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Il futuro del centro-sinistra
Ma che ci vuole per essere veramente "green"?
Massimiliano di Giorgio
 Paolo Galletti (il suo intervento è visibile su  www.verdi.it)  ha aperto coraggiosamente il dibattito, chiedendosi e chiedendo giorni fa “Perché i Verdi non sono forti anche in Italia”. La sua non è soltanto una domanda, ma anche la ricerca di una soluzione a un problema, e dunque va considerata una proposta politica.

Galletti evidenzia una serie di contraddizioni che caratterizzano la società italiana (e secondo me non solo quella italiana), per cui si può essere vegan o animalisti e odiare i migranti, o girare in Suv. E giunge alla conclusione che la cultura ecologista sia stata “sconfitta, smembrata, usata e snaturata”. E propone come via d’uscita una “visione verde olistica” che mette insieme, tra l’altro, Papa Francesco, i climatologi dell’Ipcc, la Pachamama; la creazione di un sostrato culturale senza cui “non sarà possibile un movimento verde forte anche in Italia”.

Se dovessero giudicare dalla diffusione del termine verde green (o anche eco), gli ecologisti dovrebbero festeggiare. Il verde è da anni il colore concettuale della fiducia, soprattutto dei consumatori. Anche la benzina è verde. I supermercati sono il trionfo del bio e, ultimamente, una trincea del vegan di massa.

La vittoria commerciale del verde è insieme riconoscimento, perché indubbiamente hanno dato frutti anni di campagna ambientalista, ma anche sputtanamento. Perché le imprese, e anche molti partiti politici, hanno interpretato a modo loro il greening, facendone una questione più di brand che di sostanza.

Però, attenzione: basta questo per spiegare perché poi i Verdi in Italia siano fuori dal Parlamento dal 2008?

No, perché lo stesso accade in paesi dove gli ecologisti invece sono una forza politica significativa. Per dire: in Italia abbiamo chiuso le centrali nucleari nel 1987; in Germania, dove pure i Grunen alle elezioni del 2013 hanno ottenuto oltre 60 seggi, l’energia da fissione atomica è ancora realtà. E L’Italia, ricordo ancora, è uno dei primi paesi ad aver approvato una legge contro l’uso indiscriminato dei sacchetti di plastica.

Quindi non è vero che la vittoria del verde “commerciale” comporta necessariamente la sconfitta del verde “politico”. C’è invece una questione specifica dei Verdi italiani, e ci arriverò a breve.

Ma vorrei tornare prima alla questione delle presunte contraddizioni sollevate da Galletti. Per Galletti, si tratta di elementi contrapposti, nel sistema di valori e di ideali che gli appartiene (e che appartiene fondamentalmente anche a me).

Ma non tutti hanno le stesse coordinate ideali, per così dire. Il set di convinzioni e valori può variare nel tempo e da persona a persona, da gruppo a gruppo. E convivere con un certo numero di contraddizioni è generalmente una necessità, ancora prima che una sfida, per le persone e per le società umane.

Molti decenni fa, per esempio, Antonio Gramsci sfotteva le società di protezione degli animali perché si occupavano dei “nostri amici a quattro zampe” invece che dei ragazzini sfruttati dal capitalismo. Oggi consideriamo in genere queste due cose parte di una lotta globale e giudicheremmo “antropocentrico” l’appunto di Gramsci. O di destra, dipende dai punti di vista. Oppure è più di destra chi preferisce salvare un gattino che ospitare un profugo, perché il profugo potrebbe cercare lavoro, “se lo volesse”?

Ma c’è un altro dato che emerge dalle parole di Galletti. Non è sincretistico, non è contraddittorio a sua volta, potrebbe dire qualcuno, accostare il Dalai Lama, la ricerca scientifica, Papa Francesco, la Madre Terra in un gran calderone? E le altre culture degli ecologisti, il femminismo, i diritti, l’antiautoritarismo, dove sono?

Poi, c’è una questione di priorità. È più importante “salvare l’ambiente” o salvare il posto di lavoro? Galletti risponderebbe, giustamente, che non c’è necessariamente contraddizione, tra le due cose. È vero. Però i Verdi italiani sono spariti dal Parlamento nel 2008, cioè dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale.

Non è per caso che gli elettori hanno ritenuto che il Sole che ride non li tutelasse a sufficienza, e che il verde, la preoccupazione per l’ambiente, fosse un lusso?

Il grande sforzo sostenuto dai Verdi per le energie rinnovabili, quando hanno governato, ha prodotto incentivi piuttosto alti per il fotovoltaico, per esempio. Ma questa spinta non ha portato alla nascita di un vero settore nazionale di produzione o di ricerca, per esempio sull’accumulo. E i pannelli sono stati costruiti in Cina, in Germania. In Italia, probabilmente, i veri affari sono stati fatti dalle banche che hanno finanziato le installazioni.

La creazione di green job, uno dei grandi cavalli di battaglia degli ambientalisti, è stata un successo parziale: nel 2014, per esempio, i posti di lavoro verdi non sono aumentati, ma sono calati meno degli altri (dati del rapporto GreenItalia 2014).

Prima del 2008, diciamo la verità, i Verdi erano comunque un piccolo partito, sempre aggregato alla sinistra o al centrosinistra, che ha espresso alcuni ministri (pochi), ha raggiunto al massimo il 3,78% alle Europee del 1989, il 3,04 al Senato nel 1992, il 2,79% alla Camera nello stesso anno.

Dopo il 2009 il partito ha perso diversi pezzi (dirigenti, militanti, elettori), andati in sostanza con Sel, con il Pd e con il M5s, cioè il più grande partito populista o anti-sistema d’Europa, che originariamente raccoglieva istanze soprattutto ambientaliste: le cinque stelle simbolizzano acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia.

Storicamente, poi, i Verdi hanno poi sempre divorato i propri leader. Tutti i suoi portavoce, praticamente, sono usciti dal Sole che ride, una volta terminato il mandato (in alcuni casi per passare ad altro partito).

Insomma, lo spazio di manovra dei Verdi sembra pochino.

In questo contesto – e cerco di abbandonare le riflessioni volgari della politique politicienne – i Verdi dovrebbero smettere di essere solo il partito dell’ambiente, per diventare il partito della qualità della vita.

Intanto perché l’ambiente (che ormai è diventato sinonimo di naturacontinua a essere percepito, come un’altra cosa rispetto alle persone, che è il problema più grosso che abbiamo di fronte.

Siamo ancora alle buste di plastica con su scritto “non gettarmi, pensa alla natura”, quando invece dovremmo pensare prima di tutto al fatto che gettando quel sacchetto mettiamo in pericolo prima di tutto la nostra salute, la nostra esistenza, una volta che la plastica sarà entrata nel ciclo alimentare. La natura a cui dobbiamo pensare siamo prima di tutto noi umani, se non altro per un riflesso di sopravvivenza (non intendo trascurare gli altri animali al moto di Prima gli umani!, tranquilli). E dovremmo ricordarcelo anche in giorni come questo, dove si torna a parlare con timore di armi atomiche.

Siamo nell’epoca della Post-Natura – per citare Jedediah Purdy – dell’Antropocene: “Non c’è alcun luogo o alcune cosa vivente che non abbiamo cambiato”.

I Verdi, poi, non sono un’associazione ambientalista: sono, o dovrebbero essere un partito politico. E non possono neanche essere la ruota di scorta ambientalista della “sinistra” (in realtà non esiste una sinistra: esistono e sono esistite diverse sinistre, anche in conflitto tra loro).

Perché quello ecologista, che forse è una delle novità più interessanti, politicamente, del dopoguerra e comunque del post ’68, è un pensiero autonomo, non legato cioè alla tradizione marxista o a quella liberista-liberale, che sono entrambi pensieri “produttivisti”.

Per questo, i Verdi devono anche farsi carico della sfida democratica che si pone, nel momento in cui occorre porre un limite all’uso delle risorse per adattarsi ai cambiamenti climatici ma bisogna confrontarsi contemporaneamente con la scarsità del lavoro, soprattutto nel mondo occidentale, e con i problemi sollevati contemporaneamente dal movimento (nel senso proprio dello spostamento) di milioni di persone tra paesi e continenti.


01/10/2017 16:25:56
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