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Il futuro del centro-sinistra
La palude della non-politica
Mauro Calise
Può esserci qualcosa di peggio dell’antipolitica che è diventata, da qualche anno, l’incubo delle democrazie europee? Si, c’è. E in Italia lo stiamo sperimentando. E’ la palude della non-politica. Quel misto di incapacità e impossibilità da parte di tutti i principali partiti a difendere, nei confronti dell’elettorato, la soglia minima di credibilità e autorevolezza. Quella soglia che fa scattare, da un lato, l’affezione e la fiducia dei simpatizzanti e, dall’altro, l’ostilità di coloro che si oppongono a ciò che un dato partito rappresenta. Siamo, cioè, arrivati – quasi - al punto di rimpiangere perfino il ventennio della cosiddetta Seconda repubblica, quando l’unico motore era lo scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Un motore antiquato che girava, il più delle volte, a vuoto. Ma che è comunque riuscito ad accendere passioni e contrapposizioni anche feroci. E a tenere viva la tensione a discutere, a partecipare. La tensione senza la quale una democrazia è destinata a spegnersi.

Oggi, è questo che fa più paura. Lo spettacolo di un sistema politico che ha smarrito le coordinate elementari – destra, sinistra, centro frantumate nel frullatore grillino e nelle diaspore interne di quelli che un tempo erano i poli portanti del regime dell’alternanza. Un sistema che, accanto alla bussola spaziale, ha perso anche quella personale, orfano delle personalità che fino a ieri erano riuscite a surrogare il vuoto dei grandi partiti. Berlusconi che non tramonta mai, ma è ben lungi dal riuscire a risorgere, Grillo che ormai non si capisce se fa il burattinaio o il burattino. E Renzi che appena un anno fa sembrava destinato a governare a tempo indeterminato. E oggi è costretto sulla difensiva, nascondendosi con schermaglie verbali per non bruciarsi l’ultima chance di ritornare a Palazzo Chigi.

A peggiorare – se possibile – la situazione c’è la sensazione crescente che l’impasse della politica tracima – e degenera – nella deriva di una società che non ha più ancoraggi istituzionali. La gazzarra violenta dei no-vax, la capitale senza acqua e trasporti, gli incendi che hanno devastato la penisola sono purtroppo fenomeni diffusi nella vita contemporanea. Ma, in altri tempi e condizioni, sarebbero stati messi subito all’indice, contrastati, ridimensionati. Oggi, invece, appaiono lo specchio di una polis che non si tiene più insieme. E – quel che è peggio – non sa intravedere meccanismi o idee per svoltare.

Purtroppo, era stato previsto. La sconfitta del progetto renziano di riforma costituzionale ha lasciato terra bruciata. Bruciato è il campo del Si, privo del suo condottiero che ne era il solo, vero collante. E che ancora non si sa per quanto tempo sarà costretto a rimuginare il passato, e a difendersi dai congiurati che non smetteranno di provare a farlo definitivamente fuori. Ma bruciato – ancor più profondamente – è il campo del No. Che si è dissolto subito idealmente, ma ha lasciato una scia politica di fantasmi resuscitati. Partitini del 2 e 3 per cento che rimpinguano i talk-show e risbattono il dibattito pubblico indietro di quarant’anni.

E il paradosso – la ciliegina esplosiva sulla torta – di questa palude – politica, istituzionale, morale – è che, salvo miracoli, oggi stiamo comunque meglio di come staremo all’indomani del prossimo appuntamento elettorale. Oggi possiamo ancora contare su un governo che trova la sua forza proprio nella propria debolezza. Nel fatto, cioè, di essere a breve, anzi a brevissimo termine, e di non avere alternative. Ma cosa succederà in primavera? L’unica certezza è che, al posto di un trionfatore politico, avremo uno - anzi numerosi - (pseudo) vincitori aritmetici. Vale a dire, ci ritroveremo alle prese con un balletto di percentuali che il povero Capo dello Stato avrà il compito di dipanare. A chi toccherà l’incarico? Al partito col maggior numero di voti – presumibilmente i cinquestelle – ma incapace di fare coalizioni? A quello, invece, che pur con meno voti – Berlusconi e la sua Forza Italia – potrebbe vantare un’alleanza già collaudata in passato, sommando i propri voti alla Lega? O spetterebbe al Pd di Renzi che, trovandosi in posizione centrale, potrebbe almeno coltivare l’illusione di rabberciare una maggioranza nelle due camere del parlamento? 

Il lettore, a questo punto, avrà capito che, comunque dovesse finire, finirà abbastanza male. E, forse, non finirà proprio. Nel senso che, probabilmente, torneremo di nuovo alle urne. Ecco, è questa la chiave del malessere che tutti avvertiamo. Sappiamo che il paese è malato. Ma sappiamo anche che nessuno, al momento, ha una ricetta per curarlo.

 

                                                                                    (“Il Mattino”, 30 luglio 2017)

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