Aspettando Tenet: Dunkirk

“Al culmine della crisi, sull’orlo dell’annientamento, Sopravvivere è già una vittoria.”

Silenzio, strade deserte e una pioggia leggera di carta, che si abbatte lungo un quieto pomeriggio nella cittadina di Dunkerque. Sono volantini, quei fogli di carta, che sembrano volersi prendere tutto il tempo del mondo prima di toccare terra – o le mani di un soldato che cammina in quell’assordante desolazione. Sopra, su inchiostro stampato, una verità che sa di minaccia, tre parole che formano il destino di quel soldato e di tanti suoi compagni inglesi, costretti su quel fazzoletto di terra così lontano eppure così vicino dalla loro patria. “We Surround You”, vi circondiamo. Il nemico è alle spalle, davanti c’è l’acqua del canale della Manica, intorno ogni elemento sembra essere ostile a quel soldato. L’aria, la terra, il mare. La Germania ha invaso la Polonia, le forze di Hitler hanno già toccato Belgio, Lussemburgo e infine la Francia. È la guerra, quella che il soldato tiene in mano, è la guerra quella stampata su quel pezzo di carta. Vi circondiamo e non c’è via d’uscita, vi circondiamo e vi prenderemo, vi circondiamo e in Inghilterra non tornerete mai più.
Tre soluzioni davanti a quel soldato: una via aria grazie all’aviazione che respinge i soldati nemici, una via terra grazie alle trincee e al molo che tocca la terza, quella via mare, l’unica che sembra poter dare una speranza di sopravvivenza a quegli uomini sulla riva, in bilico tra morte e salvezza. I soldati sono quattrocentomila, l’anno il 1940, i giri sull’orologio di Christopher Nolan solo 107, i battiti del cuore impossibili da contare.

Non c’è spazio per i potenti nella pellicola di Christopher Nolan, né per abili strategie militari: Dunkirk” vola verso il basso, non si innalza ma si sporca di sabbia e sangue, si bagna fino ad annegare e sta addosso solo ai soldati, che finiscono ben presto per essere compagni di uno spettatore letteralmente incatenato alla riva. Il nemico non c’è mai, è sempre alle spalle, reale tanto quanto invisibile. Di lui sentiamo il rumore degli spari, l’assordante rimbombo del motore degli aerei, l’affondo delle bombe nell’acqua. Lo vediamo solo negli occhi terrorizzati di Kenneth Branagh, che dalla punta del molo traghetta i suoi soldati verso una speranza di salvezza e nel frattempo su quella battigia ci butta lo spettatore, sempre più uno di loro, sempre più angosciato dalla paura e confortato da quei pochi attimi di sollievo che il film concede. Mai come in Dunkirk lo spettatore entra all’interno di un vero e proprio viaggio emotivo che rende il film un’esperienza sensoriale a tutto tondo, che passa per lo stomaco prima ancora che per gli occhi e, cosa ancora più sorprendente, in modo del tutto naturale e affatto forzato. Al punto che la Grande Guerra, la vittoria della strategia, la sconfitta militare sembrano quasi non contare più niente né per il regista né per lo spettatore. Conta solo l’uomo, la speranza di poter sopravvivere, quel ticchettio sull’orologio, quel tempo inesorabile che scorre assottigliando le possibilità di salvezza.

Il tempo rimane nonostante tutto protagonista, e la grande ossessione di Nolan riesce anche questa volta ad infilarsi nelle pieghe della narrazione. Un orologio diverso per ogni elemento, così come era anche per le dimensioni oniriche di “Inception”. In barca si viaggia per un giorno, in aereo per un’ora, sul molo si rimane una settimana. Tre tempi diversi che si intrecciano riuscendo a dilatare e comprimere un’unità di misura universale che nella dimensione filmica diventa come sempre, nelle mani di Christopher Nolan, nient’altro che un’illusione che aumenta la diversa percezione del protagonista così come dello spettatore. Eppure, mentre in “Inception” così come in “Interstellar” il tempo era materia illusoria che alimentava l’irreale, in Dunkirk anche lui scende di nuovo a terra e diventa strumento di realismo, che il regista utilizza per inglobare ancora di più lo spettatore all’interno di quella sensazione claustrofobica che riesce perfettamente e ha del miracoloso, se si pensa alla pellicola IMAX e allo spazio visivo che, al contrario, il regista è disposto a concedere.

È paradossale quanto innegabile il fatto che Dunkirk riesca a rendere claustrofobico quello che, in realtà, è uno dei film più ‘spaziosi’ di Christopher Nolan. Girato in pellicola IMAX per quasi tutta la sua durata (con la difficoltà aggiuntiva di ottenere un suono in presa diretta, che ha costretto le scene più parlate ad essere girate in 70mm), Dunkirk concede visivamente uno spazio enorme allo spettatore, che Nolan sembra riuscire a maneggiare con una maestria che forse, con questo suo penultimo lavoro, ha raggiunto davvero i suoi massimi livelli. Ne è ulteriore dimostrazione l’esigua durata, che non toglie nulla alla narrazione ma al contrario riesce a condensarla rendendola perfettamente fruibile. Ogni inquadratura è pensata in spazio e in tempo, ogni istante del film sembra essere ragionato, ogni goccia d’acqua, ogni refolo d’aria, ogni granello di sabbia ha una precisa angolazione che comunica perfettamente con ogni elemento, dalla splendida fotografia di Hoyte van Hoytema alla musica di Hans Zimmer, che accompagna di ticchettio in ticchettio l’intera narrazione infilandosi nella testa e nel cuore del protagonista. Nolan riesce ad orchestrare ogni minimo dettaglio e ogni componente della sua orchestra raggiunge, grazie a questa perfetta macchinazione, uno stato di grazia che rende ogni elemento del film tecnicamente inappuntabile.

Non fanno eccezione le performance, dal già citato Kenneth Branagh (una delle vere sorprese del film) a Tom Hardy (il vero protagonista del film) fino a Cillian Murphy, più abituati a lavorare accanto al regista. Grazie a loro Nolan riesce a sintetizzare un cinema spettacolare ma essenziale allo stesso tempo, puro, che si nutre di grandi inquadrature tanto quanto delle espressioni dei suoi protagonisti. Perché Dunkirk, in fondo, è tutta lì, negli occhi di chi guarda un nemico invisibile e ci regala un’esperienza indimenticabile in cui ogni ticchettio riesce a comunicare qualcosa, fino a lasciarci esausti su una spiaggia, stremati ma grati di aver toccato quella riva.

Con Dunkirk, il regista Christopher Nolan sintetizza il suo linguaggio riuscendo a condurci attraverso un viaggio profondamente umano, che nonostante tutto si fregia di tecnica e una consapevolezza registica al massimo della loro espressione. Ogni caratteristica tipica del cinema del regista britannico, dall’ossessione per il tempo alla cifra emotiva del suo racconto, riescono così grazie alla storia del salvataggio di Dunkerque ad eccellere in ogni forma restituendoci un pellicola a cui è difficile, se non impossibile, trovare un vero difetto.

Riccardo Coloris

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