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Comune e attualità alessandrina
"Ma anch'io povero diavolo, sono il pubblico"
Nuccio Lodato


Avevo ripetutamente giurato sulla memoria della Mamma di non intervenire mai più, né orale né scritto, sull'argomento Teatro Comunale di Alessandria, consapevole della profonda saggezza ligure dell'avere già dato. Ma talvolta si determinano condizioni occasionali che portano a ritenersi almeno momentaneamente sciolti dal giuramento. E' il caso originatomi dalla lettura, ieri, dell'editoriale dell'amico -e compagno- Filippo Boatti Gli intellettuali alessandrini e la cultura.

Cercherò di guardarmi dal riferimento a pregressi personali, almeno nei limiti del possibile e dell'intenzionale, nonostante Filippo abbia avuto la gentilezza di nominarmi in chiave positiva: già troppi i grattacapi legali originatimi dalla fine della Fondazione Teatro Regionale Alessandrino, per doverci aggiungere anche il rischio di pur indebite querele da parte di eventuali chiamati in causa nominatim (ma credo di avere chiaro in testa più di chiunque altro, perché ho avuto lo sgradevole privilegio di poter ricostruire giorno per giorno la storia dall'interno, dalle carte, l'intero quadro delle concrete responsabilità individuali: l'avessi fatto prima di accettare quell'incarico!).

Tralascio la sua lunga premessa iniziale sugli "intellettuali" in genere: la faccenda è troppo complessa e mi porterebbe lontano dalle poche cose che vorrei aggiungere a quanto il suo intervento dice. E, non sapendo di chi, dove e quando siano stati gli «atteggiamenti documentabili intorno alla storia della chiusura e riapertura del Teatro comunale inquinato dall'amianto», resto a mia volta sulle generali passando all'ordine del giorno.

Il primo punto in discussione è l'accusa all'amministrazione comunale neo-uscita di scena di «non avere [avuto] una politica culturale». Filippo sembra preoccupato non tanto di difendere la passata Giunta e la sua giovane assessora alla Cultura principiante, quanto il ruolo svolto dalla "Sinistra" -immagino riferendosi a SEL, il cui troncone allergico al trasformismo si sarebbe poi incarnato in SI: "Sinistra per Alessandria" alle recenti elezioni- nell'ambito della maggioranza. Da questo punto di vista Boatti e tutti i compagni alessandrini rimasti, diretto interessato in testa, possono essere davvero tranquilli, ad onta del pollice verso del corpo elettorale: se non ci fosse stato Renzo Penna, con la testardaggine e la generosità con cui ha svolto il suo ruolo di consigliere comunale e soprattutto di presidente della Commissione Cultura, il bilancio complessivo in materia del quinquennio del centro-sinistra sarebbe stato ben più negativo. Penna è stato fattivo e apportatore di movimenti positivi su tutti i fronti sui quali ha articolato presenza e azione: incisività sulla questione recupero edificio del Comunale e salvataggio almeno tendenziale dei suoi dipendenti (azioni peraltro, l'una e l'altra, già avviate prima, soprattutto grazie al contributo, tanto determinante quanto misconosciuto, della direttrice TRA e ASPAL Anna Tripodi, trattata a pesci in faccia se possibile ancora più dello scrivente dalla giunta e dell'apparato municipale: pro bono malum...); Sulla Biblioteca Civica, sull'Università. Non solo niente da dire, ma davvero tanto di cappello, come Renzo sa riconosciutogli ripetutamente, in forma scritta e orale, anche durante la sfortunata campagna elettorale (è noto quanto anche... Churchill dopo la vittoria sia stato premiato dall'elettorato).

Ma -come denuncia giustamente Filippo- «interesse della maggior parte di intellettuali, artisti e operatori culturali alessandrini per questi problemi: zero». Osservando poi, molto obiettivamente: «E' solo colpa delle giunte? Ma figuriamoci!».

[ Lascerei però in pace, pur parcendo sepulto e immaginando la non-condivisione di parecchi amici civesfuturi, Guido Manzone: mi è difficile dimenticare la consueta sentenziosità pomposa con cui veniva a spiegarmi, mentre da ex-presidente allontanando dell'Azienda Teatrale riempivo gli scatoloni -siamo a inizio '94, Calvo neo-regnante, lui assessore alla Cultura nello stupore generale- come avrebbe risollevato le sorti del Comunale. Elementare Watson! Sarebbe bastato portare da due-tre a dieci le repliche di ogni spettacolo... ].  E più avanti: «Interesse e rispetto per l'impegno degli operai e le loro condizioni di lavoro: zero».

E' giusto quanto osservato. Le giunte di qualsiasi colore possono aver avuto molte responsabilità (e, nel caso specifico, quella presieduta da Piercarlo Fabbio ne ha avute di molteplici e drammaticamente evidenti, a cominciare dalle scelte di chi porre alla testa di almeno due aziende cointeressate, quella teatrale e soprattutto quella energetica che ne decideva di fatto la politica, anche in tema di interventi sulla struttura...), ma non può essere loro ascritta quella per il disinteresse (generale, intendo).

Perché qui sta il punto grave e di ardua risoluzione, caro Filippo. Il disinteresse è stato ed è della stragrande, direi stragrandissima, maggioranza degli alessandrini tutti. Al di là dell'almeno inzialmente benemerita e incisiva attività, pur minoritaria, degli Amici del Teatro, prima che prendessero il sopravvento, al loro interno, spinte grillo-qualunquiste (poi sfociate in un perdurante silenzio: o sono io che mi perdo qualcosa perché non risiedo più in città? Ed è per questo silenzio che tendo a escludere che il bersaglio della tua polemica possa risiedere in quell'area...) non mi sentirei proprio di dire che la cittadinanza -sarà stata anche colpa della generale crisi, certo- in questi anni abbia dato clamorosamente a vedere di soffrire della chiusura del Teatro, o poi della sua pur volonterosa ma parziale, esilissima e intermittente, quasi simbolica riapertura. Quando Rita Rossa 2012 o Veltroni in nome e per conto suo 2017 sono andati ad aprire o chiudere la campagna elettorale davanti al Teatro, hanno preso, al di là di tutto, un patetico abbaglio: di non tenere conto, cioè, del fatto che alla gente di quella faccenda lì è tornato a non fregare proprio più niente, com'era nelle primissime stagioni del Comunale riaperto. Ci vollero anni e anni di lavoro durissimo per invertire quella tendenza: anche se poi è bastato l'attimo dello sfarfallare silenzioso e repentino nell'impianto di riscaldamento di quell'impalpabile nevicata di amianto -originata da una "bonifica" documentatamente superflua- ad azzerare tutto. Negli anni in cui programmavo i film per il Comunale, avevo potuto comprendere come il destino cinico e baro per i film di qualità non fosse rappresentato da avidità e miopia di distribuzione, noleggio ed esercizio, come avevo creduto come tanti fino ad allora, ma dall'inerzia conformistica e dalla pigrizia mentale della maggioranza del pubblico. Nel tragico -per il Teatro, ma anche per il personale, per Tripodi e per me- biennio 2012-13, sono state due (due di numero!) le persone che mi abbiano chiesto qualcosa sulla sorte della struttura e di chi vi lavorava: un autista di bus e un edicolante. Nessuno dei due alessandrino, nessuna delle due domande ad Alessandria...

Una responsabilità però almeno la attribuisco, e pesante, alla giunta uscita, pur ammettendo l'ingrata posizione di ragazze capitate alle prese con cose troppo più grandi di loro. E' stata quella di raccontare impenitentemente, in lungo e in largo, la favola non bella delle "sinergie pubblico-privato". Mi rendo conto che, in tema di riapertura del Teatro particolarmente, l'assessora-Alice-nel-Paese-delle-Meraviglie non potesse fare diversamente. Qualsiasi atteggiamento contrario sarebbe stato equivalente al riconoscere a priori che la sala grande del Comunale non sarebbe stata mai più riapribile, causa la sproporzione tra oneri preventivabili e disponibilità dell'ente, e comunque mai gestibile per il necessario ammontare, quand'anche per assurdo un inesistente Paperone-Mecenate avesse deciso di donarne a scatola chiusa la riapertura attrezzata al netto di qualsivoglia onere. Perché questa è la realtà: è oggettivamente disperante l'ipotesi di quello spazio, anche in un giorno molto remoto, riaperto a vantaggio di spettatori seduti (a meno che non si voglia, qualcuno l'ha ipotizzato, tornare alla consuetudine pre-wagneriana del pubblico lirico in piedi, come tra le polemiche si appresta a fare Graham Wick a settembre col suo Stiffelio al Farnese di Parma: ma ci vorrebbe ad ogni allestimento la forza attrattiva del Ronconi dell'Orlando, di Utopia [appunto...], de Gli ultimi giorni dell'umanità per provarci a intermittenza!). Non voglio, per carità patria, evocare le mie esperienze da incubo di presidente del teatro prima versione '90, col cappello in mano alla ricerca di sponsorizzazioni locali: era un'altra era, sebbene tema le cose non siano migliorate. E' la realtà obiettiva odierna che disillude su questa fola: mi riferisco, last but not least, al caso sollevato da Tomaso Montanari sulla «Repubblica» di ieri, riguardante la decisione della Corte dei conti della Campania di "veder chiaro nell'intricato mondo delle concessioni del patrimonio culturale" la cui privatizzazione è iniziata, con successivo effetto valanga, dalla legge Ronchey del 1992. «Le concessioni prevedevano che le imprese investissero annualmente in mostre ed eventi. Ma, di fronte alle verifiche della Procura, non solo esse non sono riuscite a documentare in alcun modo l'attuazione di questa fondamentale clausola [...] ma si è accertato che l'organizzazione di eventi a getto continuo era stata invece largamente finanziata da pubbliche contribuzioni, nonostante il relativo onere esattamente quantificato fosse tutto a carico dell'associazionw temporanea di imprese. Secondo la Procura, questo sistema non ha condotto solo alla "vanificazione degli obiettivi programmati dal MIBACT" ma ha perfino "portato successivamente l'amministrazione stessa a rivedere le condizioni economiche della concessione in modo più favorevole al concessionario». «La realtà è questa» conclude lo storico dell'arte recentissimo co-promotore, con Anna Falcone, del meeting di "Libertà e Giustizia" al Brancaccio «in questi venticinque anni i privati non hanno portato al pubblico risorse economiche o imprenditoriali, ma hanno anzi privatizzato, in modo lecito e illecito, i pochi utili del beni culturali, socializzando le perdite (usura del patrimonio, creazione di lavoro in gran parte precario e sottopagato)». Non v'è purtroppo fondata ragione di credere che "qui da noi" possa andare diversamente.

Il richiamo finale di Filippo a "intellettuali, artisti e operatori culturali" è quello a «interessarsi umilmente, senza boria, senza sentirsi degli oracoli, di cose concrete».  Va bene, anche se mi spiace che lui sembri conoscere solo esponenti della categoria superbi, pieni di sè e presuntuosamente oracolari. Io evidentemente ho esperienze diverse, perché da qualche anno a questa parte riesco a incontrarne solo di depressi, autosottostimanti e sommessi nel dire, ma non è questo il punto. Il punto, caro Filippo, è che la promessa a insegnanti, giornalisti, ricercatori, scrittori, scienziati, artisti di riacquisto di «un ruolo sociale rispettato» è davvero troppo ottimistica, pur nella sua apprezzabile positività. Nell'Italia che va avviandosi, pur senza sapere bene né come né quando né forse perché, a una consultazione politica generale dove la scelta decisiva potrà avvenire pescando dal poker (in ordine alfabetico, e "col morto" a sinistra!) Berlusconi-Grillo-Renzi-Salvini, e dove l'informazione e il dibattito politico e culturale che davvero conta e muove si effettua solo attraverso le tv e i social, c'è proprio una contraddizion che nol consente, basilare e ostativa, a che ciò possa avvenire. Pazienza.

13/07/2017 23:43:50
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