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Il futuro del centro-sinistra
Il suicidio della Sinistra
Franco Livorsi


 

Che ci posso fare? – Nel mio piccolo ho provato a dirlo in decine di articoli, anche qui: se non supera presto le sue contraddizioni interne, la Sinistra correrà alla rovina. Parlo di tutte le articolazioni che “si dicono” di sinistra, da Sinistra Italiana al Partito Democratico, a prescindere dal fatto che lo siano o meno dall’uno o dall’altro punto di vista. La relazione tra cani e gatti fa correre tutte le “famiglie” della Sinistra verso il precipizio. Alla fine è facile che Sansone (Renzi) sarà “sepolto”, ma “con tutti i filistei” (gli altri gruppi della Sinistra in competizione col “suo” PD). E non me ne importa assolutamente niente di stabilire se la colpa maggiore della lotta tra Caino e Abele, che però sembra più spesso una lotta per la “secchia rapita”, sarà da attribuire più a Bersani e compagni, come io opino, oppure a Renzi e a chi l’ha sostenuto e sostiene, me compreso. Comunque ciascuna delle parti della Sinistra in competizione, da Bersani o Fratoianni a Renzi, non impegnandosi o non riuscendo a comporre, o a ricomporre, le fratture nell’area, ha determinato le condizioni - se il quadro non  muterà prestissimo - di una pressoché certa disfatta storica della Sinistra tutta: non però di una sconfitta qualunque, ma in stile 1922/1926, quando la dittatura fascista s’impose per vent’anni, o 1948, quando la Democrazia Cristiana, che sbaragliò la Sinistra socialcomunista, prevalse democraticamente per mezzo secolo circa. Al proposito mi viene in mente un fumetto che mi aveva colpito da bambino (forse in quarta elementare, non diciamo quando). Era una storia del “Piccolo sceriffo”, che allora, al pari di “Tex”, cominciava a uscire, in piccole strisce rettangolari settimanali. Il giovane “eroe” della legge aveva ferito un fuorilegge, che tuttavia era riuscito a rifugiarsi sulle montagne. A costui veniva un febbrone con delirio. Tornava a sentire con forza la voce della sua mamma, che quando lui era ragazzino gli diceva: “Tu finirai male, Ralph!”. Il fuggiasco gridava di no e si turava le orecchie, mentre la voce della mamma continuava, inesorabile, a ripetere, a lui che scappava: “Tu finirai male, Ralph!” (in grosse nuvolette con quelle parole in grassetto). Finché il poveretto metteva un piede in fallo e precipitava in un burrone.  La nuvoletta commentava il volo mortale con queste parole, sempre in grassetto: “E Ralph finisce male”. Così è oggi. “Tu finirai male, cara Sinistra”. “E la Sinistra finisce male”. Mi dispiace molto e spero sinceramente di sbagliarmi. Facciamo conto che il mio sia un grido d’allarme, mentre purtroppo è anche una previsione forte, che però non essendovi mai certezza del futuro, spero risulterà falsa. Quali i passaggi fondamentali che hanno portato a ciò?

Il PD, ultimo tra i partiti importanti, nel 2013 aveva finalmente trovato un leader giovane intelligente, determinato e dotato di incredibile energia realizzativa: Matteo Renzi. Aveva trentanove anni. Era ed è forse intimamente arrogante, perché giovane rampante e fiorentino verace, e poco aperto a un dialogo in cui le sue posizioni vengano verificate o almeno “aggiustate” di continuo a serrato confronto con i suoi compagni, consenzienti e dissenzienti. In questo non era e non è leader di popolo, ma è piuttosto quello che la sociologia chiama “leader solitario”. E’ in gamba, sa imporsi ed è di un attivismo indiavolato (tutti tratti da leader), ma non è abbastanza collaborativo. Tuttavia dopo tante anime morte a me era ed è piaciuto, poiché “il convento”, il nostro convento, direi dalla morte di Berlinguer, non aveva passato nessuno migliore di lui (si chiamasse Occhetto, D’Alema o Prodi o Bersani, tanto per essere chiaro). Subito Renzi volle che il PD aderisse al Partito Socialista Europeo, cosa che nei sette anni anteriori del PD avevano evitato di fare. Renzi, col consenso, e anzi - a quel che si è ora saputo - su sollecitazione di Roberto Speranza e Gianni Cuperlo, era diventato - silurando Enrico Letta con uno di quei blitz brutali che di tanto in tanto in politica si danno, e che sorprendono solo quelli che credono in Babbo Natale - Presidente del Consiglio. Durò mille giorni, pieni di tentate o realizzate riforme, di dinamismo di governo e anche di autorevolezza internazionale. Alle elezioni europee Renzi portò il suo PD al 40%. Certo non tutto era ben fatto. Tuttavia un confronto onesto, da parte dello storico futuro, persino con altri governi impersonati dal PD, non credo che lo farà risultare un cattivo statista, ma semmai l’opposto, sol che si pensi almeno a taluni aspetti del Jobs Act, come gli 80 euro al mese in più per dieci milioni di persone disagiate, e per sempre; oppure alla defiscalizzazione per anni in caso di assunzioni a tempo indeterminato; oppure all’immediato intervento a favore di popolazioni colpite dai terremoti; oppure ai nuovi diritti per coppie eterosessuali e omosessuali; o, nel governo “renziano” di Gentiloni, ai salvataggi delle banche in crisi (ma  con commissione d’inchiesta per verificare le magagne), oppure alla battaglia per estendere la cittadinanza agli immigrati nati qui, o alla grande folla di soccorsi e salvati in mare, a dispetto di legioni di “cuori di tenebra” (mentre si lotta per coinvolgere l’Unione Europea nella cura, collocazione, e aiuto nelle loro patrie degli immigrati). Persino la legge sui vaccini più o meno per tutti e la recentissima abolizione dei vitalizi dei parlamentari non sono certo normale amministrazione, nella storia del “renzismo”, con Renzi e, arrivato il renziano Gentiloni, anche oltre Renzi.

Tuttavia i dissidenti interni, e poi esterni, al PD, hanno fatto di tutto per rovinare la Sinistra tutta pretendendo di salvarla, pur di andare in bottom a Renzi, percepito come un “estraneo” o “usurpatore” che poneva fine allo sterile unanimismo antico in cui sguazzavano da sempre nel PD, e percepito come uno che sembrava escluderli da tutti i “giochi” o incarichi importanti, costringendoli a andare a casa dopo soli trent’anni di vita pubblica, anche a dispetto dei loro figlioli o nipotini politici ultimi dei mohicani della vecchia sinistra delle cause perse che li amavano tanto. Spesso hanno denunciato mali reali (ad esempio contestando i capolista bloccati nella legge Italicum di Renzi, o spingendo per un rapporto più dialogico con tutti i grandi sindacati confederali), ma sempre rischiando di gettare - anzi, gettando senz’altro - l’acqua sporca col bambino.

Il PD di Renzi aveva presentato una legge elettorale (Italicum) e una proposta di riforma costituzionale che erano certo imperfette. La Sinistra era sempre stata per una sola Camera legislativa, da Robespierre a Ingrao: un solo popolo sovrano, legislatore, tramite l’assemblea elettiva dei “delegati” (députés) che ne incarnano la “volontà generale”. Nella riforma “renziana” non era stato possibile abolire il Senato, ma esso era stato ridotto di due terzi, non poteva più eleggere il governo e in sostanza lasciava un buon 90% delle competenze alla Camera. Si era sulla buona strada. Quanto ai contrappesi alla Camera, Magistratura e Corte Costituzionale sarebbero state più che sufficienti per equilibrarne il preteso strapotere. Ma, soprattutto, l’Italia, “di fatto”, senza toccare minimamente i poteri previsti dalla Costituzione per il Governo e il suo Capo, otteneva il governo di legislatura, di cui il Paese avrebbe bisogno come il pane sia per governare un poco economia e lavori pubblici, sia per combattere con efficacia storiche battaglie contro la criminalità organizzata, sia per salvare anche il Sud, che ora il cerino di un fesso o di un delinquente basta a devastare, e persino per poter essere forte nell’Unione Europea, e infine per liquidare privilegi corporativi intollerabili, che ci fanno ormai apparire normale che processi per strage finiscano dopo soli quarantacinque anni: tale risultato era garantito dando il 55% dei deputati alla lista che almeno al secondo turno avesse ottenuto il 40%.

Ma il popolo italiano ha bocciato tutto ciò, con verdetto inequivocabile (60 a 40). Al risultato ha contribuito la grande protesta dei disoccupati e sottoccupati contro il Governo in carica e la sorda opposizione della destra, che pure aveva tentato riforme ben più centraliste, apertamente presidenzialiste. Ma alla “campagna contro” ha pure partecipato, con peso non inferiore, ed anzi persino superiore, la sinistra del PD (poi uscita dal Partito). Renzi, accusato di essere una specie di duce, ha invece consentito a una minoranza interna di organizzare una vera campagna contro la proposta referendaria del proprio Partito: una prassi senza precedenti nella storia della sinistra italiana e mondiale, in cui per molto meno si era cacciati a calci nel sedere. Tutte le sere per TV, Bersani andava ripetendo che sulla Costituzione non c’è vincolo di disciplina (“non scherziamo, per favore”): cosa che se fosse stata vera avrebbe lasciato Togliatti, tra i comunisti, alla Costituente, a votarsi da solo l’articolo 7 della Costituzione sui patti lateranensi firmati da Mussolini, ed avrebbe esposto tutti i gruppi, su tutti i punti, a un dissenso interno continuo, trasformando i pochissimi casi di coscienza, autorizzati singolarmente, forse una ventina per i 556 costituenti, in regola; ma l’ignoranza e il cinismo che ci sono in giro glielo hanno lasciato dire, e, quel che è peggio, fare. Era il primo atto del suicidio (più recente, perché nella storia ce ne sono stati altri) della Sinistra.

Il secondo atto (tra i suicidi della Sinistra a noi più prossimi) è stata la rottura del PD, con nascita del Movimento Democratico Progressista. Mi spiace per persone che stimo e di cui sono amico, come Federico Fornaro, ma per me la recente scissione è stata la più cretina tra tutte quelle della Sinistra. Nel ’21 i comunisti si scissero perché volevano fare una rivoluzione proletaria armata, che ritenevano possibile e prossima: quella era allora la demarcazione tra rivoluzionari e riformisti. Nel 1947 i socialdemocratici di Saragat si scissero dai socialisti di Nenni perché rifiutavano l’alleanza, spinta dai socialisti addirittura sino alle liste comuni, con comunisti che erano allora totalmente stalinisti, e in specie coi Paesi del socialismo sovietico, dominati da Stalin in persona. Nel 1964 i socialisti di sinistra si scissero dal Partito Socialista Italiano formando il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria perché lo PSI voleva andare al governo con la Democrazia Cristiana, rompendo persino con i comunisti in tutti gli enti locali. L’alleanza tra DC e PSI durò trent’anni. Ma questi qui?

Hanno rotto sulla data del Congresso e soprattutto perché hanno una specie di ossessione antirenziana. Del resto sono specialisti nel demonizzare i capi della sinistra non nati sotto il loro ombrello. Dicono che la scissione era già avvenuta nel loro popolo (per altro talora col loro attivissimo impegno, come nel referendum del dicembre 2016). Ma neanche questo è vero perché lo dicevamo anche noi “psiuppardi” nel 1964, dopo che nelle elezioni politiche del 1963 lo PSI aveva perso oltre un milione di voti, contrari all’alleanza con la DC, andati per lo più al PCI.  Si doveva pur salvare l’identità socialista, no (“dicebamus”)?

Ma qui m’interessa il suicidio della Sinistra, che rattrista molto me come tanti altri (oltre a tutto pensando a chi vincerà). Il PD aveva due attaccature: una di centro, ex democristiana, e una di sinistra, ex comunista. L’idea che si potesse togliere la sinistra senza spingere il PD al centro era bambinesca. Per avere il loro orticello destabilizzano e rendono perdente il primo partito dell’area progressista. Quale sopraffina astuzia.

Uno potrebbe pensare che stiano rifondando la sinistra, facendo finalmente quel grande partito socialista, egemone nell’area progressista, che per tante ragioni, connesse soprattutto all’inossidabile antisocialismo dei comunisti, in Italia dopo il 1948 non si è più potuto fare. Ma per fare questo dovrebbero avere - e, cosa ancora più difficile, saper gestire - un vero disegno che Gramsci avrebbe chiamato di “egemonia”, ossia di “direzione basata sul consenso” di un vasto blocco articolato  di forze potenzialmente maggioritario, alternativo a quello opposto reazionario o conservatore o moderato (ora con la variante di un terzo polo a parole contro tutti, ma qualunquista di sinistra, a “cinque stelle”). Ma, quantunque si riempiano la bocca di Gramsci sin da piccoli, tutti gli atti che compiono vanno in altra direzione. Non prefigurano affatto, insomma, la rifondazione socialista della sinistra unita, di cui Pisapia - se avesse un’autorevolezza indiscussa nel campo - potrebbe pure essere il leader naturale e forse all’altezza del compito storico. Non sono abbastanza consapevoli, generosi e soprattutto lucidi per farlo. Non sono gli emuli di Filippo Turati, come potrebbe essere il milanese Pisapia, , ma di Cossutta e di Bertinotti (anche “sognando Berlinguer”).

Mi rivolgo in modo immaginario al MDP di Bersani, Speranza e compagni. “Se tu, MDP, nei sondaggi sei sotto il 4% - e solo per miracolo, con Pisapia, l’ex sindaco di Milano fondatore di ‘Insieme’, potresti forse arrivare al 10% - non puoi pensare di rifiutare l’alleanza con il primo partito dell’area progressista (il PD, che ha il 27%), né tanto meno rifiutare che il Capo dell’area sia quello del PD, il cui Segretario per Statuto è candidato premier e che è stato appena confermato col voto del 70% del suo popolo (compreso il mio). Potrebbero pure auspicare un passo indietro di Renzi come persona, ma l’idea che il PD smetta di essere renziano per far loro un favore a me pare di una sopraffina idiozia.  E invece “questi qua” assumono l’antirenzismo come solo collante e giustificazione per fare un Partito di sinistra nuovo; non lasciano neanche la briglia sciolta a Pisapia, che per aver abbracciato Maria Elena Boschi alla Festa dell’Unità di Milano, e aver detto - certo mandando un segnale politico forte, però vago - che lì da quando aveva diciotto anni si sentiva a casa sua, è stato bombardato dal quartierino generale del MDP, che invece avrebbe dovuto lodarlo. Svelenire un po’ il clima a sinistra era il minimo per un progetto unitario. Del resto persino Cuperlo, che era stato il “competitor” di Renzi, era caduto in disgrazia con Bersani e compagni per aver dichiarato che avrebbe votato sì al referendum.

In sostanza è molto chiaro che prima ancora che per i “niet” di Renzi - che nel suo pragmatismo è sempre pronto a rimuoverli se serva, purché non gli chiedano l’impossibile, cioè di essere contro il governo renziano e contro se stesso - non ci sarà nessuna Unione della Sinistra: perché si pretende di farla contro il PD e soprattutto contro Renzi. E se per assurdo la si dovesse attuare “in extremis” come in Alessandria alla vigilia del secondo turno delle amministrative, non convincerà neanche l’ultimo “friggitore” di salamini di un Festival dell’Unità. Se si va oltre settembre, massimo ottobre, persino mettersi insieme come Sinistra non potrà convincere nessuno. Le nespole per maturare richiedono il loro tempo.

Il tutto è fatto senza badare alle conseguenze.

La prima conseguenza, ovvia, è che verrà sconfitta la potenziale unione di centrosinistra, che appare praticamente impossibile a farsi.

La seconda conseguenza è la vittoria del centrodestra, ma di un centrodestra in cui, quale sarà il Partito più votato, oltre il 50% dei voti sarà rappresentato dal duo Matteo Salvini-Giorgia Meloni, ossia da una destra nazionalista e xenofoba.

La terza conseguenza è il possibile primato del M5S di Grillo. Sarebbe una iattura non solo per le posizioni populiste e in forte rotta di collisione con l’Unione Europea del Movimento, ma perché esso non ha assolutamente un personale politico minimamente idoneo. Non hanno neanche i leader che aveva l’ex Lotta Continua, da Adriano Sofri a  Luigi Bobbio, sino a Gad Lerner, Paolo Mieli e tutti gli altri. L’idea del dare le chiavi in mano di un Paese di sessanta milioni di abitanti a Di Maio e Di Battista o fosse pure all’ex comico Grillo e al figlio del suo socio (Casaleggio jr), è “da pazzi”. Per ora quelli del M5S hanno un personale raccogliticcio, anche se nei prossimi anni potrebbe ampliarsi e diventare di assai migliore qualità, ma ci vorranno molti anni.

La quarta conseguenza, purtroppo molto probabile, sarà l’ingovernabilità del Paese il giorno dopo le elezioni, senza nessuna Coalizione di governo possibile. Sarebbe la festa di nozze per la speculazione internazionale, capace di spazzare via d’incanto i virgulti della ripresa economica d’oggi. Ma la pavento un po’ meno, in questo momento, perché spero che verso settembre le “grandi” forze politiche si accorderanno per una legge o maggioritaria di collegio e con premio di maggioranza (come preferirei io), oppure proporzionale con sbarramento al 5% e congruo premio di maggioranza alla lista o coalizione di liste che arrivino al 40%. Se le “grandi” forze politiche non lo facessero, optando per un ultimo scatto di autodistruzione, sarebbe la rovina del Paese (ma mi pare impossibile, per quanto amaro possa essere il mio giudizio nei loro confronti). Ma se lo faranno, la Sinistra divisa potrà sì consolarsi perché il Paese non andrà in rovina, ma solo al destra-centro, ma sarà una ben misera consolazione. La Sinistra, divisa, rimarrebbe comunque “nella tormenta”. E per molti anni. Non mi piace.

(franco.livorsi@alice.it)

27/07/2017 02:05:30
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