I fatti di Gaza e il pensiero debole di Galli della Loggia

      – 1. Lo storico ed editorialista Ernesto Galli della Loggia, ha pubblicato un articolo,[1] intitolato Scomode verità dalla Palestina, davvero difficile da inquadrare. Il cui senso generale sembra essere una veemente chiamata alle armi in difesa di Israele e una altrettanto veemente polemica contro tutti coloro che, invece di mettersi sull’attenti e rispondere alla chiamata, si attardano troppo a cercare di capire cosa sia avvenuto e perché. Coloro che finiscono per farsi delle domande complicate e magari indeboliscono così le loro più primitive ed elementari reazioni di fronte ai fatti di Gaza del 7 ottobre. Dice, infatti, in apertura lo storico arruolato: «C’è un solo gruppo di persone più spregevole dei terroristi di ogni risma e colore: sono quelli che qui in Occidente ne prendono più o meno apertamente le parti giustificandone di fatto le imprese sanguinarie. E facendolo sempre più o meno nel solito modo: con il dire che sì, certo, i mezzi adoperati dai terroristi non sono proprio i migliori ma come si fa a non considerare la situazione degli oppressi nel cui nome essi agiscono? La loro rabbia, la loro disperazione? E quali altri mezzi hanno i suddetti oppressi se non per l’appunto quelli sia pure molto discutibili del terrorismo?». La chiusa dell’articolo è esattamente dello stesso tenore: «[…] con la sua selvaggia sete di sangue questo terrorismo vuole in realtà una cosa sola […]: la distruzione di Israele, la pura e semplice eliminazione dello Stato ebraico e dei sui abitanti, la cancellazione di entrambi dalla faccia della terra. E chi qui in Italia cerca di trovare qualche motivo non spregevole alle azioni di Hamas, chi oggi è pronto a stracciarsi le vesti di fronte alla reazione israeliana, deve sapere che in realtà anche lui, ne sia cosciente o no, si prefigge la medesima cosa». Parole di uno che ha alzato troppo il gomito? Vaneggiamenti di cui non sarebbe neppure il caso di occuparsi? Il fatto è che si tratta di uno stile di pensiero che in questi giorni sta dilagando e vien riprodotto quasi come una fotocopia dai media principali, dai cosiddetti opinion leader e dai partecipanti ai talk show. Uno stile di pensiero che merita forse un serio esame e qualche confutazione.

      – 2. Il taglio dell’invettiva di Galli della Loggia (oltre che volgarmente propagandistico) è prettamente da discorso morale e mira a individuare una responsabilità oggettiva che coinvolgerebbe allo stesso modo tutti coloro che appena hanno dei dubbi, che esitano, che osano fare qualche critica alla politica di Israele, insieme a coloro che scendono in Piazza per la causa palestinese, magari anche inneggiando per Hamas. Anche se questi ultimi mi risulta siano davvero pochi. Messa la cosa in questi termini, questa chiamata di correità finisce per accomunare e appiattire tutti i malcapitati obiettori niente meno che sulle posizioni e sulle pratiche estreme di Hamas. Se in questo momento così grave mi pongo qualche problema su quel che sta succedendo a Gaza, sulla questione palestinese o sulla politica di Israele, e magari sulla proporzionalità della reazione israeliana, ecco che le mie mani grondano di sangue, eccomi trasformato in uno stupratore e tagliagole di innocenti.

      Siccome credo che la maggioranza delle persone sia portata a cercare di capire, che avere dei dubbi non sia un reato, consegnare ad Hamas tutti coloro che tendono a riflettere è un buon modo per rimanere da soli e questo credo Galli della Loggia lo abbia messo in conto. Ma lo stesso rischio lo corre Israele quando chiede una solidarietà incondizionata. Per fortuna, pare che, proprio in Israele, si sia ormai aperto da tempo un aspro dibattito autocritico verso la politica di Netanyahu. Di questo dibattito si dà ampio conto nel numero 3/2023 di Limes, significativamente titolato Israele contro Israele. Tutta gente che vuole la cancellazione di Israele?

      – 3. Al momento di passare dall’invettiva all’analisi, il nostro storico si adopera in una serie di disquisizioni, peraltro assai vaghe e discutibili, sulla questione del terrorismo. Come se in discussione, oggi, nel nostro Paese, fosse proprio la questione dello strumento terrorismo e non piuttosto la mancata soluzione della questione palestinese che sta lì dal 1948.[2] Una forma di strabismo davvero sconcertante. Ma seguiamo pure Galli della Loggia.

      In un passaggio davvero sorprendente afferma che: «[…] c’è terrorismo e terrorismo — lo capisce chiunque, infatti, […] un conto è piazzare una bomba in una stazione di polizia, un altro ben diverso è stuprare una donna o freddare un bambino». Queste purtroppo sono ahimè chiacchiere da osteria. Da senso comune, volendo esser generosi. Il terrorismo come strumento di lotta politica ha una sua precisa definizione giuridica, politologica e militare che prescinde dal maggiore o minore ribrezzo morale che gli atti specifici dei terroristi possono suscitare. Sfido Galli della Loggia a fare una graduatoria dell’orrore, se sia peggio, come modello terroristico, il Bataclan, le Torri gemelle, buttare gas in metropolitana, lanciare un camion a tutta velocità in un viale affollato o il massacro degli abitanti dei kibbuz intorno a Gaza.

      Il terrorista compie gli atti che sono alla sua portata che sono in grado di terrorizzare un determinato target di popolazione. Più ci facciamo terrorizzare, più inorridiamo, più l’obiettivo del terrorista è raggiunto. Certo, ci sono delle organizzazioni terroristiche che seguono un qualche codice nelle loro azioni ma, se lo fanno, lo fanno in base alla loro politica, alla loro ideologia e ai loro interessi e così via. Hamas evidentemente non contempla nel suo codice la salvaguardia dei civili. Ma non lo fa neppure Putin, tanto per fare un esempio del tutto casuale. Poi ci sarebbe da considerare che la definizione del terrorismo oggi si mescola sempre più con quello della guerra non convenzionale o guerra ibrida.  Quello che è successo a Bucha è operazione speciale, guerra convenzionale, guerra ibrida, terrorismo, terrorismo di Stato o crimine di guerra? E il rapimento sistematico dei bambini del nemico dove lo mettiamo, sulla scala delle atrocità?

      Se vogliamo fare delle analisi e non delle chiacchiere, dovremmo mettere tra parentesi le reazioni emotive della prima ora e le indignazioni gratuite. Ma Galli della Loggia lancia la pietra, evoca le donne e i bambini, il sangue e le gole tagliate, si accontenta dell’effetto retorico ed emotivo e poi passa ad altro.

      – 4. A questo punto Galli della Loggia ritiene doveroso ricordare ai fiancheggiatori della causa palestinese (gruppo assai vago in verità) quelle che, secondo lui, sono una serie di verità sul terrorismo. Il suo nobile scopo è distogliere i filo palestinesi nostrani dal terrorismo. In questo modo tuttavia istituisce immediatamente un’equivalenza tra i fiancheggiatori della causa palestinese e gli ammiratori e propugnatori del metodo terroristico. Dimentica che io posso ben essere fiancheggiatore della causa palestinese mandando magari medicine e aiuti umanitari a Gaza, senza per questo condividere minimamente i metodi terroristici. Posso criticare la politica di Netanyahu senza per questo voler cancellare Israele. Per Galli della Loggia sostenere in qualsiasi modo la causa palestinese equivale a sostenere il terrorismo. Come dire che tutti i Palestinesi sono terroristi. E questo lo dirà chiaro in un esplicito passaggio verso la fine dell’articolo.

      Le preziose verità sul terrorismo di Galli della Loggia sono piuttosto banali e sicuramente condivisibili. Ad esempio quando dice che: «[…] nessuna campagna terroristica per quanto feroce essa fosse è mai riuscita non solo a sconfiggere militarmente uno Stato ma neppure a fargli cambiare radicalmente indirizzo politico». Va bene. Ma chi lo dice che i terroristi vogliano sempre sconfiggere militarmente uno Stato? Di solito i terroristi ricorrono al terrorismo proprio perché non hanno alcuna possibilità di vincere sul piano militare. Le campagne terroristiche possono ben avere degli altri scopi. Spesso ahimè raggiungono fin troppo bene i loro obiettivi non militari. Risparmio poi al lettore di riportare le considerazioni di Galli della Loggia sul terrorismo irlandese, che sarebbe stato in un certo senso “proporzionato” e avrebbe avuto anche conseguenze positive.

      L’altra verità sul terrorismo – che in realtà è solo una specificazione della precedente – è che «Nessuna persona sana di mente, infatti, può pensare di sconfiggere militarmente con il terrorismo lo Stato ebraico». Ci risiamo. Come fa Galli della Loggia a sapere che quelli di Hamas con la loro azione avevano lo scopo di sconfiggere militarmente Israele?[3] Potrebbero avere avuto altri scopi che Galli della Loggia non prende neanche in considerazione. Poiché l’Autore si rivolge a coloro che fiancheggiano la causa palestinese in Italia, è davvero difficile pensare che in Italia ci sia qualcuno che pensa di eliminare Israele con il terrorismo di Hamas. Si consoli Galli della Loggia: è assai probabile che neppure Hamas pensi di sconfiggere Israele col terrorismo. Comunque è alquanto buffo che Galli della Loggia disquisisca sull’efficacia del metodo terroristico per indurre a prendere le distanze da Hamas. Se il terrorismo nella storia fosse stato almeno qualche volta efficace, sarebbe forse un buon motivo per utilizzarlo?

      – 5. Ma la chiave del pensiero debole di Galli della Loggia si trova, circa a metà del suo articolo, dove dice: «In realtà coloro che qui da noi giustificano in qualche modo le azioni sanguinarie di Hamas trovandovi delle «ragioni» (ma nella storia ogni efferatezza può vantare delle «ragioni»: dai roghi delle streghe agli omicidi di massa ordinati da Stalin) dovrebbero comunque porsi una domanda: a che cosa mira quel terrorismo, qual è il suo obiettivo, il suo fine politico? Questo è il punto cruciale, dal momento che sta precisamente nell’impossibilità di dare a tale domanda una risposta minimamente plausibile e ragionevole che l’impresa di Hamas rivela la sua essenza vera: la barbarica volontà di strage, della strage più feroce possibile e fine a se stessa che la anima».

      Secondo lo storico Galli della Loggia, l’atto terroristico di Hamas sarebbe dunque inspiegabile. Se è inspiegabile, direbbe La Palice, allora è inutile cercare delle spiegazioni. La strage sarebbe allora «fine a se stessa». Qui, su questo punto, come modesto cultore della disciplina storica quale mi ritengo, mentre leggevo ho davvero sussultato. Qui manca proprio l’abbici. Qui mi pare sia proprio necessario tirare in ballo alcune elementari distinzioni di ordine metodologico e filosofico che dovrebbero oltretutto essere familiari anche e soprattutto a uno storico. Un conto è l’assoluzione o la condanna morale di fatti, avvenimenti, personaggi o singole scelte. Un altro conto è la spiegazione storica che ha di mira solo la verità storica e non va assolutamente mai confusa con la giustificazione morale (o con la condanna morale). Le considerazioni morali, piaccia o non piaccia, non c’entrano davvero nulla con la verità storica. Anche se il possesso eventuale di una verità storica consolidata può permetterci di esprimere più accuratamente – quando ne sia il caso – i nostri giudizi morali e politici.

      – 6. Come ammette anche Galli della Loggia, ogni efferatezza nella storia può vantare delle “ragioni”. Verissimo. Il compito dello storico è proprio quello evidenziare queste ragioni, anche se non le condivide. Qui non si tratta evidentemente di “ragioni” accertabili con l’uso di discipline hard, come la fisica, la geografia, la demografia, l’economia o quant’altro. La scelta di Hamas di procedere con questa sua operazione sciagurata è evidentemente una scelta politica.

      Le scelte politiche – spiegava Popper – possono essere intese soltanto grazie alla logica della situazione.[4] Si deve cioè cercare di ricostruire la situazione del decisore, ricostruendo quali siano le componenti situazionali che hanno determinato quella scelta. Nell’ambito della situazione è ovviamente coinvolto anche il decisore. Se il decisore è un pazzo, allora la decisione sarà situazionalmente determinata dalla sua pazzia. Se è un sadico, sarà il sadismo. Occorre tuttavia guardarsi bene dal ricorso esclusivo alla psicologizzazione o alla riduzione delle scelte agli istinti animali. O a invocare l’intervento del male assoluto nella storia. Raramente un attore è completamente pazzo o completamente determinato dalla sua psicologia malata o dai suoi istinti bestiali. Se poi si tratta di un attore collettivo, organizzato e dotato di una precisa ideologia, come Hamas, la situazione entro la quale ha preso quella decisione rientrerà nel campo politico di una situazione con molti altri attori dello stesso tipo. Vada Galli della Loggia almeno a fare una visita su Wikipedia, alla voce “Hamas”, dove scoprirà, ad esempio, che Hamas fin dal suo inizio ha organizzato numerosi ed efficienti servizi sociali a Gaza, che Hamas ha vinto le elezioni a Gaza nel 2006, che è il maggiore competitore di Fatah (OLP) nella rappresentanza politica del popolo palestinese, che ha ramificazioni all’estero, con tanto di alleanze e di politica estera, che gode di finanziamenti internazionali. Scoprirà che Fatah di Abu Mazen non ha più convocato le regolari elezioni in Palestina perché ha paura di perdere un’altra volta. Come si fa a dire con sicurezza che quella di Hamas è stata una scelta «fine a se stessa»?

      – 7. Ecco dunque il corto circuito del pensiero debole di Galli della Loggia. Egli sostiene che nel caso di Gaza, di fronte alla domanda «[…] a che cosa mira quel terrorismo, qual è il suo obiettivo, il suo fine politico?» ci troviamo «[…] nell’impossibilità di dare a tale domanda una risposta minimamente plausibile e ragionevole». Secondo Galli della Loggia, questa di Gaza sarebbe dunque una situazione in cui nessuna spiegazione dotata di qualche logica è possibile. È interessante il fatto che per Galli della Loggia, l’inspiegabilità della situazione sarebbe oggettiva e non dovuta alla nostra (o alla sua) mancanza di informazioni o alla nostra (o alla sua) ignoranza, al fatto, magari, che abbiamo studiato troppo poco il caso. In teoria lo storico dovrebbe sempre credere (tra i suoi assunti di sfondo) alla intelligibilità della storia. Se diamo spazio al non intelligibile allora possiamo anche darci all’irrazionalismo o al misticismo.[5]

      Se non ci sono risposte, allora la conseguenza è che non resta che adeguarsi a una sorta di riduzione animalesca di Hamas. Saremmo di fronte al diavolo incarnato, al male assoluto. Così, per Galli della Loggia: «[…] l’impresa di Hamas rivela la sua essenza vera: la barbarica volontà di strage, della strage più feroce possibile e fine a se stessa che la anima». Insomma, ci par di capire che quelli di Hamas si sono svegliati un bel mattino e hanno detto: «Vista la nostra ferocia e la nostra sete di sangue, che corrispondono alla nostra intrinseca essenza di creature malvage, grazie agli appoggi internazionali di cui godiamo, ci addestriamo in segreto per un paio d’anni per andare efficacemente a tagliare le gole dei nostri vicini. Senza riguardo per alcuno, vecchi, donne, bambini. Così faremo una grande orgia sanguinosa e saremo finalmente soddisfatti. Molti di noi alla fine ci lasceranno la pelle ma ne sarà proprio valsa la pena!». Insomma, un branco di psicopatici sadici intenti a celebrare i loro rituali, omicidi e suicidi.

      – 8. La narrazione di Galli della Loggia è palesemente pretestuosa e assurda. Perché allora tutto questo ambaradan scritturale da parte di Galli della Loggia? Che sia anch’esso «fine a se stesso?». Tanto rumore per nulla? Qui mi permetto di avanzare una mia personale interpretazione circa le segrete intenzioni che costellano il pensiero, ahimè davvero debole, dell’Autore in questione. Mi pare l’unica spiegazione plausibile. Galli della Loggia (e così quelli che la pensano e reagiscono come lui) ha paura che un eccesso di spiegazioni fattuali induca a un eccesso di giustificazioni morali e dunque conduca alla attenuazione della condanna morale nei confronti di Hamas. Ha una paura folle che dall’esame della storia e dalla considerazione rigorosa di fatti passati e presenti possano nascere delle attenuanti. Se conosciamo la storia che sta dietro, magari dal 1948 ai giorni nostri, allora rischiamo di non odiare abbastanza Hamas e, soprattutto, rischiamo di non schierarci abbastanza fermamente dalla parte di Israele. Hamas cesserebbe così di essere il male assoluto, l’insensato, l’inspiegabile, l’indicibile. Lo dico dunque qui con chiarezza: questo articolo non è l’articolo di uno storico ma è oggettivamente l’articolo di un seminatore di odio. Di uno che, oltretutto, fa un pessimo servizio alla causa che difende così ciecamente.

      – 9. In realtà, nel corpo dell’articolo, l’Autore parzialmente si smentisce (ahimè la coerenza non è di questo mondo!) perché poi, un poco di soppiatto, una spiegazione della scelta di Hamas vien fuori. Dice, infatti, Galli della Loggia: «[…] in realtà l’obiettivo che si propone il terrorismo di Hamas non è altro che quello di eccitare allo spasimo in senso ancor più antagonistico contro Israele tutta la massa arabo-islamica, dall’Asia centrale all’Atlantico, e — dando per scontata la dura reazione della stessa Israele — di vanificare qualunque tentativo di stabilire un minimo di relazioni pacifiche tra lo Stato ebraico e qualunque Stato islamico, nonché naturalmente lo scopo di rendere impossibile qualunque soluzione del contenzioso israelo-palestinese». Questa, con qualche necessaria precisazione e articolazione in più, sarebbe una spiegazione del tutto sensata, che ci restituisce Hamas come un attore politico del tutto comprensibile nel contesto medio orientale attuale. Certamente non si può concordare con un simile progetto, ma avrebbe una sua logica. Si tratta questa oltretutto di un’analisi che è stata suggerita da molti studiosi e da molti commentatori documentati, analitici e riflessivi. Forse proprio per questo Galli della Loggia ha voluto far di suo, ha tentato di fare l’originale e così ha fatto il classico uovo fuori dalla cavagna.

      – 10. Ma non basta. Onde tenere ben separato Hamas dal contesto nel quale ha agito e agisce, e quindi onde scacciare ogni tentativo di spiegazione del gesto di Hamas sulla base delle attuali condizioni di Gaza e della Palestina, sulla base cioè di una situazione ben precisa, afferma Galli della Loggia: «La verità, insomma, è che l’aspirazione dei palestinesi a una patria, le misere condizioni dell’esistenza a Gaza o l’inconsulto ampliamento degli insediamenti ebraici, insomma la «questione palestinese» nei suoi termini reali, non c’entrano assolutamente nulla con il terrorismo di Hamas». Ma guarda un po’. Chissà perché i Palestinesi a Gaza nel 2006 hanno votato per Hamas per più del 40%. Forse erano già allora tutti terroristi nichilisti, ansiosi di farsi esplodere per raggiungere al più presto il paradiso. Chiunque studi appena decentemente la storia della questione palestinese non potrà non riconoscere che la prospettiva jihadista di Hamas ha preso piede proprio in seguito al fallimento della prospettiva laica e nazionale dell’OLP.[6] Evidentemente chi ha cercato in ogni modo di far fallire la prospettiva laica e nazionale – e cioè Israele, ovvero la destra israeliana di Netanyahu, se si vuol essere più precisi – si trova ora a dover fare i conti con la prospettiva jihadista. E i jihadisti fanno il loro sporco mestiere. Hamas faceva davvero comodo a Israele, fintanto che questa indeboliva l’OLP. Adesso è diventata il male assoluto da sterminare. Anche questa è una scomoda verità, che però a Galli della Loggia non interessa.

      – 11. Dopo avere castigato come terroristi tutti i fiancheggiatori della causa palestinese, e tutti gli eventuali dubbiosi o critici delle politiche di Israele, finalmente Galli della Loggia ci rivela quel che pensa dei palestinesi stessi. Afferma l’articolista: «Si perpetua così la maledizione che da sempre grava sul movimento palestinese: la sua incapacità, tranne qualche brevissimo ripensamento, di concepire nessun altro strumento di lotta che non sia la violenza. E di conseguenza, dietro la faccia feroce, la sua intima fragilità politica, il suo perpetuo cedimento al ricatto dell’estremismo, quindi la sua oggettiva disponibilità a divenire facile strumento di qualunque Stato che per i propri scopi abbia interesse ad alimentare la tensione nella regione. Neppure un secolo di continui, sanguinosi fallimenti a causa della permanente disparità delle forze in campo sembra aver insegnato nulla ai palestinesi circa l’inutilità di una simile strada. Circa la necessità di avere alla propria testa una vera leadership all’altezza della situazione, non già una congrega di politicanti corrotti com’è la cosiddetta Autorità Palestinese, ovvero una qualche banda di tagliagola prezzolata da Teheran o dal Qatar».

      I palestinesi sarebbero dunque, evidentemente per loro natura, incapaci «di concepire nessun altro strumento di lotta che non sia la violenza». Sempre disposti a vendersi e a essere strumentalizzati. Corrotti e incapaci di darsi dei leader all’altezza. All’altezza, evidentemente, di obbedire senza protestare, collaborando volenterosamente con il colonialismo sionista israeliano. Queste sarebbero, secondo Galli della Loggia, le scomode verità dalla Palestina, per conoscere le quali occorreva proprio uno storico del suo calibro. Decisamente imbarazzante. Se questi davvero sono i palestinesi, secondo l’Autore, lasciamo immaginare quale trattamento Israele dovrebbe finalmente e giustamente riservare loro. Forse ce lo spiegherà in un suo prossimo articolo.

Giuseppe Rinaldi (18/10/2023)

Sito: https://finestrerotte.blogspot.it/

 

OPERE CITATE

1994 Popper, Karl R., The Mith of the Framework. In defence of the Science and Rationality, Routledge & Kegan Paul Ltd, London.  Tr. it.: Il mito della cornice. Difesa della razionalità della scienza, Il Mulino, Bologna, 1995

NOTE

[1] Sul Corriere della Sera del 15/10/2023.

[2] Sono passati 75 anni. Chi scrive non era ancora nato.

[3] È vero che Hamas non riconosce Israele e ha nel suo statuto proprio la distruzione di Israele. Ma questo non significa che l’attacco di Gaza del 7 ottobre avesse esattamente questo scopo.

[4] Cfr. Popper 1994: 223 e seguenti.

[5] Galli della Loggia, dato il mestiere che fa, dovrebbe conoscere bene un aspetto del dibattito metodologico che gli studiosi hanno intrattenuto a proposito della Shoà. Ci sono coloro che hanno sostenuto che la Shoà fosse una fatto inspiegabile, inenarrabile, indicibile. Nonostante questa assolutizzazione della Shoà, gli storici coscienziosi e fiduciosi nel loro mestiere sono andati avanti, hanno cumulato documenti, spiegazioni parziali varie e ora siamo in grado di avere un quadro che certo non è definitivo (nessun quadro è mai definitivo) ma che ci permette di conoscere una verità attendibile (che taluni peraltro vorrebbero negare). Se sull’onda emotiva, quello commesso da Hamas lo definiamo come inspiegabile, indicibile e compagnia bella, non facciamo che ripercorre un dejà vu che è quanto di più lontano ci sia dalla disciplina storica.

[6] Hamas è un’organizzazione jihadista  che nasce a Gaza nel 1987. Nel 1993 sono stati stipulati gli Accordi di Oslo. Sarà proprio il progressivo fallimento dell’applicazione degli Accordi di Oslo a facilitare la crescita di Hamas a Gaza. Galli della Loggia farebbe bene a domandarsi i motivi per cui gli Accordi di Oslo sono stati disapplicati.

 

 

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3 Commenti

  1. E SE LA GUERRA NON FOSSE LO STRUMENTO PIU’ IDONEO PER RISOLVERE IL CONFLITGTO ISRAELO/PALESTINESE?

    Leggo con la solita dovuta attenzione l’intervento dell’On. Raniero La Valle del 13 ottobre 2023 dal titolo “Piangere su Gerusalemme” pubblicato lo stesso giorno sul quotidiano on line Grotte.info.Quotidiano.
    Mi soffermo a riflettere sull’incipit del suddetto intervento dove l’Autore ci ricorda che Gesù Cristo quando entra a Gerusalemme con i suoi discepoli, quel giorno (che la nostra liturgia poi chiamerà Domenica delle Palme), la folla, così come ci dice l’Evangelista San Luca nel suo Vangelo (cap. 19), lo acclama e lo applaude dicendo:
    “Benedetto colui che viene,
    il re, nel nome del Signore.
    Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli”.
    Ma Gesù non si compiace affatto di questo successo di popolo che in corteo lo accompagna verso il Tempio. Anzi, nonostante gli applausi e gli osanna che la folla gli tributa, vedendo dall’alto la città di Gerusalemme, piange su di essa dicendo: “Gerusalemme, se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi…”
    Nonostante siano trascorsi duemila anni risuona ancora alle nostre orecchie il richiamo di Gesù alla città di Gerusalemme per il fatto di non aver “compreso cosa porta alla pace”. La pace! Un tema più che mai attuale in questi giorni: basti pensare alla tragedia che stanno vivendo Palestinesi e Israeliani.
    Ma cosa porta alla pace?
    E’ una domanda che esige una risposta scevra di ogni ambiguità. La risposta ce la fornisce lo stesso La Valle richiamando il filosofo spagnolo Raimundo Panikkar secondo cui “la pace non si raggiunge mai con la vittoria di uno dei due litiganti perché prima o poi il vinto risorge e si vendica”.
    Altrimenti detto: una pace duratura non si raggiungerà mai attraverso la vittoria di una delle due parti in conflitto a scapito dell’altra.
    E poiché la vittoria presuppone lo svolgimento di un conflitto, ci sia consentito affermare che:
    -la guerra non è la strada maestra che porta ad una pace duratura.
    -la pace fugge sia dal campo dei vincitori che dal campo dei vinti.
    Ma se escludiamo il ricorso alla guerra come potremo risolvere il conflitto israelo/palestinese e raggiungere una pace duratura?
    Ci insegna il Monaco del Mondo che:
    “LA PACE SI FA CON AGO E FILO,
    RICUCENDO LE FERITE,
    NELLA LABILE SPERANZA
    CHE POSSANO SMETTERE DI SANGUINARE”.
    Mettiamo quindi da parte bombe e cannoni e attrezziamo i contendenti di strumenti più umili quali sono ago e filo.
    Giuseppe Castronovo
    gcastronovo.blogspot.it

  2. Sono stupito dal condividere in toto la tua analisi. Di mio ci aggiungerei che, in un mondo in cui gli strumenti di “comunicazione manipolativa” di massa predominano, si punta a sfruttare i meccanismi dell’empatia emozionale per condizionare l’opinione pubblica. Un “opinionista” serio dovrebbe piuttosto utilizzare il meccanismo dell’empatia cognitiva che, anche se con notevole sforzo, permette di comprendere e ragionare sullo stato di un altro individuo (teoria della mente).

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