Jojo Rabbit – Chi salva chi?

 Chi salva chi?

Questa massima accompagna nel setting analitico le risposte alle nostre eterne domande, ed è sempre la domanda che ci salva.

Nel bel film del regista Taika Waititi sono la poesia di Rilke e la capacità di immaginare e di disegnare che salvano, talenti a nostra disposizione per trasformare il cieco odio razziale in amicizia e amore.

Il film è una commedia drammatica, come spesso lo è la vita, che nella sua tragedia ha la capacità d’ironia, qualità dello Spirito che sa tenere insieme amore e morte in quello spazio intermedio dove è sempre da una piccola feritoia che può passare la luce del cambiamento.

Il piccolo Jojo , come tanti bambini di ogni epoca buia e dittatoriale, ha un ammirazione totale e cieca per il regime in cui è nato e cresciuto, sino a trascorrere le sue giornate in compagnia dell’amico immaginario, che in questo caso è una versione infantile e buffonesca di Adolf Hitler.

Jojo non ha ancora la capacità di vedere il suo vero amico Yorki, a cui però – inconsciamente – affida sempre la sua parte umana e fiduciosa, un simpatico coetaneo, occhialuto e corpulento che non lo tradirà mai, come invece accadrà per quel mondo creato dalla follia non di un solo uomo, ma di un popolo intero che , si sa, aderisce sempre al peggio.

Ma c’è sempre un momento in cui le nostre granitiche certezze, le nostre indottrinate credenze si incrinano e per Jojo è il momento in cui gli viene ordinato di uccidere un coniglio.

Non lo farà e per questo verrà soprannominato JoJo Rabbit.

Ma il destino porta sempre quel che in noi dobbiamo incontrare e trasformare, e così JoJo troverà nella soffitta di casa Elsa Korr, un’adolescente ebrea, compagna di classe di sua sorella, morta d’influenza.

Inizia qui un incontro-scontro, i due ragazzi si parlano, si raccontano storie, Jo jo inizia a scrive un piccolo libro da regalare al Fuhrer dove gli ebrei sono ridicolizzati alla maniera in cui il regime li ha ridicolizzati, ma poco a poco, attraverso i disegni di Elsa e la poesia di Rilke, lo scontro si scioglie, le farfalle dell’innocente innamoramento volano all’impazzata nella pancia di Jojo, facendolo piangere sotto il corpo impiccato della madre che, come il padre di Jojo avevano “fatto quel che si deve fare “.

E’ lunga la via che porta alla consapevolezza; Jojo pieno di dolore e di rabbia per la morte – e per il tradimento al suo credo – della madre vuole uccidere Elsa, vestale di un’anima che poco a poco sta crescendo e chiedendo ascolto in Jojo.

Poco a poco JoJo farà come un coniglio non fa, farà come avevano fatto i suoi genitori, diverrà capace di ascoltare la propria coscienza nel feroce caos in cui si trova,  capace di aderire al valore della personale esperienza e non a l’indottrinamento brutale e becero che rende l’essere umano coniglio senza possibilità di redenzione.

Così che l’ultimo incontro col suo immaginario amico Adolf , che gli propone per l’ultima volta di tornare dalla parte del nazismo, finisce con un bel calcio di Jojo al “pallone gonfiato”, calciato giù dalla finestra !

Sino all’ultimo Jojo non vuole perdere la sua guerra, quella in cui aveva ciecamente creduto e dice ad Else, ancora segregata in casa, che il nazismo ha vinto. Il canto delle sirene è infingardo sempre, ci vorrebbe là da dove invece è bene andar via. E mentre Else e Jojo escono in strada Else capisce di essere libera vedendo i soldati americani e schiaffeggia Jojo per averle mentito.

Chi salva chi ? Else e Jojo si guardano, ognuno ha percorso in onestà la propria strada, ognuno ha saputo non rimanere prigioniero dei propri errori, delle proprie paure, delle credenze che mai portano alla libertà.

E iniziano a ballare per strada, il sogno di ogni prigioniero che ha trovato la via della vera liberazione.

di patrizia gioia

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