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I nostri editoriali
Gli intellettuali alessandrini e la cultura: tutti gli equivoci intorno al caso del Teatro.
Filippo Boatti

Premettiamo che chi scrive non ha alcun pregiudizio anti-intellettuale e anzi considera l'anti-intellettualismo dilagante un fenomeno negativo che alimenta i populismi. Vediamo però di capire se gli intellettuali reali, calati nel quotidiano, non quelli ideali, non abbiano anche loro qualche responsabilità in questo atteggiamento qualunquistico diffuso, spesso brandito dal potere per colpire il ruolo stesso degli intellettuali. Intellettuali, artisti, operatori della cultura possono avere un ruolo molto importante di critica del potere e aiutare in questo modo la società nel suo complesso a progredire, e costringere il potere a essere meno arrogante. Un ruolo classico della cultura (ma non molto in Italia dove la cultura è assai più spesso allineata al potere) che oggi può essere riconfermato solo rispettando alcune condizioni fattuali, aggiornandosi alla realtà attuale completamente cambiata.

Il problema però è che molto spesso tali figure professionali e sociali hanno nostalgia di un ruolo di vate, un complesso antico mai superato, di quando i soldi arrivavano a fiumi da Washington e da Mosca (sempre in dollari anche da Mosca secondo il buon Cossutta) per cui basterebbe declamare le cose che non vanno per poter incidere nella complessità del reale e i partiti facevano a gara ad accaparrarsi gli esponenti della intellettualità e della cultura per confermare il loro potere, e li ripagavano anche bene perché i soldi non mancavano. Oggi la colpa del potere, in genere, sarebbe viceversa non stare a sentire codesti grilli parlanti.

La realtà attuale è però talmente complessa e talmente attraversata e permeata dai fattori economici e finanziari - per cui a livello globale e locale bisogna sempre chiedersi e preoccuparsi di come la ricchezza e il benessere vengono prodotti e non solo attendersi che arrivino da Washington o da Mosca, da Bruxelles arrivando solo invece solo miseria e austerity ordoliberale - che per poter esercitare una critica utile occorre anche documentarsi un minimo, sforzandosi di espandere i propri interessi, non basta declamare la propria indignazione verso il disinteresse per la cultura “alta” pretendendo di essere ascoltati. Facciamo alcuni esempi partendo dalla nostra situazione locale alessandrina che però hanno significato generale. Alcuni atteggiamenti documentabili intorno alla storia della chiusura e riapertura del Teatro comunale inquinato dall’amianto sono significativi di un  tipo di critica ingenua e infantile che non porta nessun tipo di beneficio finendo solo di fare il gioco di un certo qualunquismo.

Diversi operatori culturali (a vario titolo e grado, dal dilettante appassionato al professionista di settore) hanno accusato per 5 anni l’amministrazione uscente (e poi sconfitta alle elezioni ad opera del centrodestra di Cuttica che passa per uomo di cultura: vedremo…) di “non avere una politica culturale”. A chi ci faceva, come Sinistra, questa osservazione, spesso con toni solennemente inquisitori ed enfatici, ho sempre risposto che era un problema di cui non ci siamo interessati (a parte all’inizio con il generoso tentativo di Nuccio Lodato, che però, per l’appunto, dovette scontrarsi e lottare con ingenti problemi materiali: finanziari, burocratici, legali...) perché c’era l’emergenza delle strutture da ripristinare. Strutture finanziarie e strutture fisiche distrutte dalle precedenti scelte economico-finanziarie inerenti la cultura e il teatro, e dagli atti scellerati della precedente amministrazione Fabbio. Strutture senza le quali non puoi fare di fatto alcuna politica culturale. Nonché dai tagli governativi di Berlusconi prima, e dalle regole imposte dal governo Monti in applicazione dei diktat europei. Interesse della maggior parte di intellettuali, artisti e operatori culturali alessandrini per questi problemi: zero. Interesse per le condizioni di abbandono della Biblioteca Civica per cui Renzo Penna si è molto speso: zero. Come ricordava spesso Guido Manzone, siamo una città che litiga intorno al Teatro ma non si interessa della condizione generale delle strutture che sono il vero cuore pulsante di una politica culturale. E’ colpa solo delle giunte? Ma figuriamoci!

Veniamo al punto successivo. Riaprire il Teatro (cioè essenzialmente bonificarlo) è stato un fatto molto complesso e impegnativo che ha richiesto il coinvolgimento di figure professionali anche nuove: ci sono dipendenti comunali hanno seguito corsi di formazione per poter coordinare i lavori di bonifica. Interesse dei critici della giunta Rossa per questo fatto specifico: zero. Intellettuali che si definiscono di sinistra non hanno dimostrato alcun interesse per il tema del lavoro e dell’impegno all’auto-miglioramento professionale di diversi dipendenti pubblici. Con questo non si chiede peraltro di rinunciare al dissenso e alla critica, spesso accusando la Sinistra di complicità col nemico: per quanto mi riguarda stare in una maggioranza locale col PD è solo una seccatura, perché pur dando un giudizio positivo su tanti esponenti del PD locale, il mio giudizio sul PD nazionale e sul suo ruolo storico è del tutto negativo. Però ogni volta che do’ un giudizio cerco anche di documentarlo e di motivarlo, evitando le valutazioni apodittiche.

Per chiudere va citato un terzo elemento molto curioso e non meno grave dei precedenti. La critica e l’indignazione è sempre agitata da una prospettiva di sinistra borghese, sempre attenta ai temi della legalità (anche giustamente) e mai interessata al tema delle condizioni di chi lavora, alla sua salute e al suo percorso di miglioramento professionale. Il Comune è stato infatti accusato di aver fatto eseguire la bonifica alla stessa ditta che ha fatto il danno inquinando il Teatro con operazioni maldestre. Vero, peccato però che la giunta e l’amministrazione comunale non c’entrassero proprio niente ma che fosse una risoluzione (una sentenza) della Magistratura. L’alternativa era dunque fare in questo modo, o non fare proprio niente e non riaprire mai il teatro. Nonostante questo, ricordo benissimo che prevaleva l’indignazione (anche giusta) per il danno fatto e il conto con la giustizia non pagato, ma che però l’interesse per l’unica possibilità pratica di riapertura fosse tendente a zero. E anche qui, atteggiamenti velleitari, disconnessione dalla realtà: massima.

Fino al punto di non manifestare nessun interesse né gratitudine per quei lavoratori, molti di loro immigrati di colore, che coordinati dalla ditta appaltatrice e dai suddetti lavoratori comunali hanno operato in condizioni dure sudando nelle tute integrali anti-amianto nelle torride temperature estive. Interesse e rispetto per l’impegno di questi operai e le loro condizioni di lavoro in sicurezza, e la possibilità di danni alla salute in caso di incidenti o di protocolli non rispettati: zero. Saranno persone che portano via il lavoro agli autoctoni, o forse si tratta di lavoro che gli autoctoni non vogliono più fare, come dice Boeri? Non credo proprio. Si tratta di un lavoro di tutto rispetto quello delle bonifiche edilizie anche per chi lo fa come operaio. Però gli indignati con la sentenza della magistratura non si sono mai chiesti se fare lavorare immigrati non costasse meno che non fare lavorare gli autoctoni, cioè se non fossero semplicemente più sfruttati dalle leggi dell’economia e del “mercato del lavoro” (giro di parole pietoso per dire “il capitalismo”).

Ora io credo che in realtà il buon Cuttica (sempre di Revigliasco) sia un uomo molto fortunato perché si trova con il grosso del lavoro fatto: la situazione finanziaria risanata e quella fisica e infrastrutturale avviata alla soluzione.

Gli alessandrini hanno evidentemente valutato che l’attuale maggioranza guidata da Cuttica non abbia a che vedere con la precedente giunta guidata da Fabbio e coi disastri compiuti: speriamo che sia vero. Ai critici di professione della precedente ed eventualmente della nuova giunta (i soldi rimangono comunque pochi e “spendere e spandere” non si potrà per cui alcuni speranzosi di oggi rimarranno a bocca asciutta fra poco) nasce però spontaneo il suggerimento: essenziale documentarsi prima di assumere atteggiamenti velleitari, e aspirazioni meno piccolo borghesi possono essere un buon viatico per esercitare meglio il proprio ruolo di pungolo e non cadere nel ridicolo. Perché comunque la Sinistra non deve preoccuparsi di loro e delle loro ubbie (ma certo starli a sentire quando le contestazioni sono serie e documentate) ma di chi è precario, di chi cerca il lavoro ma non lo trova e vive per questo in una dura condizione psicologica, di chi è povero vive in palazzi in condizioni di sicurezza precarie, colpevolmente trascurate dai padroni delle Grenfell Towers che prendono fuoco come una torcia se un frigorifero scoreggia, o che non rispettano le norme costruttive minime antisismiche e geologiche/geotecniche come spesso e volentieri succede in Italia. Di cose concrete insomma. Più gli intellettuali, artisti, operatori culturali si interesseranno umilmente, senza boria, senza sentirsi degli oracoli, di cose concrete, in questa particolare e complessa stagione sociale, che durerà ancora a lungo, più riacquisteranno un ruolo sociale rispettato ad Alessandria come in Italia.

 

Filippo Boatti

Alessandria, 10/07/2017

 

10/07/2017 22:01:37
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