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Il futuro del centro-sinistra
I quattro Renzi
Franco Livorsi

Quattro Renzi. So bene che per molti uno basta e avanza. Ma qui io provo a fare un ragionamento su quel che è accaduto (“primo” Renzi), su quello che avrebbe potuto accadere (“secondo” Renzi), su quello che sta accadendo (“terzo” Renzi) e su quello che potrebbe ancora accadere (“quarto” Renzi). Propongo un po’ di teoria dei giochi. Astratta e concreta in sommo grado.

   Prima premessa. Uno dei modi possibili di differenziare le democrazie è il distinguere tra democrazia dei partiti e democrazia del leader. In genere la democrazia dei partiti si sposa soprattutto con il sistema proporzionale in riferimento alle regole elettorali, e con quello parlamentare in termini di forma di governo. Il sistema proporzionale, che distribuisce equamente i voti alle singole liste con conteggio nazionale, premia chi è più presente, ossia organizzato, sul territorio nazionale, ossia la forza dei partiti; e quello parlamentare affida la nomina del capo del governo e il relativo governo, dall’inizio alla fine, non alla scelta degli elettori (presidenzialismo, “sindaco d’Italia”), ma al voto di fiducia del parlamento stesso, parlamento che è esso stesso composto da partiti (“gruppi”). Ma si danno anche sistemi non fondati sulla legge elettorale proporzionale, ma parlamentari nella formazione dei governi, e viceversa. L’Italia dal 1948 al 1993, comunque, ha avuto un sistema che era sia basato sulla proporzionale (e quindi partitocratico) che parlamentare nella formazione dei governo. La combinazione tra proporzionalismo puro e parlamentarismo puro, in Italia ha prodotto governi deboli e brevi per quasi settant’anni (ma specie dal 1948 al 1994). Dal 1994 si è cercato di far coesistere un sistema elettorale maggioritario  con il parlamentarismo (oltre a tutto sempre in un quadro bicamerale perfetto). Il referendum sulle riforme istituzionali, connesso pure alla legge elettorale “renziana” detta Italicum, mirava a ottenere sia un maggioritario più forte e coerente (doppio turno e premio di maggioranza) e sia un governo che, pur essendo parlamentare, avesse una stabilità garantita (55% dei deputati alla prima lista al secondo turno, e Camera dei deputati monopolizzatrice di un buon 90% del potere legislativo, e unica datrice della fiducia: con governo di legislatura “di fatto”). Il sovrano, il popolo italiano, con verdetto inequivocabile, 60 a 40, ha detto di no tramite referendum: credo soprattutto per punire il governo, che non sembrava capace di uscire dalla crisi economica più grave e lunga dopo il 1929, e soprattutto di ridurre in maniera cospicua la disoccupazione di massa a danno della gioventù. Questo è il quadro di riferimento.

   Ora si può riconoscere, credo, che in rapporto ai soggetti del potere (a chi tiene il potere) noi possiamo avere o una democrazia dei partiti oppure una democrazia del leader. Se una cresce, l’altra diminuisce. Ma in genere prima una diminuisce, o decade, o si sclerotizza, o si estingue, e poi arriva l’altra. Così la democrazia in cui i partiti sono partiti del (o dei) leader, e non il (o i) leader, leader “dei” partiti, in Italia è nata per fallimento fraudolento della democrazia pura, proporzionalista, parlamentare e partitocratica. Lo scacco della democrazia dei partiti ha fatto scivolare il sistema verso la democrazia del leader, cioè verso un assetto “americano”, in cui non sono i candidati a servire i partiti, ma i partiti a servire i candidati. A tutti i livelli. E se è vero che la “repubblica dei partiti” nel 1994 è morta per fallimento (è esplosa, o implosa), nessun verdetto, neanche di Corte Costituzionale, riuscirà a far uscire quel Lazzaro dalla tomba. Ormai sarebbe un cadavere che torna a camminare. Tuttavia il dramma italiano consiste nel fatto che sta accadendo proprio questo. “La Grecia è vicina”. Era evitabile?

    Tali aporie erano superabili solo da sinistra, perché il passare a una sorta di democrazia del leader, pur ormai prevalsa dappertutto - semipresidenzialismo alla francese, premierato all’inglese, e forte identificazione tra partiti di governo e governanti in Germania, per non dire dell’America - fatto da destra, come aveva tentato Berlusconi, appariva a molti troppo rischioso per la democrazia (anche tenendo conto di quel re “nudo”). A ciò si opponeva una lunga tradizione pretesa democratica dei partiti di sinistra, che in realtà  era puramente e semplicemente oligarchica, ossia fondata sul prepotere di una minoranza di capi (come Robert Michels aveva dimostrato sin dal 1912, dicendolo per tutti i partiti, ma investigando soprattutto la socialdemocrazia tedesca, che era allora il partito guida, o meglio modello, sommamente organizzato e motivato, del socialismo europeo, in “La sociologia del partito politico nella democrazia moderna. Studi sulle tendenze oligarchiche degli aggregati politici” ). Nel tipico partito di sinistra italiano, che era il PCI (che poi figliò prima il Partito Democratico di Sinistra, poi i Democratici di Sinistra e infine - d’intesa con spezzoni della sinistra democristiana - il Partito Democratico), erano abituati dal 1926 a decidere “tutti insieme”. Così erano i comunisti. Tutto era approvato all’unanimità, attraverso una complessa operazione di coinvolgimento delle diverse proposte in campo, che impediva qualunque leadership che non avesse le “mani legate” da tutti i gruppi interni. E se questa leadership che viaggiava per conto proprio emergeva “da fuori”, ad esempio  in un partito contiguo, la cannibalizzavano. Chiamavano democrazia la perfetta oligarchia, in cui i capi si mettevano d’accordo prima, e poi gli organismi decidevano, più o meno unanimemente, tutti “più o meno” contenti (a volte con la bocca fresca e a volte con l’amaro in bocca, ma mai a bocca vuota). Guai a chi a sinistra non stesse a questo gioco (trasferito anche negli “organismi di massa” egemonizzati dai comunisti, o post-comunisti, come la CGIL). Questo era però molto controproducente in tempi di democrazia del leader, ovviamente prevalsa in Italia dopo lo scacco dell’altra (proporzionalista e dei partiti, morta malamente nel 1994). Così nascevano, dal ’94,  tanti partiti grandi o piccoli personalizzati, come la Lega Nord con Bossi (e poi Salvini), Forza Italia con Berlusconi, Alleanza Nazionale con Fini, L’Italia dei Valori con Di Pietro, e così via, sino a “Fratelli d’Italia” (di Giorgia Meloni), mentre una forte leaderhip che impersonasse il grande partito della sinistra che pure c’era (dal PCI al PDS, ai DS e al PD) non veniva fuori. Era più facile rifondare il partito che superare l’unanimismo sterile. Il superarlo era troppo contrario alla logica che Renzi chiama “dei caminetti”, ossia a quel mettersi d’accordo prima su tutto, anche a costo di imporre un catenaccio a tutta la sinistra. La cosa è andata avanti così sino all’estenuazione, quando si è visto che il PD, nel 2013, essendo primo partito, con 340 deputati su 630, non riusciva, dopo un mese, né a formare un governo e neanche ad eleggere, com’era invece accaduto dal 1948 in poi, un nuovo capo dello Stato (tanto da dover pregare un novantenne di seguitare, per la prima volta dal 1948, a fare il Presidente dopo averlo già fatto una volta per sette anni). A quel punto ci fu una sana reazione vitalistica della base del PD: Renzi vinse le primarie, divenne segretario del PD e, dopo aver dato una piccola spinta un po’ brutale al soporifero “democristiano” del PD Enrico Letta, divenne capo del governo per mille giorni. Si dimise dopo che la sua proposta di riforma costituzionale era stata bocciata con referendum “60 a 40”.

   Ho subito sostenuto Renzi, già quando si misurò con Bersani la prima volta senza successo. Un giovane leader che aveva meno di 40 anni, figliolo rappresentativo della nuova Italia dei sindaci eletti dal popolo, con una notevolissima capacità comunicativa, e una capacità eccezionale di stare sui problemi concreti, e notevole rapidità di decisione, e instancabile attivismo, a me pareva, e pare, una grande fortuna per la sinistra. E così ha pensato e pensa tuttora la base del PD. Per me “era ora” veramente. Si era in ritardo di vent’anni circa. E’ vero che Renzi era stato del Partito Popolare di Martinazzoli, cioè un giovane democristiano, ma poi c’era stata una svolta epocale (dal 1994), più o meno come nel 1945, dopo di che tutto era cambiato; e non aveva senso né insistere sulle origini democristiane di Rosy Bindi o di Prodi (ex presidente dell’IRI nella prima Repubblica) né su quelle socialiste di Guglielmo Epifani o di Susanna Camusso, e neppure su quelle comuniste di Bersani. Tanto più che il primo atto politico di Renzi segretario del PD fu quello di far aderire il PD al Partito Socialista Europeo, cosa che i predecessori si erano “dimenticati” di fare.

    Renzi ha governato abbastanza bene sia a livello nazionale che europeo, cosa riconosciuta da Blair a Obama, per non dire della Merkel. Non è dimostrabile che altri avrebbero saputo fare meglio. Anzi. Non starò qui a discutere per l’ennesima volta su quel che si è fatto o cercato di fare nella politica economica, per i ceti più deboli e per i nuovi diritti civili. Tuttavia bisogna dire qualcosa su quel che Renzi avrebbe potuto fare per evitare gli iceberg che sono caduti sulla sua-nostra nave. E con ciò dal primo Renzi, o Renzi “vero” (effettivo), passiamo al “secondo”, che sarebbe stato “possibile”.

   Tutti insistono sulla faccenda dell’”uomo solo al comando” e sulla “personalizzazione” della campagna referendaria, ma in materia secondo me ci sono molti equivoci; e contro tali storture - pur da lui poi riconosciute autocriticamente - avrebbe potuto fare ben poco. Nessuno aveva mai riunito tante volte gli organismi e in modo così aperto a tutti (Direzioni e Assemblee nazionali “in streaming”). E così i Gruppi parlamentari. E in tutta la storia italiana, anzi europea, non si era mai vista tanta libertà dei singoli di votare in parlamento “a capocchia”. Ma allora da dove vengono le accuse contro il leader che decide tutto da solo? – Credo derivino dal fatto che nel PD si è finalmente passati da una democrazia basata sull’unanimità, in cui tutto era deciso insieme (tra “capi”, e “poi” calato e ratificato più o meno unanimemente negli “organismi”) ad una democrazia maggioritaria, in cui la parte di minoranza che dissente può protestare liberamente preparandosi a diventare maggioranza a tempo debito, come per lo più è sempre accaduto negli organismi di partito non-comunisti. Quel vecchio unanimismo, che in realtà era una pesantissima zavorra, era l’unica cosa “comunista” rimasta in piedi dopo lo scioglimento del comunismo. Chi comandava, in base a quella vecchia scuola, doveva accordarsi con tutti, oppure andarsene a casa. La democrazia di partito basata su un chiaro rapporto di diversità tra maggioranza e minoranza è stata un grande progresso. Ma ciò posto Renzi avrebbe certo potuto darsi da fare di più per ampliare il consenso verso la parte che l’aveva contestato, dopo averla vinta; ma al di là del fair play, che non è il suo forte, non avrebbe potuto fare molto. Vale pure per la personalizzazione.Se non avesse personalizzato la battaglia referendaria lui, l’avrebbero fatto i suoi avversari, per i quali “lui” è “il Nemico (tanto che hanno realizzato la prima scissione della storia fatta contro una persona e non su  una faccenda calda “epocale”, come poteva essere: fare o non fare la rivoluzione per i comunisti del 1921; andare o non andare con Stalin e compagni per i socialdemocratici nel 1947; andare o non andare al governo con la DC contro il PCI per la sinistra socialista che fondò il PSIUP nel 1964, e così via). Direi che in materia Renzi ha fatto errori più di stile e tattici che non di sostanza e strategici.

   Invece Renzi avrebbe dovuto essere più capace sia come riformatore istituzionale che come capo partito (ecco il secondo Renzi, “immaginario” ma possibile). Sul primo terreno ha forse troppo delegato all’ottimo duo Elena Boschi-Anna Finocchiaro. Ad esempio che la quantità minima da cui partire per accedere al premio di maggioranza anche al secondo turno andasse predeterminata, poteva farselo dire da veri costituzionalisti e politologi amici. Poi quando Berlusconi mollò il Patto del Nazareno (come già aveva mollato “in extremis” il “patto della crostata” con D’Alema nel 1997), Renzi non solo non avrebbe dovuto mollare (e ha fatto bene a non mollare), ma avrebbe potuto e dovuto presentare una riforma con le sole forze proprie, cioè migliorare la proposta, essendo saltato il compromesso col “partner”, che aveva comportato il peggioramento del prodotto. Ad esempio avrebbe potuto riproporre, come aveva voluto in principio, un Senato tutto di sindaci e presidenti di Regione, e con compiti totalmente distinti da quelli della Camera, oppure proporre l’abolizione del Senato, invece del piccolo Senato a scartamento ridotto, né carne né pesce, presentato al voto del 4 dicembre. Il maggioritario a due turni e con una sola Camera che desse la maggioranza, e con premio alla prima lista, se avesse vinto al secondo turno, sarebbe stato, per me,un enorme progresso; ma senza i “pasticci” richiamati la bontà dell’insieme sarebbe stata maggiore, e meno negabile dai tanti avversari, faziosi o anche convinti.

   Ma   il Renzi possibile non c’è stato soprattutto a livello di partito. Forse Cuperlo non aveva sbagliato del tutto disconoscendo Renzi come “leader” in una drammatica Direzione (io non me ne sono persa una, in streaming): io avrei però aggiunto “leader di partito”, perché invece a me pare che Renzi sia stato e sia un ottimo “leader di governo”, anche se in Italia come in Europa i due ruoli non sono separabili, se non a danno del governo. Non so se la visione di partito che Renzi ha sia un residuo democristiano o un dato caratteriale, o tutti e due: infatti erano i democristiani che facevano drammatici congressi per stabilire quanto ciascun gruppo di “amici” avrebbe dovuto contare sul governo, a partire da chi, per conto della prima corrente, dovesse esserne il “Capo” per volontà degli “amici”. In sostanza Renzi può aver pensato che - stante il fatto che lo Statuto del PD a giusta ragione stabilisce che chi vince la segreteria sia candidato premier - doveva conquistare il partito per diventare e restare premier. Forse lo rifà ora. Ma poi la leadership, “anche di partito”, va esercitata; e va esercitata bene, tanto più che il PD, coi suoi 400.000 iscritti più o meno veri, è il solo partito “reale” rimasto in questo Paese (forse, ma solo in poche grandi regioni settentrionali, con la Lega Nord). Ad esempio guardando alle elezioni amministrative parziali che c’erano state prima del referendum, Renzi avrebbe dovuto essere più attento. A Roma avrebbe dovuto lasciare il sindaco Marino al suo posto, comprendendo che per il PD era il meno peggio, e che quella posizione decisiva non solo non sarebbe stata riconquistata, ma sarebbe stata perduta, e che quella perdita gli sarebbe stata ovviamente imputata. A Napoli, poi, avrebbe dovuto accettare la grande apertura da parte di un vero leader di popolo come Bassolino, che forse non sarebbe bastato a fermare De Magistris (o forse sì), ma avrebbe sicuramente garantito un risultato molto buono per il PD, perché al Sud i “capi popolo” contano molto. Insomma, il Segretario avrebbe dovuto mettere becco dappertutto, anche influenzando le primarie, come fece felicemente a Milano. Persino a Torino si poteva capire che Fassino appariva come il vecchio, “l’usato sicuro”, pur valorizzandolo come risorsa, ad esempio premiando il Piero per partito e governo, ma cercando un professionista popolare meno usurato dal tempo per la poltrona di primo cittadino.

   Anche la fase post-referendaria avrebbe potuto essere gestita meglio prima della scissione del PD. Il mettersi al tavolo con i dissidenti più importanti cercando di persuaderli uno ad uno a non andarsene, non sarebbe stato tornare ai caminetti, ma “fare il segretario” in fase di emergenza. Forse non sarebbe servito a molto, o forse sì. Ma intanto avrebbe potuto dividere gli scissionisti. Inoltre avrebbe fatto un’ottima impressione politica su tutti. Che non l’abbia fatto si capisce del tutto in termini umani, perché la politica cammina sulle gambe degli uomini. “Quelli là” avevano dato un contributo decisivo a far fallire il progetto di portata epocale di Renzi e compagni organizzando una vera e propria campagna elettorale contro la posizione referendaria della grande maggioranza del loro partito. Si capisce che se uno ha il carattere “decisionista” di Renzi, ha quarant’anni ed è toscano, e ha subito un colpo alla nuca simile, il presentare il ramoscello d’ulivo invece dello stivale per il trattamento dei culi avversi non è facile. Bisognerebbe essere o saper essere animali a sangue freddo, o costringersi a esserlo, ma ben pochi leader hanno saputo farlo. E tuttavia proprio quello sarebbe stato sia il suo interesse che il suo dovere di leader. Se quei compagni sono stati così poco responsabili da fare una scissione che necessariamente, il giorno dopo, rendeva il PD secondo partito e il M5S primo partito, bisognava essere responsabili al posto loro, facendo di tutto perché, in una fase come questa, non se ne andassero. Non c’è solo la “ragion di stato”, ma c’è pure la “ragion di partito”, e il “vero leader” deve ascoltarla persino contro se stesso.

   Sembra però che il puer, come Cicerone nelle Epistole chiamava Ottaviano Augusto, impari presto e bene. Ad esempio lo sosteneva Scalfari un paio di settimane fa dopo colloqui con lui. Su ciò sono un po’ incerto. Per ora Renzi sembra tenere molto le sue carte coperte. Non si capisce bene, però, se siano “carte coperte” oppure rinunce al gioco. Faccio un solo esempio, perché la lingua batte dove il dente duole (ossia in quella che per me è “la riforma delle riforme”, quella della legge elettorale). Sembra che prima delle primarie del 30 aprile Renzi non voglia prendere alcuna iniziativa in materia. E va bene, perché è faccenda divisiva e scivolosa, oltre che decisiva. Dice che chi ha vinto il 4 dicembre 60 a 40 deve fare la proposta; che questa non spetta al governo (cioè al PD). E in prima battuta va bene. Ma molti sospettano che ciò preluda ad una sorta di linea minimalista: assumere il parere della Corte Costituzionale che ha parzialmente bocciato l’ottima legge elettorale dell’Italicum, dicendo sì al 55% da dare a chi abbia il 40 in elezioni a un turno (la Corte ha tolto il secondo turno), e se nessuno arriva al 40% (come è ovvio), dividere i 1000 seggi, tra Camera e Senato, in modo proporzionale. Diversi pensano, insomma, che Renzi voglia applicare la sentenza della Consulta, come falsariga di legge, al Senato, e buona notte al secchio. Da un lato sarebbe la via più spiccia e pratica, più conforme alla psicologia renziana; dall’altro consentirebbe di mettere in grave difficoltà il primo partito probabile nonché vero avversario del PD, il M5S. Infatti con il proporzionalismo puro, unito all’ormai obbligato parlamentarismo nella formazione dei governi, non basta essere primi alle elezioni, ma bisogna anche trovare gli alleati “dopo”, in Parlamento. Il M5S in ciò ha più difficoltà. Sarebbe il più interessato al maggioritario, ad esempio a ripristinare il Mattarellum, ma per rozzezza o ignoranza politica dei “capi”, e a causa dei “cattivi maestri” del proporzionalismo che non hanno mai capito “una mazza” di politica (taluni miei ex colleghi e amici), non lo comprende. Il M5S potrà anche prendere il 30 o 32% alle elezioni, ma poi l’altro 20% necessario a governare lo dovrà trovare in Parlamento “dopo” il voto. Se seguirà la tattica di unione con le destre (con Salvini e Meloni, alias Lega e Fratelli d’Italia) deluderà la sua sinistra, e viceversa. E in ogni caso anche prendendo leggermente meno (sondaggi attuali), il PD renziano ha qualche chance in più nel trattare con altri, a partire da Berlusconi e chissà “sin dove”. Ma questo calcolo “renziano” - cui tendo a non credere, ma che “circola molto” - a me parrebbe anti-italiano, cinico e miope. Tornare a passi felpati alla prima repubblica, ossia alla proporzionale pura “di fatto”, per andare “non dico dove” a Grillo, mi parrebbe troppo dannoso per l’Italia. Proporzionale pura e parlamentarismo puro, oltre a tutto in un’Italia pressoché senza partiti, e nell’ora della concorrenza mondiale di tutti con tutti (globalizzazione), mentre l’Unione Europea fa acqua da tutte le parti e rischia di sfasciarsi, e la Banca Centrale Europea potrà o dovrà smettere di acquistare titoli di stato, e con le guerre tremende che ci sono in giro o incombono, a me parrebbe non so se più idiota o più avventuristico. Sarebbe un rischiare di fare la fine della Grecia potendo farne a meno. Tendenzialmente mi pare veramente impossibile. Finché non lo vedo, non ci credo, Sono più portato a ritenere possibile un accordo sulla legge elettorale Mattarellum o qualcosa di simile. E siccome dopo lo scacco della Commissione Bicamerale di D’Alema del 1997 TUTTE le numerose modifiche di regole elettorali o istituzionali sono state proposte e votate dalla sola maggioranza, di lì mi aspetto una proposta. Questo sarà il nuovo Renzi possibile (il “quarto”), e non solo probabile, “attuale” (il “terzo”): un Renzi “quarto” (eventuale) che dopo aver preso la grande maggioranza di suffragi alle primarie, compreso il mio voto - che lo fa di nuovo leader forte del suo partito e per il governo - dimostri che è di nuovo in grado di pensare “in grande”, facendo il Segretario davvero e il legislatore dello Stato capace di riforme epocali. Sembra che scherzando un mese fa Renzi dicesse ai suoi che era partito per fare l’Obama italiano e si trovava a dover fare il Cirino Pomicino, ossia le alleanze di piccolo cabotaggio. La battuta e persino il tatticismo vanno bene, ma una volta risalito in sella l’accettare di farsi schiacciare su quelle piccole operazioni trasformistiche “pomiciniane” sarebbe terribile.

   Il 30 aprile voterò e farò votare con convinzione Renzi, persuaso che nell’area progressista non ci sia niente meglio del PD, e che gli altri leader ivi proposti siano tutti molto meno bravi di Renzi. Orlando è stato renziano sino all’altro giorno e non ha il minimo carisma. Fuori dall’area PD non attrae un gatto. Emiliano è un populista ultrapopulista, rispetto al quale Renzi è un vecchio liberale in stile Westminster. Ci sarebbe uno che tutte le volte che apre bocca mi sorprende del tutto positivamente perché è comunicativo quanto Renzi, ma senza i suoi scatti di arroganza non saprei se da giovane leader o da fiorentino verace; uno persuaso totalmente della bontà del maggioritario e dell’urgenza della legge elettorale (che in una recente Direzione del PD ha “scongiurato” i compagni di fare); e che si mostra totalmente “sui problemi” concreti del Paese con competenza, semplicità e persuasività persino per gli avversari più prevenuti: è Graziano Delrio. Ma non è in corsa né come leader di partito né di governo. Ma mi sentirei di scommettere che avrà un futuro.  Mi sembra l’unico, “lì in mezzo”, che ha capito tutto quello che sarebbe necessario capire. Ma la Storia lo metterà in campo? – Tra i contendenti per ora Renzi è “il meglio”. E infatti dov’è la posizione alternativa a Renzi che sia praticabile e il leader che potrebbe praticarla?

    Tuttavia attendo il “quarto Renzi”, il riformatore che riparta dal maggioritario possibile per andare a tutto il resto, che pure è fondamentale. Sinceramente ci “spero” molto. Considererei invece il ritorno “di fatto” alla proporzionale pura una sciagura nazionale e la fine di  ogni speranza di alternativa “europea”, “normale”, o tra un partito di centrodestra e uno di centrosinistra, o quantomeno tra conservatori e progressisti. Sarebbe la necrosi della politica di alternativa democratica, il trionfo epocale del trasformismo, e per ciò stesso l’anticamera non solo di Grillo, ma, a ruota, con Grillo o oltre Grillo, di una vera “democratura” in stile russo o turco o “ungarico”. Come chiamare chi non lo capisce?

                                                                                                                  (franco.livorsi@alice.it)

 

20/04/2017 14:42:50
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