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A. M. Farabbi:"Dentro la O"
Francesco Roat
 La poetessa Anna Maria Farabbi confessa in una nota che il suo ultimo testo, “dentro la Oˮ (edito da Kammeredizioni), è frutto di un lavoro pluriennale. Da molto tempo, infatti, l’autrice andava cercando di: “elaborare una capacità stilistica che rendesse l’essenzialità lirica corrispondente a quella meditativa”. Ritengo che in quest’opera vi sia riuscita appieno. Lo testimonia non solo l’intensità/icasticità della creazione poetica, ma pure la felice coesistenza di più registri di scrittura che vedono coabitare, accanto ai versi, pagine autobiografiche nonché riflessioni e contemplazioni all’insegna di una prosa non certo meramente ombelicale ma aperta soprattutto a cogliere/accogliere l’altro da sé, attraverso una disponibilità coniugata tramite: “una ritmica congiuntiva, esistenziale politica spirituale”.

Farabbi, ovviamente, qui medita in primo luogo sulla parola, anzi sulle singole vocali che costituiscono l’ossatura portante di ogni termine. In primo luogo cercando appunto di penetrare nella lettera o, il cui cuore rappresenta  ‒ a seconda dell’ottica mediante la quale guardiamo ad essa ‒ il vuoto o la pienezza. Non a caso lo spunto che innesca la scrittura del libro è costituito da quello che l’autrice chiama, con vocabolo obsoleto ma pregnante, il “manicomio” (la Comunità terapeutica di Torre Certalda) dove lei presta la sua opera creativo-caritatevole che, poeticamente: “cantando crea un nido sonoro nel corpo dell’altro”. Così, se la mente e il cuore dei “matti” narrati da Farabbi possono sembrare a prima vista vuoti a livello razionale/emozionale, ad una più attenta lettura essi risultano colmi d’un dolore/amore: “disperato, isolato, sprofondato” che appare davvero umano, troppo umano.

L’autrice non ama molto invece la vocale i, troppo saccentemente verticale, la cui testa tonda, staccata dal corpo della lettera, dice molto della separazione tutta occidentale tra spirito e materia, intelletto e pancia, ragione e sentimento. Assai meglio la e: sorta di “cruna” o “occhiello” ospitale, che: “con/sente di essere attraversato, impollinato, seminato, pur mantenendo la sua personalità segnica”. Oppure la a ‒ dalla “postura salda” sulla quale essa “siede” ‒, che si pronuncia a bocca aperta ed è il segno alfabetico iniziale, allusivo giusto dell’apertura, dell’alba e dell’annunciazione. Problematica, infine, la vocale ultima, cioè la u: che può alludere all’unione ma al contempo alla separazione “tra due montagne”. Iato che, nella società umana, occorre tentar di colmare o almeno attraversare, gettando un ponte che dall’io giunga al tu e si trasformi in noi.

La parola meditazione compare svariate volte in questo testo dal carattere contemplativo. Basterebbe questa brevissima poesia senza titolo a testimoniarlo: “piove   ascolto il vuoto tra le gocce / mentre le bevo”. (Si consideri lo spazio lasciato/palesato dopo il primo verbo). O quest’altra, parimenti concisa: “siedo in terra attorno al fuoco // pregando il fuoco di bruciare / l’eccesso della mia interiorità”. Sembrano entrambe degli haiku, ma solo per la consapevolezza attenta e la precisione dello sguardo. Inoltre va chiarito che, per Farabbi, il poeta/soggetto meditante non deve certo isolarsi in una qualche vana torre d’avorio. Si tratta semmai di: “lavorare interiormente, abitando gli elementi tra le altre creature, con le altre creature”.

E sempre badando alla concretezza dell’elemento corporeo, terrestre, terragno; perché tutto sulla terra è qui motivo di contemplazione/considerazione. Come avviene in una sobria lirica, esemplare per la sua vis espressivo-evocativa: “una riga di formiche sul ghiaccio / porta il pane fino a casa”. O nella seguente: “i buoi hanno abbandonato il carro / talmente bianchi   luminosi // l’estate tra le mosche dormendo”.

È una specie di religiosità laica quella che traspare da certi versi di Farabbi. Vedi la poesia priva di titolazione, che intitolerei eucaristia: “mia nonna tagliava il pane per tutti in parti uguali / guardavamo le sue mani e la luce veloce tra il coltello e la polpa // seduti attorno a un’ostia di legno”. O, se vogliamo, quella dell’autrice si delinea come la spiritualità profana e sensuale (“appartengo da eretica alla terra e alla resistenza. Lavoro l’equilibrio interiore mentre attraverso gli inferni e un amore che mi apre le labbra”) d’una donna che di sé dice pure: “o assomiglio all’uccella / o alla mula sul corpo della montagna // o alla scrittura delle nuvole”.

Un’ultima considerazione. La poesia della nostra poetessa è anche espressione d’un intento civile, trattando temi d’interesse collettivo a cui troppi scrittori contemporanei paiono disattenti. Farabbi ci ricorda  invece di come: “non c’è luogo in terra che non sia comunità”. E forse il modo migliore per chiudere la mia recensione è citare i quattro versi chiave di lungo testo poetico, intitolato “uno, la poesia biologica nel manicomioarca”: “io non sono una viandante né una pastora né una contadina di montagna / ma sono anche una viandante una pastora una contadina di montagna una / che con le mani raccoglie il mare e lo porta   ai matti // lo posso fare   perché ho la poesia in corpo”.

16/11/2016 16:52:34
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