Lettera all’Anno Nuovo

Come sempre, il nostro caro Guido Manzone (Aydin), “ha visto lungo”. Nel declivio appena intravisto ad inizio anni Novanta ci stiamo precipitati in pieno. Tutto da leggere…

Caro Anno Nuovo,  come in passato ti inviamo la nostra laica letterina con poche speranze e molte lamentele.  In verità non siamo per nulla entusiasti dell’operato del tuo predecessore. Se anche  tu seguirai la stessa via non ti scriveremo più e la prossima letterina la manderemo a Gesù Bambino. Non accusarci di essere dei ricattatori! Il 1991 ci ha lasciato un’eredità così funesta da non permetterci di andare tanto per il sottile.  L’economia del pianeta va male. Non solo quella dei paesi dell’ex blocco sovietico, ma anche quella di molti altri paesi capitalisti tra cui l’Italia. L’economia, lo sai meglio di me, è il primo e fondamentale motore del mondo. Tutto il resto viene dopo. Se non si produce ricchezza, non c’è proprio nulla da dividere e, come sempre in questi casi, sono proprio i più deboli,a subirne le conseguenze peggiori. Girando il mondo e leggendo la Storia,alcune cosette elementari le abbiamo imparate: in condizioni di estremo disagio economico, la disperazione induce a qualsiasi avventura, dando luogo a processi involutivi in cui vengono meno i più elementari concetti di libertà. Non ci è mai capitato di vedere un paese sottosviluppato anche vagamente definibile democratico. All’opposto, anche i leoni, quando hanno la pancia piena diventano mansueti e generosi e lasciano ad altri parte della loro preda. In secondo luogo, abbiamo  capito come la ricchezza di una nazione non dipenda assolutamente né dalla fertilità del suolo, né dal clima né dalle risorse minerarie o energetiche. Se così fosse, l’Africa e i Paesi ex socialisti e il Sud America sarebbero ricchissimi,  mentre il Giappone, l’Olanda, la Svezia o la stessa Italia sarebbero abitati da torme di miserabili affamati.  Le ricchezze naturali, quando non sono seguite dalla capacità  e dalla forza di sfruttarle razionalmente divengono una dannazione. Il paese che le possiede si trasforma in una colonia sfruttata da tutti, come è capitato ai paesi del Terzo Mondo. Ciò che conta è unicamente la cultura di una nazione, la sua conoscenza scientifica e tecnologica e la visione del mondo e della società che ne consegue. Furono il vapore e la metallurgia a creare la potenza dell’Inghilterra facendone nel secolo scorso il primo paese del mondo. Il suo modello fu in seguito copiato dagli Stati Uniti, dalla Germania, dal Giappone, dalla Francia e anche parzialmente e tardivamente dall’Italia.  Oggi ciò che conta è l’elettronica ed il saper creare nuovi prodotti compositi, con caratteristiche un tempo impensabili, non presenti nei metalli e nelle altre sostanze naturali. Una visione razionale e scientifica del mondo permette pure grandi capacità organizzative, evitando sprechi e scelte errate. Per questo i paesi che hanno oggi le economie più valide sono proprio quelli che maggiormente hanno speso nella ricerca scientifica e negli investimenti produttivi. Così è stato anche per la Valle Padana che attualmente produce circa il 70% della ricchezza italiana. Fino all’epoca di Roma imperiale, era solo un’enorme e inospitale palude, la zona peggiore, più povera e insalubre dell’intera penisola. La sua bonifica, durata ininterrottamente per quasi duemila anni, è considerata la più gigantesca e prolungata  opera nella storia dell’uomo, tale da far sembrare piccola cosa la stessa muraglia cinese o le piramidi.  Di tutto questo noi padani  non dobbiamo ringraziare gli Dei, ma solo la perseverante saggezza dei nostri antenati. All’opposto quando la cultura traente , lo Spirito del Mondo, abbandona un paese, questo in breve decade, riassorbito dal branco famelico dei reietti del mondo. Così è stato per la civiltà egizia, per quella cinese, per quella indiana e araba, un tempo grandissime.  Gli esempi potrebbero essere infiniti. Ultimo tra questi, l’Argentina che nel 1945, quando di fatto era ancora governata dagli inglesi, si collocava all’ottavo posto tra i paesi industriali del mondo, seconda, dopo gli Stati Uniti, per le riserve auree. Per non parlare poi dell’Unione Sovietica. Ma il discorso in questo caso è molto complesso e non riassumibile in poche righe. Ciò che ci preoccupa  più di ogni altra cosa, caro Anno Nuovo, è proprio di fare la fine dell’Argentina dopo la presa di potere dei peronisti, la cui visione dell’economia e della politica è in molti casi assai simile a quella dei nostri ministri. Già ci sono i sintomi del declino. La cultura industriale, che aveva permesso il decollo dell’Italia nel dopoguerra, si sta rapidamente sfaldando  sostituita dal nulla. Il potere politico si è spostato dal Nord al Sud, verso zone che, nonostante  sia stata spesa per il loro rilancio, una cifra di molto superiore al valore delle intere industrie del Nord, non sono mai riuscite a decollare e a crearsi un’economia autosufficiente.  E i risultati di tanto spreco si vedono. Ancora cinque anni fa eravamo il quinto paese industriale del mondo.  Oggi, secondo l’autorevolissimo Economist , siamo crollati al dodicesimo  posto, mentre la Banca mondiale, massimo organo finanziario, ci relega addirittura in sedicesima posizione. Per di più siamo coperti di debiti, la nostra produzione industriale non è più competitiva, la scuola, la sanità, i servizi, la giustizia, l’ambiente sono, per riconoscimento generale, un vero e proprio fallimento. In altre parole, stiamo precipitando in picchiata. E con questo, caro Anno Nuovo, tanti saluti.

GUIDO MANZONE

IL PICCOLO  4-1-1992

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