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Economia
Il sonno della "Politica"
Maria Rita Gelsomino

In questi anni la politica si è presa un prolungato periodo di sospensione, una fase di inerzia che è servita ad accumulare i problemi irrisolti sotto i tappeti delle sue stanze del potere, una specie di sonno che ha generato faticose questioni geopolitiche. Tra queste, la necessità di costruire nuovi equilibri per spegnere i focolai di guerra che infiammano una vasta area del Medio Oriente con le intermittenti fasi di terrorismo endemico, spie di una situazione confusa di contrasti insoluti sia col mondo occidentale che all’interno dell’Islam stesso. L’instabilità si proietta anche all’Estremo Oriente dove l’avventurismo di Kim Jong-un presenta il conto di una pace mai fatta tra Corea del Nord, ultimo scampolo del mondo comunista, e Corea del Sud dopo la guerra degli anni ’50 del secolo scorso. Infine la grande problematica dei migranti che richiede uno sforzo di gestione razionale non ideologica da assumere non solo a livello italiano ma soprattutto europeo.

Il mondo occidentale sta affrontando una grande fase di incertezza legata alla verifica della sostenibilità del proprio sistema economico, finanziario e produttivo che non si è ancora del tutto ripreso dalla devastante crisi economica del decennio scorso che alcuni ottimisti hanno dato per scontato finita alle nostre spalle. Ora sappiamo che la crisi ha modificato profondamente l’assetto delle vecchie classi sociali , tra queste alcune sono state favorite, altre impoverite  e comunque si sta assistendo non solo all’emergere di grandi disuguaglianze nella società ma anche a una profonda divisione tra classi sociali che genera un clima di sfiducia tra  cittadini e le istituzioni.

In America l’elezione di Trump ha rappresentato la spia di un malessere diffuso, che denuncia una condizione sociale dove le differenze tra ricchi e poveri non sono mai state tanto abissali, in cui lo Stato sociale non può essere migliorato poiché le imprese sono costrette a competere con dittature in cui non esistono diritti per i lavoratori. Al di là delle statistiche economiche e delle performance della borsa, un’elevata percentuale dei 350 milioni di cittadini americani vive al di sotto dei limiti di povertà.  Sono scomparsi i buoni posti di lavoro con benefici sociali che ora restano in Cina e in altri paesi del terzo mondo.  Trump simboleggia l’espressione del profondo disagio di un vasto strato di popolazione completamente scordato dai racconti dei successi Apple o Facebook o altre super imprese innovatrici che distribuiscono favolosi salari ai dipendenti, frazione troppo esigua della popolazione per creare benessere diffuso. Anche in Europa, nelle democrazie indebolite dalla crisi importata dagli Usa, si stanno diffondendo nuove culture politico-sociali meno attente ai diritti democratici acquisiti dopo secoli di lotte.

Dalle statistiche di previsione e dai dati che le compongono si può affermare che tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 si assisterà ad una vera resa dei conti tesa a verificare la sostenibilità dell’attuale sistema economico e finanziario, sarà difficile in ogni caso incantare le opinioni pubbliche con le sole promesse. Si sperava che arrivassero chiarimenti e soluzioni da Jackson Hole da parte del capo della Fed americana, Janet Yellen e da Mario Draghi presidente Bce, i personaggi più autorevoli della finanza mondiale.

 La Yellen è impegnata a salvare la riforma incompiuta di Obama, la Dodd-Frank varata nel 2010 e messa in atto solo per una parte, con la quale si sperava di frenare la vocazione essenzialmente speculativa di Wall Street, scongiurare i collassi conseguenti agli abusi della finanza, contenere il mercato dei derivati fuori dalle borse e la finanza ombra che ha ormai raggiunto un valore pari alla finanza ufficiale. Ma Trump, spalleggiato dalle grandi banche di affari, è contrario e preme perché ripristini le vecchie regole, se ne vada dalla Fed e tutto rientri nella situazione di dieci anni fa non ostante la recessione patita e lo scempio del sistema bancario conseguente all’abolizione del Glass-Steagall-act . Sta ritornando in grande spolvero il neoliberismo che tanti danni ha procurato e che pone la finanza privata al centro dei meccanismi di accumulazione dei capitali e le autorità di politica economica al suo servizio.

Draghi, a cinque anni dal “ Whatever it takes” , il discorso londinese con cui esprimeva la sua assoluta volontà di sostenere l’euro, non ostante le apparenze, non se la passa meglio. Anche se la Merkel difende ufficialmente il suo operato si ritrova osteggiato dalla Bundesbank che non vede l’ora che completi il suo mandato e se ne vada via e con lui sparisca il Quantitative Easing che ai tedeschi ha procurato un’atroce urticaria. Nella conferenza stampa odierna il governatore ha annunciato che sul Qe verranno prese decisioni a ottobre e comunque inizieranno ad essere esaminate le strategie di politica monetaria che saranno applicate dopo la fine della politica espansiva attuale. Il tapering è dunque alle porte.

Questi due anziani signori, alle soglie del pensionamento, che a Jackson Hole si sono fatti fotografare seduti sulla stessa panchina, costituiscono per ora i soli paletti che sono impegnati a impedire  il ritorno al Medio Evo economico e finanziario del decennio scorso.

 

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