969.

[54] Cfr. il volantino Studenti del 13 ottobre 1969. Il volantino è stato riformattato.

[55] Cfr. il volantino Lottiamo per del 15 ottobre 1969.

[56] Cfr. il volantino Operai del 15 ottobre 1969.

[57] Cfr. il volantino Lotta proletaria contro la scuola, tra 15 ottobre e 19 novembre 1969.

[58] Esula da questo nostro studio l’esame della situazione critica dei sindacati confederali nell’Italia della Guerra fredda. Si tratta di una storia ancora tutta da scrivere. Le tre centrali sindacali erano nate e si erano sviluppate nel dopoguerra grazie alla loro dipendenza dal sistema politico e avevano una scarsa capacità di cogliere le trasformazioni che intanto si stavano verificando nel mondo del lavoro. La scarsa attitudine delle centrali sindacali nel fare il proprio mestiere è esemplificata da una serie di episodi di lotte extra sindacali risalenti ai primi anni Sessanta e che rientrano a pieno titolo in una storia del pre-Sessantotto. Lo stesso operaismo dei primi anni Sessanta era nato in contrapposizione con il quietismo delle centrali sindacali. Per un’analisi articolata del ruolo dei sindacati in rapporto alle lotte operaie nel periodo 1968-1972 si veda Pizzorno & Reyneri & Regini & Al. 1978.

[59] Le “150 ore” costituivano un tipo particolare di congedo retribuito per la frequenza di corsi di istruzione. La prima formulazione avvenne nei contratti di lavoro del settore metalmeccanico, nel 1973. Formulazioni analoghe furono introdotte successivamente in quasi tutti i contratti delle altre categorie di lavoratori dipendenti. Era così riconosciuto ai lavoratori il diritto di usufruire di permessi retribuiti a carico di un monte ore triennale messo a disposizione di tutti i dipendenti. In seguito a questi sviluppi contrattuali, le organizzazioni sindacali chiesero al Ministero della Pubblica Istruzione (e ottennero) l’istituzione di corsi di recupero per la scuola media dell’obbligo e, successivamente, di corsi di alfabetizzazione. In collaborazione con le università vennero realizzati vari seminari di studio destinati principalmente ai lavoratori. Si discusse inoltre a lungo la possibilità di effettuare un biennio di scuola secondaria superiore; in taluni casi vennero anche realizzate delle sperimentazioni.

[60] Cfr. Giuseppe Carpené 1978.

[61] Di questa complessa indagine esiste una notevole documentazione, tuttavia non pubblicata.

[62] Si veda in proposito Viale 1978: 167 e segg. . Si veda anche Ciafaloni 1968.

[63] La nozione della fusione collettiva appartiene notoriamente alla sociologia durkheimiana (e in parte weberiana). A parte i testi originali dei classici della sociologia, è interessante il fatto che proprio in quegli anni il sociologo Francesco Alberoni – allora docente a Trento – avesse studiato i meccanismi della fusione collettiva nel suo libretto dal titolo Statu nascenti, cui faranno seguito più tardi altri studi più ponderati e complessi (cfr. Alberoni 1968, Alberoni 1977 e Alberoni 1989). Argomentazioni analoghe anche in Tullio – Altan 1992. Tra gli studi più recenti in quest’ambito possiamo segnalare i lavori di Randall Collins (cfr. Collins 2004). In campo antropologico e storico è stata elaborata la teoria analoga delle comunità immaginate da Benedict Anderson 1983. In proposito sono estremamente importanti i recenti lavori di Scott Atran che hanno implicato anche analisi empiriche e sperimentali del fenomeno (Cfr. Atran 2010 e Atran et Al. 2014). Per una sintesi e un’applicazione di questo indirizzo di studi si può vedere il mio saggio del 2016 su Durkheim e i suicide bombers, pubblicato sul mio blog Finestrerotte.

[64] Cfr. Anderson 1983.

[65] Si veda ad esempio lo scritto (anonimo) Cronaca della occupazione dell’Università di Torino in Quaderni piacentini n. 33 del febbraio 1968. Fin dall’occupazione di Palazzo Campana erano stati fatti dei seri tentativi per produrre dei modelli alternativi di didattica che comunque non riuscirono ad avere successo. Del resto, le Tesi della Sapienza del 1967 costituivano un tentativo di delineare un nuovo modello di Università in contrapposizione al piano Gui. È assai interessante, in Quazza 1970, il resoconto di una sperimentazione di nuova organizzazione degli studi al Magistero di Torino nel 1968-1969.

[66] La prima occorrenza, in Italia, nel titolo di un libro della nozione del “lungo Sessantotto” si ha, a nostra conoscenza, in Boato 2018. Il termine tuttavia ha nel volume un uso del tutto descrittivo e l’autore non provvede ad alcuna concettualizzazione. La stessa osservazione può essere rivolta a Marino 2004, che contiene un capitolo dedicato al “lungo Sessantotto” che risulta tuttavia assolutamente vago sul piano della definizione del concetto.

[67] Cfr. Kurlansky 2004: 230-231.

[68] Cfr. Cohn – Bendit 1968.

[69] L’esperimento del centro sinistra era cominciato in Italia con il governo Moro I, il 5/12/1963. Il primo periodo del Sessantotto italiano vide al governo il Moro III (24/2/1966 – 25/6/1968) composto da DC, PSI, PSDI, PRI. Ad esso seguì un breve governo Leone (25/6/1968 – 13/12/1968) che era un monocolore DC. Seguirono i tre governi di Mariano Rumor (dal 13/12/1968 al 6/8/1970): il Rumor I e il Rumor III erano di centro sinistra, mentre il Rumor II fu un monocolore DC.

[70] Il Sessantotto italiano è stato spesso accusato di utopismo. Può essere, ma si trattava di un utopismo perfettamente giustificato dall’assoluta mancanza di qualsiasi realistico sbocco politico.

[71] Il riferimento va a Crainz & Al. 2018.

[72] Si pensi al caso de La Zanzara, al processo Braibanti, alla manipolazione dell’informazione, alla censura. Si pensi al processo contro Don Milani, ma anche all’espulsione dei dissidenti de il Manifesto dal PCI.

[73] Rinvio nuovamente all’elenco delle riforme compilato da Patrizia Nosengo, che ho citato in apertura.

[74] Si veda il racconto dei fatti in Cazzullo 1998.

[75] In proposito, può essere utile andare a rileggere le Tesi della Sapienza, dove, in contrapposizione al piano Gui, viene formulata, nelle linee generali, una organica proposta di riforma universitaria.

[76] La scuola a tempo pieno (presentata come sperimentazione, secondo la legge 820/’71) è stato il solo tentativo, ben presto osteggiato dalle forze cattoliche, di riforma in uno degli ordini scolastici, quello elementare.

[77] È questa una situazione comune ai movimenti. Spesso le elezioni smentiscono i movimenti, perché questi, per quanto visibili e travolgenti siano, sono sempre movimenti di una minoranza. Quando si fanno le elezioni, quando si contano le teste, le maggioranze silenziose prendono la rivincita.

[78] Se veda su questo punto il mio Rinaldi 1999. Dalla pubblicazione del mio saggio – che fu allora accolto con un certo scetticismo – la prospettiva del Sessantotto come fenomeno transnazionale si è sempre più imposta all’attenzione degli studiosi. Si vedano in proposito Horn & Kenney 2004, Tismaneanu 2011, Crainz & Al. 2018, Flores & Gozzini 2018.

[79] Opinione di chi scrive è che il modo paradossale con cui è terminata la Guerra fredda (cioè l’implosione della Unione Sovietica) sia alla radice della maggior parte dei problemi del mondo di oggi, Italia compresa. Una minima traccia di questa analisi è contenuta nella parte finale del mio saggio su Rudi Dutschke e la primavera di Praga, pubblicato sul blog Finestrerotte.

 

 

1 Commento

  1. Provo a sintetizzare all’estremo un mio dubbio (e chiedo scusa per lo schematismo indotto dall’istanza di brevità: a me pare che non si possa a rigore parlare di orientamenti liberaldemocratici e di impegno civile nel Sessantotto italiano, che fu, mi sembra, soprattutto antisistemico e antistatuale (un esempio eclatante è lo slogan “Lo stato borghese si abbatte e non si cambia”…),legato più allo slogan di Don Milani “Obbedire non è più una virtù”, che alla concezione liberale dei diritti e del Diritto; e con forti coloriture anarchiche anche nelle sue componenti cattoliche, in fondo eredi del murrismo. In fondo, la lotta dei movimenti del Sessantotto manca, a mio giudizio, del nucleo teorico fondativo del pensiero liberale, vale a dire la preminenza della libertà dell’individuo, rispetto a ogni altra considerazione di relativa all’ordine o alla giustizia sociale. Men che meno mi pare di poter rintracciare elementi di consapevole e deliberato impegno civile nel femminismo, che anzi ebbe una fortissima impronta anarchica, legata alle tesi dei contropoteri, fino alla chiusura solipsistica nei gruppi di sole donne, in cui si elaborò addirittura una cosiddetta “controcultura” femminile, contrapposta a quella maschile. La lotta per il divorzio e per l’aborto, inoltre, nel movimento femminista si originarono più da considerazioni di tipo biopolitico, per così dire, direi alla Foucault, che dalla nozione liberaldemocratica di diritti civili. Insomma, a me sembra di poter dire che i movimenti del Sessantotto ebbero in Italia come effetto una serie di conquiste civili di stampo liberale, ma per quella eterogenesi dei fini che così spesso appare nella storia politica. Dovrei rifletterci con più calma, ma a caldo questi sono i miei dubbi. Scusami.

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