Zingaretti tra svolta e dejavù

Il risultato delle primarie Pd è destinato a pesare – a lungo – sullo scenario politico italiano. Forse non ci sarà un immediato effetto traino sui sondaggi, può darsi che alle europee la sinistra farà ancora fatica a rimontare. Ma da domenica si è cominciato a uscire dalla bolla digitale – e virtuale – in cui l’elettorato si era, per un anno intero, autorecluso. Al posto delle votazioni – sparute – sui server di Casaleggio e dei sondaggi alimentati solo dai tweet del Capitano, si sono visti quasi due milioni di cittadini in carne e ossa fare la fila come ai vecchi tempi. È  molto più di uno zoccolo duro. È una enorme risorsa di energie, umane e intellettuali, per rimettere in moto la macchina dell’opposizione. A condizione, però, che il neo-Segretario dimostri di credere davvero nella svolta ripetutamente annunciata. Mettendo mano a quel cambiamento organizzativo che il Pd non ha mai affrontato.

A partire dalla mobilitazione permanente dei partecipanti alle primarie. Per venti anni il centrosinistra è rimasto dimidiato – e imballato – tra due constituency molto diverse. Gli iscritti – sempre meno numerosi – imbalsamati nei riti ottocenteschi di una piramide decisionale incapace di intercettare l’innovazione. Capicorrente e micronotabili impegnati a scambiare tessere con consensi – e favori –  mentre nei circoli desertificati i pochi presenti ascoltavano soltanto il proprio cellulare. Per contro, ogni volta che il partito ha chiamato a raccolta il suo popolo in piazza e con un messaggio chiaro, la risposta è stata eclatante. L’exploit di domenica era stato anticipato dallo straordinario successo della manifestazione anti-razzista di Milano, col sindaco Sala a ribadire il ruolo di battistrada della capitale morale del paese. Il nodo per Zingaretti, all’osso, è questo: come mettere l’energia delle primarie al servizio di un partito rinnovato?

Tecnicamente, la strada è già tracciata. Basterebbe sollecitare i votanti di domenica a entrare in una forma più stabile di relazione con il partito. Non attraverso la vecchia tessera, che presuppone un’adesione ideologica ed una fedeltà chiavi in mano, mentre la politica attuale è fatta di scelte continue su singole policy e specifici ambiti tematici. Accanto all’iscrizione tradizionale – guai a toccare questo santuario dell’ortodossia – andrebbero promosse le adesioni a questa o quella opzione programmatica. Magari – come da decenni fanno i partiti americani – chiedendo anche di sovvenzionare con un piccolo contributo in danaro la spinta in una certa direzione. Sono centinaia di migliaia gli elettori che considerano obsoleta la tessera, ma volentieri farebbero sentire la propria voce in votazioni periodiche su un problema che sta loro a cuore.

Per raggiungere quest’obiettivo, basterebbe mettere in piedi una efficiente piattaforma, come ormai hanno tutti i grandi partiti. Con la dovuta trasparenza, e senza eccedere nelle diatribe a mezzo post, si dimostrerebbe che la Rete non è solo il terreno di caccia degli hater e degli oscuri manipolatori di algoritmi. E tantomeno lo strumento di controllo cybercratico dei simpatizzanti, come è ormai diventato Rousseau. Ma può essere la nuova frontiera di un partito che sappia – e voglia – fondere innovazione e tradizione.

Per quanto semplice nell’attuazione, una svolta di questo tipo richiederebbe, però, una forte determinazione politica. Fino ad oggi, Zingaretti ha dimostrato di trovarsi a proprio agio soprattutto nella – nobilissima – arte della mediazione. Con understatement ma piglio sicuro, è riuscito a rimettere insieme molti cocci della sinistra. E non era per niente semplice. Ora però corre il rischio di trovarsi prigioniero del passato, invece di proiettarsi nel futuro, come impone la sfida coi partiti attualmente al governo. La scena di tanta gente ai seggi, è un tonico per la democrazia italiana. Ma è una scena che già abbiamo visto. E può facilmente rivelarsi un episodio circoscritto. Un dejavù. Spetta al neo-Segretario decidere se accontentarsi, o rilanciare la posta. Nei tanti discorsi che si fanno sull’eredità del renzismo, vanno riconosciute all’ex-premier la chiarezza e la rapidità delle scelte. Mettendo da parte la boria, che a Renzi ha portato malissimo, è questo il testimone del comando che Zingaretti dovrebbe raccogliere.

(“Il Mattino”, 5 marzo 2019)

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