Il contagio della solidarietà

“Il contagio è un’infezione della nostra rete di relazioni. (…) Ormai non mi interesso di niente altro. Altri eventi continuano ad accadere nel mondo, sono importanti e le notizie li riportano, ma io non le guardo neppure. (…) Come le api e il vento portano in giro il polline, noi portiamo in giro le nostre inquietudini e i nostri patogeni.”

Paolo Giordano, Nel contagio, Giulio Einaudi Editore, Le collezioni del corriere della sera, n. 1 del 26 marzo 2020

Carissime amiche e cari amici, non finirò mai di ringraziare chi mi ha fatto notare che il mio articolo “Una strategia per il futuro: solidarietà versus cooperazione tra pari” gli è risultato alquanto “criptico”, poiché “fa uso – cito dal suo messaggio – di un linguaggio degno di (miei) colleghi relatori ad un congresso. Ma per un analfabeta (neanche di ritorno) risulta ostico trarre delle conclusioni”. Mi permetto quindi di tornare sullo stesso argomento cercando di esplicitare meglio le conclusioni, non prima però di avere rimarcato come tutto il contenuto del mio articolo fosse sintetizzato nel titolo e nell’aforisma (che ripropongo):

«Un giorno le nazioni d’Europa potrebbero essere pronte a unire le loro identità nazionali per creare una nuova nazione europea: gli Stati Uniti D’Europa. Se e quando ciò dovesse accadere, un Governo Europeo avrà le stesse funzioni che ha oggi il Governo Federale negli Stati Uniti d’America o in Canada o in Australia. Ciò comporterà la creazione di una “piena unione economica e monetaria”. Ma è un errore insidioso quello di credere che l’Unione Economica e Monetaria possa precedere l’unione politica o agire come (nelle parole del Libro Bianco) “una sostanza in grado di favorire lo sviluppo di un’unione politica della quale non potrà fare a meno nel lungo periodo”. Ora, qualora la creazione di un’Unione monetaria e il controllo Comunitario dei bilanci nazionali generassero pressioni da provocare il crollo dell’intero sistema, così facendo si comprometterebbe lo sviluppo di un’unione politica anziché promuoverlo».

N. Kaldor, Gli effetti dinamici di un Mercato Comune, New Statesman, 12 marzo 1971, riprodotto in «Further Essays on Applied Economics», Duckworth, London 1978, p. 206 (traduzione di Giovanni Gozzoli).

La lettera della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen (su Repubblica di giovedì 2 aprile) è tutta incentrata sul concetto di «solidarietà», che sola “può farci riemergere da questa crisi”. Dopo aver ribadito la necessità “di dar vita a un grande programma comune e condiviso di sostegno e di rilancio della nostra economia” (intendendo quella europea), il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella sua risposta sottolinea che “Solo se avremo coraggio, se guarderemo davvero il futuro con gli occhi della solidarietà e non con il filtro degli egoismi, potremo ricordare il 2020 non come l’anno del fallimento del sogno europeo ma della sua rinascita” (Repubblica di venerdì 3 aprile). Egli fa un passo avanti rispetto a Ursula von der Leyen, ponendo al centro del suo intervento il concetto di «condivisione» al posto di quello della «solidarietà».

Ribadisco, il termine «solidarietà» è ambiguo e si presta a diverse interpretazioni. Intesa quale pietas, solidarietà è la carità che si elargisce ad uno povero che la chiede, cosi come appartengono alla solidarietà gli aiuti economici dei Paesi avanzati nei confronti di quei 650 milioni di persone che vivono in “povertà estrema”, ovvero con meno di 1,90 dollari al giorno: si tratta in entrambi i casi di gesti solidali che consentono di lenire il problema, ma non di risolverlo. Allo stesso modo, nei giorni della pandemia, appartengono alla solidarietà gli aiuti umanitari ricevuti dal nostro paese da Albania, Cina, Cuba, Egitto, Russia, Stati Uniti e diversi Paesi europei. Infine, in senso ancora più ampio, è solidarietà lo stanziamento di fondi da parte della BCE in favore dell’Italia. Gesti umanitari che tuttavia non vanno nella direzione di favorire ciò che i Padri fondatori dell’Europa ritenevano necessario, vale a dire la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, ovvero di una entità sovranazionale, per intenderci sul tipo degli Stati Uniti, dotata delle istituzioni e dei poteri necessari per porre in essere le stesse regole democratiche che debbono valere per tutti.

Prima ancora che la Seconda Guerra mondiale terminasse (era da poco iniziata e durerà ancora per 4 anni), John Maynard Keynes, il più grande tra gli economisti del Secolo scorso, lanciava l’idea di un “Sistema monetario internazionale del dopoguerra” (8 settembre 1941). Tre mesi dopo, illustrava le sue “Proposte per un’Unione monetaria internazionale” (15 dicembre 1941).[1] Passato alla storia come il “Piano di Keynes”, esso non era incentrato sulla «solidarietà», bensì sulla «cooperazione», o più precisamente sul concetto di «cooperazione internazionale tra pari». La cooperazione, infatti, è l’antitesi del bilateralismo, ovvero di quell’ottica in base alla quale chi si ritiene più “forte” cerca di imporre al più “debole” le sue condizioni. «Cooperazione tra pari» significa invece che non ci si sono né forti, né deboli, ma solo “persone” e/o “Stati”, aventi tutti gli stessi diritti (e gli stessi doveri).

Nel luglio del 1944 Keynes presenterà il suo Piano alla Conferenza Internazionale di Bretton Woods, Conferenza alla quale parteciparono i 730 delegati delle 44 nazioni alleate uscite vincitrici dalla guerra. Allo scopo di contrastare le svalutazioni competitive, il suo Piano prevedeva la creazione di una moneta unica, il «bancor», che sarebbe stata gestita da una Banca Mondiale, affiancata da un Fondo Monetario Internazionale, avente il compito di gestire una sorta di «cassa di compensazione» tra i paesi creditori e quelli debitori. Alla fine delle tre settimane di dibattiti, rigettando il Piano di Keynes incentrato sulla “cooperazione internazionale tra pari” il suo antagonista Harry Dexter White, in rappresentanza degli Stati Uniti, riuscì a far prevalere l’ottica della supremazia statunitense a scapito dell’interesse collettivo. [2]

Dal sistema di regole e procedure dei cosiddetti Accordi di Bretton Woods emerse infatti un sistema di cambi fissi tra le monete incentrato sul dollaro statunitense (ancorato all’oro) quale moneta accettata per i pagamenti negli scambi internazionali. Venne accolta la proposta di Keynes di istituire una Banca Mondiale, alla quale però fu affidato il compito di avviare uno studio sistematico sullo sviluppo economico e sulla povertà a livello globale, e la creazione di un Fondo Monetario Internazionale allo scopo di aiutare i Paesi in difficoltà nell’interscambio commerciale, attraverso la concessione di prestiti e, nel caso, concordando con gli stessi l’entità di una svalutazione della loro moneta. Grazie poi alla loro “solidarietà”, gli Stati Uniti concederanno ai paesi europei il loro “aiuto per la ricostruzione” con il cosiddetto Piano Marshall.

Dal momento che alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti erano un paese “creditore” negli scambi internazionali (esportavano più di quanto non importassero), in base a quegli Accordi essi avrebbero lucrato l’equivalente dell’oro (i loro stessi dollari convertibili) dai paesi “debitori”, principalmente quelli europei. Nel frattempo, però, sono accaduti due fatti molto importanti: da un lato, il mondo è stato invaso da una enorme quantità di dollari, sia nella forma degli “eurodollari” (dollari circolanti in Europa), sia di “petrodollari” (dollari posseduti dai paesi produttori di petrolio) e, dall’altro, in conseguenza della loro politica espansionistica (leggi guerra nel Vietnam) e preferendo inoltre rifornirsi di petrolio dai paesi arabi, gli Stati Uniti da paese “creditore” sono diventati un grande paese “debitore” (e continuano ad esserlo tuttora). E fu così che, quando nella tarda primavera del 1971 il Presidente francese De Gaulle minacciò di chiedere agli USA la conversione in oro dei dollari posseduti, il 15 agosto di quello stesso anno il Presidente Nixon dichiarò l’inconvertibilità del dollaro in oro, facendo crollare tutta l’impalcatura del loro piano basato sulla “solidarietà”.

Cos’ha da insegnare questa pagina di storia, che con gli Accordi di Bretton Woods ha retto le sorti degli scambi internazionali per un quarto di secolo, se la rapportiamo al contesto europeo?

Essa insegna innanzitutto che, nemmeno un anno dopo, esattamente il 21 marzo 1972, nell’intento di contrastare le svalutazioni competitive seguite al crollo del sistema dei cambi fissi e allo scopo di ridurre la variabilità dei tassi di cambio al loro interno, i Paesi dell’allora Comunità Economica Europea, con il Serpente Monetario Europeo stipularono il primo accordo di contenimento dei tassi di cambio. Sette anni dopo, verrà sottoscritto l’accordo del Sistema Monetario Europeo, che resterà in vigore fino alla fissazione irrevocabile dei tassi di cambio avvenuta il 31 dicembre 1998 cui ha fatto seguito l’approvazione dell’Unione Economica e Monetaria e l’introduzione dell’euro quale moneta unica. Pertanto, nel contesto degli scambi con le altre monete, l’euro è una valuta, mentre all’interno dei paesi dell’Eurozona agisce come un sistema di cambi fissi, un sistema che possiede il vantaggio di eliminare la speculazione sulle singole monete, ma che per funzionare richiederebbe, come bene prevedeva il Piano di Keynes, la presenza di un «meccanismo automatico di compensazione». Ciò in quanto, con l’«euro», un paese come la Germania, che esporta gran parte dei suoi prodotti all’interno dell’Unione Europea, lucra di fatto un duplice vantaggio: a) di non vedere rivalutata la propria moneta e b) di accumulare un credito nei confronti dei paesi debitori che, se reinvestito in quegli stessi paesi, accresce il suo potere economico nei confronti degli stessi.

Segue da tutto ciò che i paesi della UE, ma soprattutto i 19 paesi dell’Eurozona dovrebbero impegnarsi ─ come già nel 1971 ebbe a preconizzare Kaldor nell’articolo citato nell’aforisma ─ a dare vita ad una vera e propria “integrazione fiscale”, ovvero “la creazione di un Governo comunitario e di un Parlamento che si (facessero) carico almeno della maggior parte della spesa pianificata dai governi nazionali, finanziandola attraverso imposizioni riscosse in tutta la Comunità con tassi uniformi”. Attualmente, come non cessa di ribadire il politologo Sergio Fabbrini nei suoi editoriali domenicali su Il Sole 24 Ore[3], l’Unione Europea si regge su una “strategia intergovernativa”, che si “propone di rafforzare e razionalizzare l’ordine politico ed economico esistente”.

Non si capisce infatti quale sia la logica di una “moneta unica” circolante all’interno di un certo numero di paesi dotati di sistemi fiscali differenti (che consentono ad alcuni Paesi, come l’Olanda e il Lussemburgo, ma anche l’Irlanda del Nord di lucrare su tali differenze fiscali), con tassi di interesse differenti (leggi “spread”), forti avanzi commerciali nei confronti degli altri paesi (come nel caso della Germania) e, soprattutto, aventi una concezione del “debito” in quanto “peccato”, tipica della tradizione “protestante” (nella lingua tedesca lo stesso termine possiede entrambi i significati).

Continuando con la logica della “solidarietà” e quindi in un’ottica “bilaterale”, i paesi “creditori” impongono le loro condizioni ai paesi “debitori” (e in quanto tali “peccatori”): quella stessa logica che ha portato all’implosione il sistema di Bretton Woods, e che rischia prima o poi di accadere anche ai 19 paesi che hanno adottato l’euro, vale a dire l’Eurozona, e con essa l’Unione Europea, rimasta in 27 paesi dopo la Brexit.

A meno che, seduti tutti assieme attorno ad un tavolo, ossia assumendo un’ottica di “cooperazione tra pari” (e non basata sulla “solidarietà”), non si decida di approvare un nuovo Trattato europeo che preveda il passaggio ad una forma “politica” di tipo Federale, quanto meno all’interno dell’Eurozona.

E’ più chiaro, ora?

Alessandria, 4 aprile 2020

 Bruno Soro

  1. L’evoluzione delle idee di Keynes che hanno portato alla proposta contenuta nel “Piano di Keynes”, sono raccolte nei sette capitoli di un prezioso libro: J.M. Keynes, Moneta Internazionale. Un piano per la libertà del commercio e il disarmo finanziario, ilSaggiatore, Milano 2016.
  2. Le vicende della Conferenza di Bretton Woods, del contrasto tra il delegato USA Harry Dexter White e John Maynard Keynes in merito alla nascita del nuovo ordine mondiale sono raccontate nel bel libro di Benn Steil, La battaglia di Bretton Woods, Donzelli Editore, Roma 2015. Il 21 aprile 1946, domenica di Pasqua, e a soli due mesi di distanza dall’ultima e deludente trattativa condotta con gli Stati Uniti, John Maynard Keynes morirà a Firle, nel Sussex in Inghilterra, all’età di sessantatré anni.
  3. Sergio Fabbrini, autore dell’editoriale “La strategia per il futuro nei giorni più difficili”, Il Sole 24 Ore, domenica 22 marzo è professore di Scienza Politica e Relazioni Internazionali della LUISS di Roma.

GlossariETTO – Lessico economico (essenziale) ai tempi del virus

http://www.cittafutura.al.it/sito/glossarietto-lessico-economico-essenziale-ai-tempi-del-virus/

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