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Agricoltura: vale ancora la ricetta di Giolitti?
Aydin (*)

Un settore da risanare profondamente – La campagna è stata sacrificata per favorire la speculazione ed un’industrializzazione “selvaggia”- Irrigazione e inquinamenti

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Settemila miliardi di importazioni agricole in un anno sono una cifra da capogiro tale da condizionare pesantemente l’intera economia italiana. Quest’anno, finalmente, tra le proposte di spesa per lo sviluppo delle aree depresse c’è anche l’irrigazione, con finanziamenti per seimila miliardi. E’ un primo, piccolo, anche se importante passo verso il risanamento dell’agricoltura italiana, l’ammalata cronica della nostra economia. Agli inizi degli anni 60 si riteneva un “fatto positivo” ogni “ulteriore stimolo” al mutarsi dell’Italia in un Paese industriale moderno, teorizzando una sorta di “incompatibilità fisiologica” tra l’avere  un’industria efficiente e un’agricoltura fiorente. In realtà sono proprio i Paesi industrialmente più avanzati, come gli Stati Uniti, il Canada, la Francia, le due Germanie, l’Olanda, Israele, eccetera, ad avere l’agricoltura migliore, indifferentemente dalle latitudini. I nostri 7000 miliardi di importazione nel settore primario sono dimostrazione evidente della crisi di un modello economico, crisi,del resto, che va ben al di là dell’agricoltura. Un modello nato  nel dopoguerra ed in seguito codificato e razionalizzato dai governi  di centro- sinistra. Lasciare languire l’agricoltura per favorire l’esodo dalle campagne e la crescita delle città era la parola d’ordine. Si sarebbe creata in questo modo una continua crescita della domanda di alloggi, assieme ad un continuo aumento di valore delle aree periferiche, fornendo capitali e stimolo all’edilizia. I superprofitti dell’edilizia avrebbero dovuto trasferirsi nell’industria, carente di capitali. I contadini inurbati- e a Milano e a Torino si arrivò al punto di creare dei “reclutatori” nel Sud- alimentavano continuamente l’esercito di manodopera di riserva, permettendo di tenere bassi i salari e di ridurre la conflittualità operaia. Così si pensò di compensare,  con il basso costo del lavoro, lo scarso contenuto tecnologico delle nostre merci e delle nostre industrie. E questo spiega anche molte altre cose: come mai, ad esempio, non venissero più applicate le leggi, pure esistenti, di tutela delle acque dall’inquinamento e si lasciassero distruggere da una industrializzazione “selvaggia” fiumi e torrenti per uso irriguo, dando nel contempo premi in denaro ai contadini che chiudevano le stalle e macellavano le vacche o sradicavano i frutteti. Ma vediamo ora le conseguenze di quella politica, partendo dal settore produttivo più devastato : quello della carne e dei derivati. Nel corso di questo ultimo anno per  importare bovini vivi abbiamo speso 750 miliardi, più altri 791 per le carni macellate. L’aumento rispetto allo scorso anno è stato per i bovini del 38 per cento in valore e del 15 per cento in quantità. Per le carni del 14 per cento in valore mentre  la qualità  è calata  dell’1 per cento. Abbiamo pure acquistato carne di coniglio e selvaggina per 180 miliardi, a cui vanno aggiunti altri 180 miliardi per pelli e cuoio. Il conto completo ammonta dunque a ben 1901miliardi. Né vale il discorso, tanto abusato quanto errato, di chi sostiene che gli italiani mangerebbero troppa carne. L’elevarsi del consumo di carne è stata una prevedibile conseguenza  dello sviluppo generale del Paese, cosa che ci ha avvicinato, senza peraltro raggiungerle, a medie di consumo europee. Era del resto assurdo pensare che l’Italia potesse conoscere uno sviluppo industriale, con tutte le enormi modificazioni in ogni settore che ne sono conseguite, mantenendo le abitudini alimentari di un Paese contadino. La bilancia dei pagamenti ci rivela inoltre indirettamente le nuove divaricazioni  di classe e di reddito che si stanno creando. Per esempio, si sono contratte del 9 per cento le importazioni di caffè, di tè, di spezie e di cacao, prodotti per cui dipendiamo totalmente dall’estero, mentre in parallelo si sono accresciute quelle di champagne, di whisky, salmone e formaggi francesi. Se guardiamo poi ai dati riguardanti il pesce e la frutta scopriamo che in una penisola con più di 7000 chilometri di costa si importa pesce per ben 382,6 miliardi all’anno con un aumento del 26 per cento rispetto al 1977. E si tenga anche conto che il 75 per cento del pesce azzurro pescato ogni anno in Italia viene gettato via poiché mancano le celle frigorifere per conservarlo!  Se consideriamo che il 10  per cento del pesce consumato al mondo- ed in particolare le specie più pregiate come le aragoste, i molluschi, i gamberi, le trote, ecc –non viene più pescato, ma allevato, vediamo come la potenzialità ittica dell’Italia sia enorme, con possibilità di rifornire addirittura l’intera Europa. Stesso discorso per la frutta e verdura. Perché poi dobbiamo importare anche arance, mandarini, fichi r noci (mentre parte di questa nostra produzione interna viene schiacciata con i trattori, non trovando acquirenti) non ce l’ha saputo spiegare nessuno. Si arriva così a 360 miliardi all’anno di importazioni anche nell’ortofrutta, con un aumento del 21 per cento rispetto al 1977, benché le esportazioni in questo settore compensino di molto le importazioni in quanto assommano a 1430 miliardi di lire. E’ suonato però un campanello di allarme. Anziché andare avanti ad esportare andiamo indietro, con una perdita del 3 per cento rispetto all’anno prima. Se questo settore fosse potenziato sia su un piano tecnico (con l’irrigazione) che commerciale, con adeguate campagne promozionali condotte in Europa per reclamizzare i prodotti italiani, ossia ricalcando la strada già percorsa da anni dai nostri concorrenti, queste nostre esportazioni potrebbero moltiplicarsi. Non esiste poi una giustificazione logica al fatto che ci siano in Italia 5 milioni di ettari di terreno fertile abbandonato e che insieme ogni anno si accrescano le importazioni di legname e di pasta di legno. Basterebbe fare un’azione seria di rimboschimento, che tra l’altro è indispensabile anche per prevenire alluvioni, e insieme ridurre notevolmente un’altra pesante voce negativa della nostra bilancia. E con più alberi, come è noto, si avrebbe anche molta più acqua a disposizione sia per l’agricoltura che per la produzione idroelettrica. L’acqua infatti è la chiave fondamentale per accrescere la nostra produzione agricola in ogni settore  e in particolare nel Sud. Del resto ciò  che diciamo non è certo nuovo. Giovanni Giolitti, nel discorso per le elezioni alla XXV legislatura nel lontano 1919 disse:” Con opere di irrigazione grandi zone del territorio italiano raddoppierebbero la loro produzione. Le province meridionali, soprattutto, potrebbero dare un grande aumento alla produzione agricola, e in specie un largo contributo all’esportazione dei ricchi prodotti del loro suolo. Occorre però  intensificare dappertutto  l’istruzione agraria pratica ed è necessario inoltre perfezionare i prodotti, ossia, in una parola, industrializzare l’agricoltura”. Da allora sono passati 60 anni, ma questa ricetta di risanamento agricolo non appare invecchiata. Si consideri poi che investimenti in agricoltura presentano oggi anche un altro vantaggio assai importante: consentono il maggior numero di addetti rispetto al capitale impiegato. E ciò non è certo poco a fronte dei gravi problemi di occupazione, giovanile o no, che viviamo.

GUIDO MANZONE

L’UNITA’  29-1-1979 terza pagina
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(*) Come già abbiamo avuto modo di constatare lo spirito di Guido è qui con noi e gode ottima salute. "Aydin", spirito illuminato, ne è la migliore concretizzazione.

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