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Il futuro del centro-sinistra
La rottura fra la sinistra e il PD è politica
Filippo Boatti

 

Non c’è dubbio, negli ultimi tempi ho personalmente espresso molte riserve e perplessità su un percorso politico della sinistra non lineare e troppo pasticciato, privo del polso di una vera classe dirigente e tutto giocato all'interno della tattica di Palazzo ma poco o nulla interessante per il mondo reale esterno, sofferente per gli effetti della “crisi” (come vengono eufemisticamente chiamate una serie di politiche sbagliate ma volute) all'inseguimento dell'improbabile federatore Pisapia o dell'estetizzante “Brancaccio”.

Anche i tempi e i modi della scissione a sinistra del PD sono stati poco convincenti e sono certamente criticabili. Mentre senza dubbio i contenuti in positivo di un progetto alternativo stentano ad emergere con chiarezza, fra mille ritardi. Così come non mi convince la designazione di Grasso (persona peraltro assai stimabile) a leader del progetto, caso unico al mondo di una sinistra che sceglie come proprio portavoce un personaggio istituzionale esterno, mentre tutti hanno giustamente un capo politico o un esponente del mondo del lavoro. Paradossi dell’eterna e inescusabile anomalia della sinistra italiana.

E tuttavia non si può negare che le ragioni alla base della divaricazione insanabile tra il PD e la sinistra siano politiche e siano profonde, con mondi valoriali dichiarati (si spera anche praticati) sempre più contrapposti.

Certo c'è un ritardo, a giudizio di chi scrive, molto grave nell'analisi e nell’approfondimento critico sullo sviluppo del dominio sempre più totalizzante del capitalismo finanziario negli ultimi 30 anni, un dominio che ha minato alla radice la realizzazione del “sogno” europeo facendone nel concreto un “progetto” deforme fin dalle fondamenta, oggi purtroppo difficilmente riformabile.

La crisi scatenata dalla bolla dei “subprime” americani, in cui erano coinvolte in realtà anche importanti banche europee e soprattutto tedesche, che hanno scaricato con successo le loro responsabilità politiche e morali sulla Grecia e sui cosiddetti Piigs, fra cui l’Italia (all’insegna del fasullo monito “avete vissuto al di sopra delle vostre possibilita! orsù cicale, peccatori mediterranei, espiate le vostre colpe!”) - ha evidenziato la debolezza strutturale della zona euro, che imbriglia in una rigida unità impossibile paesi ed aree economiche troppo diversi fra loro e senza meccanismi di compensazione. Al salvataggio dell’euro “costi quel che costi”, come ha detto senza ambiguità di sorta Mario Draghi avviando il suo QE, è stata improntata tutta l’attività dell’UE negli ultimi anni, ormai da più di una legislatura. Non al salvataggio dell’economia reale, come invece fu correttamente indirizzato il QE di Obama. Il “costo” è stato da noi pagato in termini di disoccupazione di massa e infernali “riforme strutturali” imposte dall’Europa, attuate a spese dei lavoratori, del settore pubblico in tutte le sue articolazioni, e delle piccole e medie imprese che oggi vedono con terrore le nuove regole bancarie in discussione a Bruxelles. E a tutt’oggi la BCE, la Commissione Europea e l’Eurogruppo continuano a invocare e a dettare micidiali “riforme strutturali”, a base di rinunce, sacrifici e tagli, che pari non bastino mai in quanto il nostro debito pubblico, con la cura da cavallo imposta dall’UE, anziché diminuire continua ad aumentare.

Al di là di qualche generica dichiarazione di principio, o del buffo tentativo di fare la voce grossa all’ora del telegiornale, il Pd a guida Letta, Renzi e Gentiloni è stato e continua a essere il docile interprete di queste depressive politiche di austerità.

Se tutto ciò è vero, come è vero, quindi, nonostante i ritardi di analisi, a giudizio di chi scrive gravi, da parte della sinistra; nonostante l'incapacità finora dimostrata di una incisiva azione politica; e nonostante la mancanza di un vero e ampio dibattito pubblico su cosa debba fare questa sinistra, che comunque è da avviare (meglio tardi che mai) le strade del PD e della sinistra non potrebbero essere più diverse fra di loro. Almeno in linea di principio. Da un lato chi pone il lavoro, gli investimenti pubblici, la piena occupazione e l’ecologia come elemento imprescindibile e dall’altro chi invece le considera variabili dipendenti del mercato e della ancora più sorprendentemente autoritaria e distopica architettura europea, vera e propria dittatura oligarchica e burocratica, non eletta e non controllata democraticamente da nessuno (a parte, come è noto, un parlamento tuttora privo di reali poteri).

Non comprensibili appaiono dunque gli appelli dell'ultima ora a non dividersi per non favorire il "populismo" quando tutti vedono che le attuali politiche europee e la mancanza di una opposizione di sinistra all'attuale sistema stanno portando all'avanzata ovunque in Europa dei movimenti di estrema destra e delle destre istituzionali che spostandosi più a destra fanno in qualche modo da argine ai fascisti: bella situazione!

Starà naturalmente alla sinistra italiana saper cogliere questa ultima opportunità, mettendo da parte tutti gli opportunismi di una classe dirigente non adeguata e sanando nel tempo i suoi ritardi e carenze, a partire dalla mancanza di un'idea di politica che abbia i suoi pilastri nei valori del socialismo, nella teoria economica post-keynesiana, densa di spunti interessanti che per ora non vengono colti né percorsi, e nella lotta ai cambiamenti climatici alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo in equilibrio con la natura. E dovrà resistere nella prossima legislatura alle sirene di una malposta "responsabilità nazionale" (alla Napolitano) dato che la vera responsabilità nazionale, in chiave patriottica e non nazionalistica, è oggi opporsi al sistema esistente che ha spolpato tutti i principali asset economici nazionali, un sistema di cui il PD è interprete fedele.

 

Dopo aver demolito il diritto del lavoro e ulteriormente indebolito quel che resta del sistema industriale del paese, il PD non può certo chiedere l'appoggio della sinistra. Renzi è un personaggio negativo, sotto molti aspetti, ma non è certamente il male. Il male è insito nel dna del PD che fin dalle origini ha manifestamente evidenziato la propria natura ambigua e compromissoria. Sta alla sinistra cogliere quest’ultima opportunità per sussistere, essere credibile e popolare, parlando con semplicità e chiarezza e rinnovando il suo pensiero e la sua classe dirigente, oppure scomparire dallo scenario politico nazionale, potenziale ennesima anomalia italiana in un panorama europeo e mondiale dove la sinistra rinasce in modi originali e interessanti.

 

Filippo Boatti

23 novembre 2017

 

Link:

L’Europa va a destra ma Bruxelles pensa alle virgole” di Roberto Sommella -http://www.huffingtonpost.it/roberto-sommella/l-europa-va-a-destra-ma-bruxelles-pensa-alle-virgole_a_23280925/?utm_hp_ref=it-homepage

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