Due popoli in due Stati. Ora o mai più.

Deve pur esserci una via preferenziale per giungere alla pace in Palestina. E’ quasi inconcepibile che un popolo con un suo radicamento storico a Gerusalemme e dintorni non riesca ad essere accettato nel mellifluo mondo arabo. Praticamente da metà Ottocento, a più riprese, sono arrivate ondate successive di fuoriusciti, soprattutto europei, che – dopo la prima guerra mondiale in forza della “Dichiarazione di Balfour” (1) – hanno fatto di tutto per rendere la Terrasanta una realtà nuova, religiosamente connotata ma, sostanzialmente, aperta e democratica. Ciò che rese ancor più appetibile la terra di Abramo fu la possibilità di crearsi una vita libera, per milioni di ebrei, dopo la “shoah” cioè dopo lo sterminio nazista. Fino al secondo dopoguerra si realizzò una specie di convivenza che, di fatto, continuava la tranquilla coabitazione di secoli. Il “no” netto alla proposta di una divisione fra aree di influenza ebraiche e arabe portò al conflitto del 1948 che, purtroppo, periodicamente viene rispolverato. Per motivi differenti si concretizzò nel 1956, poi del 1967 e, infine , nel settembre del 1973. Il 7 di ottobre di cinquant’anni dopo si ripropone di nuovo una situazione drammatica. aggravata da una serie di fatti prima  non presenti. Prima di tutto la scarsa reattività del sistema militare e di polizia israeliano, nonostante gli avvisi ricevuti – nelle 48 ore precedenti all’attacco – da diverse fonti, tra cui l’intelligence egiziana. Poi la virulenza, la ferocia, la cattiveria, la criminalità vera e propria che ha caratterizzato le azioni militari dei militanti di Hamas (milizie di vario genere federatesi insieme con la copertura dell’Iran degli Ayathollah).  Infine la trasformazione da scontro bellico vero e proprio in una gigantesca operazione di razzia violenta con uccisioni, latrocinii, pestaggi, stupri, omicidi di bambini e vecchi, assolutamente al di fuori delle regole di guerra successive alla Convenzione di Ginevra. Un fatto nuovo, drammatico e violento , che va a complicare una situazione già difficile.

Le parole del già ambasciatore in Italia Dror Eydar, rilasciate a più giornali e riprese nella serata di ieri (11 ottobre)  dalla trasmissione di Rai Radio Uno “Zapping”, fanno capire a che punto siamo arrivati: “ ….Voi non vi rendete bene conto di cosa è successo…sparavano a tutto ciò che si muoveva, bruciavano case e auto, seminavano terrore e, alla fine portavano via ostaggi”…”…hanno denudato ragazze per esibirle come trofeo, insanguinate e piene di lividi…il tutto fra lo sghignazzamento generale…come se si trattasse di un rodeo, di una corrida, di una danza macabra…maledetti schifosi”.

Una fotografia del livello di insofferenza e di odio che, in questi ultimi cinquat’anni, si è alimentato di paure, di “marcatura di confini”, di ostacoli veri o presunti sulla strada di una vera pace.

Che ci disse Itzhak Rabin?

Allo scopo di capire qualcosa di più e di fare mente locale su cosa sta succedendo, riprendiamo velocemente il pensiero di uno degli artefici degli accordi di Oslo, sicuramente uomo di pace che, meritatamente, ha ricevuto il premio Nobel per il suo operato. Rabin nacque nel 1922 già in Palestina, ha sempre svolto attività in ambito militare raggiungendo i massimi gradi concessi dal sistema israeliano. E’ presente e attivo ancora con gli Inglesi in Terrasanta, si fa più volte arrestare per attività di sostegno alla causa ebraica, partecipa alle guerre del 1948 e del 1956 ed è fra i principali teorici della blitz krieg, con Moshe Dayan, nel  1967. Poi la sua carriera politica che, più volte – anche per le conoscenze maturate in campo avverso – lo hanno portato a concepire l’inconcepibile: un solo Stato (di nome Palestina) per tutti, a prescindere da religioni, provenienze, stato sociale o altro. Una utopia che, purtroppo , resterà tale.                                                                                                  Ciò che rese straordinario Rabin fu anche la sua determinazione nel  cambiamento. Come ministro della Difesa israeliano dal 1984 al 1990, ha imposto dure misure ai Palestinesi che vivevano nei territori occupati da Israele e ha represso le proteste violente, non tanto per castigare qualcuno o qualcosa ma , semplicemente, perché faceva di tutto per cambiare anche il sistema di vita dei Palestinesi di lingua araba, poco inclini a “cambiamenti” di vita. Evitava comunque in tutti i modi l’uso delle maniere forti, rispondendo a coloni e oppositori israeliani che volevano il “pugno duro” : “Cosa vorresti che facessimo? Ucciderli?”                            Per Rabin mantenere l’ordine era una necessità giuridica e politica, ma ridurre al minimo la perdita di vite umane era anche un imperativo morale. Usare la forza non letale era per lui l’approccio giusto. Purtroppo nel Novantacinque dello scorso secolo questa perla d’uomo è stata stadicata dall’orbe terracqueo e, anche per quell’omicidio, oggi ci troviamo in situazioni estreme.

Con il passare del tempo, Rabin arrivò alla conclusione che la sola forza non avrebbe avuto successo. Arrivò a considerare essenziali anche gli incentivi politici ed economici, sempre in vista di un “cambiamento equo e per tutti”. E nel suo secondo mandato come primo ministro, accettò l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come partner negoziale nonostante la storia di conclamato terrorismo di quella organizzazione. Arrivò, così, agli accordi di Oslo del 1993 e del 1995 che stabilirono un percorso volto a realizzare una sempre maggiore autonomia politica per i palestinesi.

Come sappiamo, gli accordi di Oslo non furono mai pienamente attuati. Rabin fu assassinato, i successivi tentativi di negoziare la pace fallirono, Arafat (l’altro rappresentante palestinese artefice della pace) morì e non si materializzò nessuno Stato nuovo a fianco di Israele.

Tutto ciò è stato di una strema rilevanza e ha provocato più di una divisione nel mondo arabo. E’ di una decina di anni fa la svolta diplomatica tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. I governi arabi, motivati dalla minaccia iraniana e dal desiderio di accesso alla tecnologia israeliana e alle armi statunitensi, decisero – infatti –  di non permettere che l’irrisolta questione palestinese si frapponesse tra loro e le normali relazioni con Israele. Altri stati arabi alla fine hanno fatto più o meno lo stesso.

La reazione palestinese – a questo che i più radicali, ora sostenitori di Hamas, ritengono un “tradimento” –  è stata deludente. La maggior parte dei palestinesi è, di fatto, impreparata ad accettare che il percorso verso un proprio Stato non passi attraverso la Lega Araba o le Nazioni Unite o addirittura Washington DC, ma piuttosto attraverso colloqui diretti con Israele.

E così, mentre gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata continuavano ad espandersi, la questione si è complicata sempre più. Si discute di annessioni definitive di nuove porzioni di West Bank, trasformando le città palestinesi di Ramallah, Jenin, Gerico etc. in isole autonome contornate da presenze israeliane sempre più strutturate. Ecco, in questa operazione di accerchiamento e svilimento progressivo gli israeliani avrebbero dovuto imparare da Rabin. Il grande e compianto statista credeva, infatti,  che Israele dovesse rimanere ebraico e democratico ed era ben cosciente della necessità di due popoli in due Stati, vista l’impossibilità dell’opzione unitaria vera. Le uniche alternative (a due Stati separati) potrebbero portare all’inserimento dei Palestinesi in Israele come cittadini a tutti gli effetti (ponendo così fine al carattere ebraico di Israele), o negare ai palestinesi il diritto di voto (ponendo così fine al carattere democratico di Israele).

Per molte buone ragioni Rabin rifiutò entrambe le alternative. Ed ora, proprio di fronte allo scempio di questi giorni, non ci sarebbe modo migliore per onorare la sua eredità che rilanciare un processo diplomatico finalizzato alla creazione di due stati separati che vivano fianco a fianco in pace.

Ma non tutti la pensano come Dror Eydar

Per esempio Gideon Levy ricostruisce il contesto e le cause  senza le quali non è possibile spiegare gli atroci fatti di questi giorni (2)

Il suo editoriale, scritto ancora sotto choc per i fatti e le immagini di cui è stato testimone, non esita ad andare oltre la rabbia, provando a ragionare un pochino: “Dietro tutto quello che è successo, l’arroganza israeliana. Pensavamo che ci fosse permesso fare qualsiasi cosa, che non avremmo mai pagato un prezzo o saremmo stati puniti per questo.

Continuiamo senza confusione. Arrestiamo, uccidiamo, maltrattiamo, derubiamo, proteggiamo i coloni massacrati, visitiamo la Tomba di Giuseppe, la Tomba di Otniel e l’Altare di Yeshua, tutto nei territori palestinesi, e ovviamente visitiamo il Monte del Tempio con più di 5.000 ebrei ‘sul trono’.

Spariamo a persone innocenti, caviamo loro gli occhi e spacchiamo loro la faccia, li deportiamo, confischiamo le loro terre, li saccheggiamo, li rapiamo dai loro letti, effettuiamo la pulizia etnica, continuiamo anche l’irragionevole blocco di Gaza, e tutto andrà bene”  . E va avanti nella sua critica che è, sostanzialmente , una critica a trent’anni di politica “chiusa” da parte di Israele: “Costruiamo un’enorme barriera attorno alla Striscia di Gaza, la sua struttura sotterranea costa tre miliardi di shekel e pensiamo di essere al sicuro. Ci affidiamo ai geni dell’Unità 8200 e agli agenti dello Shin Bet che sanno tutto e ci avviseranno al momento opportuno.

Stiamo spostando metà dell’esercito dall’enclave di Gaza all’enclave di Huwara solo per garantire le celebrazioni del trono dei coloni, e tutto andrà bene, sia a Huwara che a Erez.” E poi la stoccata finale: “Alcune centinaia di combattenti palestinesi hanno dimostrato che è impossibile imprigionare due milioni di persone per sempre, senza pagare un prezzo elevato. Proprio come ieri il vecchio bulldozer palestinese fumante ha demolito il muro, il più avanzato di tutti i muri e le recinzioni, ha anche strappato di dosso il mantello dell’arroganza e dell’indifferenza israeliana.  (…) Ieri già parlavano di spazzare via interi quartieri di Gaza, di occupare la Striscia di Gaza e di punire Gaza “come non è mai stata punita prima”. Ma Israele punisce Gaza dal 1948, senza fermarsi un attimo.  (…) Ora dobbiamo piangere amaramente per le vittime israeliane. Ma dobbiamo piangere anche per Gaza. Gaza, la cui popolazione è composta principalmente da rifugiati creati da Israele; Gaza, che non ha conosciuto un solo giorno di pace”.  In fondo Levy non fa altro che riprendere quanto già più volte detto e scritto dai migliori storici e analisti politici di Israele: è impossibile continuare ad arginare un popolo vivace e operoso in bantustan deprimenti con regole assurde riguardanti le libertà individuali…”Ad un certo punto tutto questo potrebbe ritornare a nostro danno”.  Ed ora siamo esattamente in mezzo al guado più volte paventato.

Altre risposte dal Rettore di Siena e da Amnesty international

Come era prevedibile alle – comprensibili – reazioni di sdegno si sono man mano aggiunteanche valutazioni più fredde della situazione. La lega Araba ha “gentilmente” invitato il governo Netaniyau, anche nella sua nuova configurazione “allargata”, a non invadere Gaza, evitando di coinvolgere tutta la popolazione in un nuovo massacro più dettato dalla vendetta che da altro così come si esprimono in modo cauto il prof. Montanari Rettore all’Università di Siena e la dott.ssa Bello, responsabile Amnesty int. Italia.

Inizia il Rettore con una domanda retorica, da cui fa discendere una articolata analisi.

“Con chi stai? Con chi ti schieri? Di fronte all’estrema violenza di questa nuova, ennesima fiammata di un conflitto infinito, mi fa paura la cecità di chi, qua, risponde con eguale violenza, seppure verbale”.  E prova a dare una risposta…”Mi schiero con i morti, con i feriti, con le famiglie israeliane che hanno un figlio preso in ostaggio, con le famiglie palestinesi che aspettano la rappresaglia che le cancellerà.

Come ha scritto sabato 8 ottobre il giornalista israeliano Haggai Matar (972mag.com/gaza-attack-co…), «il terrore che gli israeliani stanno sentendo in questo momento, me compreso, è un frammento di ciò che i palestinesi hanno sentito per anni».

Riapro Apeirogon – il forte romanzo di Colum Mac Cann, i cui protagonisti sono due padri, uno israeliano e uno palestinese, che si incontrano e diventano amici avendo avuto ciascuno un figlio ucciso dai combattenti dell’altro popolo: una storia vera –, e leggo: «Rumi, il poeta, il sufi, ha detto una cosa che non dimenticherò mai: “Al di là del giusto e dello sbagliato c’è un campo: ci incontreremo lì”. Avevamo ragione e torto e ci siamo incontrati in un campo. Ci siamo resi conto che volevamo ucciderci a vicenda per ottenere la stessa cosa, la pace e la sicurezza. Immaginate che ironia, è pazzesco».” E l’analisi continua con durezza anche su altri aspetti…”   Penso alla violenza folle di un’organizzazione militare, sorretta da un orribile regime teocratico, che dice di voler difendere il suo popolo: facendolo massacrare. Penso alla violenza folle di uno stato che si dice democratico, e che pratica una segregazione così crudele da spingere i suoi vicini a scegliere tra una morte rapida e una lenta.

Penso che «non c’è una soluzione militare al problema di Israele con Gaza, né alla resistenza che naturalmente emerge come risposta all’apartheid violento» (ancora Matar). 

E, per ultima, la bella lettera di Amnesty international

La forma è quella della lettera, il destinatario è il Ministro degli esteri e l’appello non lascia adito a dubbi….

Oggetto: appello di Amnesty International Italia in vista della riunione d’emergenza sui recenti scontri in Israele e nei Territori palestinesi occupati

“Egregio Signor Ministro, in vista della riunione d’emergenza sugli spaventosi eventi che si stanno verificando in Israele e nei Territori palestinesi occupati, sono a scriverle a nome di Amnesty International Italia per esprimerle la nostra più profonda preoccupazione per le gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e i crimini di guerra che stanno commettendo tutte le parti in conflitto.” (…) “Le azioni che l’Unione europea e i suoi Stati membri intraprenderanno nelle prossime ore avranno conseguenze significative per la vita di milioni di palestinesi ed israeliani, e saranno cruciali per stabilire il ruolo dell’Unione europea come attore imparziale, impegnato nella tutela dei diritti umani. Oggi, i leader dell’Unione europea saranno chiamati a decidere se agire in conformità al proprio impegno a difendere il diritto umanitario internazionale e i diritti umani, o applicare odiosi doppi standard che minano il diritto internazionale.”  Montanari mantiene una fiducia ferrea nelle potenzialità della diplomazia europea che, sinceramente, non vediamo ma…lo speriamo…potrebbe avere ragione ad insistere. La lettera continua, poi con riferimento alle cifre del massacro in corso… Infatti,  secondo i dati ufficiali, dal 7 ottobre sarebbero state uccise almeno 1200 persone in Israele e 900 persone nella Striscia di Gaza, mentre i feriti ammonterebbero a circa 2.700 in Israele e a 3.800 nella Striscia di Gaza. E, ricordiamocelo… molte di queste vittime sono – ancora una volta – civili.  “Questa crisi – continua la lettera –  non è scoppiata all’improvviso. Al contrario, è frutto di decenni di violazioni e crimini contro l’umanità commessi sia da Israele sia dai gruppi armati e dalle forze di sicurezza palestinesi, e di un pervasivo clima di impunità, che ha delegittimato la fiducia nel diritto internazionale, lasciando spazio ad attacchi incessanti da parte delle autorità israeliane, che hanno cancellato intere famiglie a Gaza, e alla violenza senza precedenti contro i civili di Israele a cui stiamo assistendo in questi giorni. “ (…)  “Sin dall’insediamento dell’attuale Governo israeliano, l’Unione europea ha rilasciato ripetute dichiarazioni esprimendo preoccupazione per i crimini commessi dalle autorità israeliane, chiedendo di porre fine alla spirale di violenza, ma senza mai menzionare il diritto dei palestinesi alla sicurezza o annunciare misure volte a fermare o rivedere la cooperazione con Israele” (…)  “Siamo quindi profondamente sconcertati dal fatto che un commissario dell’Unione europea e alcuni Stati membri abbiano annunciato la sospensione degli aiuti ai palestinesi – un atto gravemente irresponsabile che, in un momento in cui l’assistenza umanitaria è più urgente che mai, può comportare conseguenze disastrose e gravi rischi per i diritti umani dei palestinesi. Abbiamo accolto con favore le dichiarazioni dell’Alto rappresentante, di alcuni commissari e di alcuni Stati membri in opposizione a questa proposta, ma siamo tuttavia costernati dal fatto che le dichiarazioni ufficiali dell’Unione europea e di alcuni Stati membri non vadano in tal senso.”

La lettera, oltre tutto, suggerisce “percorsi virtuosi” che potrebbero riaprire vie, viali e viuzze che…chissà…potrebbero anche portare a qualche soluzione… “Pertanto, nel dare una risposta a questa grave crisi, siamo a chiedere all’Unione europea di:

  • Garantire che l’Unione europea e gli Stati membri continueranno a fornire assistenza umanitaria ai Territori palestinesi occupati, assicurando una risposta adeguata rispetto agli attacchi di questi giorni. Ciò è ancor più importante alla luce delle dichiarazioni israeliane di voler procedere a un assedio totale di Gaza, già estremamente provata dagli effetti devastanti di 16 anni di blocco illegale da parte di Israele. L’Unione europea deve astenersi da qualunque azione che posa legittimare – anche indirettamente – il blocco di Gaza da parte di Israele e le conseguenti violazioni contro i civili.

 

  • Invitare tutte le parti a rispettare il diritto internazionale umanitario e, in particolare, i divieti di attacchi contro civili ed obiettivi civili, di attacchi indiscriminati e sproporzionati, di punizioni collettive, di presa di ostaggi e di rapimento di civili, che possono costituire crimini internazionali. I civili rapiti devono essere rilasciati immediatamente e tutti i prigionieri devono essere trattati umanamente, in conformità con il diritto internazionale.
  • Sollecitare Israele affinché assicuri cibo, forniture mediche, aiuti umanitari ed elettricità per tutti i residenti di Gaza, e sottolineare che la punizione collettiva inflitta dalle autorità israeliane nei confronti della popolazione di Gaza costituisce un crimine di guerra.
  • Sostenere inequivocabilmente e incondizionatamente il lavoro della Corte Penale Internazionale, che nel 2021 ha aperto un’indagine sulla situazione nello Stato di Palestina. (3 h).

(…) Gli stati membri dell’Unione europea devono chiedere ad Israele di collaborare e facilitare il lavoro della Corte Penale Internazionale, consentendo l’accesso dei funzionari nei Territori palestinesi occupati e in territorio israeliano per condurre le proprie indagini. (…) “Inoltre, gli stati membri devono garantire adeguati finanziamenti alla Corte per garantire la possibilità di condurre pienamente le proprie indagini.

  • Astenersi dal fornire armi a tutti gli attori del conflitto e chiedere agli altri Stati di fare altrettanto. Gli orrori a cui gli israeliani hanno assistito negli ultimi giorni e l’oppressione, la violenza e l’espropriazione che i palestinesi subiscono da più di 70 anni sono il risultato di decenni di politiche fallimentari, che hanno portato a una disumanizzazione reciproca delle parti del conflitto. “ (4)

Che dire di più? Autorevoli esponenti e rappresentanti di significative associazioni si sono espresse, come pure la lega Araba (e, in modo plenario o per singoli Stati, pure l’assemblea dell’ONU) ora sta a Israele azzeccare la prossima mossa. Una volta consegnati gli ostaggi e ripristinata la situazione precedente la strage, riavviare immediatamente contatti tra le parti che portino aalla definizione chiara dei due Stati sulla linea acquisita dopo il 1973, facendo di Gerusalemme la capitale di due Stati, con tutto quanto ne consegue. Il passo successivo sarà quello di normalizzare i rapporti fra i due Stati, potenziarne le collaborazioni, avviando una nuova stagione di pace… Utopia?…no. Così avredde detto e scritto Itzhak Rabin.

.1. La dichiarazione di Balfour. https://www.britannica.com/event/Balfour-Declaration

.2. Gideon Levy: “Israele punisce i palestinesi dal 1948, senza fermarsi un attimo”   Haaretz.  10 ottobre 2023.               Gideon Levy (ebraico: גדעון לוי; nato il 2 giugno 1953) è un giornalista e autore israeliano. Levy scrive articoli d’opinione e una rubrica settimanale per il quotidiano Haaretz che spesso si concentrano sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Levy ha vinto premi per i suoi articoli sui diritti umani nei territori occupati da Israele. Nel 2021 ha vinto il massimo premio israeliano per il giornalismo, il Premio Sokolov.

.3.  Tommaso  Montanari ’ attualmente Rettore presso l’Università per Stranieri di Siena. Dopo aver frequentato il liceo classico Dante della sua città natale, ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa dove è stato allievo di Paola Barocchi. Si è laureato nel 1994 in Lettere Moderne e ha conseguito nel 1998 il perfezionamento in Discipline storico-artistiche. È professore ordinario di Storia dell’Arte moderna all’Università per stranieri di Siena, dopo aver insegnato all’Università della Tuscia, a Roma Tor Vergata e alla Federico II di Napoli.

È stato docente d’arte europea dell’età barocca. È presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti del Ministero per i Beni Culturali (cui appartiene per nomina del Consiglio Universitario Nazionale). È membro del Comitato scientifico degli Uffizi. È membro della redazione della rivista scientifica Prospettiva, nonché membro della giuria del Premio Sila.  Scrive su Il Fatto Quotidiano, e su Il Venerdì di Repubblica tiene la rubrica Ora d’Arte.

Ha scritto anche sul Corriere del Mezzogiorno; dal novembre 2014 all’agosto 2018 su la Repubblica, sul cui sito ha tenuto il blog Articolo 9. Fino al 2013 ha scritto anche per il Corriere Fiorentino, il dorso locale del Corriere della Sera, col quale ha interrotto la collaborazione per incompatibilità con «la linea del giornale» (dalla lettera del direttore Paolo Ermini pubblicata per esteso da Montanari in Cassandra muta).  La rottura è stata causata dalla pubblicazione di un capitolo assai critico nei confronti dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi nel libro Le pietre e il popolo (2013).

Il 17 settembre 2018 ha inaugurato una rubrica settimanale, titolata Le pietre e il popolo, su Il Fatto Quotidiano del lunedì, per il quale è tornato a collaborare, riaprendo il suo blog. Tra il giugno 2015 e il giugno 2018 ha anche tenuto un blog sulla versione italiana de L’Huffington Post. Tema privilegiato della sua pubblicistica è la denuncia del degrado e dell’incuria in cui versa il patrimonio artistico e storico italiano, a cui Montanari aggiunge un nuovo tema: il suo sfruttamento economico e commerciale, riservato a una nicchia ben collaudata di formidabili poteri opachi. La reazione di Montanari è quella di opporre un nuovo sguardo alle arti, riconoscendone la loro funzione di civilizzazione da mettere a disposizione del pubblico più vasto.

Nell’ottobre del 2015 ha ricevuto il Premio Verde Ambiente 2015. Il suo libro L’ora d’arte ha vinto il Premio De Sanctis per il saggio breve (2021). Scrive sul «Fatto quotidiano». Sul «Venerdì di Repubblica» tiene la rubrica Ora d’arte. Per Rai Cultura ha ideato, curato e condotto le serie televisive La libertà di Bernini (8 puntate,); La vera natura di Caravaggio (12 puntate); I silenzi di Vermeer (4 puntate);  Velázquez. L’ombra della vita (4 puntate); Gli abissi di Tiepolo (4 puntate).

.4.  Ileana Bello Direttrice Generale Amnesty International Italia

 

 

 

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