Torna Piketty con “Capital et idéologie”, il seguito del “Capitale nel XXI secolo”

Su segnalazione del civis Renzo Penna segnaliamo una delle poche recensioni del nuovo e atteso libro di Piketty “Capital et Idéologie”. Uscito in Francia sarà in Italia pubblicato nei prossimi mesi dalla Nave di Teseo.

Bisogna trovarne le ragioni delle disuguaglianze, altrimenti l’intero edificio politico e sociale rischia di crollare”

di Fabrizio Tonello (da ibolive.unipd.it)

Non capita tutti gli anni che un libro di 696 pagine diventi un bestseller in tutto il mondo, almeno dopo Harry Potter e i doni della morte di J. K. Rowling, che nell’edizione inglese riempiva ben 784 pagine. Capita ancora meno se il libro in questione non è una divertente storia di piccoli maghi buoni che eroicamente sventano un golpe fascista dei maghi cattivi in Gran Bretagna, bensì un ponderoso tomo di economia opera di uno studioso francese. E, infine, ogni speranza di successo dovrebbe scomparire se il libro in questione ha come titolo Il capitale nel XXI secolo, e, nell’edizione americana, Capital è scritto a grandi lettere rosse, tanto per ricordare al lettore che c’è ancora qualcuno che prende sul serio Das Kapital di Karl Marx.

E invece le astuzie della Storia si sono fatte beffe degli esperti del mercato editoriale e Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty, pubblicato nel 2013, non solo è stato un bestseller ma è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto complessivamente due milioni e mezzo di copie. Ora il “giovane” economista francese (48 anni) ci riprova con Capital et idéologie, che ha ben 1088 pagine e tra qualche giorno sarà in libreria a Parigi (l’edizione inglese uscirà nel 2020, mentre quella italiana tra alcuni mesi dalla Nave di Teseo). Ma di cosa parla Capital et idéologie? Parla del fatto che, da quando esiste l’agricoltura e non siamo più cacciatori-raccoglitori, ogni società umana, secondo Piketty, “deve giustificare le sue disuguaglianze: bisogna trovarne le ragioni, altrimenti l’intero edificio politico e sociale rischia di crollare”. Ogni epoca produce quindi discorsi e ideologie (più o meno contraddittorie) che legittimano la disuguaglianza esistente descrivendo come naturali le regole economiche, sociali e politiche che strutturano l’insieme.

Nelle società contemporanee, la narrazione dominante è quella “meritocratica” già analizzata da Michael Young molti anni fa in un libro capito a rovescio (Meritocracy era una satira, recentemente è stato preso come un manuale per far carriera). Piketty riassume così lo storytelling del neoliberismo: “La disuguaglianza moderna è giusta, perché deriva da un processo liberamente accettato dove ognuno ha pari opportunità di accesso al mercato e alla proprietà, e dove tutti beneficiano spontaneamente dell’accumulazione dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili [alla società]”. L’economista francese sottolinea che questa visione in teoria si colloca all’estremo opposto rispetto ai meccanismi della disuguaglianza nelle società premoderne, che si basavano su rigide, arbitrarie e spesso dispotiche disparità di status. Il problema, afferma il libro, “è che questa grande narrazione proprietaria e meritocratica, che ha avuto la sua prima ora di gloria nell’Ottocento, dopo il crollo delle società dell’Ancien Régime, e una riformulazione radicale di ambizioni mondiali dopo la caduta del comunismo sovietico e il trionfo dell’ipercapitalismo, appare oggi sempre più fragile”.

Capital et idéologie affronta in prospettiva storica il problema della distribuzione della ricchezza all’interno delle società più diverse, dalla Svezia al Brasile, dagli Stati Uniti all’India, arrivando a due conclusioni: primo, la diseguaglianza è fortemente aumentata negli ultimi anni, essenzialmente per scelte politiche dei governi e, senza interventi correttivi, essa è destinata ad aumentare ancora: “C’è ovunque un abisso tra i proclami ufficiali ‘meritocratici’ e la realtà che le classi svantaggiate devono affrontare in termini di accesso all’istruzione e alla ricchezza. Il discorso meritocratico e imprenditoriale appare molto spesso un modo conveniente per chi trae vantaggi dal funzionamento dell’attuale sistema economico per giustificare qualsiasi livello di disuguaglianza, senza nemmeno doverlo esaminare, e per stigmatizzare i perdenti per la loro mancanza di meriti, virtù e diligenza”.

Una critica non nuova del neoliberismo, con la differenza che Piketty offre al lettore una mole di dati impressionante (decine e decine di tabelle spesso originali e sorprendenti) che integrano i 17 capitoli del volume, mettendo anche in guardia dal pericolo di regimi autoritari: “Se l’attuale sistema economico non si trasforma profondamente per renderlo meno disuguale, più equo e più sostenibile, sia tra i paesi che al loro interno, allora il populismo xenofobo e i suoi possibili futuri successi elettorali potrebbero ben presto avviare il movimento per distruggere la globalizzazione ipercapitalista e digitale degli anni 1990-2020”. Dall’Ungheria al Brasile, passando per gli Stati Uniti e l’Italia, il pericolo dei movimenti autoritari e xenofobi rende urgente affrontare con radicalità il tema della disuguaglianza: se non lo fa la sinistra lo faranno i nuovi demagoghi al potere. “Per scongiurare questo rischio, la conoscenza e la storia rimangono le nostre migliori risorse” scrive Piketty, che auspica un “nuovo socialismo partecipativo per il XXI secolo”.

Università di Padova, 26 agosto 2019

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