Margaret Bourke-White a Palazzo reale a Milano

Mi sono trovata spiazzata davanti al breve documentario-intervista a Margaret Bourke-White , durante la mostra fotografica ( giustamente prorogata sino al 2 giugno ) a Palazzo Reale di Milano.

Osservando nel filmato il muoversi di quella sottile e femminile figurina, vestita da un gentile abito a fiori che, come un gatto, sembra fare un invisibile slalom tra le preziosità raccolte nei suoi tanti viaggi, senza rompere nulla, con la grazia di una docile creatura, mai avrei detto di trovarmi davanti alla fotografa più avventurosa e coraggiosa quale è stata Margaret Bourke-White.

La mostra che raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate dalla Bourke-White, una tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo femminile, sa raccontare, attraverso le opere, la vita di questa donna, che sapeva tenere insieme, alla caparbia temerarietà, la cura della bellezza; una donna che, pur fotografando in luoghi spesso improvvisati e impervi, non abdicava a coordinare il suo abito con la coperta della sua macchina fotografica, perchè ancora la non separazione tra artefice, strumento e creazione era sacra e viva.

La fotografia analogica, ultima frontiera della vera fotografia, prima dell’avvento violento e disumano del digitale, metaforicamente ci invita con la forza pugilistica del bianco e nero, a portare fuori dal campo di battaglia in cui stanno trasformando la nostra vita, i veri sacramenti che ci fanno umani e ci riconsegnano alla forza del mito e del simbolo, al respiro di chi ci ha preceduto e ancora respira con noi.

Tutto questo è presente nelle fotografie e nella vita controcorrente di questa grande pioniera dell’immagine e dell’informazione, ma soprattutto pioniera di un femminile che fertilizza questa sua costitutiva dimensione senza copiare nulla da un maschile ancora troppo intento a fagocitare, invece che a concordare le due solitudini “che si salutano e si fortificano a vicenda”. Precorritrice di nuove strade dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immaginifiche immagini del mondo dell’industria, sino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune e Life; dalle cronache del secondo conflitto mondiale,ai celebri ritratti di Stalin e Gandhi, dal Sud Africa dell’apartheid, all’America dei conflitti razziali, sino alle vertiginose visioni aeree del continente americano.

Nella mostra si possono vedere oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11gruppi tematici :L’incanto delle acciaierie,Conca di Polvere, Life, Sguardi sulla Russia, Sul fronte dimenticato, Nei campi, L’India, Sud Africa, Voci del Sud bianco, In alto e A casa, sino ad arrivare a quello che lei stessa chiama : “la mia misteriosa malattia”.

Capacità visionaria e insieme narrativa, coraggio e gentilezza, glamour e semplicità, il percorso della sua vita è per me tutto racchiuso nell’ultimo suo ritratto: malata di parkinson, capelli cortissimi e bianchi, corpo ancor più sottile, sono gli occhi ad avermi folgorata: due buchi neri che, insieme al suo strumento-terzo occhio, erano diventati una cosa sola ed erano ora pronti a fotografare quello che noi non vedevamo ancora, ma che lei aveva già inquadrato, sotto l’ultima elegante coperta di un invisibile e lucente raso d’oro.

di Patrizia Gioia

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