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Ambiente
Diga di Molare. Una vicenda che merita approfondimenti
Gian Domenico Zucca
  

 

Chi scrive si è laureato in Scienze Geologiche presso l’università di Genova nel marzo del lontano 1971, ed ha sentito parlare del disastro del 13 agosto 1935 della diga di Molare nella media valle dell’Orba direttamente dal capo dell’Istituto di Geologia, professor Sergio Conti, titolare del corso di Geologia. Il Conti lo attribuiva a sottopressioni dovute alle acque dell’invaso, che sbriciolarono la roccia, peraltro già fratturata, e mi pare di ricordare avesse detto micro fratturata, alla base della diga secondaria di Sella di Bric Zerbino che vedremo. Inoltre se ne parlò di sfuggita nel corso di Geologia Regionale, in quanto il Gruppo di Voltri, ovvero il vastissimo complesso di rocce ofiolitiche in cui si apre la valle dell’Orba, era oggetto delle nostre mete. Ed era da noi studenti ben conosciuto per discussioni sull’originale teoria del professor Conti, che lo riteneva di origine metasomatica e non metamorfica, come ritiene la  pressoché totalità, se non totalità, degli studiosi. Ma sul Gruppo di Voltri compimmo solo una “gita” geologica, mentre la campagna di geologia la svolgemmo altrove in due stazioni diverse, nell’alta Val Graveglia sull’Appennino orientale ligure, e sulle Alpi in Val Germanasca. Tuttavia conosco la zona per escursioni personali di studio, in seguito per scarpinate abbinate a gite in auto verso torrenti appenninici in cui fare il bagno, ma anche per i miei lunghi giri in bicicletta da corsa. E, anzi, una volta scesi dalla piana di Tiglieto con la bicicletta in spalla, rischiando ad ogni passo di scivolare, con le scarpette da bicicletta da corsa, sui massi levigati di ciò che una volta era una strada, sino a raggiungere la stradina asfaltata sul versante sinistro dell’Orba. Purtroppo sono passati troppi anni, e non riesco più a visualizzare il lago attuale di Ortiglieto, che potrebbe essere quello che vidi in prima media quando mi accodai a una gita scolastica della scuola elementare del mio paese, Castellazzo Bormida. Infatti attualmente esiste un altro lago di Ortiglieto, altro perché, in documenti presentati da Vittorio Bonaria, si chiama di Ortiglieto il lago dovuto alla diga di Molare. Ciò potrebbe creare equivoci, per cui voglio spendere alcune parole sul secondo lago di Ortiglieto.

Innanzitutto Ortiglieto era una frazioncina che fu sommersa dall’ultimo tratto del lago dovuto alla diga di Molare, ritengo al momento della piena causata dall’alluvione del 13 agosto 1935. L’attuale lago di Ortiglieto, per cui rimando alla mappa di figura 1 e alla fotografia 5, è generato da una diga, alta solo 13 metri, impostata nel 1940 esattamente 450 metri a monte di Sella di Bric Zerbino. L’attuale lago di Ortiglieto costituisce solo  la porzione di coda del primitivo lago di Ortiglieto dovuto alla diga di Molare, e, illuminante a questo proposito, è il sito < http://www.molare.net/la_diga/la_diga_ortiiglieto.html >, assieme ai suoi collegamenti, il tutto peraltro curato da Vittorio Bonaria.

Dopo questa premessa, devo dire che credevo di conoscere discretamente bene le cause del disastro della diga di Molare, finché recentemente ho dovuto ricredermi leggendo il libro di Vittorio Bonaria, devo dire tardivamente, ma il carico di libri in attesa di essere lette, e spulciati, non è da poco ed è in costante perenne aumento.

La differenza sostanziale tra i precedenti libri e articoli scritti sull’argomento, che Vittorio Bonaria prende in considerazione, consiste nel fatto che l’autore ha visionato la documentazione allegata al processo per il disastro, iniziato presso la Regia Procura di Alessandria nel 1935, poi avocato dalla sezione istruttoria della Regia Corte d’Appello di Torino, e siamo a p. 253 del libro di Bonaria, con sentenza emessa nel 1938. Di conseguenza Vittorio Bonaria è stato in grado di rifare la complicata e contorta  vicenda che portò alla costruzione della  diga di Molare, la principale, e della diga secondaria di Sella di Bric Zerbino. Oltre a ciò ha controllato giornali dell’epoca, ha recuperato testimonianze scritte, e raccolto personalmente testimonianze orali di superstiti prima all’evento, poi al tempo. Alcune testimonianze sono importanti, in quanto vi sono discrepanze tra ciò che videro alcuni testimoni, anche come tempi del disastro, e ciò che emerge dagli atti processuali.

Il libro è ricchissimo di illustrazioni d’epoca sparse per il testo, e in più ha una sezione finale di fotografie attuali a colori. Inoltre, nel testo sono distribuiti particolari di carte topografiche, ma si sente la mancanza di alcune carte fuori testo, ripiegate e di dimensioni maggiori, sia per un facile loro reperimento, sia per una miglior lettura cartografica della zona, e quindi per una migliore comprensione di alcuni particolari delle vicende. Al di là di ciò, consiglio vivamente il libro a chi voglia approfondire le sue conoscenze sui motivi per cui si giunse al tragico evento, e già la preziosa prefazione di quel magnifico divulgatore scientifico che è Luca Mercalli  ripaga una parte del prezzo.

Temo che pochi sappiano cosa successe, per cui qualcosa devo dire, anche se è quasi impossibile far capire tutte le vicende senza un’abbondante cartografia appropriata (ma vedi  le carte e mappe delle figure 1, 2, 3, 4, e la fotografia 2).

Come prima annotazione, nella mattina di martedì 13 agosto 1935 sull’Appennino interessante il medio ed alto corso dell’Orba, e aree adiacenti anche sul versante ligure, si scatenò un nubifragio che è difficile valutare, in quanto lungo valle dell’Orba vi era un solo pluviometro, a Piampaludo, che registrò nella giornata 453 mm di pioggia, e radi erano i pluviometri nelle valli e aree adiacenti, necessari per estrapolazioni statistiche per delineare e delimitare il fenomeno. Comunque le precipitazioni, peraltro concentrate, furono la massima registrazione europea di pioggia nelle 24 ore sino ad allora registrata. I massimi si verificarono, so dalla tabella di p. 232 del libro di Bonaria, a “Lavagnina (centrale)” con 554 mm,  più di 500 mm a Rossiglione, mentre ad Ovada caddero “solo” 300 mm di pioggia, e a Gavi Ligure 240 mm. Sono tutte località nel bacino dell’Orba, ma Rossiglione è sulla Stura, che confluisce nell’Orba proprio a valle di Ovada, e  Gavi Ligure è sul Lemme, che confluisce nell’Orba molto più a valle, oltre Predosa, pertanto le loro piogge furono ininfluenti, assieme a quelle registrate ad Ovada, per provocare l’onda di piena che causò il disastro. Per completare il quadro, aggiungerei che a Piancastagna e Sassello, sul torrente Erro, caddero rispettivamente  201 e 193, e  212 a Casinelle, sulla Bormida. Sulla valle dell’Orba le relazioni tecniche al processo valutarono, mi comunica in un suo messaggio Vittorio Bonaria,  una media di 364 mm di pioggia, sempre nelle 24 ore. Ciò giustifica una forte piena, tenuto conto che nelle ore centrali vi fu una sospensione delle precipitazioni, ma non il disastro di cui fu solo una concausa, e, a mio giudizio, per quel che vedremo, nemmeno eccessivamente importante.

A questo proposito occorre subito dire che l’onda di piena fu scatenata dalla precipitazioni avvenute nel mattino, da circa le 7,30, che si interruppero intorno mezzogiorno, per riprendere un’ora, un’ora e mezzo dopo, tanto che alcuni testimoni ritennero che fosse piovuto di più nella precedente grande alluvione dell’Orba del 1915. Annoto che nei vari progetti, presentati nel corso degli anni, che portarono alla costruzione della diga di Molare, non sono mai nominati pluviometri da inserire per poter avere dati pluviometrici, utili almeno per uno studio del deflusso regolare delle acque dell’Orba anche solo per la produzione di energia elettrica. Ma io direi che fossero necessari pluviografi, i quali registrano nell’unità di tempo le precipitazioni, in quanto a scatenare le onde di piena distruttive non è solo, o soltanto, la pioggia nelle 24 ore, quanto la pioggia concentrata in poche ore, se non in poche decine di minuti. E ciò serve a fini statistici a calcolare il rischio di piene improvvise e violente, e quindi a impostare dighe, ma anche strade di fondovalle. I dati statistici possono essere criticabili, e sul punto ritorno, ma sono comunque necessari per le conoscenze generali del bacino pluviometrico afferente all’invaso.

Come seconda annotazione, occorre immaginare un meandro incassato che si rivolge su sé stesso come una biscia, una specie di C con le “braccia” quasi chiuse, per cui rimando ancora alla fotografia 2 e alla cartografia allegata già segnalata. A un terzo di questo meandro fu costruita, trasversalmente al corso dell’Orba, la diga di Molare, la principale, e dove il corso dell’Orba, nel meandro più a monte di 500 metri, pare toccarsi, a lato in sponda sinistra, si realizzò la diga secondaria di Sella di Bric Zerbino. Ed è lì che l’Orba, frantumando la diga secondaria e la roccia alla sua base, si aprì di colpo un corso che, tagliando fuori la diga principale, fu responsabile dell’onda di piena che spazzò la valle inferiore dell’Orba, producendo oltre 100 morti, pare 111. Ma non credo che, come succede in questi disastri, si possa sapere il numero esatto delle vittime. Per esempio, furono riesumate in seguito dai ghiaioni dell’Orba due salme non identificate che nessun comune, o parente, reclamò. Si suppose fossero due zingari accampati ad Ovada, ma secondo lo scrivente potevano benissimo essere due persone provenienti da altri luoghi e di passaggio al momento dell’alluvione.

La diga di Molare rimase intatta, ed è ancora lì, alta 47 metri, monumento del disastro, anche se di accesso quasi impossibile senza una guida, tanto che Vittorio Bonaria termina il libro, alle pp. 303 – 313, con un paragrafo intitolato “Come raggiungere la Diga di Molare”, denso di schede escursionistiche e di una carta colorata con i vari itinerari. Comunque io, che ho scarpinato per bricchi e per valli, comprese forre, e risalendo torrenti montani come unico “sentiero” possibile, a parte che non ho più l’età per certe cose, se vi provassi senza guida mi perderei sicuramente. Ed ho trovato siti escursionistici internet che sconsigliano di avventurarsi. Tuttavia Monica Marzocchi, la redattrice di ITER, prendendo in mano lo scritto per la pubblicazione, precisa:

 

Posso essere d’accordo con lei se cerchiamo di raggiungerla dal versante del lago di Ortiglieto in quanto bisogna attraversare il fiume e lì a causa di diverse frane non si riesce a trovare il sentiero. Ma dalla parte di Rossiglione da case Garrone il sentiero si vede facilmente e prosegue in piano per pochi Km e in pochissimo tempo si giunge alla diga.

 

Però, non pensavo Monica Marzocchi così buona scarpinatrice.

Tornando a Vittorio Bonaria, posso dire che segue passo a passo le complesse vicende che portarono alla costruzione della diga a gravità di Molare, a partire dall’anno 1898 e dalle costituzioni di società per collocare una diga nel retroterra padano di Genova, necessaria per rifornire questa città sia d’acqua, mediante acquedotti parte intubati sottoterra, sia d’energia elettrica. In questo primo progetto si trova l’unica relazione geologica nella storia dei vari progetti, redatta dall’ing. prof. Francesco Salmoiraghi (1837 – 1910), un pioniere e luminario della geologia applicata. Però in tutto sono poche paginette, e non fu redatta in base a sondaggi, ma solo sull’analisi di superficie del terreno, e su alcuni campioni di roccia raccolta, come avrei potuto fare io alla fine del terzo anno del corso di geologia. Siccome in quel progetto la superficie dell’invaso sarebbe stata sensibilmente inferiore alla Sella di Bric Zerbino, sulla sella non venne previsto nessun rialzo, per cui la relazione geologica non s’interessa particolarmente al punto.

Ma perché si giunse alla costruzione di questa diga secondaria? Vittorio Bonaria ce lo spiega alle pp. 83-90. Nel progetto successivo del 1899, sulla Sella di Bric Zerbino fu progettato uno sfioratore come unico sistema di smaltimento delle eventuali acque travalicanti la sella. Il medesimo progettista, l’ingegnere Zunini, nel 1903 in luogo dello sfioratore progettò una diga alta 10 metri, in quanto la quota dell’invaso, sopraelevando la diga principale, fu portato da 311 a 320 metri sul livello del mare. Saltando alcune fasi progettuali, in un variante del 21 maggio 1924, quindi a costruzione della diga principale quasi ultimata, il progettista ingegnere Gianfrasceschi portò la diga secondaria a 15 metri d’altezza, in quanto la diga principale era stata sopraelevata di un poco, innalzando la quota massima dell’invaso a 322 metri sul livello del mare, con un cubaggio a massimo invaso di 18.000.000 di m3 ed un bacino di 141 km2, lungo 5 km. E in un’ulteriore variante  del 10 ottobre dello stesso anno, l’ingegnere Gianfrasceschi prevedeva la realizzazione della diga secondaria  “a totale gravità”.

Si sarà notato che la quota dell’invaso era aumentata di soli due metri, mentre la diga secondaria fu aumentata di 5 metri. Mi sono domandato a lungo il perché, la cui risposta è banale: durante alluvioni, la massa d’acqua contenuta in un bacino fluviale, che è fluida e fluisce, non è statica ma dinamica, per cui la sua superficie degrada, diminuendo da monte verso valle, e ciò giustifica una sopraelevazione maggiore della diga secondaria che era più a monte della diga principale.

Fatto sta che già nel 1923 la diga di Sella di Bric Zerbino, in  pietra e calcestruzzo non armato, era pressoché ultimata, e si sa che fu costruita in modo sbrigativo risparmiando sui costi. In effetti sappiamo ampiamente che alla sua base si verificarono perdite per infiltrazioni di acqua, e a p. 221 Vittorio Bonaria mostra una bella fotografia della diga secondaria con quattro punti di perdita segnalati da frecce bianche. Nel 1924 si cercò di rimediare, siamo a p. 220, a queste perdite con iniezioni di calcestruzzo che “non ebbero risultati apprezzabili”. Da una nota del Genio Civile, che presenziò  ad alcune trivellazioni, si sa che la roccia assorbì una grande quantità di calcestruzzo, e ciò significa, aggiungo io, che il terreno di fondazione era molto fratturato, il che non era un buon viatico per una diga.

Per proseguire con la panoramica sui difetti della diga di Sella di Bric Zerbino, sottolineerei il fatto che fu progettata e costruita per non essere tracimata, ed adesso ne sappiamo il perché, per cui non fu provvista di alcun tipo di scarico, anche solo uno sfioratore, uno scolmatore superficiale, nel mentre il paramento di valle non era adeguato per costituire uno scivolo in caso di tracimazione. Dopo l’evento, rimasero i tronconi delle due spalle, ma vennero immediatamente, e assurdamente, asportati dalla O.E.G. (Officine  Elettriche Genovesi), la società che ebbe in mano progetto e costruzione del complesso. Pertanto non si poté esaminare la qualità del calcestruzzo, come l’incastro nella roccia, ed io ritengo si trattasse di sottrazione di corpo di reato. Vittorio Bonaria non segnala documenti in proposito negli atti processuali, a meno che mi siano sfuggiti, e poi non più rintracciati, nella marea di documentazione prodotta da Vittorio Bonaria. Pertanto ho domandato via e-mail all’autore di fornirmi un chiarimento. La risposta l’ho avuto giovedì 10 dicembre 2015. Siccome essa è interessante ed aggiunge qualche tassello al puzzle, la riproduco coi tasti come incolla:

 

Non vi furono valutazioni quantitative del calcestruzzo della diga secondaria (di armature non ve ne erano essendo la diga a gravità e non in cls armato). E’ vero che dopo pochissimi giorni le oeg demolirono i monconi. Tuttavia vennero fatte numerose fotografie che vennero utilizzate qualitativamente nel dibattimento.

Due di questo sono riportate nella pagina allegata facente parte della Perizia Accusani/Peretti (1936) a favore della Parte Civile dove è ben evidente (le due immagini non sono buone ma posso recuperarne di migliori) che il moncone di destra era appoggiato a roccia totalmente disarticolata e poco competente, mentre il moncone di sinistra addirittura su un riporto.

 

Il che, per una diga, era un altro cattivo viatico. In ogni caso, se tutto è così, il tribunale non si peritò, e uso un gioco di parole, di periziare ciò che restava della diga secondaria. “cls” abbrevia ‘calcestruzzo’ “le oeg” è da intendere ‘personale dell’O.E.G.’ La “pagina allegata” è un allegato mostrante due fotografie dei tronconi da giornali dell’epoca, la cui qualità è pessima, per cui si capisce poco o nulla, salvo intuire uno sfasciume.

Vediamo un’altra assurdità. Al processo, la relazione geologica Salmoiraghi 1898 non fu allegata dalla O.E.G. al progetto di quell’anno, e nemmeno al progetto definitivo, bensì al progetto del 1921 dell’ingegnere Gianfrasceschi, e, siccome non era datata, giudici e periti di parte civile dovettero ritenerla datata al 1921. E ciò non mi pare casuale, in quanto l’ingegner Gianfranceschi morì prima del processo, quindi non poteva né testimoniare né figurare come imputato. Ma non è ancora tutto: pur essendo la stessa identica relazione, non era firmata dall’ingegnere Francesco Salmoiraghi, bensì dall’ingegnere Angelo Salmoiraghi! Vittorio Bonaria ha trovato che, nell’albo degli ingegneri di Milano, esisteva all’epoca un ingegnere Angelo Salmoiraghi, ma era specializzato in tutt’altro campo, strumenti ottici, tanto che fu il fondatore della “Salmoiraghi”. E, anche in questo caso, che io sappia al processo nessuno si peritò di domandare lumi a questo ingegnere, che nulla avrebbe potuto peraltro dire sulla relazione. Però, come testimone e sotto giuramento, avrebbe dovuto dire se la firma era la sua o se fosse falsa, ma sarebbe bastato anche solo una perizia calligrafica, che, per quel che ne so, non fu fatta. In ogni caso, si trattava di uno scandalo che sarebbe stato sufficiente a orientare tutto il processo, e che al processo non ebbe particolare risalto.

Ma tutto ciò non bastava, vi è ancora altro. Il tribunale, non contento dei suoi periti che evidenziavano qualche pecca nella progettazione dell’opera, nominò come consulente un luminario di idraulica, il professore ingegnere Giulio De Marchi (1890 -1972), ricordato dagli addetti ai lavori in quanto promotore, nel 1918, dell’estensione del servizio idrografico a tutto il territorio nazionale. Esso divenne noto a tutti gli italiani dopo le alluvioni nel Veneto e di Firenze del 1966, in quanto alla fine di quell’anno fu costituita la commissione interministeriale “De Marchi”, con Giulio De Marchi presidente, per lo studio e la sistemazione idraulica e la difesa del suolo. La commissione era più nota ancora ai geologi, e agli studenti di geologia come lo scrivente, in quanto tra i suoi membri mancava la figura più importante, il geologo! Dopo questa premessa, siamo a p. 265 del libro di Vittorio Bonaria, la relazione de Marchi sul disastro di Molare sostiene  che la capacità di scarico del “lago artificiale di Ortiglieto” corrispondeva “alle direttive tecniche universalmente accettate all’epoca della costruzione delle due dighe”. Ma Giulio De Marchi non prese in considerazione il non funzionamento della colossale valvola a campana o “Verrina”, e il cattivo funzionamento dello scarico di fondo. E a questo proposito, siamo in fondo a p. 265, Vittorio Bonaria riporta un brano della sentenza: “Per ciò che riguarda gli organi di scarico l’accusa ha già retroceduto, negando, secondo quanto venne esposto, il nesso di causalità fra il mancato loro funzionamento e il disastro, cosicché non è più necessario occuparsi ulteriormente di questo argomento”. Il che mi pare un assurdo, uno dei tanti del processo e della sentenza, in quanto si volle togliere, nel dibattimento, una grave responsabilità della società costruttrice.

Nella pagina seguente e successiva, Vittorio Bonaria riporta un lungo brano della relazione De Marchi, in cui si ammette che la capacità degli scaricatori fu insufficiente, però, precisa De Marchi, ciò colpisce l’uomo  della strada “per impulsi sentimentali“, ma non il tecnico, col che giustifica tutto. Nel seguito, Vittorio Bonaria sunteggia alcune posizioni di Giulio De Marchi in relazione alla capacità di scarico superficiale del bacino. Essa “era pari a circa 860 m3/s, “che rapportati all’estensione del bacino,  pari a 141 km2, corrispondevano a circa 6 m3/s per ogni chilometro quadrato di bacino”. Però, siccome il giorno fatidico il livello del lago prima della tracimazione era di 324,50 msl, pari alla quota del coronamento della diga principale,  gli apparati di scarico superficiale della diga, i sifoni e  lo scolmatore, scaricarono 7,3 m3/km2, quindi più di quanto progettato. Pertanto per evitare la tracimazione non si sarebbe dovuto superare questo valore, dice la relazione come se fosse una giustificazione, tenuto anche conto che alla Sella di Bric Zerbino, per quanto da me detto prima, la quota delle acque poteva, o piuttosto doveva, essere in quell’istante maggiore. A questo punto Giulio De Marchi, prendendo in esame i 54 invasi esistenti, o in fase di realizzazione, al febbraio 1926, dimostrò che la capacità de “la Diga di Bric Zerbino era conforme al modo operandi dell’epoca”. E ciò fu recepito dalla sentenza, in un brano riportato in una lunga citazione alla pagina successiva, 267. E quindi di chi era la colpa del disastro per il tribunale? Di nessuno, salvo il cielo, aggiungo io.

Vittorio Bonaria, a commento, in realtà un anticipo  tra le pagine 265 e 266, in base alla sentenza conferma che, se anche gli organi di scarico avessero funzionato, la tracimazione sulle due dighe vi sarebbe stata lo stesso, “e dunque il crollo sarebbe stato inevitabile con circa 25 minuti di ritardo come le perizie si premurarono di calcolare”. Ma io, se fossi stato perito del tribunale (e come geologo fui perito di un altro tribunale), avrei indagato in ogni caso sul rapporto tra le manchevolezze negli scarichi e le cause del disastro. E questo procedere sarebbe stato tanto più valido in quanto anche un ritardo di soli 25 minuti nel crollo della Sella di Bric Serbino e della diga che reggeva, avrebbe potuto salvare numerose vite, avendo a disposizione più tempo per avvertire le autorità e la popolazione, quando, in quelle circostanze, i minuti sono preziosi, e lo sanno bene coloro che si sono trovati in mezzo ad alluvioni, come lo scrivente.

Oltre a ciò, alle pp. 267-268, Vittorio Bonaria segnala che “i bacini più prossimi ad Ortiglieto” (il lago di Ortiglieto primitivo, preciso io), come quello sul Gorzente, “avevano portate di scarico per chilometro quadrato decisamente superiori ad eccezione del lago della Lavagnina Superiore che di fatto era poco più di una briglia”. Siccome è una trattazione troppo complessa, salterei il fatto che la relazione De Marchi non prenda in considerazione la capacità dell’invaso, un parametro assai importante, perché è quello che determina il volume di acqua da scaricare in caso di tracimazione, e rimando alle pp. 267-268 del libro di Bonaria per eventuali approfondimenti.

Già la serie di manchevolezza viste tolgono le basi all’attendibilità della relazione De Marchi, che, forse proprio per questo, fu fatta propria dal tribunale. Anzi, siccome i due periti del tribunale avevano risposto a De Marchi asserendo che non era stato calcolato un coefficiente di sicurezza per la portata degli scolmatoi, cosa che in campo ingegneristico si deve fare per qualsiasi fattore, per esempio la portanza dei terreni, la quantità e qualità del tondino di ferro nel cemento armato, ecc., Giulio De Marchi, che era davvero un erudito nel suo campo, rispose loro che, in “alcuni progetti idraulici”, firmati dai due periti del tribunale, non vi era il computo di un coefficiente di sicurezza. Ora se i due periti avevano sbagliato, ciò non giustifica la mancanza di un adeguato coefficiente di sicurezza per il volume e flusso di scarico degli scolmatoi della diga di Molare. Eppure nella sentenza del tribunale si ironizza sui due periti per questo fatto, e, in proposito, Vittorio Bonaria a p. 269 riporta il brano della sentenza. Infine, meloncino sulla torta, nella relazione De Marchi non si fa cenno al fatto che gli scolmatoi della diga principale in gran parte non funzionarono, e quelli che funzionarono operarono in regime ridotto, e su questo fatto ritorno.

Secondo i giudici del tribunale, i vari progettisti e dirigenti O.E.G., che si erano succeduti nel corso degli anni, non risultavano responsabili, salvo uno. Infatti l’unico responsabile riconosciuto dal tribunale risultò essere l’ingegner Gianfrasceschi, che, siamo nella farsa sebbene macabra, non era più imputabile in quanto nel frattempo morto. Tuttavia non aveva agito come libero professionista essendo, tra il 1921 e il 1926, essendo un dipendente stipendiato dall’ O.E.G.  Però, nel contratto di assunzione vi era la clausola che la responsabilità della diga era sua, il che pare un assurdo, in quanto il responsabile di tutto è il presidente della società o chi per esso. Naturalmente non avevano responsabilità i due dipendenti a valle della diga di Molare, dove vi era la centrale e l’officina elettrica, che con due telefoni di una sola linea diretta all’O.E.G. (passando però per un altro telefono), dovevano trasmettere comunicazioni proprie e quelle ricevute da Abele De Guz, controllore della e sulla diga principale, con abitazione a lato di essa. Questi telefoni stabilivano, per giri tortuosi e lunghi, i collegamenti tra diga e dirigenza, mentre sarebbe stato necessario un collegamento con la rete telefonica nazionale, in quanto già intorno alle 10,30 del 13 agosto 1935, chi era sulla diga, prevedendo la tracimazione alla diga principale, avrebbe potuto avvertire immediatamente il prefetto e i sindaci per far evacuare la valle dell’Orba, e ciò avrebbe risparmiato vite. Ma, nella sentenza, si asserì che questi complicati giri comunicativi furono ininfluenti.

Si tenga presente che la linea difensiva O.E.G. si basava sul fatto che i vari progetti presentati erano a termini di legge, in quanto i Decreti Ministeriali del 13/4/1921, 25/51924, 21/4/1925,  siamo a p. 277 del libro di Bonaria, erano tutti posteriori a  ciascuno dei progetti presentati. Ma Vittorio Bonaria osserva che, se la variante ultima del 1926 riguardava alcune modifiche non sostanziali all’impianto, almeno la variante  del 1924 della diga secondaria non riguardava semplici modifiche al progetto, e quindi avrebbe dovuto rispettare  almeno il  D. M. 2 aprile 1921. Infatti in questa variante, oltre ad inserire 12 sifoni scaricatori nella diga principale, che vediamo nelle fotografie 3 e 4, si modificava sostanzialmente la diga secondaria di Sella Zerbino, “che divenne di sola ritenuta e quindi non tracimabile”, con tutte le conseguenze che sappiamo.

Infine, al processo nessuno si curò di segnalare il fatto che il custode Abele De Guz avvertì la dirigenza che gli scaricatori di fondo della diga principale non entrarono in funzione in quanto, udite udite, non erano ancora collaudati, e non si collaudarono mai perché si temevano vibrazioni al corpo della diga. E si tenga presente che l’invaso iniziò ad essere riempito, e fu utilizzato illegalmente producendo energia elettrica, prima che fosse avvenuto il collaudo della diga! Ma non solo, Abele De Guz per telefono avvertì che gli scarichi di superficie erano bloccati dai tronchi d’albero, che gli sfiatatoi sotto il coronamento erano in gran parte inattivi per intasamento, e che la grande valvola di scarico a campana, detta “Verrina”, scavata dal coronamento sino al fondo, si bloccò a non entrò in funzione. E ciò nonostante che lo stesso coraggioso custode (ebbe un premio dalle mani dello stesso Benito Mussolini che andò a trovarlo nell’abitazione a lato della diga), sfidando la tracimazione, in quanto occorreva agire sulla diga a metà di essa, l’avesse messa in moto, e che poi fosse ritornato mezz’ora dopo per riprovare a farla funzionare, senza successo. Per cui, cosa poteva fare l’Orba se non iniziare a far tracimare alle 12,30 la diga principale e la diga secondaria di un salto valutato in 2,4 metri d’acqua, e fare il resto?

Occorre aggiungere, come anticipato, che i materiali prodotti da Vittorio Bonaria mostrano come, se anche tutti gli scarichi fossero entrati in funzione, la portata dell’Orba era tale che le due dighe sarebbero state tracimate, e ciò, per il tribunale, assolveva tutti. Però Vittorio Bonaria a p. 267, figura 7, spiega che la diga di Val Noci sulla Scrivia aveva capacità di scarico superiore a quella della diga di Molare “nonostante il bacino alimentante fosse di quasi venti volte inferiore”. E di questo nessuno al processo ne tenne conto, almeno che ne sappia io, né ci si prese la cura di fare una verifica sulle capacità di scarico delle dighe dell’area, e non solo.

Provando a tirare conclusioni sul disastro, devo dire che il processo non assomiglia a un processo reale, quanto piuttosto ai quei processi che nel medioevo si facevano contro le cavallette. Naturalmente finivano con la loro colpevolezza e con una bella processione di scongiuro a una chiesa, e, nel nostro caso, la processione fu al cimitero. Qui il colpevole fu Giove Pluvio, mentre risultarono illibati coloro che fecero di tutto perché il disastro, ed uso ironicamente un’espressione giuridica, fosse messo in essere.

Il lettore potrebbe credere che sia giunto al termine della recensione, ma il libro di Bonaria, tra le pp. 297 e 303, propone una coda sorprendente, incredibilmente assurda tra tutte le assurdità viste, la quale merita un titolo:

 

Il nuovo progetto per riproporre la diga di Molare

 

Successe che, sul finire degli anni ’70 del secolo scorso, vi fu un nuovo interessamento per rimettere in funzione la diga di Molare. Ciò avvenne, e siamo in un altro dei tanti assurdi della nostra vicenda, su istanza dei comuni a valle della diga sino all’alessandrino, quelli che subirono l’alluvione, i danni, e i morti. Motivo? La preoccupazione della sempre maggiore carenza di acqua per irrigazione e uso potabile. Nel 1979 fu organizzata una serie di conferenze sul soggetto, in cui spiccava la relazione geologica del prof. Floriano Calvino, che io ho conosciuto un anno dopo la laurea, titolare della cattedra della facoltà di geologia dell’università di Genova, promotore di tutta una serie di tesi di laurea sull’argomento. Il tutto era finalizzato alla stesura di un progetto, e nel 1980 fu presentato un “Avanprogetto di fattibilità”. Si trattava di realizzare un invaso,  ancora di 18.000.000 di m3, utilizzando la diga principale, con la costruzione, presso la voragine di Sella Zerbino, di una diga secondaria in “rockfill”, ovvero di pietrame con nucleo impermeabile di terra. Non tracimabile come la precedente, era alta 55 m, larga al piede 150 m, lunga al coronamento 140 m, quindi era più larga alla base che al coronamento. Il volume del nuovo sbarramento secondario era calcolato in 350.000 m3, e avrebbe garantito un invaso massimo a 320 metri sul livello del mare. E qui c’è qualcosa che non afferro: il cubaggio del lago è lo stesso del precedente invaso, ma la quota di invaso massimo è due metri inferiore. Che qualcuno abbia abbassato la valle base dell’invaso?

La diga principale vedeva la dismissione dei 12 sifoni scaricatori (che nel 1935 non avevano funzionato), e la realizzazione di uno scaricatore di superficie largo 80 m al centro del coronamento. Ciò comportava un nuovo profilo del paramento a valle per ottenere un grande scivolo. Lo scarico di fondo, che nel 1935 non funzionò, e quello superficiale, sarebbero stati ripristinati, mentre quello a metà altezza della diga sarebbe stato modificato. Della valvola a campana per fortuna non se ne parla più, e la produzione di energia elettrica fu posta in secondo piano.

Il tutto mi pare una follia, in particolare la nuova diga di Sella Zerbino non tracimabile come la precedente, e, stavolta, ben alta rispetto alla base per via della voragine che si era aperta,  e nemmeno in cemento armato. E mi pare pure un’altra follia il ripristino di scaricatori nella diga principale che nel 1935 non funzionarono, o mal funzionarono, perché rapidamente intasati. Infine la diga principale non era collaudata per le nuove norme sismiche. Contrari a questo tentativo di ripristino erano gli ambientalisti per vari motivi paesistici ed ecologici. Infatti nel lago svuotato si era costituito un particolare habitat, e in parte era stato messo a coltura, quindi con un danno economico per quei poveri agricoltori di collina e montagna.

Proseguendo coi dati che pesco nel libro di Vittorio Bonaria, nel 1999 col “Decreto Bersani” fu liberalizzato il mercato dell’energia elettrica, e la diga principale dall’ENEL passò a privati, alla Tirreno Power concessionaria della diga di Ortiglieto, la quale vorrebbe riportare questo lago al cubaggio originario di 1.000.000 m3. Infine la diga principale, quella che si voleva riutilizzare, nel 2010 è stata cancellata dal registro delle dighe, e la Tirreno Power l’ha ceduta al demanio. Siamo giunti così alle pp. 301 - 302, e sappiamo che vi è il progetto di messa in sicurezza della diga di Molare, che resta un monumento simbolo di ciò che successe, e del suo ex invaso. Ciò è in base al DL n° 79 del 20 marzo 2004, con una spesa a carico del Ministero delle Infrastrutture e del Ministero dei Trasporti di 600.000 €, il che, in tempi di restrizioni finanziarie, mi pare una cifra molto alta. Il progetto prevede la costruzione di un argine in terra lungo circa 200 m e alto 5 m ad alcune decine di metri a monte della diga di Molare. Lo scopo è di proteggerla da esondazioni del Rio della Brigne, con tempo di ritorno di 1.000 anni, le cui acque ora si scaricano tranquillamente poco a monte di Sella Zerbino. Ciò è una cosa che non capisco, in quanto basterebbe far funzionare lo scarico di fondo della diga di Molare, che, per le acque di piena di un piccolo rio non vedo come potrebbe intasarsi. Ma la cosa più assurda tra tutte le assurdità è che l’allagamento causato dal rio delle Brigne avrebbe bagnato il piede della diga solamente per “circa 2 m”!

Ora mi porrei alcune domande:

a) cosa vuol dire tempo di ritorno di mille anni;

b) in che modo è stato calcolato visto che le registrazioni pluviometriche datano da un centinaio d’anni, e, come sappiamo, sulla Val d’Orba medio alta anche da molto meno.

c) i valori statistici sono avventure, e lo sappiamo meglio ancora dalla teoria dei quanti, anche solo per il fatto che ci dicono che se un evento accadrà in un lasso di tempo lunghissimo, quindi è rarissimo, non ci dicono quando: potrebbe succedere anche domani mattina, e infine:

d) anche l’alluvione del 13 agosto 1935 era stata causata da precipitazioni con tempo di ritorno statistico di mille anni!

Oltre a quanto prospettato per  il ripristino, nella prima fase dei lavori sono previsti interventi sul corpo della diga, tra cui il ripristino del condotto dello scarico  mediano, dove un tempo era alloggiata la valvola a campana “Verrina”, per scaricare eventuali acque accumulate tra la diga e l’argine di cui sappiamo, di cui, a questo punto, ne capisco ancora meno il motivo. Poi si vorrebbe sistemare la parte a valle del meandro abbandonato, tra le proteste della popolazione locale, che vorrebbero il ripristino solo nel tratto a monte del meandro (ma è cosa che nel testo non è ben chiarita). Diversamente, con grande risparmio, si potrebbero realizzare un ecomuseo, e la valorizzazione del sito di Ortiglieto, usando metodologie eco sostenibili, e questa mi pare un’ottima soluzione.

Il paragrafo termina con questa osservazione dell’autore: “Visto il notevole dinamismo che negli ultimi trent’anni ha connotato le vicende legate alla Diga di Molare è probabile che quando questo libro sarà nelle librerie vi siano al riguardo ulteriori sviluppi”.

Ho letto e spulciato il libro di Vittorio Bonaria tra fine ottobre 2015 e l’inizio del novembre successivo, e quindi erano già passati due anni dalla sua edizione. Pertanto venerdì 6 novembre 2015 ho domandato all’autore, via e-mail, se vi fossero stati successivi sviluppi. Ho ricevuto la risposta il lunedì 9 novembre successivo. Estraggo il brano d’interesse:

 

Attualmente le operazioni di messa in sicurezza della Diga di Molare sono abortite a causa dell’acclarata inutilità e di vari avvisi di garanzia scattati ai danni di molteplici soggetti tra cui i Commissari Delegati Governativi. Purtroppo parecchie decine di migliaia di euro, che sarebbero potute essere spese per migliorare la fruibilità (attualmente inesistente) del sito sono state buttate invece via per inutili movimentazioni terra che hanno inoltre parzialmente devastato un sito di pregio naturalistico.

 

Non dubitavamo che sarebbe finita così, all’italiana, per usare un luogo comune che pare eternificarsi. Ma, a magra consolazione, devo dire che è sempre meglio di quanto era in progetto, con tutta pace della diga di Molare e del suo sito.

 

Vittorio Bonaria, Storia della Diga di Molare Il Vajont dimenticato prefazione di Luca Mercalli, Genova, Erga Edizioni, maggio 2013, pp. 332, € 25.

uscito su ITER n° 37, anno XII n°3 dicembre 2016 (ma è uscito a agosto 2017

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