Il Sessantotto banalizzato

    – 1. Che ci siano ancora degli ingombri mentali nell’intraprendere una riflessione matura sul Sessantotto è evidente anche dall’incedere di questo cinquantenario. Tra un po’ sarà trascorso l’intero 2018 e il Sessantotto sembra completamente evaporato. Qualche articolo di memorie, qualche foto sui giornali, qualche rivista con i ricordi un po’ egocentrici di famosi protagonisti, qualche mostra di cimeli. Diciamolo pure chiaramente: il Sessantotto oggi non interessa a nessuno. Non interessa ai diretti protagonisti, perché la maggior parte di loro quel periodo l’ha elegantemente rimosso, non interessa a quelli che sono venuti dopo, perché lo considerano distante e incomprensibile. Non interessa neanche agli storici perché non si fa carriera studiando il Sessantotto. Tutto ciò fa sì che i pochi che oggi vogliano occuparsi del Sessantotto abbiano a disposizione una bibliografia costituita per lo più di una pletora di materiali mediocri. E il panorama non pare destinato a mutare. In compenso, accanto a pochissimi nuovi studi che hanno offerto un serio contributo di nuove conoscenze, sono comparsi svariati libelli di denigrazione, stravolgimento e banalizzazione. Nel proseguimento di questo articolo, ci occuperemo ampiamente di uno di questi.

     – 2. Mi permetto anzitutto di richiamare l’attenzione sul fatto che la banalizzazione, a dispetto del suo stesso nome, è in realtà una cosa molto seria. Scrivevo, in un mio saggio nel 2008 dedicato al rapporto tra memoria e storia, che tra le malattie della memoria possiamo annoverare – seguendo Todorov (2000) – la sacralizzazione e la banalizzazione. Aggiungevo quanto segue a mo’ di ulteriore approfondimento della questione: «La sacralizzazione comporta un isolamento radicale del ricordo che in tal modo può diventare assoluto. Si può parlare anche di assolutizzazione della memoria. Il termine “sacralizzazione” evoca proprio la differenza di qualità tra il sacro e il profano. Ciò che diventa sacro si ammanta di un’aura di valore che lo distingue da ogni altra cosa profana. Dopo che è stata operata una sacralizzazione, nessun altro fatto storico può essere comparato con quanto è stato sacralizzato. Spesso la sacralizzazione utilizza un linguaggio che evoca effettivamente tutto quanto è connesso con il sacro: si usano aggettivi come eccezionale, glorioso, inspiegabile, indicibile, incomprensibile, assoluto, radicale. Ciò che diventa sacro non viene più sottoposto ai normali procedimenti conoscitivi, ma diventa oggetto di complessi rituali che non possono altro che confermare la sacralità stessa dell’oggetto. Ciò che viene così sacralizzato finisce spesso per restare privo di una approfondita comprensione, diventa oggetto di fedeltà.

     La banalizzazione è invece l’atteggiamento esattamente opposto alla sacralizzazione. In questo caso la memoria assolutizzata, ma coltivata in forma assai superficiale, viene usata come paradigma, come riferimento, come lente di ingrandimento privilegiata per comprendere tutto il presente. Tutto il presente viene letto e interpretato alla luce di una specifica memoria del passato. Si tratta in altri termini di un’assimilazione abusiva del presente al passato. Esempi tipici sono l’attribuzione di nazismo a qualunque despota autoritario, come Saddam Hussein o come Milosevic. Così ha commentato Todorov (2000: 199) a questo proposito: “Dire che Putin, nuovo presidente russo, cammina sulle orme di Stalin impedisce di sapere chi era Stalin e chi sarà Putin”.

     In fondo la sacralizzazione produce un effetto d’incomparabilità, mentre la banalizzazione, all’opposto, autorizza comparazioni superficiali e a sproposito. Ma è abbastanza chiaro che più la sacralizzazione sarà forte, più sarà forte la tentazione di usare la sacra memoria come un paradigma universale da applicare a qualsivoglia situazione. E allora si scivola inevitabilmente dalla sacralizzazione alla banalizzazione. Sia la sacralizzazione, sia la banalizzazione si dimostrano assolutamente insensibili all’analisi e alla critica su base empirica. Contribuiscono a creare delle categorie dotate di grande valore e di grande generalità che ambiscono a diventare dei centri etici e cognitivi insieme capaci di interpretare e governare tutta l’esperienza. Utilissime scorciatoie per chi non ama il duro cammino del dubbio, della critica, dell’analisi e del confronto con i fatti, ma anche solide prigioni che costringono verso l’assenza di flessibilità, il pensiero unico, e la mente chiusa (Rokeach 1960)».[1]

     – 3. Sia Todorov sia il mio modesto scritto del 2008 avevano come orizzonte la memoria della shoah. Tuttavia, fatte le debite proporzioni, le osservazioni di metodo sopra riportate possono riferirsi a qualsiasi altro avvenimento e possono ben travalicare la memoria e riguardare anche gli usi e gli abusi della storia. Ebbene, se c’è un avvenimento che è stato ugualmente sacralizzato e banalizzato, nel senso di Todorov, questo è proprio il Sessantotto. Nel proseguimento di questo articolo prenderemo in esame quello che rappresenta, secondo noi, un caso esemplare di banalizzazione, con annessa – come si vedrà solo nel finale – inattesa sacralizzazione. Il caso cui si fa qui riferimento è l’instant book di Paolo Pombeni sul Sessantotto, uscito proprio all’inizio del cinquantennale e pubblicato da Il Mulino.[2] Dato che, a nostro modesto avviso, a questo volume dovrebbe essere conferita la palma del peggior contributo dell’anno alla riflessione sul Sessantotto, non varrebbe forse neppur la pena di occuparsene. Sennonché talvolta si può fare buon uso anche di libri veramente cattivi, come ha validamente sostenuto Wright Mills. Seguire nel dettaglio le banalizzazioni del Sessantotto prodotte in larga copia da Pombeni può avere un qualche salutare effetto, può servire per ripulire il campo da una serie di ostacoli che ingombrano tuttora la nostra comprensione del fenomeno stesso. Può anche servire a farci riaffezionare a una questione che forse per troppo tempo abbiamo considerato come una questione secondaria: la questione della verità.[3]

    – 4. Va anzitutto presa in considerazione la profonda genericità e ambiguità della domanda – «Che cosa resta del ’68?» – che intitola il volume di Pombeni. La domanda si colloca a un livello giornalistico – divulgativo, a livello del senso comune, e tradisce un certo intento polemico. Anzitutto sottintende un altro interrogativo più radicale: «Resta qualcosa?». Secondariamente, ci si chiede se quel che eventualmente resta sia buono o cattivo. Insomma, l’intento è quello di valutare l’intero evento alla luce di «quel che resta». Sarebbe come a dire: «Ora finalmente facciamo i conti». Ma c’è di più. Si dà per scontato che quel che resta sarà finalmente la rivelazione definitiva, costituirà l’esplicitazione della vera natura dell’oggetto considerato. Natura che, come ognun sa, continua a essere controversa e irrisolta. Curiosamente, coloro che si pongono una simile domanda ritengono, in qualche modo, che la stagione del Sessantotto non sia ancora del tutto conclusa.[4] E che, anzi, abbia finalmente bisogno di essere conclusa, appunto con un giudizio tombale irrefutabile: vediamo quel che resta e così sapremo quello che è stato. In questo preciso senso, c’è una querelle mai finita intorno al Sessantotto che è stata costantemente cavalcata dalla cultura politica della destra, secondo la quale una gran parte dei mali della società attuale sarebbero imputabili al Sessantotto. Il rovescio simmetrico di questa posizione è quella – peraltro del tutto minoritaria – che s’interroga ancora sull’attualità del Sessantotto.

     – 5. Per fortuna c’è un altro senso, forse un po’ più serio, in cui la domanda può esser posta e questo riguarda le conseguenze del Sessantotto. Si tratta tuttavia di una domanda ancor vaga, cui si può rispondere con diversi livelli di rigore. Al massimo livello di rigore, che poi è l’unico livello accettabile sul piano storiografico, si tratta di una domanda che implica un’analisi in termini di cause ed effetti e chiede di essere condotta sulla base di precise definizioni e di una esauriente documentazione. Il Sessantotto come causa va collegato, in tal caso, ai suoi effetti in termini di condizione necessaria e non soltanto in termini di condizione sufficiente. Si tratta, insomma, di utilizzare appieno la logica del metodo storico. Sono davvero pochi i ragionamenti che sono stati fatti sul Sessantotto in questa prospettiva.

     A un livello più blando di rigore, spesso ci si accontenta di interpretare certi aspetti del presente ricorrendo in forma retrospettiva al Sessantotto come variabile esplicativa, tirando in ballo qualche connessione disparata, in base a qualche teoria altrettanto disparata. Il fatto che si tratti di cattive o buone interpretazioni dipende in tal caso dalla qualità delle argomentazioni e delle teorie impiegate. E, solitamente, la loro qualità è piuttosto bassa. Se oggi gli allievi picchiano i professori, questo accade perché l’anti autoritarismo diffuso dal Sessantotto avrebbe screditato l’autorità. Se oggi c’è un elevato consumo “ricreativo” di droga, ciò sarebbe dovuto alla diffusione delle culture psichedeliche avvenuta nel Sessantotto. Ugualmente, il Sessantotto avrebbe minato l’unità della famiglia, avrebbe cancellato il senso della patria, cancellato la voglia di lavorare, e così via. Il Sessantotto può diventare, in altre parole, con qualche artifizio retorico, un comodo antecedente da cui dipendono tutti i mali del nostro presente.

     – 6. Pombeni non pare mostrare una gran sensibilità circa le implicazioni metodologiche della sua domanda e lo sviluppo del suo discorso si mantiene alquanto nel vago, sul filo del senso comune. Afferma solennemente l’Autore che: «A mezzo secolo di distanza è forse venuto il momento di tentare una prima valutazione […] di cosa resta di quel momento che è stato, lo si voglia o meno, storico. […] Lascerò da parte una puntuale ricostruzione […]. Mi accontenterò di esaminare l’eredità che lo scossone di quegli anni ha lasciato nel nostro paese».[5]

     Osserviamo subito che, dopo cinquant’anni, forse è un po’ riduttivo mettere in campo soltanto una prima valutazione. Forse ci meritavamo dopo tanto tempo una valutazione matura e fondata. Il fatto poi che l’Autore abbia deciso di lasciar da parte una puntuale ricostruzione desta intanto qualche sospetto e qualche interrogativo. Si può produrre una valutazione, seppure una prima valutazione, senza una preventiva e puntuale ricostruzione? Senza una previa interpretazione? Certo, ci si può rifare ad altri studi come fonte secondaria, ma allora bisognerebbe almeno citarli. Forse, proprio perché ritiene che il suo compito sia solo quello di una prima valutazione, Pombeni riesce a scrivere le sue 128 pagine senza mettere una nota. E pensare che qualcuno ha perfin sostenuto che i libri degli storici stanno nelle note.

     Pombeni dunque vorrebbe fare una prima valutazione del Sessantotto ed esaminarne l’eredità odierna lasciando da parte le ricostruzioni e le interpretazioni. Forse ha voluto risparmiarci entrambe le fatiche. Oppure – e questa è l’ipotesi più probabile – si appresta a ricostruire e a interpretare il suo oggetto proprio mentre formula la sua prima valutazione. Mentre ne evidenzia l’eredità odierna. Il risultato è costituito, purtroppo per noi, come si vedrà, da una serie di luoghi assai comuni. Trattasi cioè di banalizzazione, esattamente nel senso usato da Todorov.

     – 7. L’indifferenza mostrata nei confronti delle questioni metodologiche non poteva che produrre, fin dall’inizio, qualche serio problema. Pombeni ritiene che sia possibile valutare il Sessantotto accontentandosi di una definizione assai generica dell’oggetto e circoscrivendo il campo alla sola Italia. Infatti, nella sua esposizione, il contesto internazionale viene costantemente ignorato o mantenuto sullo sfondo. Se avesse titolato il suo saggio Cosa resta del Sessantotto italiano sarebbe stato più chiaro. In realtà il campo di riferimento delle sue osservazioni è sempre assai vago e, nella sua esposizione, scivola elegantemente, con un andirivieni continuo, dal Sessantotto italiano a quello europeo, o addirittura a quello globale, utilizzando tuttavia, costantemente, come caso paradigmatico quel che è accaduto in Italia.

     Purtroppo per Pombeni, pare oggi sia abbastanza acclarato invece che il Sessantotto italiano non possa affatto costituire un caso paradigmatico. Pare anzi che sia stato uno dei casi più anomali: per la sua durata (si è parlato di un “lungo Sessantotto” italiano), per il suo coinvolgimento delle masse operaie, per il suo carattere prevalentemente rosso sul piano ideologico, per la presenza della violenza organizzata che ha indotto lo sviluppo di formazioni terroristiche che ebbero perfino un qualche seguito di massa, per la presenza di una reazione feroce, sia della destra ufficiale sia di quella nera. Il Sessantotto italiano fu, infatti, sul punto di sconfinare in una sorta di guerra civile, com’è ampiamente testimoniato dalla cosiddetta strategia della tensione. Tutte queste notevoli specificità spesso rendono più proficuo studiare il Sessantotto italiano per differenza rispetto agli altri casi, piuttosto che per somiglianza.

     D’altro canto, è ormai abbastanza assodato che il Sessantotto in generale sia stato un fenomeno transnazionale. Del resto Pombeni stesso cita l’esempio parallelo delle Rivoluzioni del 1848 in Europa (cfr. oltre). Ebbene, il 1848 è stato un fenomeno transnazionale e sarebbe rischioso estrapolare uno dei moti locali rispetto a tutti gli altri. Già il classico studio di Ortoleva[6] aveva indicato che la strada per interpretare il Sessantotto fosse quella transnazionale. Oggi inoltre è in pieno sviluppo la storiografia transnazionale che sta trovando sempre più ampi campi di applicazione.[7] Ci sta dentro il 1848, ma anche e soprattutto il 1945, il 1968 e il 1989. Guarda caso questi fenomeni transnazionali sono spesso (seppure non necessariamente) indicati con il nome di un anno. Si tratta di fenomeni simultanei, che sono certamente tra loro legati ma che vanno ben oltre i confini nazionali, intorno al cui legame gli storici sono chiamati a produrre le loro ricostruzioni e interpretazioni. Ben due, tra i migliori volumi sul nostro argomento pubblicati quest’anno, hanno sottolineato il carattere transnazionale del Sessantotto e cioè Flores & Gozzini 2018 e Crainz & Al. 2018.

     – 8. Identificato questo limite di fondo del nostro libello, possiamo passare ora a esaminarnee l’Introduzione che abbastanza sorprendentemente è titolata: «1968: la seconda rivoluzione degli intellettuali?». È bene precisare – per chi non avesse letto il libro – che la prima rivoluzione degli intellettuali sarebbe stata quella del 1848. Anche se ciò non era compreso nel suo programma di lavoro, Pombeni ha dunque sentito qui il bisogno di dirci «che cosa è» secondo lui il Sessantotto. Anche se ha messo, ahimè, il punto interrogativo: un’interpretazione con il punto interrogativo purtroppo non è una vera interpretazione, bensì un’allusione, o al più un semplice sospetto. Pombeni comunque non è il primo ad avanzare un parallelo tra il 1968 e il 1848, cioè la Primavera dei popoli. La cosa non è nuova e in sé non è neppure una cattiva idea.[8] Purtroppo, dei due fenomeni comparati egli coglie solo il fatto che siano stati due rivoluzioni degli intellettuali. Facendo qualche sforzo in più, si sarebbero potuti trovare diversi altri tratti comuni degni di interesse. Non ultimo il fatto di essere stato il 1848 un moto contro un blocco oppressivo unificato e sovranazionale che aveva il nome di Restaurazione. I blocchi contro cui combatté il Sessantotto erano due ma non fa molta differenza. Di fronte alla tesi di una “seconda rivoluzione degli intellettuali” non si può comunque poi fare a meno di notare che in passato l’intervento degli intellettuali nelle rivoluzioni è stato davvero assai comune e non si capisce perché il Sessantotto dovrebbe essere solo la seconda rivoluzione degli intellettuali. È davvero difficile trovare una rivoluzione che non abbia avuto degli intellettuali in primo piano.

     – 9. È probabile – mancando del tutto la bibliografia possiamo solo azzardare delle ipotesi – che Pombeni abbia ricavato la sua tesi da un vecchio studio dello storico inglese Lewis Namier che porta appunto il titolo 1848: the Revolution of intellectuals.[9] Se così fosse, un Sessantotto qualificato come “seconda rivoluzione degli intellettuali” assumerebbe – seguendo ahimè la visione del 1848 di Namier – l’aspetto di una sconsiderata rivoluzione romantica, perpetrata da un ceto di astuti illusionisti, peraltro spesso anche ridicoli e pasticcioni, che sarebbe riuscita a trascinare masse prive di coscienza e impreparate in una serie di scontri radicali e violenti, di carattere avventuristico, che non hanno prodotto nulla di costruttivo.[10] Francamente, facciamo davvero fatica ad assimilare gli intellettuali continentali del 1848, cui a torto o ragione si riferiva Namier, agli intellettuali del Sessantotto. Il fatto è che il Sessantotto non aveva proprio più nulla a che fare con i processi di nation building con cui si confrontavano gli intellettuali di Namier. Simili processi erano ancora assai diffusi un secolo dopo, ma erano ormai concentrati presso le giovani nazioni del Terzo mondo e avevano quindi caratteri assai diversi.

     Volendo disquisire del rapporto tra il Sessantotto e i giovani studenti “intellettuali” che contestavano il mondo da cui provenivano e si davano alla militanza politica sarebbe parsa a noi assai più interessante la nota tesi sociologica usualmente adottata per interpretare il fenomeno dei narodniki, i giovani russi di fine Ottocento che si diedero alla militanza politica radicale. La società russa era così arretrata che i giovani istruiti e acculturati si sentivano privi di prospettive, sotto utilizzati, disadattati e anomici. La generazione dei giovani del Sessantotto era mediamente assai più istruita e acculturata delle generazioni precedenti ma questo fatto contrastava nettamente con le società bloccate a causa della Guerra fredda, sia a Est che a Ovest. I giovani del Sessantotto italiano, ad esempio, furono alquanto coscienti di questa loro condizione di scolarizzati superflui, di intellettuali disadattati, tanto che avevano elaborato una esplicita teoria della proletarizzazione dei lavoratori intellettuali che descriveva la loro situazione. Ma questa è solo una divagazione, per mostrare che, se proprio si voleva riflettere sulla questione degli intellettuali in rapporto al Sessantotto, c’erano altre strade.

     – 10. Quale che sia l’origine della sua teoria, Pombeni afferma comunque con sicurezza che «Il sessantotto fu molte cose, ma fu senz’altro in gran parte un’operazione intellettuale».[11] Si riferisce con ciò probabilmente ai giovani universitari, o forse al fenomeno delle riviste, o forse ancora al fatto che alcuni intellettuali in quel periodo divennero assai famosi in qualità di pubblici intellettuali. Di fronte a simili affermazioni ci sembra tuttavia piuttosto difficile pensare che le piazze del Sessantotto si siano riempite dietro sollecitazione di Sartre, di Fanon, di Don Milani, di Bertrand Russell o dei filosofi della Scuola di Francoforte. Nel Sessantotto ci sono stati dei fatti clamorosi difficilmente riconducibili all’influenza di scuole intellettuali: Martin Luther King e le rivolte dei neri americani (tutti intellettuali?), le marce per i diritti civili, Alexander Dubček e la Primavera di Praga, la mobilitazione globale contro la guerra in Vietnam, la renitenza alla leva dei giovani americani, la protesta di Piazza delle tre culture in Messico, l’Autunno caldo in Italia, e poi Avola e Battipaglia. Tutto ciò non ci pare proprio possa rientrare sotto l’etichetta di una “operazione intellettuale”.

     Viene un forte sospetto – confermato da motivi ricorrenti nel resto del libro – che questa insistenza sugli intellettuali serva più che altro a suggerire che il Sessantotto sia stato causato da un’epidemia di massa, nel senso di Sperber, di idee pretestuose, idee sbagliate prodotte dagli intellettuali, piuttosto che da fondate questioni economiche, politiche o sociali. Il Sessantotto sarebbe stato un prodotto puramente volontaristico e le sue cause andrebbero ricercate nelle distorsioni mentali dei protagonisti. Pare poi di cogliere nelle parole di Pombeni un certo astio – non spiegato – proprio nei confronti degli intellettuali e dei loro prodotti. Tutto il saggio è infatti condito con l’uso sistematico di termini come illusione, immaginario, mito, utopia. Pombeni (come Namier, del resto) gioca a fare l’illuminista contro un ipotetico intellettualismo romantico giacobino che avrebbe caratterizzato il Sessantotto ma poi – come si vedrà nelle conclusioni – cadrà anch’egli vittima del peggior vizio degli intellettuali.

     – 11. Dopo avere comunque paragonato il Sessantotto nientemeno che alla Rivoluzione del 1848 – seppure in negativo e nella prospettiva di un Namier – Pombeni tuttavia sembra pentirsene, poiché spesso gli capita di sottolineare come il Sessantotto sia stato invece una rivoluzione illusoria oppure, riduttivamente, una semplice rivolta. Purtroppo spiace di dover costatare che proprio la definizione dell’oggetto storico, di cui egli dopo cinquant’anni vuol finalmente valutare le conseguenze, è decisamente carente. Cosa è stato dunque il Sessantotto? Si dice a un certo punto che si sarebbe trattato di una «[…] ondata che sembrò rivoluzionaria e che toccò l’Europa nel 1968».[12] Si noti l’uso del verbo sembrare. Siamo sempre nel campo delle realtà sbiadite, delle illusioni. E poi però si prosegue con uscite che ridimensionano l’affermazione: «Si è fatto spreco del termine «rivoluzione» e in verità qualche illusione in quella direzione ci fu, tanto che ricomparve in più contesti, senz’altro nel nostro, quel virus che è l’inclinazione alla violenza come (illusoria) levatrice della storia».[13] Dal che oltretutto deriva che anche l’oggetto rivoluzione non è ben chiaro nella sua definizione. È solo la violenza che caratterizza le rivoluzioni?[14] Perché poi rivoluzione illusoria? Forse perché si credeva di fare la rivoluzione e invece si stava facendo qualcos’altro? Oppure si stava facendo una rivoluzione che però si è rivelata illusoria perché ha perso? Domanda ulteriore: conosce lo storico Pombeni qualche rivoluzione che non abbia avuto un qualche coefficiente di illusorietà, sia rispetto agli obiettivi sia rispetto agli esiti?

     Oltretutto – nota metodologica – non si dovrebbe mai confondere l’interpretazione dello storico in sede storiografica con quello che, di volta in volta, hanno in mente i protagonisti o i testimoni della storia. Pombeni dunque non dice con chiarezza a quale categoria sociologica o storiografica appartenga, secondo lui, il Sessantotto. Perché probabilmente non lo sa o non si è posto neppure il problema. O pensa che al suo lettore ideale la questione non interessi. Insomma, non abbiamo ancora ben deciso cosa è stato effettivamente il Sessantotto, eppure si vorrebbe valutare «quel che resta» del Sessantotto, si vorrebbe fare un consuntivo della sua “eredità”.

     – 12. Se è carente la definizione dell’oggetto, è facile ahimè che anche le spiegazioni causali riferite all’oggetto siano vaghe e poco significative. Spesso, in effetti, si pretende troppo nel cercare di conoscere le cause dei fenomeni storici. Tuttavia Pombeni non esita a indicare una sua spiegazione di ordine causale, del tutto coerente con la sua interpretazione volontaristica: «Furono i giovani universitari che in tutta Europa, […] diedero il via a una ribellione contro la stabilizzazione che si era realizzata nel ventennio precedente».[15] E ancora: L’Italia «[…] era un paese che aveva trovato un suo equilibrio, certo non perfetto né privo di tensioni, eppure capace di accettare la modernizzazione imperante e di procedere senza cedere alle sirene dell’autoritarismo […]».[16] Si noti – per inciso – l’impiego di una nuova categoria, quella della ribellione. Il Sessantotto sarebbe dunque stato una volontaristica rivoluzione/ rivoluzione illusoria/ rivolta/ ribellione/ dei giovani universitari contro la stabilizzazione dell’Europa e dell’Italia in particolare (un’operazione intellettuale indotta, si evince, dalle idee sbagliate dei perversi intellettuali).

     Simili affermazioni appaiono del tutto lunari a chi anche solo abbia vissuto in quegli anni e abbia letto, anche solo ogni tanto, i giornali dell’epoca. Come si fa a dire che l’Europa e l’Italia avevano trovato un loro equilibrio nel ventennio precedente e che i giovani – coglioni loro – si sono ribellati contro la stabilizzazione precedente? La Cortina di ferro, La Nato e il Patto di Varsavia, i missili puntati da una parte e dall’altra, la questione tedesca e il muro di Berlino, l’industrializzazione selvaggia, la distruzione dell’ambiente, la corruzione dilagante, la sovranità limitata e le basi americane con le bombe atomiche dislocate sul nostro territorio, la corsa agli armamenti, il martellamento dei test nucleari con il fall-out radioattivo che svolazzava nel cielo, due dittature fasciste in Europa e i colonnelli in Grecia, la spaccatura in Italia tra il blocco cattolico e quello rosso, la morale sessuale repressiva e la censura, la Celere di Scelba. Si potrebbe continuare a lungo. Quella che Pombeni chiama “stabilizzazione” si chiamava, allora, in realtà Guerra fredda. E l’Italia, dopo la Germania, era senz’altro il Paese europeo più invischiato nella Guerra fredda. L’unica forma di stabilizzazione davvero riscontrabile era costituita forse dal fatto che la guerra, da calda era diventata fredda.

     – 13. Personalmente, in un mio modesto saggio di vent’anni fa,[17] fa ho sostenuto che il Sessantotto non può che essere interpretato, sul piano transnazionale, come una forma di resistenza contro tutte le svariate implicazioni interne e internazionali della Guerra fredda, indipendentemente dalla consapevolezza soggettiva dei protagonisti – e dei loro eventuali intellettuali – dislocati a Est o a Ovest.[18] Data l’estensione planetaria della Guerra fredda e dei suoi effetti, si trattò di una resistenza assai variegata, con modalità e obiettivi anche assai diversi. Infatti, a Ovest s’invocava il vero comunismo (o forme varie di radicalismo liberal) contro il blocco capitalistico occidentale, mentre a Est s’invocavano le libertà liberali e la democrazia contro il blocco dei totalitarismi comunisti. Ciascun blocco aveva dunque i suoi resistenti interni che talvolta potevano anche adottare le ideologie originarie del blocco concorrente. Poi c’era il Terzo mondo, dove non si può più parlare soltanto di resistenza contro l’uno o l’altro blocco, poiché lì, in molti casi, la Guerra fredda era piuttosto calda. Ci si dovrebbe ricordare in proposito della teoria della guerra differita. Non stupisce dunque che taluni dei resistenti interpretassero la loro resistenza come una rivoluzione, ma si tratta di un fatto del tutto normale. Nel caso della Resistenza al nazifascismo, ci furono alcuni dei protagonisti che interpretarono la loro azione effettivamente come una rivoluzione. Oggi tuttavia nessuno storico serio ragiona della Resistenza al nazi fascismo come di una rivoluzione oggettiva. Basti pensare all’analisi di Claudio Pavone sulla Resistenza.

     – 14. Secondo Pombeni, invece, gli studenti (e/o i loro intellettuali di riferimento) non si erano accorti che in Europa e in Italia c’era stata la stabilizzazione e quindi erano incorsi, stupidamente, nella ribellione (Ribellione o rivoluzione? Mah!). Tuttavia – afferma Pombeni – essi non fecero tutto da soli ed ebbero degli alleati molto subdoli che essi stessi sottovalutarono. Come dire che, poiché non sapevano bene quello che facevano, si lasciarono strumentalizzare da volpi ben più furbe di loro. E queste volpi, secondo Pombeni, sarebbero state: a) l’industria culturale e il mercato, b) gli intellettuali cattivi maestri che usarono i giovani «[…] come massa di manovra a sostegno dei loro disegni» e, infine, c) il sistema delle comunicazioni di massa.[19]

     Fin da quando avevo diciassette anni, ho avuto modo di ascoltare ormai innumerevoli volte la favola della strumentalizzazione. Probabilmente questa non sarà l’ultima. Ma procediamo con ordine. Avrebbe dovuto spiegare Pombeni come mai l’industria culturale e il mercato abbiano venduto ai giovani delle merci che avevano, per modo di dire, dei contenuti rivoluzionari. Immaginiamo egli si riferisse a certa musica giovanile, oppure alle magliette col Che Guevara, o magari al Cinema nuovo brasiliano, oppure le opere di Marx, Lenin e Mao, o magari anche la Lettera a una professoressa di don Milani, che fu un successo editoriale. Forse anche Zabriskie Point di Antonioni poteva essere un’opera commerciale e sovversiva insieme. Se così fosse, si potrebbe sostenere che il Sessantotto sia stato una conseguenza non voluta della crescita del mercato capitalistico. Purtroppo, ai danni di questa ingegnosa e sottile interpretazione, il Sessantotto c’è stato anche dove non c’era mercato capitalistico, cioè ad esempio in Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia.[20] E, stando alle recenti interpretazioni, quello a Est non sarebbe stato un Sessantotto del tutto secondario.[21]

     Anche la tesi delle comunicazioni di massa non è nuova. È già stata ampiamente discussa e perfettamente chiarita. Come già è spiegato in Ortoleva 1988, le comunicazioni di massa non hanno causato un bel nulla. Hanno reso possibile il Sessantotto: trattasi cioè, in senso tecnico, di condizione sufficiente ma non necessaria. Il ciclostile è stato solo la condizione sufficiente dei volantinaggi, non certo la loro condizione necessaria.

     Sugli intellettuali cattivi maestri, altra favola alquanto vecchia e logora, si è già detto del parallelo azzardato tra gli intellettuali di Namier e quelli del Sessantotto. Val la pena però di ricordare ulteriormente che la simpatica teoria degli intellettuali cattivi maestri non l’ha scoperta Pombeni, ma era talmente diffusa nel mondo di allora da determinare una sistematica condizione di persecuzione nei confronti degli intellettuali, del libero pensiero e della libera informazione. Si tratta, ad esempio, di una teoria presa molto sul serio anche e soprattutto dalla CIA. In America Latina – pur in tempi e situazioni diverse – molti intellettuali furono sequestrati, furono torturati e andarono a riempire le file dei desaparecidos. Vale la pena però di ricordare ulteriormente anche la condizione degli intellettuali in URSS e in Cina. O di ricordare che – qualche anno dopo – sotto il regime dei Khmer portare gli occhiali era sufficiente per essere qualificati come nemici del popolo ed essere eliminati. Di fronte alla sistematica persecuzione degli intellettuali che avveniva, seppure con forme e modalità diverse, a Est e a Ovest, di fronte alla minaccia costante alla libertà di pensiero che vigeva un po’ dovunque, evocare una categoria sommaria come “gli intellettuali cattivi maestri” fa un poco rabbrividire, come minimo fa molta confusione gratuita.

     Il controllo del mercato delle idee e la repressione diretta dei loro portatori è stata una delle pratiche chiave nel periodo della Guerra fredda. Gli intellettuali, in quel periodo, hanno svolto pressoché ovunque un benemerito ruolo di testimonianza e di opposizione e spesso hanno pagato di persona, a prescindere dal contenuto giusto o sbagliato delle loro specifiche idee. Se tra gli intellettuali dell’epoca ci sono stati dei cattivi maestri – e ci sono stati senz’altro, posto che comunque il termine andrebbe meglio definito – si facciano i nomi e i cognomi e si eviti di sparare nel mucchio. Se invece si vogliono criminalizzare le idee e gli intellettuali, lo si dica apertamente. Dopo il Sessantotto, seguendo un pregiudizio del tutto simile a quello di Pombeni, è stata aperta una caccia sconsiderata agli intellettuali e questi ora sono decisamente in via di estinzione. E non pare proprio che per questo le cose vadano meglio.

     È forse ancora il caso di aggiungere che ogni epoca ha gli intellettuali che si ritrova. In Italia in quel periodo – anche e soprattutto a causa del precedente periodo fascista – c’erano prevalentemente intellettuali cattolici/ spiritualisti oppure intellettuali rossi. La grande cultura borghese e la tradizione liberale, democratica e repubblicana erano ridotte ai minimi termini. Il PdA aveva provato a diffondere la propria prospettiva laica e repubblicana ma non ce l’aveva proprio fatta. Mancava il terreno. Avevamo il Partito Comunista più forte d’Europa, con case editrici, giornali, istituzioni culturali di riferimento. Il maggiore sindacato, che allora aveva anche i suoi intellettuali, era rosso e credeva nella cinghia di trasmissione. C’erano gli intellettuali radicali che ruotavano intorno alla casa editrice Einaudi. C’era Feltrinelli, su cui non è il caso qui di aprire un discorso. La cultura si fa con quel che c’è. Il problema tuttavia non è che si stampassero i libri di Marcuse, di Marx o di Mao. O magari anche le istruzioni per fabbricare le bombe Molotov. Il problema sarebbe di capire perché c’era la domanda. Pombeni ritiene che la semplice offerta abbia creato la domanda, considerando che i giovani del Sessantotto fossero soltanto una massa di etero diretti.

     – 15. Pombeni procede comunque, anche nel resto del suo saggio, per sparate e attenuazioni. Tentando una valutazione più equilibrata, forse accorgendosi di avere appena sparato un po’ troppo, così si esprime a proposito del carattere illusorio del Sessantotto: «Sarebbe fuorviante dire che si trattava di semplice «utopia»: si discusse anche di temi che erano «importanti»: equità, lavoro, democrazia, squilibrio fra Nord e Sud del mondo, e via elencando. Ma era più un gioco di specchi che non un farsi carico delle complessità dei grandi problemi, in nome dei quali si abbandonava a un triste destino il faticoso e impegnativo riformismo di cui aveva bisogno l’Italia».[22] Torna il motivo dell’illusione, del gioco di specchi. Dovuto evidentemente ai perfidi intellettuali e a tutto il resto. Il carattere utopico complessivo del Sessantotto ha contribuito a squalificare tutti i problemi che in quel contesto emersero ma che non ricevettero alcuna soluzione. Il Sessantotto, Secondo Pombeni, avrebbe dato luogo a un inventario astratto dei problemi, senza riuscire a realizzare nessuna riforma.

     Ma chi l’ha detto che il Sessantotto volesse o dovesse fare delle riforme? Qui c’è sempre dietro il problema della mancata definizione dell’oggetto. Se il Sessantotto fu una rivolta contro la stabilizzazione, per di più illusoria, non si capisce perché avrebbe dovuto occuparsi di riforme. Stesso discorso se è stato una rivoluzione (magari anche illusoria) e per di più con tentazioni violente. Se si adottasse invece, ad esempio, la nostra modesta interpretazione – il Sessantotto come resistenza alla Guerra fredda – non ci si dovrebbe domandare se il Sessantotto ha fatto o no delle riforme, perché le resistenze di solito non cercano di fare le riforme, ma appunto di resistere. O, comunque, le riforme non sono il loro obiettivo principale.[23] Bisognerebbe domandarsi se tale resistenza abbia ottenuto qualche risultato, se abbia inciso sui due blocchi. La nostra idea è che qualche grattacapo lo abbia dato, visti i carri armati a Praga, la renitenza alla leva in USA, i problemi causati alle potenze occupanti dagli studenti berlinesi, il discredito delle politiche internazionali dei due blocchi, ottenuto grazie a una miriade di manifestazioni e boicottaggi, la rivelazione al pubblico delle trame degli apparati segreti, le restrizioni e le violazioni costanti dei diritti dei cittadini giustificate con lo stato di guerra. Nel caso italiano possiamo aggiungere il terrore da parte degli USA di perdere il controllo politico dell’Italia, paese cruciale negli equilibri europei, con tutte le ingerenze occulte e illecite che ne sono seguite.

     Poiché però Pombeni pone il problema delle riforme, si può tranquillamente asserire che – benché probabilmente non fossero le riforme l’obiettivo primario del Sessantotto – ci furono comunque numerose riforme che possiamo considerare come effetti secondari – rientranti a pieno titolo nelle tanto sospirate conseguenze del Sessantotto. Poiché Pombeni si occupa quasi solo dell’Italia, proprio in Italia in diversi campi ci furono numerose soluzioni riformatrici che, in un modo o nell’altro, possono essere connesse con il Sessantotto. Lascio qui in proposito la parola a Patrizia Nosengo che, in un suo recente articolo, ne ha compilato un elenco esaustivo: «Nessuno può dubitare del fatto che […] dalla mobilitazione del Sessantotto politico-rivoluzionario scaturiscono tutte le grandi riforme che, negli anni Settanta del Novecento, hanno modernizzato e contribuito a democratizzare la nostra società civile e le nostre istituzioni; e l’elenco è impressionante per quantità e qualità delle innovazioni: nel 1968, la cancellazione delle norme punitive dell’adulterio femminile; l’approvazione parlamentare nel 1970 dello Statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio e della legge attuativa dell’istituto del referendum abrogativo; nel 1971 l’istituzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo e la chiusura delle scuole speciali per portatori di handicap, cui si aprono le classi comuni; nel 1972 il riconoscimento del diritto di voto ai diciottenni e dell’obiezione di coscienza al servizio militare; nel 1973 l’introduzione delle 150 ore triennali per il diritto allo studio dei lavoratori (che divengono uno dei pochi luoghi di effettiva crescita culturale di massa e di effettivo recupero dell’emarginazione scolastica in Italia); nel 1974 la sconfitta dello schieramento antidivorzista e l’emanazione dei Decreti delegati che introducono gli organi collegiali di partecipazione democratica nella scuola; nel 1975 l’adozione del nuovo diritto di famiglia e la riforma dell’ordinamento penitenziario; nel 1977 l’approvazione della legge sulla parità di genere e nel 1978 – al termine del decennio del lungo Sessantotto italiano – l’introduzione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e l’approvazione della cosiddetta “legge Basaglia”, che abolisce gli ospedali psichiatrici».[24] Aggiungo che molte altre riforme che avrebbero potuto essere realizzate non lo furono perché l’Italia era un paese a sovranità limitata. Solo dopo il 1989 – 1994 il sistema politico si riassestò e guadagnò una maggiore autonomia politica, ma ciò non significò affatto l’apertura di una stagione di riforme, anzi, molte riforme fatte in precedenza vennero addirittura rimesse in discussione. E di questo la colpa non si può proprio dare al Sessantotto.

     – 16. Proseguendo nella sua accusa di intellettualismo, utopismo, illusionismo e astrattezza nei confronti del Sessantotto, Pombeni afferma, questa volta, prima attenuando e poi sparando: «Da più di un punto di vista il Sessantotto fu forse l’ultima ribellione fondata sulla «scienza», o almeno su quello che i giovani di allora pensavano che fosse tale. Non era affatto, come dissero molti avversari, una rivolta nichilista […].Non a caso la gaia scienza che più o meno tutti seguirono fu una specie di marxismo immaginario […]».[25] Con ciò Pombeni vuol dire che i giovani del Sessantotto furono dogmatici e fondamentalisti.

     È vero che non fu un movimento nichilista. Ed è vero che ebbe anche una componente scientifica di buon livello, soprattutto nel campo delle scienze sociali. Ho ricordato prima importanti sviluppi nelle scienze dell’educazione o nella psichiatria. La sociologia scientifica è stata introdotta in Italia intorno al Sessantotto e lo stesso vale per la psicoanalisi – che pur non essendo una scienza veniva a coprire un importante campo di studi che il fascismo aveva del tutto inibito. Per quel che riguarda il marxismo, va detto che la cosa riguardava soprattutto l’Italia, visto che in Italia c’era il più grande Partito Comunista occidentale. L’Italia – lo dico spesso come battuta – a quell’epoca era l’unico Paese dell’Est che si trovava a Ovest della Cortina di ferro. Non è vero che si trattasse di marxismo immaginario. Il neo marxismo del Sessantotto italiano era molto più marxiano, stando ai testi, del marxismo di Togliatti. Che poi il marxismo sia giusto o sbagliato in sé, è un’altra questione. Il Sessantotto (anche solo quello italiano) tuttavia fu erede di molte altre correnti culturali che Pombeni dimentica sistematicamente: tanto per elencarne qualcuna, del romanticismo, del surrealismo, dell’anarchismo, della democrazia, del socialismo, della psicoanalisi, dell’esistenzialismo e della fenomenologia, della sociologia classica, della sociologia empirica nordamericana, financo del Vangelo. Forse anche quello di Don Milani e delle varie comunità del dissenso cattolico era un Vangelo immaginario.

     Purtroppo Pombeni – da buon postmoderno – non comprende che le grandi ideologie del Novecento – anche quelle nefaste – hanno sempre avuto un qualche coefficiente di realismo perché il loro scopo – giusto o sbagliato che fosse – è sempre stato quello di incidere sulla realtà. L’irrealismo autentico è venuto dopo, quando si è rinunciato completamente a incidere sulla realtà.

     – 17. Il fatto è – cosa che Pombeni proprio non capisce – che nel Novecento, nelle due guerre calde e nella successiva Guerra fredda, tutti, ma proprio tutti, i grandi soggetti istituzionali coinvolti avevano tradito le loro stesse ideologie, compresa la Chiesa cattolica. Le avevano tradite in nome del compromesso, dell’adattamento, della sottomissione – forse in nome di quella stabilizzazione post bellica che è piaciuta così tanto Pombeni. I giovani “intellettuali” del Sessantotto semplicemente hanno cercato di andare alla fonte: volevano il vero liberalismo, la vera democrazia, il vero socialismo, il vero Vangelo. La stessa cosa chiedevano i giovani dell’Est. In Jugoslavia i giovani e gli intellettuali volevano un marxismo e un comunismo più autentici di quelli che passava il regime. Bisogna capire che, nel clima della resistenza alla Guerra fredda, qualsiasi contenuto era immediatamente screditato dal fatto di essere usato come ideologia di un blocco oppressore e/ o come arma di propaganda. I giovani tedeschi dell’Ovest combattevano contro la disinformazione di Springer, i giovani americani si erano organizzati in un Free Speech Movement. Le democrazie occidentali, nella Guerra fredda, non erano neanche in grado di garantire ai loro stessi cittadini i diritti costituzionali elementari, come la libertà di parola e di stampa. In Italia sono finiti in tribunale anche quelli che facevano i giornalini scolastici. Questi sono fatti. A Est, d’altro, canto la retorica socialista/ comunista era quanto di più irreale si potesse immaginare e si scontrava con la misera realtà del socialismo realizzato.

     Quando in Italia nelle manifestazioni si gridava «Gettiamo a mare le basi americane» si rivendicava il diritto costituzionale alla sovranità (il Sessantotto è stato anche sovranista, guarda un po’!), si prendevano le distanze dalla politica estera americana («cessiamo di fare da spalla agli assassini») e, certo, purtroppo si finiva indirettamente per favorire l’altro blocco, quello rosso, che però era altrettanto assassino. Ma non è che ci facessimo tante illusioni: i carri armati a Praga li abbiamo visti più o meno in diretta. E nello stesso modo abbiamo visto il sacrificio di Jan Palach. In mezzo c’erano i popoli del Terzo mondo che – si supponeva, forse erroneamente – che avessero abbastanza autonomia per sapere decidere da che parte stare e per difendere i loro interessi Anche perché, combattendo, lo facevano al prezzo della loro stessa vita. Cosa c’è di immaginario in tutto questo?

     I giovani del Sessantotto sono stati forse l’ultima generazione ad avere preso sul serio le grandi ideologie che erano disponibili sul mercato culturale nel loro tempo, che erano solennemente riproposte dalle classi dominanti come trombe propagandistiche ma che poi venivano sistematicamente tradite. Spesso il passaggio all’opposizione e la radicalizzazione dei giovani del Sessantotto avvenivano proprio quando si scopriva che nessuno diceva la verità. Non si trattava di un’infatuazione per i filosofi del sospetto. È che si viveva effettivamente in un mondo illusorio costruito dalla propaganda. La ribellione costituiva la fuoriuscita dal mondo illusorio per andare incontro a una vita reale. Può darsi che le ideologie non abbiano mantenuto le loro promesse, ma i problemi, cui le ideologie cercavano allora di dare risposte reali, sono ancora tutti lì. La fine delle ideologie, tanto strombazzata come una vittoria, non ha fornito alcuna risposta reale. Quel che è cambiato è che oggi nessuno più cerca risposte reali.

     – 18. Con ciò, abbiamo dato solo una scorsa alle considerazioni introduttive di Pombeni. Il volume, oltre all’introduzione e alle conclusioni, è composto di otto capitoletti, di diversa dimensione e impegno, dove si prendono in esame diversi aspetti del Sessantotto italiano e dove si procede alla valutazione di quel che sarebbe oggi rimasto. Gli argomenti di cui si tratta sono i sistemi educativi, l’operaismo, la critica al capitalismo e al consumismo, la Chiesa cattolica, la questione del genere, la politica, la partecipazione collettiva e il terzomondismo. Si tratta di analisi e valutazioni nei confronti delle quali il nostro dissenso è pressoché totale, perché le questioni trattate sono costantemente stravolte e soprattutto – come s’è detto – banalizzate. Poiché, a questo punto, quest’articolo è già abbastanza lungo, provvederò eventualmente a svilupparne in seguito una seconda parte, dove prenderò in esame dettagliatamente alcune delle questioni poste da Pombeni che richiedono delle analisi specifiche. Questo non per autolesionismo ma pur sempre nello spirito del già menzionato Wright Mills, il quale, rivolgendosi a un allievo immaginario, scriveva: «Dovrai abituarti a trarre una grande quantità di annotazioni da tutti i libri di qualche valore che leggi, anche se, lascia che te lo dica, potrai trarre di meglio da te stesso, leggendo libri veramente cattivi».[26] Non a caso, il titolo di questo libro è L’immaginazione sociologica.

     – 19. La nostra domanda, a questo punto, passando ad analizzare le conclusioni di Pombeni, non può che riguardare il senso complessivo dell’esplicita e pervicace operazione di banalizzazione del Sessantotto compiuta con questo libretto. Si riesce probabilmente a capire qualcosa di più mettendo a confronto l’introduzione – che abbiamo abbondantemente commentato – con le conclusioni che ci apprestiamo ora a commentare.

     Pombeni, a un certo punto dell’Introduzione, in termini decisamente inaspettati per il lettore, si era domandato: «[…] quella che abbiamo chiamato la seconda rivoluzione degli intellettuali ha alla fine prodotto il tramonto della razionalità occidentale?».[27] Oibò, cosa c’entra il Sessantotto con la razionalità occidentale e il suo mitico, annunciato tramonto? Eppure non stiamo sognando. Qui Pombeni enuncia una relazione causale esplicita: il Sessantotto come “operazione intellettuale” volontaristica sarebbe stato la causa dell’eclissi della ragione occidentale. Con questa inattesa teoria, posta ahimè sempre sotto forma di domanda, Pombeni passa evidentemente dalla storiografia a una vaga questione di filosofia della storia, forse poco appropriata per uno scritto di storia. La deviazione non è accidentale, poiché la questione della crisi della razionalità occidentale è ampiamente ripresa nelle conclusioni che s’intitolano: «Non è stato che l’inizio?». Diviene così ora evidente che tutto quel che si trova tra l’introduzione e le conclusioni del saggio – cioè la valutazione pombeniana dell’eredità odierna del Sessantotto italiano – va letto e interpretato alla luce di questa questione di carattere metafisico. Ci eravamo sbagliati. Non si trattava evidentemente di storia, bensì di metafisica.

     – 20. Con piglio filosofico, Pombeni provvede a inquadrare, infatti, il Sessantotto all’interno di un ipotetico processo di crisi della razionalità occidentale. Egli afferma: «Non è un gioco puramente retorico ricordare qualche spunto sessantottino che faceva presagire la percezione della crisi di questa razionalità moderna. Lo slogan dell’immaginazione al potere, il grido «Siate realisti, chiedete l’impossibile», la stessa critica della «razionalità borghese» fatta senza comprendere che per tanti versi metteva in crisi la razionalità tout court».[28] E ancora poco oltre: «Aggiungiamoci i primi segni di un sentimento diffuso che metteva in dubbio la stessa «scienza» come sede di conoscenze verificabili e consolidate. Si cominciava quanto meno a sospettare che la scienza fosse schiava del «potere», lo si definisse capitale, interesse politico o manipolazione autoritaria. Quanto cammino si sia percorso in questa direzione è sotto i nostri occhi».[29] E ancora, con questo brano, con cui viene articolata l’interpretazione definitiva: «Il fatto è, ormai ce ne stiamo rendendo conto, che il mondo è entrato in una complicata fase di transizione storica verso un’epoca che ancor non si è palesata nei suoi contorni con chiarezza. Esimendomi dal rinvio a studi e autori che si stanno muovendo in tal senso […], mi limito a ricordare che da qualche tempo si parla di una «fine della modernità»».[30] Detto in soldoni, c’è la crisi della razionalità occidentale e la modernità è finita, abbiamo perso la bussola, stiamo andando da qualche parte ma non si capisce dove. Nel Sessantotto c’erano già tutti i sintomi della crisi della razionalità moderna, una crisi che ha aperto una transizione che ci sta portando verso una nuova epoca dai contorni sconosciuti. Non ce ne eravamo accorti ma siamo in una transizione epocale e il Sessantotto ne ha segnato, senza saperlo, l’inizio. Non solo siamo stati strumentalizzati dagli intellettuali cattivi maestri, ma anche bellamente adoperati dallo Spirito del mondo per i suoi scopi imperscrutabili. Noi credevamo di star facendo, come si sapeva e si poteva, la resistenza alla Guerra fredda e invece stavamo abbattendo a picconate niente di meno che la razionalità occidentale.

     – 21. Così ora in effetti è tutto più chiaro. Pombeni pensa – magari da seguace di Heidegger – che la razionalità occidentale (altrimenti la modernità) sia al tramonto e si domanda se il Sessantotto (la “seconda rivoluzione degli intellettuali”) non sia stato il primo sintomo (o il secondo? – vai a sapere) di questo tramonto. Dunque il Sessantotto, come anticipatore e levatore di una nuova apertura dell’essere, si sarebbe accollato il compito di demolire ciò che era ormai superato. Un compito inconsapevole, guidato dalle ultime illusioni dell’Occidente, le grandi narrazioni dell’otto-novecento, divenute immaginarie. Il Sessantotto, grazie ai suoi cattivi maestri intellettuali, avrebbe determinato il dileguamento dell’essere e il tramonto della razionalità, ma non avrebbe avuto alcuna nozione dello sbocco finale (anche perché, per definizione, in una simile situazione nessuno può conoscere lo sbocco finale). Veniamo solo ora a sapere o a sospettare – cinquant’anni dopo – che ci troviamo in una misteriosa transizione.

     Il Sessantotto dunque può essere interpretato come «inizio della fine» di un mondo, inizio di un viaggio verso un nuovo destino che ancora non si è manifestato. Gli uomini evidentemente non fanno la storia consapevolmente, ma sono fatti dall’Essere che progressivamente si disvela, adoperandoci per i suoi scopi. Preghiamo il nostro sconfortato lettore, a questo punto, di ricordare che il programma originario di Pombeni era quello di formulare, dopo cinquant’anni, una prima valutazione del fenomeno storico del Sessantotto italiano, cioè di quel che ne è oggi rimasto. A ogni buon conto, conclude Pombeni: «L’eredità di quanto si manifestò in quell’anno non è nelle risposte e nelle proposte che allora furono elaborate. Non è neppure nel movimentismo come risposta alle ansie sociali, che allora si seppero in qualche modo anticipare, mentre oggi quasi sempre ci si limita a rincorrerle. È davvero nella ripresa di quel grido, profetico al di là di ciò che allora si percepiva: «Non è che l’inizio». C’è dunque una lotta da continuare, ed è quella per dominare razionalmente una transizione storica riuscendo ad approdare a nuove forme di equilibrio per la vita degli individui e delle molteplici comunità in cui vivono. È un lavoro lungo che la generazione del Sessantotto […] non è riuscita ad avviare che in minima parte. Toccherà ancora una volta ai giovani continuare la lotta».[31]

     Questo passo è davvero significativo, poiché mette pienamente in luce il legame tra la banalizzazione e la sacralizzazione, nel senso di Todorov. Ormai sganciato da ogni specifico legame con i fatti, con i dati, con l’interpretazione storica, il Sessantotto diventa, questa volta sì, un evento epocale, una svolta assoluta, un oggetto di reverenza e di culto. Una vera e propria epifania dell’Essere, dietro alla quale tuttavia c’è soltanto una narrazione fantastica e illusoria, buona per appagare certi tipi di intellettuali odierni. Il Sessantotto avrebbe sbagliato tutto ma avrebbe indovinato il grido profetico poiché – ah saperlo! – era già iniziata la transizione verso qualche non luogo che finalmente è stato intravisto da Pombeni, in sede di valutazione, cinquant’anni dopo. Ancora una volta, il tardo postmoderno non resiste alla tentazione di produrre le sue camuffate, piccole ma enormi narrazioni, addirittura proiettando se stesso indietro nel tempo. Eravamo già postmoderni senza saperlo. Come nel linguaggio biblico: «Invero, tutto ciò era accaduto perché potesse avverarsi la profezia di colui che disse…». È davvero curiosa la sottolineatura del fatto che dovremmo dominare razionalmente la transizione. L’unico modo di “dominare razionalmente la transizione” sarebbe quello di non inventarsela affatto. Ma qui è questione di diversa impostazione filosofica e diverse prospettive metodologiche.

     – 22. Pombeni è comunque davvero coerente con la sua visione, dalla quale egli trae, infine, le sue ultime conseguenze pratiche. Secondo lui, in una simile prospettiva escatologica, sarebbe sbagliato stare troppo rivolti verso il passato – sembra qui, ahimè, di star leggendo Sull’utilità e il danno della storia di Nietzsche. Pombeni si augura allora che i giovani – per i quali evidentemente ha scritto il suo libretto – non si lascino distogliere dal loro compito (che presumiamo sia quello di “dominare razionalmente la transizione”): «L’augurio è che non si facciano irretire da quelli che li vorrebbero ingabbiati in un culto magari inconsapevole di quel passato, trasformandoli in ripetitori aggiornati dei vecchi slogan che continuano a circolare. Ciò di cui dovremmo far tesoro è la coscienza dei limiti e degli errori del Sessantotto».[32]

     Ci pare di capire che a Pombeni dispiacerebbe assai che i giovani di oggi condividessero un “culto magari inconsapevole” del Sessantotto. Dovremmo ammaestrare i giovani circa «i limiti e gli errori» del Sessantotto, affinché un altro sessantotto non abbia a ripetersi mai più. Un simile linguaggio lo abbiamo spesso sentito usare a proposito dello sterminio degli ebrei o del GULAG e non avevamo mai pensato che il Sessantotto fosse degno di tanto. Checché ne pensi Pombeni, la storia non si ripete mai due volte e il Sessantotto non rischia proprio di tornare. Del resto, di giovani che abbiano oggi la tentazione di voler rifare il Sessantotto, magari anche solo inconsapevolmente, proprio non ne conosciamo neanche uno. In ogni caso poi vale la regola, ampiamente confermata dall’esperienza, che gli errori del passato non insegnano proprio nulla e che pertanto, in circostanze analoghe, potrebbero sempre tranquillamente esser ripetuti, nonostante qualsiasi tipo di raccomandazione.

     – 23. Il compito dello storico non dovrebbe essere quello di fare del moralismo a buon mercato. O di proporre immaginose transizioni e filosofie della storia, peraltro del tutto analoghe ai tanto deprecati marxismi immaginari dei sessantottini. Piuttosto sarebbe quello di produrre ricostruzioni e interpretazioni attendibili e, eventualmente, valutazioni puntuali e documentate. Cosa di cui invero nel libretto di Pombeni c’è poca traccia. Si palesa quindi, alla fine di tutto il nostro ragionamento, che la domanda di partenza «Che cosa resta del ‘68?» è una domanda sbagliata, fuorviante e, soprattutto, banalizzante. Soprattutto se posta cinquant’anni dopo. La domanda autenticamente ancora da porre è: «Che cosa è stato effettivamente il ‘68?». È una domanda che riguarderebbe la storiografia e non la filosofia della storia. È una domanda che i vecchi protagonisti non si pongono più, che non interessa ai giovani e – come s’è ben visto – men che mai a certi storici.

     Giuseppe Rinaldi

     06/11/2018

     Sito: https://finestrerotte.blogspot.it/

 

OPERE CITATE

2018 Crainz, Guido & Al., Il Sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni, Donzelli, Roma.

2018 Flores, Marcello & Gozzini, Giovanni, 1968. Un anno spartiacque, Il Mulino, Bologna.

2004 Horn, Gerd-Rainer & Kenney, Padraic, Transnational Moments of Change. Europe 1945, 1968, 1989, Rowman & Littlefield, Lanham, Maryland.

1959 Mills, C. Wright, The Sociological Imagination, Oxford University Press, Inc., New York. Tr. it.: L’immaginazione sociologica, Il Saggiatore, Milano, 1962.

1946 Namier, Lewis B., 1848. The Revolution of the Intellectuals, Oxford University Press, London. Tr. it.: La rivoluzione degli intellettuali, Einaudi, Torino, 1957.

1988 Ortoleva, Peppino, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma.

2018 Pombeni, Paolo, Che cosa resta del Sessantotto, Il Mulino, Bologna.

1999 Rinaldi, Giuseppe, Il Sessantotto nella situazione internazionale, in Arnoldi, Mario & Rinaldi, Giuseppe (a cura di), Trent’anni dopo. Due saggi sul sessantotto, Edizioni dell’Orso, Alessandria.

2008 Rinaldi, Giuseppe, Storia e Memoria, in Ziruolo, Luciana (a cura di), I Luoghi, la Storia, la Memoria, Le Mani, Genova.

1960 Rokeach, Milton, The Open and the Closed Mind. Investigations into the Nature of Beliefs Systems and Personality Systems, Basic Books Inc., New York.

2000 Todorov, Tzvetan, Mémoire du mal. Tentation du bien, Robert Laffont, Paris. Tr. it.: Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Garzanti, Milano, 2001.

NOTE

[1] Cfr. Rinaldi 2008: 89-90.

[2] Cfr. Pombeni 2018.

[3] Si veda il mio recente articolo Il fenomeno vago della postverità, pubblicato sul mio blog Finestrerotte.

[4] Marcello Veneziani ha così sottotitolato l’ultima edizione di un suo libello sul Sessantotto: «L’anno maledetto che dura da cinquant’anni».

[5] Cfr. Pombeni 2018: 14-15.

[6] Cfr. Ortoleva 1988.

[7] Cfr. Horn & Kenney 2004.

[8] Ci ho provato anch’io, nel mio saggio Rinaldi 1999.

[9] Cfr. Namier 1946.

[10] Cfr. Namier 1946. Va intanto rilevato che il lavoro di Namier raramente è stato ripreso nella successiva storiografia del 1848, segno per lo meno di una qualche sua obsolescenza. Namier, al suo tempo, scrive ovviamente sotto l’impressione del nazismo. Lo storico inglese difende il costituzionalismo britannico nei confronti del nazionalismo romantico continentale. Difende la cittadinanza contro il popolo. Per cui si comprende la sua ostilità nei confronti degli intellettuali romantici che hanno seminato una idea di popolo caratterizzata soprattutto su una base linguistica, principio che ha portato inevitabilmente alla ridefinizione dei confini sulla base della forza. L’elemento passionale dell’idea romantica del popolo viene contrapposto alla cittadinanza formata dalla lunga tradizione (come nel caso della storia inglese), in quelle situazioni in cui «lo Stato crea la nazione». Il ruolo degli intellettuali è invece fondamentale in quelle situazioni in cui lo Stato è debole o non c’è per cui accade che sia la nazione a dover creare lo Stato. In tal caso è difficile evitare il nazionalismo. Si finisce per passare attraverso una visione organicistica del popolo. In mancanza di una solida rete istituzionale che costruisca la cittadinanza, non resta che lasciare spazio ai movimenti tendenzialmente irrazionalistici che costruiscono un senso di unità di tipo globalistico e totalizzante (basato cioè sulla fusione di tipo simbolico). Gli intellettuali dunque, in opposizione ai giuristi costituzionalisti, sarebbero gli specialisti della costruzione simbolica. Sarebbero i preti laici della nuova religione laica della nazione. Il fallimento delle rivoluzioni del 1848 è, quindi, il fallimento degli intellettuali continentali, avvezzi alla fabbricazione delle illusioni.

[11] Cfr. Pombeni 2018: 10.

[12] Cfr. Pombeni 2018: 9. La frase peraltro è del tutto imprecisa poiché il ‘68 non fu solo europeo.

[13] Cfr. Pombeni 2018: 10.

[14] Non c’è nulla di male ad adottare una visione millenaristica delle rivoluzioni, ma bisognerebbe, per lo meno, esplicitare e motivare la scelta e non darla per scontata.

[15] Cfr. Pombeni 2018: 10.

[16] Cfr. Pombeni 2018: 11.

[17] Cfr. Rinaldi 1999. Il saggio era stato scritto in occasione del trentennale del Sessantotto.

[18] Esattamente come il 1848 può essere considerato come una forma di resistenza nei confronti della Restaurazione.

[19] Cfr. Pombeni 2018: 12.

[20] Cfr. Crainz 2018.

[21] Cfr. Crainz 2018.

[22] Cfr. Pombeni 2018: 12-13.

[23] Quando si sostiene che il Sessantotto non ha fatto le riforme si dimentica che il Sessantotto a Est era completamente incentrato intorno alla questione delle riforme da introdurre nei regimi del cosiddetto socialismo reale. Oltre cortina, la consapevolezza riformatrice era assai elevata e quello fu il solo tentativo effettivo di riformare i regimi del socialismo reale. È significativo che quando Gorbaciov tentò di salvare il regime sovietico non poté fare altro che riprendere in mano i progetti di riforme che nel 1968 erano stati stroncati dai carri armati del Patto di Varsavia.

[24] Cfr. il saggio Il Sessantotto tra Dioniso, Antigone e Che Guevara di Patrizia Nosengo, pubblicato sul giornale online Città Futura ( https://www.cittafutura.al.it/sito/sessantotto-dioniso-antigone-guevara/ ).

[25] Cfr. Pombeni 2018: 16.

[26] Cfr. Mills 1959: 211.

[27] Cfr. Pombeni 2018: 18.

[28] Cfr. Pombeni 2018: 125.

[29] Cfr. Pombeni 2018: 126.

[30] Cfr. Pombeni 2018: 122.

[31] Cfr. Pombeni 2018: 127.

[32] Cfr. Pombeni 2018: 128.

 

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