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Il futuro del centro-sinistra
IL "PD" prigioniero delle primarie
Mauro Calise

Non bisogna stancarsi di ripeterlo. Di fronte alla deriva autoritaria della democrazia dei partiti segnalata dai Cinquestelle con il loro movimento personale, dinastico e virtuale. E col riaffacciarsi all’orizzonte dell’eterno ritorno di re Silvio, ormai privo di scettro ma comunque pronto a rimescolare – e a ridare – le carte. Le primarie del Pd rappresentano un’estrema, meritevolissima occasione di partecipazione di massa. L’ultimo scampolo di quel secolo breve dei partiti che è – purtroppo – alle nostre spalle. Ma proprio per questo trend inesorabile dei meccanismi di mobilitazione elettorale – sempre più frammentati, leaderistici e digitalizzati – le primarie si stanno confermando – come ha scritto Tommaso Cerno sull’Espresso - «un dispendio di energia politica enorme» che lascerà, sul tappeto, una sinistra più indebolita. E un partito ancora più diviso.

La conferma è nei messaggi incrociati dei tre aspiranti segretari, ieri alla convention dell’Ergife. Dove non si sono ascoltate rilevanti diversità programmatiche, ma si è letta – fin troppo chiaramente – la scenografia delle baruffe, e delle faide, cui assisteremo nei mesi a venire. Fino alle prossime elezioni, e anche oltre. Emiliano – coerentemente col fatto che era stato a un passo dall’addio – ha incentrato il proprio intervento sul recupero dei Cinquestelle. Una strategia che ha perseguito fin dai suoi esordi come governatore, e che trova una sponda esterna nella linea annunciata da Bersani. Il 30 aprile, difficilmente questa opzione raccoglierà molti consensi. Ma si possono facilmente immaginare i fuochi d’artificio che ne verranno quando in Parlamento comincerà la tratta dei voti per rabberciare la maggioranza. Allorquando il Pd sarà costretto a sbilanciarsi verso il centro o il centrodestra per supportare l’esecutivo, Emiliano sarà la sirena – e, all’occorrenza, il cavallo di Troia – dell’alternativa grillina.

Più incerto, almeno per il momento, il ruolo che si ritaglierà Orlando. Essendo stato per tre anni al governo, al fianco strettissimo di Renzi, il Guardasigilli fa fatica a spiegare cosa sia cambiato in pochi mesi da spingerlo a uno scontro frontale con il suo ex-premier. Salvo il fatto – su cui ieri ha insistito – che con il proporzionale c’è bisogno di metter mano a una strategia di alleanze più aperta e più inclusiva. Già. Ma il problema è che, conti alla mano, sappiamo già – salvo improbabili miracoli – che a sinistra non ci saranno i numeri per formare un nuovo esecutivo. E allora? Visto che lo spazio «scassatore» già lo ha occupato Emiliano e in quello «moderatore» cercherà di muoversi Renzi, Orlando che pesci intende prendere? La direzione più plausibile resta – come già altre volte preannunciato – quella di logorare Renzi dall’interno. Facendo da contrappunto ad ogni scelta troppo decisa o troppo ardita, e ribadendo la prospettiva di una riunificazione del Pd. Una opzione ideologica con un proprio richiamo nostalgico, anche quando sarà a tutti evidente che potrebbe cambiare un bel niente.

E’ questo il rischio che Renzi ha cercato di esorcizzare, tornando anche in questa occasione a enfatizzare l’esigenza che – dopo le primarie – tutto il partito si riconosca nella leadership del vincitore. Chiudendo la stagione delle recriminazioni – e scissioni. La lingua batte dove il dente duole. Renzi insiste su questo nodo, perché sa bene che non si scioglierà. Anzi, si aggroviglierà. La vittoria referendaria delle forze antimaggioritarie rappresenta, infatti, la rivincita storica contro la svolta che, nei primi anni novanta, aveva avviato anche l’Italia verso i lidi di una democrazia governante. Con un premier più forte e un leader egemone nel proprio campo politico. Questo, oggi, è alle nostre spalle. E non si vede come possa tornare. Renzi riuscirà, tutt’al più, a riconquistarsi un controllo alquanto saldo sul proprio partito. Ma non ha più uno strumento elettorale – e tanto meno un contesto culturale – per affermare stabilmente una linea e un perimetro di forze politiche che la appoggino al governo. Gli italiani avranno tutto il tempo per accorgersi del pantano in cui si sono cacciati bocciando la stagione delle riforme. Nel frattempo, però, è probabile che chi tenterà con più coraggio di tirarli fuori sarà il primo a farne le spese

 

                                                                         “Il Mattino”, 10 aprile 2017

11/04/2017 15:12:26
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Mauro Calise
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