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Il futuro del centro-sinistra
La proporzionale, Pisapia, Renzi e la democrazia
Franco Livorsi

In un editoriale del 27 luglio - “Pisapia, democrazia e legge elettorale” - l’amico Nuccio Lodato rilancia una lettera del “Manifesto” di tal Edward Lynch relativa alle intenzioni di Pisapia, accusato non tanto di aver abbracciato la bella Maria Elena Boschi al Festival dell’Unità di Milano manifestando simpatia per quel mondo, ora dominato da Renzi, ma piuttosto di non sostenere la proporzionale, considerata dall’autore e dai suoi compagni come la forma necessaria della “vera” democrazia. Nuccio si chiede e ci chiede quale sia il progetto di Pisapia invitandoci alla discussione. Ai quesiti ha già brillantemente risposto, qui, l’amico Beppe Rinaldi, nell’articolo del 1° agosto “I democratici con la patente (e quelli senza)”, anche con positivi riferimenti, di cui lo ringrazio, alla mia riflessione del 27 luglio “Il suicidio della sinistra”. Rinaldi dimostra - anche in riferimento ad imprescindibili testi di scienza politica - che nelle democrazie si danno diversi sistemi elettorali, che cercano di contemperare, sempre in modo necessariamente imperfetto, rappresentanza dei singoli cittadini e governabilità degli Stati. Fa anche alcuni esempi storici per dimostrare come la proporzionale pura sia stata un elemento importante della crisi che in Italia portò al fascismo e in Germania al nazismo. A ciò qui mi connetto, come storico e politologo, sia pure in modo necessariamente sommario. Non sarò breve, tanto per cambiare, ma credo che sarebbe difficile esserlo di più illustrando tali cose e tesi.

     In effetti la proporzionale in Italia fu introdotta da Francesco Saverio Nitti, che aveva sottovalutato la forza dirompente dei socialisti dopo la Grande Guerra, solo nel 1919. I liberali - per il suffragio ristretto che c’era stato sino al 1913, ma anche perché avevano ottimi personaggi (“notabili”, professionisti influenti e preparati) da porre nei collegi elettorali, sino al ’19 uninominali - erano stati sempre al potere, quasi come forza di Stato (non a caso erano detti “costituzionali”): in Piemonte dal 1848 e, nello Stato unitario, dal 1861 al 1919.  Ma col 1919, e soprattutto dal 1921 in poi, emerse la loro debolezza strutturale: il loro non essere “Partito” e, per il loro carattere di élite socioculturale, il loro non riuscire a diventarlo “stabilmente”, come liberali puri, a livello di massa: mentre la proporzionale lo esige sempre, nel senso che quel sistema premia quelli che sono più capillarmente presenti nel territorio. I più presenti nel 1919 erano i socialisti, per lo meno nella sempre decisiva Valle Padana, ma in modo non marginale dappertutto; infatti tramite il mondo operaio e bracciantile, sindacale e politico, erano all’opera dal 1892 (in realtà dal 1879). Nella Camera del 1919 permanevano circa 150 liberali, ma in rappresentanza di molteplici gruppi unitisi solo per le elezioni, ma diversissimi all’interno. Dopo i socialisti, gli “organizzati ovunque”, espressione di un secondo partito “vero”, erano i cattolici, che ufficialmente in politica “non c’erano” stati prima, ma che tramite le organizzazioni legate alla Chiesa erano dappertutto, e contavano, specie nella Valle Padana, in un’Italia ancora prevalentemente rurale e cristiana (quella dell’”Albero degli zoccoli” di Olmi, almeno in innumerevoli paesi). I cattolici avevano contato a lungo in senso fortemente antisocialista, specie dal 1913 (Patto Gentiloni, fatto dal conte legato al Vaticano nonno dell’attuale Presidente del Consiglio, Paolo, a favore di Giolitti e contro socialisti, dal ’12 ormai “intransigenti”). Nel 1919 - tramite “incrocio” fra suffragio universale, seppure solo maschile, praticato dal 1913, proporzionale pura, e reazione contro le Grande Guerra finita, e vinta, ma detestata - prevalsero i socialisti, con 156 deputati su 508. Si determinò, eccezionalmente, la stessa situazione vissuta da Bersani e compagni nel 2013: il principale partito della sinistra, che allora era appunto il PSI, conquistò la maggioranza relativa , ma non poteva governare, non volendo e neppure potendo avere alleati (perché i socialisti massimalisti, assolutamente maggioritari dal 1912, sdegnavano e sbeffeggiavano i liberali democratici di Giolitti, che pure li avrebbero voluti, e naturalmente erano ostili ai 100 deputati “popolari”, cattolici democratici, i futuri democristiani, che sino alla marcia su Roma li osteggiarono a loro volta). Insomma, ciascuno dei tre gruppi fondamentali – socialisti massimalisti,, liberali giolittiani e popolari – non voleva saperne degli altri due. Oltre a tutto il primo partito “attendeva” la Rivoluzione proletaria, “come la Russia”. Conseguentemente si visse in una grande ingovernabilità “di sinistra”, che praticamente durò mille giorni, dalla rotta di Caporetto del 1917 all’occupazione delle fabbriche metallurgiche del settembre 1920. Dopo di che l’istanza di governabilità, che in uno Stato non ha mai potuto essere elusa se non per brevi periodi, si ripresentò col volto più feroce, come una sorta di rivoluzione contro la rivoluzione: con lo scatenamento della violenza fascista dalla fine del 1920 in poi, specie in tutta la Valle Padana. Con le conseguenze note per un ventennio. Il regime fascista fu poi travolto da guerre dissennate e perse, e infine dalla Resistenza, nel 1945.

  Nel 1948, chiusa la Costituente convocata nel 1946, si tornò alla proporzionale. Un poco accadeva perché i vecchi antifascisti, egemoni nella Costituente, tendevano a ricominciare da dove erano stati “interrotti” nel 1922 (o nel 1925); e molto accadeva perché quella che nacque nel 1948 fu una Repubblica dei partiti, che già erano stati l’anima della Resistenza, essendo il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) stesso una coalizione tra partiti. E siccome la proporzionale poggia sui partiti e sulla loro capillare presenza nel territorio, essa pareva la scelta più naturale. Ma c’era pure una ragione più profonda e più subdola che spiegava il ritorno alla proporzionale pura: i principali partiti nel 1947 (che è anche l’anno della scissione saragattiana di Palazzo Barberini, e l’inizio mondiale della “guerra fredda”), non si fidavano reciprocamente. I democristiani, che erano il primo partito, pensavano che i comunisti e i socialisti loro alleati nel Fronte Popolare avrebbero potuto fare quel che avevano appena fatto in Cecoslovacchia, in caso di vittoria elettorale del Fronte: servirsi del potere democraticamente conquistato per fare un golpe di sinistra. Ma  anche i socialcomunisti stalinisti, nello stesso clima di guerra fredda nascente, pensavano che tutti quei moderati, democristiani e non, che erano rimasti “sdraiati” comodamente all’ombra del fascismo per vent’anni, e ora erano solidali con angloamericani ormai ostili all’URSS, e a pochi anni dalla dittatura fascista, e nell’epoca dell’imperialismo fase suprema, e marcia, del capitalismo (descritta da Lenin nel 1916), se avessero potuto li avrebbero messi al più presto di nuovo in galera, instaurando un regime clericofascista, come quello del Portogallo di Salazar. Tanto più che Pio XII era un fior fior di reazionario, che avrebbe scomunicato i comunisti, ma che non aveva e non avrebbe mai scomunicato i nazisti, neanche dopo il ‘45. Ne erano assolutamente convinti. Ora la proporzionale, proprio in quanto frantuma fortemente la sovranità popolare, recuperando ciascun voto, rendeva difficile fare un governo forte, e “quindi” trasformabile in senso dittatoriale. Ancora nel 1969, in un Direttivo regionale del PSIUP in via Po a Torino, il vicesegretario nazionale, Dario Valori, ci diceva che l’interesse del movimento operaio era sempre stato quello di avere “governi deboli e movimenti di massa forti”. Tramite i governi sempre difficili da mettere insieme, e sfaldabili per l’attrazione di questo o quel partito per attrazione e pressione di forze esterne affini, le tentazioni golpiste erano scoraggiate. Perciò la proporzionale, con tutti quei governi nati col cappello in mano, garantiva tutti. Anche se i costituenti ebbero il buon senso di non porre la legge elettorale come norma costituzionale, assai difficilmente modificabile, ma come legge modificabile in ogni momento dal Parlamento.

   Ben presto il governare autorevolmente, come la ricostruzione richiedeva, divenne un problema. Sin dal 1953 De Gasperi, constatando che persino governi come il suo erano deboli e sempre a rischio,  provò a correggere  la proporzionale in senso parzialmente maggioritario, così da stabilizzare l’egemonia del Centro, sia rispetto alla Destra che alla Sinistra. La Coalizione tra liste dichiaratamente alleate che avesse preso almeno il 50% più un voto alle elezioni avrebbe avuto il 65% dei seggi. Per pochissimi voti (sessantamila) l’obiettivo fu mancato e De Gasperi perse il Governo e presto morì. Il suo ideale delfino, Attilio Piccioni, fu travolto da uno scandalo connesso al figlio Piero, che in un festino, in cui era stata consumata droga, aveva visto morire una ragazza su una spiaggia, Wilma Montesi: scandalo ben usato contro il delfino di De Gasperi (e del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi), anche se il figlio di Attilio, Piero, fu assolto con formula piena dopo tre mesi di carcere (ma la carriera del padre era rovinata). Allora iniziò, tramite Fanfani e Saragat da un lato e Nenni dall’altro - specie da quando nel ’56 l’invasione sanguinosa e sanguinaria dell’Ungheria da parte dell’URSS e dei Paesi “fratelli”, esaltata dal PCI, diede a Nenni e al suo PSI l’occasione storica di rompere con i sovietici e i comunisti, e di riallacciare i rapporti con Saragat - il processo lungo e contrastato che a fine 1963 diede inizio alla lunga alleanza imperniata sul rapporto privilegiato con la DC e il PSI, durata poi trent’anni.

   Qui vorrei fare due osservazioni.

   La prima è che il grande problema italiano della corruzione politica per me è molto legato, dal 1876 (nascita del “trasformismo” di Depretis) al 1921 (ultimo governo di Giolitti) a quelle che io chiamo unioni innaturali, in cui due parti tra loro naturalmente opposte per ideologia e insediamento sociale non solo fanno gli ovvi compromessi momentanei in stato d’emergenza, ma si mettono insieme a tempo indeterminato. Magari non sarà così in Germania e nel Nord Europa, dove il protestantesimo ha lavorato le coscienze, per cui DC e socialisti possono collaborare per anni se non c’è maggioranza chiara senza snaturarsi a vicenda, ma da noi è così. L’Italia che ha fatto il liberalismo e costruito lo Stato nazionale unitario fu quella in gran parte “omogenea” della Destra Storica (1861/1876) e quella che ha fatto il “miracolo economico” è stata quella in gran parte “omogenea” del centrismo (1947/1960); naturalmente vi contribuì pure moltissimo l’opposizione di sinistra, politica e sindacale, ma tramite quel conflitto dall’esterno che fa bene a ogni democrazia sana, in cui chi è contro vigila, denuncia e manifesta contro chi governa, ma senza andarci a nozze, e cercando di avere i consensi per sostituirlo. Si chiama Alternativa democratica.

   La seconda osservazione è che le coalizioni liberal-riformiste o demo-socialiste, quantunque frutto di compromessi spesso corruttivi tra parti opposte, hanno fatto le riforme che oggi tutti consideriamo bene comune: le pensioni, la sanità più o meno gratuita per tutti, e l’istruzione di base per chiunque, sino a 14 e poi 16 anni. Ma data la premessa del punto “primo”, lo hanno fatto a costi economici (voragine del debito pubblico) e con tassi di corruzione morale (scandali innumerevoli), spropositati. Nel 1992, benché io non militassi nello PSI, come storico di sinistra amico mi capitò di dirigere undici numeri illustrati di 48 pagine l’uno sui cent’anni dalla fondazione di quel Partito, usciti come supplemento domenicale dell’”Avanti!”, con un importante intellettuale socialista già seguace di Giacomo Mancini. Quest’intellettuale “romanesco”, studioso della forma-partito socialista e docente alla LUISS, molto simpatico, quando ci conoscemmo mi disse: “Noi socialisti  semo i più grandi rivoluzionari della storia. Infatti Lenin in ‘Stato e rivoluzione’ aveva detto che per fare la rivoluzione proletaria bisogna spezzare lo Stato borghese. Noi lo abbiamo addirittura mangiato”. Per la verità non da soli, ma con i loro alleati - ove essi fossero – ma certo loro furono l’avanguardia: non perché fossero così “da sempre”, come preteso da molti comunisti (mangiasocialisti dal ’21), ma perché il più forte, in un’alleanza, coinvolge sempre nel suo modo d’essere il socio più debole (capitò ai socialisti con la DC, detta sin dall’inizio degli anni Cinquanta il “Partito dei forchettoni”, e secondo me sarebbe capitato pure al PCI se fosse riuscito a governare con la DC). Finché la gente gode di crescenti benefici, di tutto ciò s’infischia o quasi, ma al tempo delle vacche magre il tutto diventa intollerabile. Accadde così che quando per restare nel Serpente Monetario Europeo un governo, presieduto da Giuliano Amato, dovette toccare i conti in banca degli italiani dalla sera alla mattina; e quando non ci furono più i comunisti a far temere chissà quale crollo del sistema in caso di caduta del duopolio DC-PSI (perché nel frattempo era finalmente caduta pure l’URSS nel 1991), tutti i partiti maggiori di governo furono spazzati via. I giudici diedero solo l’ultima spallata, per quanto decisiva. Era il 1994.

   In realtà quella Repubblica era “in estinzione” dal 1978, quando un gruppo di cretini politici, pretesi guerriglieri di sinistra, assassinò il suo uomo-chiave, Aldo Moro. Il delitto Moro fu importante quanto quello Matteotti del giugno 1924, che segnò poi il crollo dell’Italia liberale. Ma quasi nessuno nel 1978 lo comprese.

    Finita la Repubblica dei partiti, cioè quella basata sulla proporzionale più o meno pura, la logica avrebbe voluto che si andasse all’altro modello di democrazia o di sistema elettorale possibile: maggioritario e semipresidenziale (aut aut). Anche in Francia il sistema proporzionale, nonostante la maggior consistenza dello Stato francese, aveva prodotto frutti marci, ossia gravissima ingovernabilità, sin dal 1947. Ma là l’emergenza “guerra d’Algeria” aveva costretto a richiamare al potere de Gaulle, che nel 1958 aveva imposto la Costituzione, tutta già confezionata e poi fatta votare dal popolo: Costituzione che dura ancora e che tra l’altro è poi risultata l’alveo più idoneo a garantire non solo l’alternativa democratica di destra, ma anche quella di sinistra (la benedetta alternativa democratica). La crisi di “Mani pulite” avrebbe potuto essere la nostra Algeria: occasione di svolta. Ma lo fu solo parzialmente e malamente.

   Per la verità i socialisti avevano intuito prima, già all’inizio della necrosi della prima Repubblica dopo il delitto Moro, che quella avrebbe dovuto essere la direzione. Essi, come mi disse una volta Vittorio Foa in una lunga conversazione in treno da Torino a Roma del 1979 su cui ho conservato “appunti”, “arrivano sempre dieci anni prima alle conclusioni cui i comunisti arrivano dieci anni dopo, si tratti di rapporti con l’URSS, di Europa o altro”. Così sin dal 1978 Giuliano Amato, il principale ispiratore di Craxi (segretario dal 1976), aveva scritto un libro sul “governo presidenziale” per l’editore Il  Mulino. E io stesso nel 1990 scrissi, da non iscritto (ero anzi ancora comunista), un piccolo saggio su “Critica Sociale” intitolato: “Socialismo e presidenzialismo”. Solo che i socialisti, dopo quasi trent’anni di collaborazione con la DC - oggi è ben chiaro - pur avendo un leader con molti tratti gollisti di sinistra veri (Craxi) non avevano più la credibilità morale e politica, oltre che i consensi, per una svolta di tale portata, che si poteva fare solo con i comunisti. Ma tutta la cultura comunista - sempre legata all’idea del semifascismo della borghesia in specie italiana - non ne voleva sapere. I comunisti non capivano neanche che ormai avrebbero dovuto diventare socialdemocratici europei senza se e senza ma, facendo la loro Bad Godesberg, condannando in modo inequivocabile l’imperialismo sovietico e assumendo la democrazia occidentale come la sola democrazia vera “al mondo”, e ciò però ben prima che l’Est “comunista” crollasse loro addosso (caduta del muro di Berlino del 1989). Nenni nel 1956 era stato ben più lucido del Berlinguer del 1976 (anche se Berlinguer era un politico morale senza uguali nella storia repubblicana e lui un disincantato leader radicalsocialista). E su ciò gli attuali leader ex comunisti del PD, che erano - come li chiamava Ernesto Ragionieri - “i colonnelli di Berlinguer”, hanno un’enorme responsabilità (prescindendo dai “miglioristi” come Napolitano, Macaluso e Enrico Morando, per tacere d’altri, che erano neosocialisti dalla metà degli anni Ottanta). I comunisti “veri” preferirono attaccare lo PSI, non solo - a ragione - per le gravi violazioni del settimo comandamento, ma come liberticidi, a partire da Craxi. Così aprirono il fuoco di sbarramento contro il riformismo craxiano, anche prima che esso fosse diventato anticomunista: benché poco prima avessero sostenuto per tre anni (1976/1979) con astensione benevola il governo di uno come Andreotti, in Sicilia da tutti considerato, almeno a livello dei molti deputati e consiglieri regionali suoi sostenitori, “amico degli amici”.

   Ma la storia si vendica. Infatti quello che storicamente è maturo, se non passa da una parte passa dall’altra. Così accadde che nel 1994, in pochi mesi, colui che era stato se non il socio - come avrebbe detto Bossi una volta - certo il più grande sostenitore e amico di Craxi, andò al potere, cercando di fare “da destra” quello che al suo amico intimo Craxi non era riuscito “da sinistra”. Parlo, si capisce, di Silvio Berlusconi, che ha poi improntato un ventennio (dodici anni di governo), e ancora “brilla”, non tanto per la luce propria, ma per il buio pesto in cui vagano a tentoni i suoi oppositori “di sinistra”.

  E qui nuovamente mi connetto a Beppe Rinaldi, che attraverso alcune interessantissime annotazioni, espressamente citate, del più importante politologo italiano degli ultimi cinquant’anni, Giovanni Sartori, dice qualcosa sul sistema elettorale preferibile: maggioritario di collegio, ma in un quadro a doppio turno, tal quale a quello francese. Non è proposta apertamente la repubblica semipresidenziale, che in effetti è forse coronamento, ma non fondamento, di quel sistema. Se ne può pure fare a meno, conservando il nocciolo del sistema elettorale.

   L’Italia a quel sistema si è avvicinata molto dal 1994 in poi. Intanto tramite la legge sui sindaci e presidenti di Regione, che è già a doppio turno e semipresidenziale. E infatti i sindaci elettivi vanno bene a più di un terzo degli italiani, i quali se sbagliano possono solo incolpare la loro coglioneria e votare un altro la volta dopo: mentre tutto il resto, secondo le statistiche, piace al 5% di loro.  Ma l’ultimo passo decisivo, “nazionale”, verso il “Sindaco d’Italia”, non è stato fatto.

   Tuttavia la particolarità della situazione italiana è che questo processo, qui, si può fare solo “da sinistra”. Fatto da destra evoca subito qualcosa di fascistoide. Avrebbero potuto farlo, con Craxi, i socialisti, d’intesa con i comunisti, ma non fu possibile: i primi si erano troppo “sputtanati” con la DC e i secondi erano troppo miopi per un incontro-scontro con socialisti, che pure in Togliatti era stato addirittura un riflesso condizionato (ma purtroppo il grande leader, forse l’unico di livello nazionale e internazionale di quel Partito, era morto nel 1964). Ci provò Berlusconi, ma il progetto fu respinto 60 a 40 con referendum, per la matrice di destra anzidetta. Ma la mancata risoluzione di tali problemi “incartoccia” il sistema. Lo si è visto nel 2013, quando il PD bersaniano, primo partito, non poté né fare un governo né eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Sull’onda di quel fallimento arrivò Matteo Renzi, prima come Segretario emerso da primarie e poi come Presidente del Consiglio. Non voglio qui dire nulla sui mille giorni del suo Governo, ma restare al tema. Propose un meccanismo elettorale ed istituzionale non tanto diverso da quello “francesizzante” preferito da Sartori: il doppio turno c’era; il sistema dei collegi c’era, e la similitudine tra quel meccanismo e quello dei sindaci era palese. L’avere un Senato non già annullato, come sempre voluto dalla sinistra, ma almeno ridotto di due terzi, senza possibilità di dare la fiducia ai governi, e una Camera che tramite il premio a chi al secondo turno avesse il 40% registrasse il 55% dei seggi per il primo partito, non era cosa da poco. Un governo “quasi” monocamerale col 55% dei seggi che lo sostengano sarebbe stato di legislatura. E ciò senza accrescere di un grammo i poteri formali del Premier. Ma quest’ipotesi è saltata per volontà del 60% degli italiani, e con un concorso decisivo dell’opposizione di sinistra del PD. A questo punto, però, scatta il problema del come uscirne.

    La situazione concerne vuoi la geografia dei partiti, vuoi la legge elettorale e vuoi il dopo-elezioni.

   A me pare evidente che se il PD corre da solo contro tutti può pure prendere un terzo dei voti (anche se non son più i tempi), ma non ce la fa. Bisogna evitare di ripetere la tattica di Veltroni del 2008, cui io mi opposi. Se corri senza alleati puoi pure indurre forze di sinistra critiche a votarti (contro la destra), ma la tua sarà una vittoria di Pirro: perché se tu non ti allei, ma il tuo avversario invece fa tutte le alleanze possibili e immaginabili, tu potrai pure prendere molti voti - “ammesso e non concetto”, come diceva Totò - ma lui governerà. Così Forza Italia di Berlusconi oggi si allea di nuovo con la Lega, di Salvini, e con Fratelli d’Italia, della Meloni, pur lasciando una porticina socchiusa anche verso il PD di Renzi perché “non si sa mai”. Ma per fare alleanze bisogna che gli alleati ci stiano (a destra ci stanno, pur sgomitando, e così fan sempre). Invece, proprio alla vigilia delle elezioni, la “sinistra” abbandona il PD di Renzi e con ciò la frittata è fatta. Gli altri hanno il loro blocco storico e la sinistra no. Oltre a tutto il PD, senza Sinistra, DIVENTA un partito neocentrista. L’egemonia PASSA agli ex democristiani, anche se Renzi era stato il primo a far aderire il PD al Partito Socialista Europeo sin dal 2013 e con le sue posizioni – doppio turno, maggioritario, sindaco d’Italia – non era affatto neo-democristiano (nonostantela sua formazione). Poco dopo la sua rielezione, da parte del 70% dei democratici e simpatizzanti, per battuta aveva detto ai suoi che era partito con l’ambizione di essere l’Obama italiano e si ritrovava a fare il Cirino Pomicino. Non è proprio così, ma credo che abbia una forte tentazione di essere non più l’Obama o il Blair italiano (quale aveva voluto essere), ma un leader che fa il tessitore di alleanze in un quadro proporzionale esattamente come avevano fatto per circa mezzo secolo i democristiani. Qui in Italia, cari miei, c’è ora un’enorme pressione per restaurare il sistema elettorale della prima Repubblica, con quei suoi difetti fonte di tanti immani guai, e, oltre a tutto, senza quei partiti veri, dall’estrema sinistra all’estrema destra, che allora ne erano stati gli ammortizzatori e l’anima, e che nessuna seduta spiritica potrà far tornare al mondo, dopo il fallimento fraudolento del 1993/1994, e nel mondo della società liquida e della globalizzazione. Se mai dovessero poterlo fare, ci vorranno nuovi contesti storici oggi ancora in gran parte misteriosi, che matureranno forse tra un bel po’ di anni.

   Lo schema del PDr sembra ora tendere al proporzionalismo, con un gran baricentro di centro (PD), capace di aprirsi a fisarmonica. Cose già viste. Abbiamo già dato. Renzi sembra voler prendere atto dello scacco del maggioritario regredendo al proporzionale un po’ corretto, travestito alla tedesca (anche se come minimo per farlofunzionare ci mancherebbero “i tedeschi”). Come già con Craxi prima maniera, la sinistra ha realizzato il capolavoro di spingere il sospetto “duce” socialista a destra, nelle braccia della DC. Io in un mondo così, comunque, mi sento veramente “inattuale”, “intempestivo” (come avrebbe detto Nietzsche intorno al 1873). Non è che se un leader perde la battaglia rovescia le sue posizioni di 180° considerandole tutte intercambiabili. Se sei stato il campione dell’avvento del sindaco d’Italia e del doppio turno con premio di maggioranza non è che puoi passare alla tesi opposta come se si trattasse di cambiare la camicia. E questo, che vale un poco per Renzi, vale dieci volte di più per Berlusconi. Non è che tu puoi essere stato il mancato fondatore di una repubblica presidenziale, l’estensore e “votatore” del modello costituzionale del “Nazareno”, e poi diventare il campione della proporzionale pura. Anche se non abbiamo più dogmi, un minimo di serietà d’intenti ci vuole. Bisogna riprendere la battaglia dal punto di rottura, per andare oltre. Se no diventiamo tutti dei Pulcinella.

    Nel correggere tutte queste storture, da un punto di vista neosocialista, Pisapia poteva avere un grosso ruolo. Egli aveva capito, ancor prima del mancato referendum del 4 dicembre 2016, che la politica del PD di Renzi lasciava aperto un grande spazio a sinistra, ma che questo spazio poteva essere conquistato, e risultare grande ed efficace, solo in alleanza, pure dialettica, col PD stesso. Purtroppo i fuorusciti dal PD, seguendo la parabola di tanti ex rispetto alla casa madre, cui vogliono togliere aderenti e voti quanto più possibile, invece di favorire il gioco socialdemocratico europeo, e in fondo da Corbyn italiano, di Pisapia, lo hanno persino ostacolato. Non hanno voluto confluire subito in un movimento unitario e soprattutto hanno posto come condizione per seguirlo l’ipoteca contro il PD di Renzi. Ma senza PD non c’è alcuna Unione delle sinistre possibile. Si parte sconfitti in partenza, o da parte del centrodestra unito, che pare marci verso il 35%, o da parte del Movimento Cinque Stelle. Una sinistra “alla Pisapia”, capace di tallonare il PD (27% più o meno), ma senza sganciarsi da esso, potrebbe anche valere, secondo me, il 10%; ma contro il PD di Renzi scende subito al   solito 4%, più o meno, che hanno i gruppi neomassimalisti dal 1964 in poi. Peccato. Soprattutto perché così vince il centrodestra, e un centrodestra in cui oltre il 50% è portato dal “lepenismo italiano”, cioè dalla Lega di Salvini e da Fratelli d’Italia della Meloni. Ho letto su Facebook che nei giorni scorsi all’ANPI si è svolto un dibattito culturale, in margine a una “pastasciutta antifascista” (sic), tra i miei amici Federico Fornaro (senatore del MDP) e Carla Nespolo (ex senatrice  del PCI, presidente dell’ISRAL provinciale). E’ stato giustamente sottolineato il carattere xenofobo della nuova destra, alimentato dal rifiuto degli immigrati, che si tinge di etnocentrismo, ovviamente esplicito nei fascisti veri e propri (ora tendenzialmente nazifascisti). Bene, è tutto giusto, ma il problema sarebbe quello di impedire che quello che il “lepenismo” non ha potuto fare in Francia lo faccia in Italia, ossia sarebbe quello di unire la sinistra contro la destra. L’odio contro Renzi va contro tale obiettivo. Anche in Alessandria c’è gente che in odio a Rita Rossa, che oltre a tutto è del PDr, ha fatto vincete Cuttica di Revigliasco, che pur essendo uno “spirto gentil” rappresenta pur sempre il “salvinismo” a Palazzo Rosso.

   Qui entra pure in gioco la faccenda del futuro della legge elettorale. Su ciò c’è il mio unico punto di dissenso dal mio amico Beppe Rinaldi. Lui dice che prima delle elezioni non si dovrebbero mai fare leggi elettorali. Invece si fanno sempre poco prima, e non per caso. Non sarà “giusto”, ma se capita sempre così ci dev’essere una ragione profonda. Dopo soli quattro mesi dalla prima legge elettorale, scritta nella Costituzione, ci furono le elezioni dell’aprile 1948. E è valso sempre anche per tutte le leggi elettorali proposte o fatte dopo. Il problema, poi, è quello di aver sempre l’occhio fisso alle conseguenze, che vanno anche molto oltre la sorte della sinistra, che è importante, ma viene dopo la sorte dell’Italia.

   Mi pare che in proposito tre ipotesi si contendano il campo.

   La prima è quella dell’accettazione di un ritorno alla proporzionale, avvenga ciò tramite il mero adeguamento della sentenza della Corte Costituzionale (il Consultellum), oppure attraverso la rivisitazione del Germanicum temporaneamente fallito un mese fa, che quasi certamente a settembre sarà il punto di patenza nella ripresa del confronto: un proporzionale puro con sbarramento al 5% (ammesso che poi il 5 non scenda al 3 o 4, che non è la “stessa roba”). Sembra preferita sia da Renzi che da Berlusconi. Renzi mira a diventare, col PD, il partito di maggioranza relativa, che poi avrà l’incarico di fare il Governo. Ma il rischio che il primo partito sia il M5S è molto alto, con conseguenze gravi su cui non mi soffermo. E inoltre Renzi, pur molto più abile e spregiudicato, se al PD andasse bene si troverebbe primo, ma senza maggioranza, come il Bersani del 2013. I punti mancanti saranno troppi (almeno un 20%), anche per un tattico spregiudicato e deciso come lui.

   La seconda ipotesi è quella Franceschini, che gode di ampi consensi sia nell’opposizione interna al PD, sia in Forza Italia che nel MDP. Essa vorrebbe dare il premio che fa diventare l’eventuale 40% un 55% di seggi alla Camera, a una Coalizione di partiti (l’opposto del punto di vista di Sartori). Ora Berlusconi la sostiene, a lato del richiamato Germanicum (proporzionale con sbarramento) perché la Coalizione di centrodestra è potenzialmente vincente. In effetti accoglierla farebbe il gioco del centrodestra, in questa fase (e data la sindrome fratricida della sinistra anche in seguito): gli darebbe il 55% dei deputati. L’idea del premio alla Coalizione è stata subito sostenuta anche da Pisapia, sia per salvare il quantum di maggioritario che si può ancora salvare dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 (che fu pure sua),sia perché sarebbe la via per indurre i soliti litiganti masochisti della sinistra a fare, volenti o nolenti, l’Union de la Gauche; ma gli ex comunisti sono troppo accecati dall’odio per il “rinnegato Renzi” per intenderlo. E tra sei mesi forse Pisapia sarà un ricordo: l’ennesima occasione mancata per una sinistra unita.

   La terza ipotesi è quella della rivisitazione del premio alla prima lista vincente, ad esempio abbassando la soglia dal 40 al 35 o 33, e precisando un massimo, dal 15% al 12%, di premio (che potrebbe poi essere completato senza grandi stravolgimenti “innaturali”). Pare che convergerebbero Lega e Fratelli d’Italia, e forse anche il M5S (cui le allenze ripugnano). Purtroppo sembra che il PD, che in realtà è più prossimo al dialogo col Centro o preteso centro berlusconiano che con altri, non spinga in tale direzione. Invece io credo che preso atto che i due partiti polari sono ormai PD e M5S, il compromesso istituzionale, nonostante la distanza siderale, dovrebbe essere in primo luogo tra loro. Ma la “politica” non la pensa così. Secondo me nelle grandi difficoltà don Camillo e Peppone, che pure normalmente se le davano di santa ragione, si mettevano nottetempo d’accordo, sapendo che cattolici e comunisti erano i poli. Ma Renzi non vuol comprendere che i poli ora sono PD e M5S, come io farei al suo posto. Lui preferisce il confronto tra Centro e Centro, parti opposte ma complementari dello stesso cerchio centrale. Peggio per lui, e forse per entrambi. Ma non ipoteco il futuro. Magari a settembre o ottobre farà come io auspico, sorprendendoci tutti. Non sarebbe la prima volta che rovescia un tavolo creduto già imbandito. Io ci spero ancora molto.

   Per i reciproci veti è comunque alto il rischio che prevalga una forma minimalistica di proporzionale (Consultellum o al più Germanicum), e basta. Sembrerebbe così che la contesa tra PD e altri non porterà alcuna legge elettorale. Tuttavia io - ma anche altri politologi noti come Panebianco e lo stesso Michele Salvati, e chissà quanti altri ancora - sento fortissimo il rumore dei grandi crolli incombenti, persino più pericolosi della possibile vittoria del centrodestra o del M5S. Infatti è matematicamente certo che su quella base (proporzionale più o meno pura), quale sarà il primo partito alle elezioni politiche del febbraio o marzo 2018 non ci sarà nessuna possibile maggioranza parlamentare. Ci sarà l’ingovernabilità. Alcuni pensano che non è poi un  grande guaio, dal momento che è capitato anche in Spagna di essere a lungo senza Governo, e non è successo niente, ma per me si sbagliano. La Spagna ha più di cinquecento anni di statalità alle spalle e quarant’anni di regime fascistoide, per cui la corazza statale è solidissima. L’Italia ha una giovane statalità (dal 1861), la Lega di Bossi voleva già dividerla (staccando la Valle Padana dal resto) tra fine degli anni Ottanta e un bel po’ di anni Novanta; è un Paese fragile, e ora ha un popolo deluso da tutta la classe politica più che in ogni altra epoca, prefascismo compreso (lo si sente dappertutto). Approfittare della nostra debolezza per farci precipitare in una crisi “alla greca” è nel conto. Speculazioni di borsa, potenze alleate che approfittano della nostra debolezza, Banca Europea che presto non comprerà più titoli di Stato, eccetera. Non ci manca niente. Perciò la governabilità va blindata (col premio di maggioranza, o alla prima lista, come io vorrei, o alla Coalizione, se non se ne potrà fare a meno), anche se dovesse vincere una forza diversa dal PD, il quale a me è il più caro, ma non è il caput mundi. Tanto più che l’ingovernabilità, quando duri troppi anni, finisce sempre per ammazzare la stessa democrazia. Anzi, è quasi il solo modo di ammazzarla. Ma spiegarlo, ora, sarebbe troppo lungo. Sarà per un’altra volta. Tuttavia è possibile che non lo si sia ancora compreso?                                                                                     

                                                                                                                 (franco.livorsi@alice.it)

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