I nemici sbagliati: Cina e U.S.A.

 

Ve ne siete accorti vero? Pure Alessandro Barbero, illustre professore con propensione alla narrazione storica documentata e mai partigiana, è diventato “putiniano”. E’ bastato che prendesse le distanze dal “mainstream” guerrafondaio favorevole all’invio di armi in quel tritacarne che è la guerra russo-ucraina, per farlo diventare una “barzelletta” o poco più. Praticamente invisibile in TV, presente sporadicamente sui social, bannato ed evitato da tutti….Da tutti?

Tutti chi? In realtà si tratta di quegli stessi che, grazie alla potenza dei media dei vari Governi europei e delle medesime fonti informative di Bruxelles (quelle “originarie del tutto”), orientano o tentano di orientare l’opinione pubblica, portandola verso una china pericolosa. Quella della necessità della guerra, di una qualunque guerra purchè costosa, per salvare economie in crisi che dal settore dell’automobile non riescono più a trarre gli utili sperati. Stellantis, ciò che resta della gloriosa FIAT e collegate, ne è un esempio…. Ora confida come non mai (il non ancora completamente abbandonato Marchionne ne è stato l’apripista) sull’amico d’oltreatlantico e segue pedissequamente quanto suggerito dai pensatori del MAGA con Trump in testa. “Andiamo in America,… meno vincoli, più attenzione ai modelli meno dirompente, per una transizione soft”. Di questo si tratta nel primo testo che ci pare di una lucidissima analisi e che ci riporta alla realtà dei fatti. Il “Green Deal” europeo è stato un fallimento (si afferma in più punti del pezzo ripreso da diversi giornali tra cui “Repubblica”, “La verità”, “Il Messaggero”) e per questo bisogna correre ai ripari. Ma per il dott. Filosa (vedere sotto) le cose stanno diversamente: “La Commissione sta semplicemente «rinviando» l’obiettivo: l’impianto che aveva portato all’azzeramento delle emissioni allo scarico (e quindi alla fine dei motori termici) viene riformulato con un abbassamento delle emissioni del 90% rispetto al 2021. Il 10% residuo verrebbe coperto tramite strumenti di compensazione lungo la catena del valore: come, ad esempio, prodotti a minore intensità carbonica (acciaio low-carbon) e carburanti sostenibili”. Pertanto la correzione  voluta dell’UE è una flessibilità «contabile» più che tecnologica, secondo il manager Stellantis. Quindi insufficiente e pericolosa perchè maschererebbe il ritorno al Green Deal. Il tutto in un quadro normativo contraddittorio che vede i 27 Stati europei non d’accordo praticamente su nulla. Anzi…in furiosa competizione per piazzare loro pezzi (i locomotori ad alta velocità francesi in Ucraina, per esempio, battendo la concorrenza italiana e tedesca) o l’impossibilità di dare una ragione alla rete ferroviaria di tutti i 27 Stati e collegati in vista di cambiamenti epocali (cambiamenti che dovevano avvenire prima del 2000 e che sono ancora in divenire). La rotta ferroviaria Lisbona-Kiev, per esempio. Quella che dovrà passare sotto le Alpi proprio in Val Susa (dopo un tira e molla con gli Svizzeri e gli Austriaci a fine Ventesimo Secolo). In realtà siamo ancora lì a cercare di capire a cosa potrà servire davvero. Così come l’altra “incrociata” Genova-Rotterdam con il terzo Valico ferroviario in primo piano, insieme a tutti i problemi che si porta dietro. A fronte di questo un sistema logistico, anch’esso contraddittorio,  fatto di accelerazioni e colpi di mano, di mazzette (si “proprio di mazzette” , di soldi per oliare gli ingranaggi giusti) e di conventicole create ad hoc, per vincere e gestire appalti, anche in questo caso la nebbia più completa. Non c’è chiarezza sulle nuove reti ferroviarie locali, sui tempi, i luoghi e le frequenze di percorrenza. Soprattutto non si tiene conto del motivo primo per cui è iniziato tutto questo: il passaggio del traffico da gomma (TIR ecc.) a rotaia. Siamo alla commedia all’italiana dell’ “Un’area qui, un’altra là, questa la facciamo nel mio Comune, quell’altra pure…vince il più forte“. Già  “vince il più forte” e non la volontà di programmazione e organizzazione delle proposte.

Ancora una volta manca un regolatore economico-politico-amministrativo superiore che metta le cose a posto. Come manca purtroppo a livello mondiale con la ONU completamente depauperata dei suoi tratti distintivi, della capacità di gestire ed evitare i conflitti. Di gestione, in modo particolare delle risorse a livello mondiale. Ben diversamente dalla tendenza attuale, amante dei muri più che dei ponti. E allora la Cina diventa un nemico perchè produce in condizioni (bruttissime) ma di favore a livello economico interna. Mentre gli Stati uniti, rinforzati dalla cura daziale Trump stanno diventando “nemici” acquisiti vista la loro tendenza all’isolazionismo e alla chiusura. Una “chiusura” permessa, però dalla flebilità delle mormative internazionali e delle difficoltà frapposte dal capitalismo americano e anglosassone in genere alla formazione di più centri economici mondiali. Un problema di testa prima che economico. 

Qualcosa di simile succede per i “fuel”, per i combustibili che andranno a caratterizzare il nostro futuro. Il Neodimio e molte altre terre rare si stanno dimostrando interessanti nel campo dell’elettrificazione e della modernizzazione del sistema autotrazione. Di questo si tratta nel secondo testo in cui la civilissima Norvegia si trova alle prese con uno dei problemi del macchinismo industriale. “Vale più la difesa dell’ambente o il rispetto della natura”. “Vogliamo parlare seriamente di posti di lavoro o ci limiteremo a sfogliare le margherite (nel caso specifico ad accarezzare i coleotteri)”? Un dilemma risolto alla svelta. Come si vedrà, se si avrà la pazienza di leggere dalla Sindaca Torstensen , si capisce dove si andrà a finire. Oltretutto con il lamento finale del solito refrain: “Per capire quale sia la strada da prendere è sufficiente pensare a quello che sarebbe successo se lo stesso giacimento (di terre rare, n.d.r.)  fosse stato rinvenuto nel Wyoming o nella provincia cinese Guangdong. Dubitiamo che ci sarebbe stata la stessa attenzione per i coleotteri o il muschio in via d’estinzione e le misure ecosostenibili adottate nel Vecchio continente non sarebbero state neanche prese in considerazione. Ora, probabilmente Stati Uniti e Pechino esagerano, ma sicuramente l’Europa fa peggio.” 

Quindi un fine d’anno amaro con una guerra che incrudelisce ogni giorno di più e che Putin non capisce  di dover fermare soprattutto per un motivo molto semplice (oltre a quelli, scontati della carneficina in atto e dell’inutilità di cambio di bandiera di territori da sempre di confine, quindi abituati a ragionare in termini regionali “Sono della Crimea”, “Sono del Donbass” da secoli). Quale sarebbe il “motivo semplice”? E’ che il Pentagono con gli analisti di Washington (ben prima di Trump-1 e Trump-2) hanno creato le condizioni per la guerra civile perfetta, arrivando a vincerla per distacco. Prima se ne renderà conto, prima chiederà scusa a tutti, a Ucraini per primi, prima farà in modo di ridare la dovuta autorevolezza alla Russia. Meglio sarà. Un fine anno caratterizzato, oltre che da una cinquantina di altri focolai di guerra, da contraddizioni nel campo energetico, specie nell’automotive, come dimostrato dai due interventi qui sotto. Con problemi enormi all’orizzonte di gestione sociale delle città, del lavoro, dei giovani dell’inclusione del fenomeno migratorio. Tutto bene….va tutto bene? (ricordando il ridicolo slogan del “Covid-time”) . No….non va bene un c………o   .   La Cina, L’India, La Russia, gli USA non sono nostri nemici ma compagni di strada. E la strada è lunga e irta di ostacoli.

Le indicazioni delle fonti al fondo.   Tutto da leggere.

Primo testo (*) “Che a Stellantis   la recente revisione del piano Ue sul Full electric non fosse piaciuto era risaputo. Ma il giorno ( 17 dicembre 2025) )   l’ad del gruppo, Antonio Filosa, ha spinto le critiche un bel pezzetto più in là fino a parlare di marcia indietro sugli investimenti nel Vecchio continente.

Il manager sulle pagine del Financial Times ha respinto l’idea che l’Ue stia offrendo una «via d’uscita» credibile rispetto all’addio ai motori termici a partire dal 2035: per il top manager il pacchetto «non è all’altezza» e, soprattutto, «mancano del tutto le misure urgenti necessarie per riportare il settore automotive europeo alla crescita». La spiegazione non è solo ideologica: è industriale e riguarda la capacità del quadro regolatorio di trasformarsi in investimenti sostenibili lungo tutta la filiera.

La Commissione sta semplicemente «rinviando» l’obiettivo: l’impianto che aveva portato all’azzeramento delle emissioni allo scarico (e quindi alla  fine dei motori termici) viene riformulato con un abbassamento delle emissioni del 90% rispetto al 2021. Il 10% residuo verrebbe coperto tramite strumenti di compensazione lungo la catena del valore: come, ad esempio, prodotti a minore intensità carbonica (acciaio low-carbon) e carburanti sostenibili. Quella voluta dell’Ue è una flessibilità «contabile» più che tecnologica, secondo il manager.

Il dott. Filosa sostiene che questa architettura rischia di introdurre costi e complessità che i costruttori «di massa» assorbono peggio di quelli premium: «È una misura il cui costo potrebbe non essere alla portata dei costruttori di volume che servono la maggior parte dei cittadini». Tradotto: se la conformità dipende da risorse scarse (acciaio verde, e-fuels/biocarburanti certificati) con prezzi elevati e volatilità, il rischio è che tutti i problemi si scarichino proprio sui segmenti più sensibili al prezzo, comprimendo volumi e margini.

Stellantis segnala che non vede strumenti «ponte» sufficienti per rendere praticabile la transizione, in particolare nei veicoli commerciali, dove la competitività dell’elettrico dipende molto più che nelle auto da infrastrutture di ricarica, costo dell’energia, pianificazione flotte e disponibilità prodotto. Se l’adozione dei motori elettrici resta importante, il blocco al 2035 non genera crescita: può solo spostare i problemi su regole di compensazione e materiali verdi e costosi. La reazione dell’industria è dunque polarizzata: Renault valuta il pacchetto come un tentativo di gestire alcune criticità, mentre l’associazio ne industriale tedesca Vda lo bolla come «disastroso» per gli ostacoli pratici e di implementazione. La Commissione, invece, nega che si tratti di un arretramento: Stéphane Séjourné, commissario europeo per il mercato interno e i servizi, afferma che l’Europa non mette in discussione gli obiettivi climatici. Un altro funzionario Ue difende l’uso di questi meccanismi perché dovrebbero «creare un mercato di sbocco» per tecnologie e materiali necessari alla transizione.

Nel dibattito, inoltre, c’è anche l’asimmetria regolatoria transatlantica: negli Stati Uniti si osserva una traiettoria più favorevole per ibridi e termici, con revisione di incentivi e standard; non a caso Stellantis ha annunciato un piano di in- vestimenti molto rilevante negli Usa. Il messaggio implicito è che, a parità di vincoli, la stabilità e l’economia della domanda influenzano dove si costruiscono capacità e catena del valore.

La verità è che la partita vera non è lo slogan «stop ai termici sì o no», ma la definizione dei dettagli che porteranno verso una transizione sostenibile: in particolare, si tratta della defi- nizione di carburanti sostenibili e delle regole Mrv (monitoring, reporting, verification), un sistema obbligatorio dell’Unione Europea per il monitoraggio, la comunicazione e la verifica delle emissioni di gas serra) sulle norme industriali e, soprattutto, sulle misure lato domanda/infrastrutture che evitino che la compliance diventi un costo fisso.

Stellantis sostiene che, così com’è, la proposta non crea le sufficienti condizioni per crescere; la Commissione europea, dal canto suo, replica che serve una flessibilità che spinga filiere verdi europee senza abbandonare gli obiettivi industriali .”

Fin qui il manager Filosa…

Secondo  testo (**) . “ Non molte settimane fa, eravamo a fine ottobre, Ursula von der Leyen, in uno dei suoi rari slanci di visione strategica, aveva annunciato un piano europeo sulle terre rare. Il presidente della Commissione evidenziava che la liberazione dell’industria dell’Unione dalla dipendenza cinese era ormai la priorità delle priorità e che di conseguenza gli sforzi di tutti i Paesi dovevano convergere in quella direzione. Alla buonora. L’allarme sui materiali sensibili per produrre automotive, difesa e tech, è partito da anni. E il fatto che Pechino potesse vantare su circa un terzo delle riserve mondiali e che fosse parecchio avanti nell’estrazione e lavorazione di Neodimio, Samario, Itrio, Scandio e Gadolinio era risaputo. Insomma, è vero che la Von der Leyen si è svegliata, ma lo ha fatto dopo aver rovinato l’industria dell’automotive europea (tedesca, francese e italiana in primis) con il Green deal e quando ormai metterci una pezza è diventata un’impresa disperata.

Proprio per questo la notizia riportata ieri (19 DICEMBRE 2025) da alcune agenzie internazionali ha ancor più dell’incredibile.

Circa un anno e mezzo fa, eravamo nel giugno del 2024, dopo 36 mesi di esplorazione, la compagnia mineraria norvegese Rare Earths Norway aveva annunciato con grande enfasi la scoperta del maggior giacimento Europeo di terre rare. Evviva. Siamo a meno di 200 chilometri di distanza da Oslo, nel complesso di Fen, vicino al villaggio di Ulefoss.

Giusto per dare qualche riferimento. Si stima che dal nuovo maxi-giacimento potranno essere estratti 8,8 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, quattro volte la quantità potenziale del sito svedese di Kiruna, che vantava il precedente primato.

Ricca è la presenza di neodimio e praseodimio, indispensabili per la produzione dei magneti usati soprattutto nei veicoli elettrici e nelle turbine eoliche.

Insomma, le prospettive sono talmente interessanti che i norvegesi hanno subito varato un cronoprogramma che prevede un investimento iniziale di poco inferiore al miliardo che dovrebbe portare risultati tangibili già dal 2030.

Chiaro che al momento non ci sono certezze, ma se le anticipazioni dovessero essere confermate, in Norvegia potrebbe nascere la più importante filiera produttiva di materiali critici d’Europa, capace di soddisfare il 10% dell’intero fabbisogno dell’Unione. Una svolta. Più che per Oslo per tutto il Vecchio continente che sui progetti legati alle terre rare è purtroppo ancora ferma all’anno zero.

Insomma, la scoperta di Ulefoss andrebbe protetta e possibilmente rafforzata. E invece al momento risulta bloccata. Motivo? Il lavoro di estrazione va a «toccare» una sorta di foresta dove sono state individuate 78 specie di animali e vegetali a rischio più o meno grave di estinzione. Coleotteri per esempio, ma non solo. Perché gli ambientalisti evidenziano come il territorio sia ricco di olmi di montagna, frassini e diverse tipologie di di funghi e muschio che vanno assolutamente preservati. Così è arrivato il divieto.

Nel più classico degli schemi di contrapposizione tra l’esigenza di preservare l’ambiente e quella di spianare la  strada al progresso sono par tite le campagne antagoniste. «Dobbiamo sfruttare la risorsa il più rapidamente possibile per aggirare le catene del valore inquinanti che hanno origine in Cina», ha chiarito Martin Molvaer, consulente di Bellona, Ong norvegese focalizzata sull’ambiente e sulla tecnologia, «il punto però è che non dobbiamo farlo così velocemente da distruggere gran parte della natura nel processo: dobbiamo quindi procedere lentamente».

«Accettiamo il fatto che dovremo sacrificare una parte significativa della nostra natura», ha invece spiegato il primo cittadino Linda Thorstensen, «qui molte persone non lavorano, molte ricevono assistenza sociale o pensioni di invalidità. Quindi abbiamo bisogno di posti e nuove opportunità».

Il punto è che diversi accorgimenti ecosostenibili sono stati già presi. Il progetto è stato denominato «miniera invisibile» proprio perché punta a minimizzare l’impatto ambientale: sono per esempio usate tecniche di estrazione e frantumazione sotterranee e una gran parte dei residui minerari vengono reiniettati nel sito. Eppure sembra che non basti mai.

Per capire quale sia la strada da prendere è sufficiente pensare a quello che sarebbe successo se lo stesso giacimento fosse stato rinvenuto nel Wyoming o nella provincia cinese Guangdong. Dubitiamo che ci sarebbe stata la stessa attenzione per i coleotteri o il muschio in via d’estinzione e le misure ecosostenibili adottate nel Vecchio continente non sarebbero state neanche prese in considerazione.

Ora, probabilmente Stati Uniti e Pechino esagerano, ma sicuramente l’Europa fa peggio.”

Immagine di lancio tratta da:. “Breaking the wall”. https://www.istockphoto.com/it/immagine/breaking-wall  

(*) Titolo originale “Stellantis pensa di mollare l’Ue”

Sottotitolo: “ L’ad Filosa critica il piano che concede più flessibilità nell’addio al termico: previsti costi e complessità che non possiamo più permetterci, negli Stati Uniti meno vincoli “  .  di Tobia DiStefano [ Ansa ]

(**)https://eurofocus.adnkronos.com/politics/terre-rare-un-centro-europeo-e-scorte-strategiche-per-ridurre-la-dipendenza-dalla-cina/   “Terre rare, un Centro europeo e scorte strategiche per ridurre la dipendenza dalla Cina

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