Pierangelo Garegnani: rifondare la teoria economica

Come è particolarmente evidente nel contesto europeo, le politiche economiche dei governi sono state più spesso ispirate, o comunque condizionate, dalla impostazione teorica neoclassica, secondo la quale esisterebbero meccanismi ‘spontanei’ che, se lasciati liberamente operare, regolerebbero in modo ottimale il funzionamento delle economie di mercato. Sebbene abbiano cominciato a vedersi  qua e là posizioni di segno diverso, in parte anche per gli effetti della pandemia, è tuttora prevalente la concezione che non chiede alla politica economica altro che la capacità di far ben funzionare ‘ingranaggi’ di cui la macchina sarebbe naturalmente dotata. Ci sembra pertanto interessante ripresentare qui un breve saggio di Roberto Ciccone sull’opera di un economista italiano che ha contribuito significativamente alla critica della teoria economica neoclassica e allo sviluppo di una impostazione alternativa, elaborando così un quadro concettuale in cui, come egli ebbe a dire, “ben poco spazio avrebbe l’idea che le politiche possano essere lasciate a dei ‘tecnici’ che le dirigano lungo un preciso tracciato, definito da un qualche interesse collettivo oggettivamente specificabile.”

 

Da “Moneta e Credito”, vol. 65 n. 259 (2012), 243-267

1.

Il 15 ottobre 2011 è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, uno degli economisti italiani più acuti e innovatori, i cui lavori hanno avuto grande influenza e alimentato occasioni di dibattito con studiosi quali Blaug, Bliss, Hahn, Hollander, Joan Robinson, Samuelson. La sua opera ha costituito un punto di riferimento per diverse generazioni di studenti e di ricercatori, sia in Italia che all’estero, e ciò anche indipendentemente da una piena condivisione dell’impostazione di teoria economica alla quale egli aderiva. L’attenta ricostruzione delle strutture analitiche entro le quali si collocano le proposizioni teoriche considerate, che era propria del modo di procedere di Garegnani e degli obiettivi della sua ricerca, consentiva infatti, e anzi – si può dire – imponeva, a chi entrava in contatto con i suoi studi, di assumere consapevolezza di aspetti e problemi che altrimenti potevano non essere altrettanto evidenti. E questa ricaduta ‘didattica’ del lavoro di Garegnani non mancava di lasciare il segno, rendendo di fatto necessario quanto meno confrontarsi con i suoi argomenti.

Dopo un paragrafo in cui si danno dei dettagli, per quanto ne ho conoscenza, del percorso accademico e culturale di Garegnani, attingendo anche ad alcuni ricordi personali al riguardo, ripercorrerò il contributo scientifico di questo studioso, soffermandomi su aspetti della sua ricerca che ritengo particolarmente significativi. Considerata l’ampiezza delle questioni affrontate da Garegnani durante la sua lunga attività, la scelta è tutt’altro che esaustiva, e indubbiamente risente dei miei interessi e della mia personale reattività a certi risultati del suo lavoro.[1]

2.

Pierangelo Garegnani era nato il 9 agosto 1930 a Milano, dove visse con la sua famiglia fino all’epoca degli studi universitari a Pavia. Dopo i primi livelli di istruzione egli frequentò un istituto tecnico per geometri di Milano, una scelta di carattere ‘pratico’ suggerita dai genitori e influenzata dall’incertezza circa le prospettive future alimentata dalla guerra allora in corso. Conseguito il relativo diploma, e terminato nel frattempo il periodo bellico, egli preparò e superò successivamente come privatista l’esame di maturità scientifica. Si iscrisse quindi al corso di laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia, ottenendo l’ammissione al prestigioso Collegio Ghislieri, e si laureò nel 1958 discutendo una tesi su Ricardo ispirata dall’Introduzione di Sraffa ai Principi di Economia Politica di quell’autore.[2]

Nel frattempo Garegnani aveva maturato un forte interesse per la politica, avvicinandosi al Partito Comunista Italiano, e stretto era il suo rapporto di amicizia con Aldo Tortorella, che diverrà uno dei maggiori esponenti del partito. Nel 1953, grazie alle borse di studio assegnategli, in ragione della sua tesi di laurea, dal Trinity College, dal Collegio Ghislieri e dal British Council[3], si presentò a Garegnani l’occasione di andare ad approfondire gli studi in economia politica proprio presso l’Università di Cambridge (UK), dove insegnava Sraffa e dove, anche per l’eredità intellettuale lasciata da Keynes, era al tempo nutrita la presenza di economisti ‘eterodossi’ – fra tutti, Joan Robinson e Nicholas Kaldor.

Tortorella ha ricordato, nel corso della cerimonia funebre a Genova[4] e nella giornata in memoria di Garegnani tenutasi presso l’Università Roma Tre[5] che l’opportunità di perseguire i suoi interessi di ricerca, per giunta nella sede universitaria più consona allo scopo, fu inizialmente contrastata, inGaregnani, dal dubbio che in tal modo egli sarebbe di fatto venuto meno all’impegno politico, di cui pure avvertiva il richiamo civile e morale. In ultimo, come Tortorella stesso lo aiutò a considerare, prevalse in Garegnani la consapevolezza che un contributo alla comprensione della realtà esistente, e all’ideale di una società diversa, poteva venire proprio dalla sua attività di studioso. Ed effettivamente questo è stato un aspetto centrale della prospettiva in cui, pur nell’assoluto rispetto dei più rigidi canoni di rigore analitico, Garegnani ha collocato il suo lavoro di ricostruzione dei fondamenti di impostazioni alternative di teoria economica, e, di qui, di critica del paradigma teorico divenuto dominante.

A Cambridge Garegnani ottenne l’ammissione al dottorato di ricerca (Ph.D.). Conseguì il titolo nel 1958, discutendo la tesi A Problem in the Theory of Distribution from Ricardo to Wicksell (finora non pubblicata), nell’elaborazione della quale egli fu seguito da Maurice Dobb quale supervisore ‘ufficiale’, e da Piero Sraffa. Subito dopo ebbe inizio la sua carriera accademica in Italia, nel corso della quale Garegnani è stato docente di Economia Politica presso le Università di Roma “La Sapienza”, di Sassari, di Pavia, di Firenze, ancora presso “La Sapienza” di Roma e, infine, dal 1992 fino alla sua andata a riposo nel 2005, presso l’Università Roma Tre, della quale fu nominato Professore Emerito nel 2007.

L’intensa attività di studioso di Garegnani comprende inoltre periodi di ricerca e insegnamento presso alcune Università estere tra le maggiori, quali Cambridge (UK), Stanford, M.I.T, New School (New York). E tra le sue attività di carattere internazionale deve ricordarsi quell’importante iniziativa che è stata la Scuola Estiva di Economia di Trieste, di cui Garegnani fu promotore e organizzatore insieme a un gruppo inizialmente costituito da Jan Kregel e Sergio Parrinello, e poi allargatosi ad altri studiosi, tra i quali Giacomo Becattini, Augusto Graziani, Luigi Pasinetti, Alessandro Roncaglia, Paolo Sylos Labini. A partire dal 1981 e per diversi anni la Scuola è stato un centro di attività didattiche avanzate, indirizzate a giovani ricercatori italiani e stranieri e improntate alla diffusione di impostazioni alternative alla teoria economica dominante – in primo luogo la moderna ripresa della teoria classica, avviata da Sraffa, e le correnti di pensiero ‘post-keynesiane’. Il fatto di riunire economisti accomunati dalla distanza dalla teoria neoclassica, ma i cui approcci potevano essere diversi sia rispetto alle ragioni del dissenso dal ‘mainstream’, sia rispetto ai contenuti di una teoria alternativa, alimentava la comunicazione e il confronto, con ricadute positive sia per i ‘docenti’ che per i ‘discenti’.[6]

Garegnani era membro dell’Academia Europaea dal 1989 e socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei dal 2001. Come è noto, era stato nominato da Piero Sraffa suo esecutore letterario, e quale curatore generale, insieme a Heinz Kurz, dell’edizione degli scritti inediti di Sraffa, egli coordinava il lavoro in corso per la pubblicazione di quei materiali, e ne aveva responsabilità diretta per alcune parti.

Termino questo paragrafo con alcuni accenni, che mi paiono significativi, alla mia esperienza di studente dei corsi di Garegnani, dalla quale scaturì l’interesse a continuare gli studi dopo la laurea, e che ha perciò costituito il punto di partenza di quello che è stato il mio lungo rapporto di collaborazione con lui. Quell’esperienza fu per me, come per altri studenti, estremamente feconda, e in un duplice aspetto. Ai contenuti di teoria economica, esposti con un rigore, una capacità di cogliere collegamenti strutturali e, al tempo stesso, un gusto per il dettaglio che costituivano qualcosa di diverso e di più di quello che avevo avuto dagli studi fatti fino ad allora, le lezioni di Garegnani aggiungevano uno spessore culturale che andava al di là degli elementi strettamente analitici. Si percepiva che nello sforzo critico da una parte, e costruttivo dall’altra, che motivava lo studio accurato delle teorie economiche, c’era non soltanto l’interesse scientifico a configurare un paradigma che fosse logicamente corretto; ma un obiettivo ultimo più generale: quello di meglio comprendere aspetti fondamentali del funzionamento della società, liberandosi dalle mistificazioni che si rivelavano sorrette da impalcature teoriche incoerenti. Era in effetti una delle forme in cui si manifestava quella tensione di Garegnani per l’impegno politico, nel senso ampio del termine, cui si è prima fatto riferimento. Ne è ulteriore riprova un fatto di rilievo cui mi è capitato di assistere nei primi anni di insegnamento di Garegnani a “La Sapienza” di Roma. Quanto Garegnani sosteneva, in particolare nel corso che trattava degli economisti classici, di Marx e di Sraffa, andava di fatto a toccare un tema politico-culturale di grande rilevanza in quel periodo (gli anni intorno al 1975), relativo alla possibilità che l’analisi di Marx continuasse o meno ad avere un ruolo nell’elaborazione della sinistra, a fronte dei ‘difetti’ che essa presentava sul piano strettamente analitico, e in particolare con riguardo alla teoria del valore. Implicita agli argomenti che Garegnani sviluppava in aula era una risposta affermativa: la ripresa dell’impostazione teorica classica avviata da Sraffa (e alla quale egli stesso stava contribuendo) consentiva di superare quelle difficoltà in modo coerente con il complesso dell’analisi di Marx, permettendone in definitiva il rafforzamento. La circostanza inusuale che si verificò durante i primi cicli di lezioni di Garegnani su questi temi fu la nutrita presenza in aula non soltanto di studenti, ma anche di giovani ‘borsisti’ (come si chiamavano i precari universitari di allora) e collaboratori vari di altre cattedre, provenienti persino da altre facoltà, in genere politicamente orientati e interessati a seguire quelle lezioni allo scopo di confrontarsi con le posizioni che Garegnani esponeva.

Ricordo che Antonietta Campus, che era assistente alla sua cattedra, nei colloqui con noi studenti si riferiva talvolta a Garegnani appunto come ‘il maestro’, un termine che ci sembrava arcaico, fuori tempo – si era tra l’altro in un periodo di forte contestazione dei rapporti con i docenti. Come ho poi capito col tempo, quella era invece un’espressione del tutto appropriata, come dimostra il non piccolo numero di studiosi che, come me, si sono formati con Garegnani, e soprattutto la traccia che egli ha lasciato in loro, e probabilmente non soltanto in loro. Garegnani è stato un autentico maestro, che tale è non soltanto per la professione che esercita, ma perché ha qualcosa da insegnare.

3.

Credo sia condivisa dagli studiosi di economia, quale che sia il loro orientamento, la convinzione che Garegnani abbia dato un contributo fondamentale al progresso della teoria economica: con il suo lavoro, critico e costruttivo, egli ha spostato in avanti di molte misure il grado di elaborazione teorica di molteplici tematiche che ricadono entro l’uno o l’altro dei sentieri di sviluppo dell’analisi economica aperti, rispettivamente, da Sraffa e da Keynes.

L’azione di rottura che Sraffa provoca in quella che al tempo era la dominanza del pensiero marginalista sulla teoria del valore e della distribuzione viene progressivamente articolata ed estesa da Garegnani su una pluralità di aspetti, e in entrambe le sue direttrici: quella della critica alla trattazione del capitale e quella della ripresa dell’impostazione degli economisti classici, ricondotta alla sua natura diversa e alternativa a quella della teoria marginalista.

Sul fronte della teoria del capitale i numerosi contributi di Garegnani integrano ed estendono i risultati che Sraffa (1960) aveva fatto emergere in Produzione di merci a mezzo di merci. Garegnani fa nitidamente vedere quali siano le difficoltà derivanti, entro la determinazione di prezzi e distribuzione in termini di domanda e offerta propria della teoria dominante, dalla circostanza che il capitale è costituito di merci producibili (alla quale allude lo stesso titolo del libro di Sraffa). Si tratta, come Garegnani diceva, di un nodo di difficoltà. Cominciamo con le problematiche relative alle versioni ‘tradizionali’ della teoria[7], rinviando ai successivi §4 e §5 la posizione di Garegnani nei confronti delle formulazioni contemporanee, costruite come sequenze di equilibri generali ‘intertemporali’.

La critica di Garegnani del sistema di Walras (Garegnani, 1990, sez. II)[8] mostra che una dotazione di capitale che, appunto come in Walras, sia arbitrariamente data nella composizione fisica non consente di soddisfare la condizione di uniformità del saggio di rendimento offerto dai singoli beni capitali (dove il rendimento rilevante è calcolato sul prezzo che copre il rispettivo costo di produzione). La duplice esigenza di consentire al capitale di assumere la composizione compatibile con quella condizione, e al tempo stesso trattare come data la quantità disponibile di capitale, come richiesto dalla struttura di domanda e offerta della teoria, spiega dunque perché, nella costruzione della teoria, la maggioranza degli autori neoclassici abbia seguito una strada diversa da quella di Walras, adottando la concezione del capitale come fattore singolo misurato in termini di valore[9] e come tale in grado di cambiare nella ‘forma’ senza modificarsi in ‘quantità’. D’altra parte, come Garegnani mette bene in luce, la condizione di uniformità del rendimento del capitale era percepita come irrinunciabile in ragione della sua implicita rilevanza per la significatività delle grandezze determinabili dalla teoria.

I problemi che per la teoria dominante discendono dalla misurazione in valore del capitale, hanno origine nell’interdipendenza che viene a crearsi tra il sistema dei prezzi e la quantità di uno dei fattori. Questi problemi toccano tanto il lato ‘dell’offerta’, con l’illegittimità logica immediatamente generata da una disponibilità di capitale assunta come nota, in termini di valore, prima che sia determinato il sistema dei prezzi sulla base del quale esprimere il valore di qualsiasi merce o aggregato di merci; quanto il lato ‘della domanda’ di capitale, sia per la possibilità che la tecnica produttiva più conveniente a saggi dell’interesse ‘bassi’ risulti tale anche per saggi dell’interesse ‘alti’, ma non a livelli intermedi del saggio dell’interesse, sia per la possibilità che nell’intorno di un livello del saggio dell’interesse r’ al quale due tecniche risultano equiprofittevoli, la tecnica che risulterebbe più profittevole per r > r’ impiega un rapporto capitale/lavoro più elevato, e viceversa.

La dimostrata possibilità di ‘ritorno delle tecniche’ e di ‘inversione dell’intensità capitalistica’, cioè dei due fenomeni cui si è ora fatto riferimento, contraddice una proposizione fondamentale della teoria: quella secondo cui l’impiego di un fattore produttivo, in rapporto all’impiego di altri fattori, dipenderebbe inversamente dal prezzo relativo del suo servizio, e quindi dal suo saggio di remunerazione. Tale proposizione, in quanto veniva fatta discendere dalla mera razionalità del comportamento degli agenti, applicata sia alla scelta tra metodi di produzione che alla scelta tra beni di consumo (con gli effetti che da tale ultima scelta derivano per i rapporti in cui i fattori sono complessivamente impiegati nella produzione), appariva come necessaria, e pertanto non rinunciabile. Essa assurgeva così a principio fondamentale della teoria, quel ‘principio di sostituzione’ (ibid., p. 8) che guiderebbe la ricerca del massimo beneficio individuale, applicata alle circostanze che la teoria assume a sue basi fattuali – come Garegnani le definiva – vale a dire l’esistenza di metodi di produzione alternativi e di beni di consumo alternativi (p. 71).

Oltre a trattarne gli aspetti strettamente analitici, i contributi di Garegnani mirano a chiarire quale sia la rilevanza di quel principio per la teoria marginalista, e perciò quale la portata della critica che lo mette in discussione. La possibilità che la condizione di minimo costo sia soddisfatta dalla medesima tecnica in intervalli non contigui del tasso d’interesse, o da una tecnica più capitalistica all’aumentare del saggio dell’interesse, confligge col presupposto che al crescere del saggio dell’interesse i metodi produttivi più profittevoli cambino sotto la spinta della convenienza a ‘risparmiare’ l’impiego di capitale relativamente al lavoro, come il principio di sostituzione vorrebbe. E anche la scelta tra beni di consumo alternativi, e in questo senso tra i rispettivi processi produttivi, può dare risultati di quel tipo nel momento in cui, al variare del saggio dell’interesse e del sistema dei prezzi, si modifichi l’ordinamento dei diversi beni di consumo in relazione alle intensità capitalistiche dei rispettivi processi.

Emerge così che quelle che dovrebbero essere le basi fattuali del principio di sostituzione, vale a dire la disponibilità di metodi di produzione alternativi e di beni di consumo differenti, non reggono il peso che è stato caricato su di esse. La deduzione logica, e quindi necessaria, che dovrebbe far discendere il principio di sostituzione da quelle circostanze di fatto (unitamente al comportamento massimizzante degli individui) si rivela fallace nel momento in cui la dimensione di uno dei fattori produttivi non è indipendente dal sistema dei prezzi.

Insieme al principio di sostituzione viene meno il fondamento di carattere generale delle funzioni di domanda dei fattori quali relazioni inverse tra le quantità relative dei fattori convenientemente impiegabili e le rispettive remunerazioni. Questo è il risultato della critica che Garegnani considera cruciale, e che egli utilizza per sostenere che la teoria non è in grado di esprimere le reali determinanti della distribuzione e dei prezzi. Nei comportamenti ‘perversi’ – cioè in contrasto con il principio di sostituzione – delle relazioni che dovrebbero rappresentare le forze di domanda dei fattori produttivi, Garegnani individua una causa di possibile instabilità dell’equilibrio generale, come anche di possibile inesistenza dell’equilibrio per valori strettamente positivi di prezzi e remunerazioni. E il fatto che la teoria possa mostrarsi incapace di generare risultati definiti, o possa produrre risultati ‘esplosivi’ in evidente contrasto con l’osservazione, rivela che essa ha costruito un sistema di relazioni fittizio, che non coglie le circostanze che effettivamente e sistematicamente operano nell’economia reale.

4.

Poiché demolisce il fondamento stesso della teoria neoclassica, la critica del principio di sostituzione è applicabile, secondo Garegnani, quale che sia la specifica formulazione della teoria. Questa posizione si accompagna a un aspetto centrale della ricostruzione, prima ancora che della critica, che Garegnani fa della teoria dominante. Egli sottolinea come, nella logica della teoria, il principio di sostituzione, che regola l’impiego del capitale relativamente al lavoro, proietti la sua azione sul flusso temporale dell’investimento lordo, il cui ammontare deve adeguarsi al risparmio lordo generato da redditi e prezzi corrispondenti all’equilibrio sui mercati dei fattori. E la natura che il risparmio assume nella teoria quale domanda di cespiti fruttiferi definita in termini di valore, in quanto indifferente a qualsiasi ‘portafoglio’ fisico che consenta il massimo rendimento (Garegnani usa citare, a questo riguardo, l’espressione di Walras ‘domanda di reddito futuro perpetuo’ [10]), si riverbera sull’investimento, chiamato a soddisfare quella domanda e perciò tenuto ad assumere valori coerenti con tale esigenza. A garantire questo risultato sarebbe appunto il principio di sostituzione: ad esempio, un potenziale eccesso di risparmio sarebbe assorbito da un maggiore ammontare dell’investimento lordo per effetto dell’incentivo che si determinerebbe, per un più basso saggio dell’interesse, sia ad adottare metodi produttivi a maggiore intensità capitalistica, sia a produrre in proporzione maggiore beni di consumo che impiegano un elevato rapporto capitale/lavoro. Beni capitali che non sarebbe possibile o economico continuare a utilizzare sarebbero così rimpiazzati da beni capitali di valore maggiore relativamente alla quantità di lavoro impiegata.[11]

In quanto cruciale per l’equilibrio risparmi-investimenti, il principio di sostituzione tra capitale e lavoro risulta dunque essenziale per l’equilibrio generale neoclassico, al di là del fatto che la dotazione di capitale vi sia rappresentata nei termini di una singola quantità di valore (come in Wicksell) o di un vettore di beni capitali distinti (come nel sistema di Walras e nelle formulazioni della teoria che a esso si richiamano). Garegnani sottolinea l’importanza che questa conclusione riveste con riguardo all’applicabilità della critica alle versioni contemporanee dell’equilibrio generale.[12] Egli ritiene infatti che, sebbene in tali formulazioni il capitale sia rappresentato da un vettore di quantità fisiche distinte, i fenomeni che contraddicono il principio di sostituzione possano essere rintracciati negli andamenti dei flussi di investimento in rapporto ai flussi di risparmio, e anche in quel contesto essere individuati quali cause di instabilità e molteplicità degli equilibri. Ancora negli ultimi periodi di attività, una parte dei suoi studi ha continuato a essere dedicata alle condizioni e alle difficoltà dell’aggiustamento tra investimenti e risparmi nel contesto dei moderni equilibri generali intertemporali.

5.

Un altro tema sul quale Garegnani ha dato un contributo estremamente importante, che ha lasciato una traccia profonda e alimentato dibattiti molto accesi, è quello del significato attribuibile alle grandezze teoriche, in particolare in rapporto alle grandezze effettive, o osservabili. Come diremo meglio tra poco, Garegnani è indotto ad affrontare questo problema nel corso della sua ricostruzione del cambiamento che progressivamente si verifica, a partire da Value and Capital di Hicks, nelle formulazioni dell’equilibrio generale, con il passaggio da una nozione di capitale quale singola grandezza, misurata in valore, a un vettore di n beni fisicamente specificati e, al tempo stesso, il passaggio da un concetto di equilibrio quale sistema di quantità e prezzi interpretabili come grandezze normali, o di lungo periodo, a una sequenza di equilibri formalmente riferiti a date successive nel tempo.[13]

Garegnani sottolinea come questo cambiamento, che nella sua interpretazione riflette il tentativo della teoria neoclassica di evitare le difficoltà connesse a una ‘quantità di capitale’ misurata in termini di valore (difficoltà percepite, in qualche misura, già prima del dibattito degli anni ’60 e ’70, che le ha esplicitamente e definitivamente fatte emergere), sia denso di implicazioni, tra le quali quella relativa al significato che è possibile attribuire ai prezzi e alle quantità che formano l’oggetto della teoria. Dall’analisi di questo problema scaturisce il chiarimento di un fondamentale aspetto metodologico, comune alla teoria classica come alle formulazioni ‘tradizionali’ dell’equilibrio generale neoclassico: in entrambi gli approcci le grandezze teoriche erano concepite come i valori ai quali le corrispondenti grandezze effettive tendono ad adeguarsi sotto la spinta della ricerca del vantaggio individuale, e quindi della concorrenza. Il presupposto che questo dovesse essere il contenuto empirico delle grandezze teoriche si riflette nella natura delle circostanze che le due teorie assumevano come determinanti, e che, sebbene diverse tra l’una e l’altra teoria, condividevano un carattere di persistenza rispetto alla molteplicità di fattori che in ogni dato istante possono influenzare le variabili economiche. Le grandezze oggetto delle due teorie formavano così quelle che Garegnani chiama “posizioni di lungo periodo”, o anche “posizioni normali”: espressioni che vogliono appunto suggerire l’idea che, sopra un periodo sufficientemente lungo da consentire la compensazione delle influenze temporanee e accidentali, quelle grandezze sarebbero emerse come posizioni centrali dei valori osservabili momento per momento – come “centri di gravità” dei valori effettivi, seconda la nota analogia che Smith aveva adottato per il concetto di ‘prezzo naturale’.

Quella medesima natura delle grandezze teoriche non può invece essere attribuita alle variabili che compaiono nelle formulazioni moderne della teoria neoclassica. Nella necessità di costruire sequenze temporali di equilibri generali si manifesta il carattere non persistente di almeno una delle determinanti: la composizione fisica dello stock di beni capitali.

Assunto uno stock di capitale arbitrariamente dato nei tipi e nelle quantità dei beni che lo costituiscono, esso risulterà in generale non il più adeguato relativamente alle altre circostanze che la teoria assume come date, vale a dire le preferenze dei consumatori e i metodi di produzione disponibili. Come Garegnani già rilevava nella sua critica di Walras,[14] l’arco di un singolo ciclo produttivo sarebbe perciò sufficiente ad alterare sensibilmente la composizione fisica del capitale esistente. Di ciò non può non tener conto la costruzione del sistema teorico, il quale deve pertanto darsi una struttura sequenziale, capace di accogliere le successive modificazioni endogene del vettore dei beni capitali, a partire da uno stock arbitrariamente dato che costituisce la dotazione iniziale di mezzi di produzione. La teoria si presenta così nella forma di una successione di equilibri generali, ciascuno dei quali costituisce un sistema di prezzi e quantità riferito a una specifica ‘data’.

L’obiezione di Garegnani è allora che la rapidità di variazione di quei prezzi e di quelle quantità nel tempo astratto concepito dalla teoria non consente di interpretare tali grandezze come valori centrali verso i quali le grandezze effettive tenderebbero nel tempo reale.[15] Né esse potrebbero essere concepite come dirette approssimazioni delle grandezze effettive, essendo queste ultime potenzialmente influenzate da un novero di circostanze ben più ampio, e a ben vedere neanche delimitabile a priori, che non la ristretta selezione operata dalla teoria. Quale sia il contenuto empirico, e cioè la relazione con le variabili osservabili, di quelle grandezze teoriche, resta dunque del tutto indefinito, con grave perdita di significatività della teoria. Ritornando alle formulazioni della teoria in cui il capitale era concepito come una quantità di valore, in quanto tale libera di ‘incorporarsi’ nelle forme fisiche adeguate alle condizioni dell’equilibrio, Garegnani fa così emergere una connessione tra quella nozione di capitale e l’esigenza di mantenere una corrispondenza tra variabili teoriche e variabili osservabili.[16] Trattare il capitale come un vettore di beni eterogenei, allo scopo di evitare le difficoltà analitiche connesse alla ‘quantità di capitale’ come grandezza singola, ha quindi un prezzo elevato sotto l’aspetto della potenziale capacità esplicativa della teoria. E quel prezzo sarebbe stato pagato invano se, come Garegnani sostiene negli ultimi suoi lavori, quelle difficoltà si ripresentano, sebbene in forma meno immediatamente evidente, anche nelle versioni contemporanee della teoria.[17]

6.

In parallelo al suo fondamentale apporto alla critica della teoria dominante, Garegnani ha dato un contributo non meno importante alla ripresa dell’impostazione teorica classica iniziata da Sraffa. Mi soffermo qui su tre dei molteplici aspetti di questo contributo.[18]

Un primo aspetto è costituito dalla ricostruzione delle teorie del valore e della distribuzione degli economisti classici e di Marx, che porta Garegnani a mostrare come, pur nelle loro differenze su specifici punti analitici, quelle analisi condividano un’impostazione comune con riguardo alla natura delle circostanze che determinano la divisione del prodotto tra le categorie di reddito: in quegli autori la distribuzione è regolata in primo luogo dai fattori storico-sociali da cui vengono fatti dipendere il livello e la composizione dei salari reali. Alla base di questa visione c’è la nozione di un salario di sussistenza, accettato, nella comune opinione della società, come un paniere minimale e quindi irrinunciabile per il lavoratore, col quale il salario potrà coincidere, oppure elevarsi al di sopra di esso, a seconda delle ulteriori circostanze in grado di condizionare la forza contrattuale del lavoratore nella situazione considerata. Questo tipo di spiegazione porta a concepire una struttura logico-analitica in cui il salario reale è trattato come dato rispetto alle altre categorie di reddito (profitti e rendite), che risultano perciò determinate residualmente, quale quota del prodotto sociale (netto) che eccede i salari.

Mettendo in luce il particolare carattere della spiegazione classica della distribuzione, Garegnani integra e rende meglio visibile quanto in Sraffa è implicito nell’Introduzione ai Works di Ricardo e in Produzione di merci a mezzo di merci, circa la diversità dell’approccio classico rispetto alla successiva teoria marginalista, o neoclassica. L’analisi di Garegnani consente di cogliere il contrasto tra la natura storico-sociale delle circostanze che regolano la distribuzione nell’impostazione classica, con la conseguente asimmetria tra salari e altri redditi, e la determinazione simultanea e simmetrica, in termini di forze di domanda e di offerta, delle quote di reddito attribuite ai ‘fattori produttivi’, propria della teoria neoclassica.

Un secondo elemento di fondo del contributo di Garegnani alla ripresa dell’impostazione classica è il chiarimento che egli ha saputo dare della struttura analitica di tale impostazione. Garegnani individua nella teoria classica due aree, costituite da relazioni di diverso grado di generalità: a) un ‘nucleo’ strettamente quantitativo, che comprende le relazioni univoche e generali che è possibile definire, per dati livelli di produzione e dati metodi produttivi conosciuti, tra variabili distributive e prezzi relativi; e b) l’insieme delle relazioni nelle quali agiscono le determinanti della distribuzione, dei livelli di produzione, delle tecniche conosciute, relazioni non necessariamente univoche e non altrettanto generali quanto quelle incluse nel ‘nucleo’. Le relazioni che formano il ‘nucleo’ derivano dal sistema delle equazioni di prezzo, integrato dalle condizioni che individuano i metodi di produzione più convenienti tra quelli disponibili, e posseggono perciò le medesime qualità di necessità e astrattezza proprie delle equazioni, e condizioni che ne costituiscono la base analitica. Altra è la natura delle relazioni che si collocano fuori del ‘nucleo’, le cui caratteristiche possono essere diverse a seconda del contesto economico e sociale: come, ad esempio, per l’influenza che circostanze sociali e istituzionali possono avere sul salario reale; per l’influenza che il livello del salari reali può avere sul livello del prodotto complessivo e quella che quest’ultimo può a sua volta esercitare, specie per il tramite del corrispondente livello di occupazione, sul livello dei salari; per l’influenza che i livelli di produzione possono avere sui metodi produttivi. La distinzione tra i due gruppi di relazioni consente, in particolare, di cogliere il senso in cui le quantità prodotte entrano come date nelle relazioni comprese nel ‘nucleo’ della teoria, e specificamente, come troviamo in Sraffa, nel sistema delle equazioni di prezzo. In quel trattamento dei livelli di produzione si manifesta la separazione analitica tra determinazione dei prezzi e determinazione delle quantità, che nella teoria classica deriva appunto dall’assenza di nessi di carattere generale tra i due gruppi di grandezze. Tale separabilità costituisce una radicale differenza rispetto alla teoria neoclassica, nella quale i costi di produzione dipendono funzionalmente dalle quantità prodotte per il tramite della determinazione della distribuzione in termini di equilibrio di domanda e offerta dei ‘fattori produttivi’. La teoria classica, invece, non implica simili legami funzionali, pur naturalmente ammettendosi che i livelli di produzione possano influenzare distribuzione e prezzi relativi delle merci, come ad esempio per l’effetto, a livello ‘micro’, di economie di scala, o dell’impiego di risorse naturali scarse; ovvero, a livello prevalentemente ‘macro’, in ragione della relazione diretta tra prodotto aggregato e occupazione di lavoro cui si è fatto cenno poco sopra, con conseguenti ricadute sulle circostanze (la ‘forza contrattuale’ dei lavoratori) in grado di influire sul livello dei salari reali, e di qui sul sistema dei prezzi.

Le esemplificazioni ora date servono a mostrare lo scarso grado di generalità attribuibile a questi tipi di influenze, che sia in intensità che nel segno possono essere diverse da caso a caso, a seconda di caratteristiche di varia natura dei sistemi economici o delle specifiche produzioni considerate. Risulta perciò naturale, in questa impostazione teorica, studiare le variazioni delle variabili distributive e dei prezzi, utilizzando in primo luogo le relazioni tra queste grandezze individuabili assumendo come dati i livelli di produzione rilevanti; e successivamente considerare, a un livello di astrazione inferiore, le variazioni delle quantità prodotte che ne possono scaturire, e i loro possibili effetti di ritorno su prezzi e distribuzione.

Il chiarimento di questo aspetto della struttura analitica classica consente a Garegnani di ribadire, in varie occasioni di dibattito con autori di scuola neoclassica,[19]19 che nell’impostazione classica la separazione tra determinazione dei prezzi e determinazione delle quantità prodotte, e quindi l’assenza di una determinazione simultanea dei due gruppi di variabili, non presuppone l’ipotesi restrittiva di rendimenti costanti.

Garegnani rende così più esplicito anche il senso del caveat che, nella prefazione a Produzione di merci a mezzo di merci, Sraffa indirizza a chi, “avvezzo a pensare in termini di equilibrio tra la domanda e l’offerta può essere indotto […] a supporre che si sia inteso limitare l’argomento al caso di industrie a rendimenti costanti” (Sraffa, 1960, p. V).

Un contributo più specifico, e di natura strettamente analitica, che Garegnani ha dato all’avanzamento dell’impostazione teorica classica riguarda la determinazione del saggio generale del profitto. Per un saggio del salario di cui siano assunti come noti livello e composizione fisica, come generalmente è negli economisti classici e in Marx, Garegnani mostra che il saggio del profitto è determinato nella parte dell’economia deputata a produrre le merci che entrano nei salari e a riprodurre i mezzi di produzione diretti e indiretti di quelle merci, senza alcuna influenza delle condizioni di produzione delle altre industrie – a conferma di quanto emergeva, ma entro condizioni restrittive, dalle teorie dei profitti che Ricardo propone prima nel Saggio sui profitti e poi nei Principi. E, servendosi della misura dei valori di Adam Smith, il “lavoro comandato”, Garegnani procede a una corretta determinazione del saggio del profitto quale unica incognita di una singola equazione, recuperando così quel “metodo dell’equazione di sovrappiù” che Ricardo e Marx adottavano ricorrendo alla teoria del valore-lavoro per esprimere i valori degli aggregati. In quella equazione il saggio del profitto è determinato, all’interno del settore integrato che riproduce (direttamente e indirettamente) i ‘beni-salario’, mediante la ripartizione sul valore del capitale anticipato di un ammontare di profitti ottenuto per sottrazione dal prodotto (netto) del settore, e noto indipendentemente dal saggio del profitto stesso.[20] Rispetto al sistema delle equazioni di prezzo questa determinazione presenta allora il vantaggio di conservare l’immagine dei profitti come reddito ‘di sovrappiù’, e quindi residuale, che è propria della teoria classica, e che nella soluzione offerta dalle equazioni di prezzo viene a essere oscurata dal fatto che profitti complessivi e valore del prodotto sociale risultano essi stessi determinati simultaneamente al saggio del profitto.

7.

Come si è inizialmente accennato, i contenuti propositivi dell’opera di Garegnani includono l’integrazione della teoria classica della distribuzione con un’analisi dei livelli del prodotto aggregato fondata sul principio dell’autonomia della domanda rispetto al prodotto potenziale dell’economia.[21] La spiegazione classica della distribuzione ammette la possibilità di disoccupazione non temporanea di lavoro, pur entro condizioni di libera concorrenza – la ‘normalità’ della disoccupazione è anzi una delle circostanze che in quell’impostazione contribuiscono a determinare la posizione generalmente debole dei lavoratori nel conflitto distributivo. Nella teoria classica il principio keynesiano della domanda effettiva quale limite dell’output aggregato può perciò congiungersi a una determinazione della distribuzione compatibile con condizioni di sottoutilizzazione delle risorse, e perciò coerente con il principio stesso.

Quest’ultimo può così appoggiarsi su basi più solide e generali di quelle di cui Keynes aveva al tempo potuto dotarlo in assenza di una critica, come pure di un’alternativa, alla dominante teoria della distribuzione in termini di equilibrio di domanda e offerta dei fattori. La mancanza di relazioni univoche tra distribuzione e livelli di produzione genera dunque quella flessibilità della struttura analitica classica che di fatto la rendeaperta a concezioni alternative circa la determinazione del livello del prodotto aggregato, quali sono la – oggi inaccettabile – ‘legge di Say’, cui aderiva Ricardo, e l’opposto, e analiticamente superiore, principio della domanda effettiva.

Come tutto il lavoro di Garegnani, anche questa parte della sua opera affronta un tema centrale della teoria economica, e ha di conseguenza implicazioni che toccano una molteplicità di aspetti.

Una prima, fondamentale implicazione porta nella direzione opposta alla riduzione che la macroeconomia moderna ha operato con riguardo al ruolo della domanda nella determinazione dei livelli di attività, che dalla ‘sintesi neoclassica’ in poi è stato ristretto entro condizioni di rigidità dei prezzi e dei salari, siano esse limitate al breve periodo o a forme di mercato non concorrenziali. Ma allorché è associata a una teoria della distribuzione che non si fonda su forze di domanda e offerta di ‘fattori produttivi’, e quindi su meccanismi di prezzo che assicurerebbero la tendenza al pieno impiego delle risorse, l’autonomia della domanda di prodotti rispetto all’output potenziale non presuppone alcun ostacolo al libero ‘funzionamento’ del sistema dei prezzi, e può quindi estendersi al lungo periodo come a condizioni concorrenziali. Così, considerando gli investimenti come la determinante della domanda aggregata complessiva (in assenza di spesa pubblica e commercio estero), la possibilità che essi si mantengano al di sotto del livello che genererebbe una domanda aggregata in grado di assorbire il prodotto potenziale non ha ragione di derivare da una mancata, o insufficiente, diminuzione del saggio dell’interesse: nella teoria classica non trova fondamento analitico una dipendenza funzionale degli investimenti dal saggio dell’interesse (e in generale dal sistema dei prezzi), e può quindi concepirsi che la domanda di investimenti resti, pur eventualmente oscillando, al di sotto del livello ‘di pieno impiego’ per qualsiasi livello del saggio dell’interesse (e qualsiasi sistema di prezzi).

Analogo argomento vale se si guarda al problema dal lato del cosiddetto ‘mercato del lavoro’, dove non vi è ragione per cui l’esistenza di disoccupazione involontaria dovrebbe necessariamente imputarsi a una mancata discesa del salario reale. La teoria classica della distribuzione non offre basi analitiche per una dipendenza funzionale dell’occupazione di lavoro dal saggio del salario reale; mentre l’introduzione del principio della domanda effettiva genera la possibilità che diminuzioni nei salari reali, e l’associata redistribuzione del reddito, abbiano effetti negativi sulla domanda di prodotti, e, di conseguenza, sulla domanda di lavoro.

Dall’estensione al lungo periodo del ruolo della domanda aggregata, Garegnani deriva una visione del processo di accumulazione in cui la dimensione dello stock di capitale è essa stessa una variabile che risponde al livello della domanda di prodotti. L’incentivo a utilizzare la capacità produttiva in misura ‘normale’ genera nelle imprese la tendenza ad adeguare la dimensione della capacità ai livelli di produzione che il mercato può assorbire. Garegnani sottolinea, in particolare, che l’elasticità con cui la capacità produttiva è in grado di reagire agli stimoli della domanda è più alta di quanto possa a prima vista apparire, in quanto un’iniziale espansione genera margini per potenziali successive espansioni sempre maggiori, in virtù dei via via maggiori flussi di investimento lordo che, a parità di altre condizioni, diventano realizzabili.[22] Ne segue che lo stock delle attrezzature esistenti in un dato periodo non costituisce un limite superiore per i livelli di produzione che potrebbero realizzarsi in futuro, e neanche un indice dei livelli raggiunti in passato, i quali potrebbero invece essere stati superiori – mentre le ‘tracce’ lasciate da una successiva persistente caduta della domanda relativamente alla capacità produttiva tenderebbero a essere cancellate dal mancato rinnovo della capacità in eccesso. Da notare, con riguardo alla concezione ora delineata, che sebbene in essa sia evidentemente presente un’influenza della domanda sull’ammontare degli investimenti, Garegnani non riteneva che questa relazione fosse suscettibile di una formulazione sufficientemente generale per essere rappresentata da una ‘funzione’. Il legame tra domanda aggregata e investimenti appartiene, per Garegnani, al gruppo di relazioni che si collocano al di fuori del ‘nucleo’ della teoria, in quanto appunto relazioni non formulabili nei termini astratti e generali sottesi a una loro rappresentazione in forma matematica.

La visione del processo di accumulazione così delineata, nella quale la creazione (o distruzione) di capacità produttiva risponde essa stessa agli stimoli della domanda, segna una distanza significativa della posizione di Garegnani rispetto ad altri approcci che pure condividono l’idea dell’indipendenza, anche nel lungo periodo, delle decisioni di investimento rispetto ai risparmi di pieno impiego. Mi riferisco a sviluppi teorici spesso indicati come ‘post-keynesiani’, e contraddistinti dall’idea che proprio nel lungo periodo l’adeguamento dei risparmi al volume degli investimenti opererebbe non già tramite le variazioni del livello del reddito, bensì modificando opportunamente la distribuzione del reddito tra salari e profitti, e con essa la propensione generale al risparmio della collettività. In questi contributi la distribuzione è pertanto determinata dall’intensità del processo di accumulazione, come formalmente risulta dall’uso dell’uguaglianza g = Spr quale relazione causale – la ben nota “equazione di Cambridge” – nella quale, data la quota di profitti risparmiata Sp, e posta pari a zero la quota di salari risparmiata, il saggio del profitto r viene fatto dipendere dal tasso di accumulazione e crescita g.[23]

Quello che distingue le due impostazioni è, in ultima analisi, che mentre le variazioni della distribuzione imposte dall’equazione ora menzionata presuppongono la rigidità dell’output complessivo a fronte di livelli diversi dell’investimento, Garegnani ritiene che nel lungo periodo l’elasticità con cui il livello di produzione può adeguarsi alla domanda sia invece ancor maggiore che nel breve periodo: le variazioni nella dimensione della capacità produttiva consentirebbero infatti di estendere tale flessibilità al di là di quella ammessa, per il breve periodo, entro il limite del maggiore o minore utilizzo della capacità esistente.[24] E questo pieno riconoscimento del ruolo della domanda nel regolare i livelli di lungo periodo dell’output mediante variazioni sia del grado di utilizzo che della dimensione della capacità produttiva, non manca di coinvolgere il contenuto dell’uguaglianza g = Spr, alla quale Garegnani nega ogni valenza esplicativa per la distribuzione. Da un lato, se quella relazione è soddisfatta per effetto di divergenze dell’utilizzo medio effettivo della capacità rispetto al grado normale, la variabile r che vi compare esprime i profitti realizzati in rapporto allo stock di capitale, vale a dire una grandezza in grado di assumere valori diversi senza richiedere variazioni nel saggio normale del profitto r* (implicito al quale è l’utilizzo normale della capacità), e quindi nel saggio del salario reale.[25]25 Per un altro verso, la tendenza della dimensione della capacità produttiva ad adeguarsi ai livelli della domanda mette in discussione la stessa possibilità di concepire il ‘tasso di accumulazione’, e cioè il rapporto tra l’investimento (netto) e lo stock di capitale, come variabile indipendente.

8.

Deve infine rilevarsi che il lavoro teorico di Garegnani ha contribuito ad aprire una prospettiva concettuale feconda per l’analisi dei problemi reali e l’elaborazione di politiche idonee a fronteggiarli.

Sebbene la sua produzione scientifica non abbia avuto per oggetto, se non sporadicamente, tematiche applicate, in alcuni contributi relativamente recenti[26] è lo stesso Garegnani a sottolineare le potenzialità che la critica della teoria neoclassica e la ripresa dell’impostazione classica di teoria della distribuzione, integrata dal ruolo della domanda aggregata, rivestono per l’analisi dei fenomeni reali e per la conseguente formulazione delle politiche economiche.

Da un lato la critica della teoria dominante sottrae fondamento analitico alla convinzione che la flessibilità di prezzi e salari, e più in generale l’operare dei meccanismi di mercato, siano sufficienti a consentire al sistema economico di realizzare un’‘allocazione’ delle risorse della collettività che sia efficiente, in primo luogo nei livelli di occupazione. Alla luce della critica diventano visibili i limiti, o addirittura le contraddizioni rispetto agli obiettivi prefissati, del tipo di interventi spesso proposti quali politiche per la crescita e l’occupazione, e che in larga misura consistono in riforme istituzionali volte a eliminare o ridurre gli elementi che nei vari mercati – incluso, e certo non ultimo, il ‘mercato’ del lavoro – ostacolerebbero il reciproco adattamento tra domanda e offerta. È evidente che misure di questo segno si affidano implicitamente proprio a quel ‘principio di sostituzione’ che dovrebbe garantire un sufficiente grado di elasticità della domanda di fattori produttivi, oltre che di beni, la cui validità è l’oggetto centrale della critica di Garegnani.

Sul fronte costruttivo il quadro teorico proposto da Garegnani, che riprende l’impostazione classica di teoria della distribuzione e dei prezzi e vi innesta il ruolo della domanda quale determinante dei livelli di output, non presuppone relazioni univoche tra il sistema dei prezzi e i livelli di produzione e occupazione, e tantomeno avrebbe ragion d’essere la capacità del solo sistema dei prezzi di dare risultati in alcun senso ottimali nell’impiego delle risorse. Entro quel contesto, le politiche in grado di innalzare i livelli di attività e occupazione non possono perciò limitarsi a operare per il solo tramite dei prezzi, come nel caso delle azioni volte a contrastare eventuali poteri di mercato e a favorire la concorrenza – quali che siano i meriti che a tali misure possano eventualmente riconoscersi su altri versanti.

Interventi che servano allo scopo devono piuttosto incidere sulle fonti della domanda aggregata e, in contrasto con la visione oggi dominante, questo requisito porta a ricollocare la spesa pubblica, e più in generale l’intervento pubblico, tra gli strumenti utili per la crescita dell’economia. Analoga considerazione vale per politiche redistributive che innalzino la ‘propensione al consumo’ della collettività, mentre effetti addirittura controproducenti per produzione e occupazione potrebbero ascriversi a misure che si risolvessero in riduzioni dei salari, per via dell’influenza depressiva sulla domanda aggregata che ne deriverebbe. E, come si è già osservato nel paragrafo precedente, al ruolo determinante della domanda per i livelli di output di lungo periodo è complementare l’elasticità con cui la creazione di capacità produttiva è in grado di rispondere agli stimoli della domanda stessa. Garegnani può così puntualizzare che le opportunità di crescita di un’economia vanno al di là di quelle ‘visibili’ sulla base della capacità produttiva esistente, e che sono tali ampie potenzialità che occasionalmente si concretizzano in fasi di espansione così intense e rapide da essere talvolta definite ‘miracoli economici’ – come nei casi, tra quelli recenti, di alcune economie asiatiche e della Cina.[27]

Accanto alle implicazioni di derivazione teorica, alle quali si è fatto riferimento poco fa, in uno dei contributi menzionati all’inizio del presente paragrafo Garegnani mette in evidenza un aspetto metodologico che distingue, sul piano applicativo, l’approccio classico da quello neoclassico, e che discende dalla diversità delle due rispettive strutture analitiche.

L’argomento viene sviluppato in reazione alla tesi secondo cui, ai fini della formulazione di previsioni circa gli effetti delle politiche, la separazione in stadi analitici che contraddistingue la teoria classica costituirebbe uno svantaggio rispetto alla meccanicità delle routine predictions consentite dalla determinazione simultanea delle variabili, propria della teoria neoclassica. Nella replica di Garegnani, quella separazione, con il conseguente uso di relazioni che si collocano al di fuori del ‘nucleo’ della teoria e prendono forme aperte all’influenza di aspetti istituzionali, è invece fattore di elasticità, che permette all’analisi classica di rispondere alla complessità della realtà meglio di quanto possano fare le pre-definibili applicazioni dell’equilibrio generale neoclassico.

L’affermazione con cui Garegnani termina la discussione nella direzione ora detta è particolarmente significativa, e può quindi ben essere utilizzata nel concludere anche la presente nota: “As for method in policy analysis, I believe it can be said that there is bound to be less space for ‘routine predictions’ about the effects of policy, whether from theoretical analysis, or econometric models: the fact that as we said the analysis would largely have to be carried out outside the ‘core’ of classical theory will see to that. There will be in fact few grounds left for the idea that policy may be left to technicians who will steer an exact course in some objectively specifiable collective interest.”[28]

L’attualità di queste parole, che al lettore di oggi, specie se perplesso circa la pretesa ineluttabilità delle politiche correntemente adottate nelle economie a noi più vicine, possono apparire quasi profetiche, testimonia la fecondità di quell’opera di ricostruzione dell’analisi economica alla quale Garegnani ha dato, con il lavoro di una vita, un contributo decisivo.

 

  1. Per un elenco aggiornato dei lavori di Garegnani si veda de Vivo (2012).
  2. Questo elemento di informazione è ripreso da Petri (2000), dove si trovano ulteriori dettagli del percorso accademico di Garegnani, insieme a un’accurata presentazione dei principali contenuti del suo lavoro fino a quell’epoca.
  3. Cfr. Petri (2008) e Milgate (2012).
  4. Cimitero Staglieno, 19 ottobre 2011.
  5. Roma, Università Roma Tre, Facoltà di Economia, 24 febbraio 2012.
  6. Con riguardo a finalità, risultati e difficoltà della Scuola Estiva di Trieste si veda la nota di Parrinello (1988), pubblicata quando la Scuola era ancora in attività.
  7. Una dettagliata ed esauriente trattazione di queste problematiche è in Garegnani (1990).
  8. La critica, già contenuta nella menzionata tesi di dottorato di Garegnani (vedi sopra, § 2), è pubblicata per la prima volta in Garegnani (1960), capp. III e IV. Una successiva versione (Garegnani, 1962), riveduta e integrata, dopo aver avuto una circolazionepiuttosto ampia, è stata pubblicata come Garegnani (2008). Cfr. Petri (2008).
  9. Una volta esclusa la generale validità di una misurazione della ‘quantità di capitale’ in qualche tipo di unità tecniche, quale sarebbe il caso del ‘periodo medio di produzione’.
  10. Garegnani (1960), p. 96; Garegnani (2000), par. 26.
  11. Garegnani (1978), § 5.
  12. 12 Per la possibilità di estendere la critica alle formulazioni moderne dell’equilibrio generale cfr. Garegnani (2003), (2005a) e (2005b).
  13. Garegnani (1976).
  14. Garegnani (1960), pp. 116-117.
  15. Garegnani (1979), § 5 (trad. it. § 4).
  16. Garegnani (2005a), § 6.
  17. Garegnani (2003), § 27.
  18. Per un’esposizione complessiva ma sufficientemente dettagliata del contributo di Garegnani alla ripresa e allo sviluppo dell’impostazione classica, cfr. Garegnani (1987).
  19. Cfr., ad esempio, Garegnani (2007a), in particolare la sez. I.
  20. Garegnani (1987), sez. VI.
  21. Per gli argomenti trattati in questo paragrafo cfr. Garegnani (1978) e (1979a).
  22. Cfr. Garegnani (1992).
  23. L’equazione di Cambridge viene generalmente collocata entro condizioni di crescita bilanciata (come rivela l’identificazione del tasso di accumulazione del capitale con il tasso di crescita dell’economia). Una posizione radicalmente in contrasto con la proficuitàdell’ipotesi di steady growth per l’analisi del processo di accumulazione è di fatto contenuta in Garegnani e Trezzini (2010), dove si mette in rilevo che le oscillazioni del livello degli investimenti, insieme al comportamento asimmetrico della propensione marginale al consumo nelle fasi di espansione e contrazione del reddito, possono essere sufficienti a generare una tendenza alla crescita del prodotto complessivo.
  24. Garegnani (1992), sez. II.
  25. 25 Circa la nozione di saggio normale del profitto, la sua relazione con il concetto di utilizzo normale della capacità e la distinzione rispetto al rapporto tra profitti realizzati e stock di capitale esistente, cfr., in particolare, Garegnani (1992), pp. 56 e 60-61; Garegnani e Palumbo (1998), pp. 14-15 (trad. it. pp. 138-139). Chi scrive si è occupato di tali questioni in Ciccone (1986) e (1990).
  26. Garegnani (2007b); Garegnani (2011), §§ 4 e 5; Cavalieri et al. (2004).
  27. Garegnani (2011), p. 602.
  28. Garegnani (2007b), p. 236. Trad. it.: “Con riguardo al metodo di analisi, credo si possa dire che naturalmente c’è meno spazio per procedure standardizzate di previsione (routine predictions) degli effetti delle politiche, sia nell’ambito dell’analisi teorica che della costruzione di modelli econometrici: ne è riprova il fatto che, come detto, l’analisi dovrebbe essere condotta per lo più al di fuori del ‘nucleo’ della teoria classica. Di fatto ben poco spazio avrebbe l’idea che le politiche possano essere lasciate a dei ‘tecnici’ che le dirigano lungo un preciso tracciato, definito da un qualche interesse collettivo oggettivamente specificabile.”

 

 

ROBERTO CICCONE Università degli Studi di Roma Tre; email: ciccone@uniroma3.it.

Da “Moneta e Credito”, vol. 65 n. 259 (2012), 243-267

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