La forza centripeta delle favole.

Con orecchie e occhi nuovi ho assistito l’altra sera alla benedizione Urbi et Orbi di Papa Francesco, solo, sull’immenso sagrato della Basilica di San Pietro a Roma.

La pioggia fendeva l’asfalto e il costato del Cristo, lo stesso esposto al tempo della peste.

Papa Francesco si rivolgeva nella preghiera alle icone della nostra fede rendendoci nuovamente e più violentemente consapevoli del nostro essere mortali.

Abbiamo storicizzato le religioni, svelato l’impossibilità a dire delle teologie, snidato l’arroganza delle filosofie, evidenziato le omissioni delle scienze, ridicolizzato le psicologie del profondo; uomini senza più domande, pieni di certezze, omogeneizzati e schiavizzati da immagini che ci volevano tutti giovani belli sani ricchi e felici, ci eravamo esiliati dalla nostra umanità.

Un individualismo sfrenato e mortificante si era avvinghiato a noi come edera: nessuna empatia, una quotidiana competizione di potere, una mortificazione del sesso, una bulimica fame per riempire un vuoto da noi stessi creato.

Abbiamo attraversato esodi, guerre, naufragi, migrazioni, pestilenze, invasioni, genocidi, femminicidi, terrorismi, terremoti e maremoti.

Ma mai come in questi giorni, spiazzati da uno sconosciuto virus, ci siamo trovati così vicini a noi stessi e quell’uomo, solo e supplicante, era ognuno di noi davanti all’infinito.

E quella “indulgenza plenaria” ci riconsegnava a noi stessi, una preghiera toglieva dal mondo il peccato di ogni barriera, ci diceva che era arrivato il momento di smetterla di arrogarci il possesso di un dio o di una terra, che era ora di levare ogni debito ai nostri debitori e distribuire il cibo come Gesù fece con i pani e i pesci; era arrivata l’ora di capire che senza l’Altro non sono né uomo né donna e che quella supplica, rivolta al cielo o dentro di noi, è un bisogno umano d’infinito che ci appartiene, che ci è necessario e vitale.

Non per chiedere ancora una volta il deus ex machina che ci venga a salvare, ma per assumerci la responsabilità d’essere relazione e che solo insieme possiamo cooperare ad una nuova visione della vita, in relazione con ogni essere e con l’invisibile.

Etty Hillesum scrisse vigorose pagine sulla sua incapacità di inginocchiarsi.

Ma è solo inginocchiandoci che l’ascolto si può fare più acuto e l’Angelo può farsi più vicino per offrirci una nuova possibilità di rinascita.

Ascoltare la sapienza della madre terra, ricontattare le forze che non hanno confini, nè interni né esterni, ridare dignità al tempo, alla politica, al lavoro, all’educazione, alla sanità, all’uomo e alla sua profondità, al buon governo della nostra comune casa.

Comprendere – scriveva Gadamer – è un processo di fusione di orizzonti, un linguaggio comune che si forma nel processo stesso del comprendere“.

Non esiste metodo, né un come, si tratta di trovarla nuova e insieme la via, scoprendo che è la diversità che ci feconda e che è irriducibile all’unità.

E’ l’armonia a cui siamo chiamati, anche “accordarsi di non essere d’accordo”.

Il momento che stiamo attraversando è quell’occasione di trasformazione che da tempo ci chiamava.

Se sapremo affrontare questa opportunità, uniti e pacificati, sarà come riscoprire per la seconda volta il fuoco: quello dell’Amore.

di Patrizia Gioia

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