“1917”, il regista Sam Mendes e la Prima Guerra Mondiale

Il film del regista britannico Sam Mendes è dedicato a suo nonno, il caporale Lance Alfred H.Mendes, che durante il conflitto mondiale ebbe il compito di consegnare dispacci tra i vari settori dell’esercito inglese, e il ricordo del nipote ha potuto essere così intenso e vivo per la capacità del nonno-caporale di sapere raccontare storie.

E la storia che Mendes racconta è la storia più umana che possa esistere, fatta di quei sentimenti gentili che quella gioventù ancora aveva dentro i loro cuori, pur se stava attraversando il più spietato dei conflitti, quello che mandò a morire un’intera generazione, crimine che ha segnato indelebilmente anche tutte le nostre future vite.

Al di là della storia oggettiva che il film racconta è la storia di sentimenti che – a mio sentire – attraversa tutto il film; non solo il giovane sentimento dell’amicizia che naturalmente condivide e affratella, ma quello che nelle trincee camminava – tra odore di cadaveri, lettere da casa e topi – era un sentimento di solidarietà umana oggi completamente perduto, una solidarietà ancora composta di valori, come la famiglia e la patria, e da alti ideali che molto spesso hanno reso eroi le persone più comuni, quelle che mai avrebbero pensato di fare quello che nel momento più estremo hanno fatto.

E parte di questi immortali sentimenti sono racchiusi nella primavera che i protagonisti stanno vivendo e, pur nell’atrocità della distruzione, godendo della sua bellezza. Gli struggenti bianchi ciliegi in fiore, crudelmente spezzati dalla mano nemica, torneranno a ricrescere ancora più folti: così racconta uno dei due caporali all’amico, ricordando il frutteto della madre. L’amore vissuto aiuta a sentire meno il dolore.

Ma è terribile nel film scoprire che non sempre l’aiuto all’altro si rivela salvifico; è per me la scena più terribile del film, quella che ci mostra come colui che ti sta salvando viene dal salvato ucciso: la ferrea e crudele logica della guerra riesce ad uccidere la gentile legge del cuore.

Mentre la prima obbedisce indiscriminatamente ad ordini e discipline, la seconda necessita di tutto te stesso, di una allenata capacità di ascolto, necessita di un cuore puro, di quell’innocenza che sa cosa significa “non nuocere “ e la porta in vita senza la razionalità di quella ragione che troppo spesso uccide l’amore.

I due giovani protagonisti, i caporali Schofield e Blake dell’ottantesimo battaglione, condividono amicizia e senso di cameratismo. Il loro legame viene messo alla prova in un brevissimo periodo di tempo e come nessuno dei due avrebbe mai potuto sospettare. Armati di mappe, torce, razzi, granate e pochi viveri, devono attraversare “la Terra di Nessuno” ( lo spazio che separa una trincea dall’altra e nella quale si consuma la maggior parte delle morti di questo terribile metodo di combattimento)per portare l’ordine di non attaccare, così da salvare 1600 soldati, e tra loro anche il fratello maggiore di Blake. E’ questa missione spaventosa e inattesa che cambierà per sempre le loro vite.

E’ un film fatto di soli uomini, solo in una scena appare una giovane ragazza, scampata alla distruzione del suo villaggio, che porta tra le braccia una bimba da poco nata, anche lei dispersa e salvata dalla morte. Il caporale Schofield offre loro tutto il cibo che aveva nella sacca e dalla borraccia il poco latte che aveva potuto trovare nel luogo che – sono certa – ricorderà per sempre come il più terribile della sua vita.

Questo è nel film il solo momento di tregua, un luogo buio riscaldato dal fuoco e illuminato dalla luce di una lampada ad olio. Scena che porta la nostra memoria alla grotta di Betlemme dove una donna, un uomo e un bambino possono ancora essere simbolo di un’umanità oggi in via di estinzione.

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