I medici caduti in prima linea

I giornali di questi giorni riportano le foto degli 80 medici morti perche infettati dal  coronavirus mentre eseguivano il loro lavoro di assistenza alle migliaia di persone colpite dal morbo.

Scorrendo l’elenco e date di nascita, scopro che circa la metà sono della mia stessa generazione, nati tra il 1940 e il 1950. E’ la stessa generazione che ha conosciuto le ristrettezze economiche ed alimentari del dopoguerra, e per questo avviata, dalle rispettive famiglie, al lavoro in giovane età. Una generazione abituata a chiamarsi l’un l’altro, utilizzando il cognome e non il nome. Una generazione in cui molti, solo in seguito, conseguiranno chi il diploma e chi la laurea, lavorando per pagarsi libri e tasse scolastiche. La generazione che aveva come lingua madre il dialetto, parlato appunto in casa dalla madre e dal padre, e che a scuola creerà alcuni problemi con la materia di italiano.

E’ la generazione del miracolo economico, della militanza politica e delle battaglie sociali condotte con passione per attuare le riforme ed affermare i valori solidaristici e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione, ma non ancora attuati.

La generazione dell’impegno sociale e del sacrificio offerto con spontaneità e senso dell’altruismo. Guardo le foto sui giornali, capelli bianchi sguardi combattivi, per nulla rassegnati, abituati dalla vita, per storia personale e professionalità, a dare agli altri, alla società, che poi per loro significava dare a se stessi.

Non sono degli eroi. Sono persone normali che con il loro esempio e testimonianza  arricchiscono i valori culturali e solidaristici della nostra società. Per questo siamo loro riconoscenti e grati.

 Alfio Brina

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