Note su governabilità e premierato tra cronaca e storia

Sul tema che mi appresto a trattare, ovviamente non solo su “Città Futura on line” ma in primo luogo qui, c’è appena stato un confronto serrato tra due miei vecchi amici del Partito Democratico, Enrico Morando da un lato e Federico Fornaro dall’altro, organizzato dal PD e aperto al pubblico, avvenuto nella mattinata dell’11 maggio (in orario non felicissimo) alla “Taglieria del pelo” di Alessandria. Si è trattato di un dibattito tra due relatori assolutamente adeguati, essendo Enrico Morando uno già stato, oltre che segretario di Federazione del PCI sin dal 1974, migliorista tra i più rappresentativi accanto a Giorgio Napolitano, e più volte senatore, viceministro dell’Economia; e Federico Fornaro il principale portavoce parlamentare di Articolo 1, Uguaglianza e Libertà, e ora uno dei parlamentari più operosi e più rappresentativi del PD, nonché buon storico di formazione socialdemocratica, autore negli ultimi mesi di un bel libro su Giacomo Matteotti pubblicato dalla Bollati Boringhieri (che sarebbe bello, anche qui, e in Alessandria, mettere a confronto con quello sullo stesso tema pubblicato presso l’editore Donzelli, poco prima, da Massimo L. Salvadori).

Enrico Morando ha dimostrato che il premierato era il primo punto del programma dell’Ulivo, poi più volte confermato nella storia del PD, e ancor valido purché collegato ai seggi e non alla persona, e in sostanza ad una legge elettorale a due turni. Federico Fornaro, certo più prossimo alle idee di Elly Schlein, ha ritenuto pericoloso accedere a tale impostazione, anche fissando i paletti della legge elettorale a due turni, in presenza di un governo il cui primo partito ha ancora la fiamma tricolore nel simbolo. Meglio sarebbe, per garantire la governabilità agognata, puntare sul modello tedesco basato sulla sfiducia costruttiva.

Naturalmente, come il lettore potrà vedere se avrà la pazienza di leggere il saggio che segue, io su questo tema, su cui intervengo dal lontano 1992, mi sono trovato d’accordo con Morando. Io, però, mi prendo la libertà di essere un battitore totalmente libero e indipendente, per cui ad esempio, se il dibattito fosse stato sulle due maledette guerre in corso, mi sarei ritrovato d’accordo con ogni posizione pacifista di tipo realista, compresa quella del papa, e in particolare con idee come quelle espresse autorevolmente da Lucio Caracciolo e da Massimo Cacciari.

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Vagliando la storia dei movimenti politici del socialismo, del comunismo e del democraticismo cosiddetto progressista come fossero un unico insieme in divenire, mi pare che si possa individuare in essi un punto debole pressoché costante, e particolarmente rilevante: l’incapacità di cogliere l’urgenza assoluta del problema della governabilità del Paese, specie quando sarebbe stato o sarebbe meglio farlo. Si tratta di una questione importante sia per la storiografia che per la politologia. Questo mi pare sia stato e sia il vero tallone d’Achille della cosiddetta sinistra nella storia italiana contemporanea.

Il problema ha naturalmente un nesso stretto anche con la questione dello Stato nella storia del pensiero politico. Si tratta persino di una questione di filosofia della politica. Al proposito si può ricordare che Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni (1776)[1] diceva che il mondo dell’economia, intesa lì come “libero mercato”, si autoregola “come se una mano invisibile lo dirigesse”. Ora io credo che in gran parte ci sia invece una mano, che meglio direi “manina”, invisibile (spesso), ma molto reale, che chiamerei Stato, o anche governo di uno Stato: anche se solitamente, quando non fa danno, la “manina” che non si vede serve più a dare e imporre regole di convivenza impegnative per tutti, e servizi sociali minimi garantiti a ogni cittadino che non a dominare tutto e tutti. Se poi la “manina” dello Stato diventa una “manona”, che tutto e tutti vuole regolamentare, accade che talora, e per qualche tempo, possa anche in talune grandi emergenze essere benefica, salvando il “malato”, la società, ma che assai più spesso, volendolo o meno, finisca per “far fuori” il malato stesso, come se fosse la “manona” del dottor morte.

Ma in prima istanza m’interessa sottolineare, seguitando nella metafora della “mano” e “medica”, che in generale la cura migliore per risanare la stessa economia ammalata, specie in Italia, è far funzionare almeno decentemente, o addirittura abbastanza bene, lo Stato nei suoi gangli vitali, dando per scontato che il resto verrà da sé. Se lo Stato fa benino o addirittura bene la sua parte, con la sua “manina visibile”, il resto va da sé, anche in economia. Questa è una di quelle cose facilissime da dire, ma difficilissime da fare, da cui tutto dipende.

Che vuol dire, in modo più argomentato?

Parecchi secoli fa, alle origini del mondo moderno – ma tanto per non andare troppo lontano ancora oggi in importanti regioni del Sud d’Italia – avere veramente in una condizione di efficienza minimale la mano dello Stato voleva dire garantire il diritto alla vita di ogni cittadino (il diritto dei diritti), almeno come condizione rispettata quasi sempre: come a dire che ogni ammazzamento che non sia fatto in nome della legge è la malattia mortale dello Stato (perché Stato è innanzitutto la garanzia che nessuno possa ammazzare il prossimo, oltre a tutto senza farlo in nome della legge: mentre se questo accade “troppo spesso”, e persino più o meno sempre senza pronta punizione da parte dello Stato stesso, “non c’è Stato”, sicché la società civile resta, o diventa, anomica, e pure l’economia campa malamente). In molti paesi dell’Africa, magari più abitati dell’Italia, il problema che gli abitanti hanno è che non hanno ancora, o talora non hanno più (come ad esempio in Libia), questo Stato “vero”, capace di garantire normalmente il diritto alla vita (senza di cui non c’è appunto Stato); e perciò, in grandi paesi africani in cui magari hanno diamanti, uranio o petrolio, pure l’economia non può funzionare; fanno in troppi la fame e non si può “campare”, senza dover temere non in modo assolutamente eccezionale che qualche potere arbitrario, e in specie privatistico, faccia impunemente la pelle al prossimo. Correlativamente, oltre alla garanzia del diritto alla vita (se c’è Stato), ha da esserci la difesa dagli invasori esterni. E via via “viene” la difesa di diritti di ciascuno sentiti come fondamentali in un dato spazio-tempo. Penso al diritto alla salute, che lo Stato oggi dovrebbe garantire a tutti indipendentemente dal censo. E poi a un minimo di istruzione: idea di “minimo” che ovviamente evolve nel tempo. E penso ad un decente livello di giustizia, tale per cui se uno trasgredisca gravemente la legge vada in prigione, ma lì non sia trattato peggio di quanto farebbero dei banditi di strada, perché si garantiscono rapidi e equanimi processi, e un trattamento umano anche a chi abbia commesso un crimine e sia stato messo in carcere. Per tal via i cittadini possono fidarsi normalmente della Giustizia. Inoltre è sempre fondamentale, man mano che l’ambito dei diritti universali per ciascuno si sviluppa, che uno possa dire – dove, come e quanto vuole – quel che pensa, e riunirsi pacificamente con chi gli paia, senza essere arbitrariamente ammazzato o imbavagliato: il che storicamente non sembra poter avvenire senza una buona divisione e bilanciamento tra i tre poteri fondamentali dello Stato (liberalismo). Ciascuno, pensando a come vanno le cose su questi punti decisivi, può trarne le conseguenze.

Mi sembra evidente che almeno per i due terzi dei cittadini italiani queste cose siano garantite, come spiegava in dettaglio tempo fa Luca Ricolfi[2]. Non è poco, ma non basta. C’è infatti, nell’Italia d’oggi, troppa disoccupazione e sottoccupazione. Ci sono bassi salari rispetto a Germania e Francia (con cui l’Italia si confronta). Ci sono troppi morti sul lavoro. Ci sono troppi elementi di malfunzionamento nel servizio sanitario nazionale, con liste d’attesa interminabili a tutto vantaggio della costosa sanità privata. Ci sono processi penali interminabili e una Giustizia che non solo, giustamente, vuole e deve essere autonoma dal potere politico pure elettivo, ma che non gode e non sottostà a quel bilanciamento tra poteri che è sempre fondamentale per ciascuno dei tre poteri fondamentali dello Stato. Si hanno pure i ben noti processi penali interminabili, le inchieste che rovinano persone e poi si risolvono in niente, differenze assurde tra sentenze nei gradi di giudizio, e spesso un tale grado di delegittimazione dei singoli accusati con importanti compiti di potere – anche se poi tutto finisce in niente – da seminare sfiducia persino nei migliori dirigenti pubblici da parte dei cittadini, con effetti devastanti sul credito della democrazia, cento volte superiori a ogni eventuale propaganda qualunquista oppure anarchica.

Ma com’è possibile che nonostante le pecche di cui si è detto l’Italia, che oltre a tutto ha il secondo debito pubblico del mondo[3], “stia in piedi”, e spesso ottenga risultati economici addirittura superiori a grandi paesi europei, e talora addirittura alla Germania?

Questo sembra accadere per due ragioni fondamentali: perché la società civile[4] ha sì bisogno dello Stato come il pane, ma solo sino a un certo punto (in altre parole perché una società civile dinamica entro limiti non assoluti, ma vasti, può prescindere dallo Stato nel condurre i propri affari e rapporti interni). Al proposito in Italia – paese con una lunghissima sedimentazione storica, se si vuole di duemilacinquecento anni, ma comunque rilevante dai Comuni dell’XI secolo, e tanto più dal XIV secolo in poi – si è sviluppata una società civile che nel profondo è così vivace da surrogare il mal funzionamento dello Stato. Su ciò ci sarebbe da ragionare sul ruolo della società civile nella storia: società civile che – pur non potendo assolutamente fare a meno di uno Stato magari minimo, ma forte, libero e funzionante – ha un ruolo a sé immenso, in cui ogni singolo opera come cellula del corpo sociale; ogni cellula è importante, e con margini d’autonomia non da poco: pensando e volendo; creando qualcosa; amando, lavorando, figliando, sognando e quant’altro, con uno Stato certo assolutamente necessario sullo sfondo, ma pure con una vita in gran parte propria, che in Italia da secoli e secoli si è sviluppata in modo molto vivo, tanto che quando nostro malgrado nel secolo XX abbiamo avuto un governo troppo forte, e mal ce ne incolse, molti credevano di poter ricostituire l’impero romano.

Ma in Italia, via via, è stato accumulato, negli ultimi sessant’anni, il secondo debito pubblico del mondo. Ora, come Paese, si è nella condizione di quei grandi debitori cui si preferisce seguitare a far credito perché farli fallire sarebbe più dannoso per chi ha prestato e presta loro i soldi. Ma sino a quando durerà? E se saltasse l’Unione Europea, il che non è neanche escluso date le guerre incombenti, che fine farebbe l’Italia, col suo secondo debito pubblico del mondo? E, comunque, ha senso avere un livello d’ingovernabilità dannoso persino per l’economia, se lo si possa evitare?

La metà circa del Paese che non vota se lo chiede, ma “il dottore”, e per la verità anche il “malato”, dicono sempre che la colpa non è loro, ma di un altro.

A questo punto il discorso rimbalza sulla sinistra “italiana” cui si è accennato, socialista comunista e democratica. In Italia, e per l’Italia, essa ha alle spalle, e conferma sempre, una lunga tradizione di tipo antitirannico, più o meno sorda all’idea di Machiavelli che gli Stati non possano non essere governati. Di troppo governo si muore, ma si muore pure se se ne abbia troppo poco.

Facciamo alcuni esempi tratti dalla storia. Prendiamo l’esempio delle origini del fascismo. Qui non intendo riprendere i temi decisivi relativi alla sua genesi: la Grande Guerra che non era stata voluta né dalla grande maggioranza dei liberali (“giolittiani”) né dei cattolici (pacifisti, e spesso pure austriacanti) né tantomeno dai socialisti (in grande maggioranza “intransigenti”, internazionalisti): guerra imposta da una minoranza politica e culturale molto determinata, strettasi intorno al re allora cosiddetto “soldato” (anche se vedere così Vittorio Emanuele III pare arduo), minoranza interventista, e poi combattente convintamente, composta da ex rivoluzionari di sinistra pronti a tutto per far finire l’Italietta trasformista giolittiana (come lo stesso Mussolini, Filippo Corridoni e tanti ex sindacalisti rivoluzionari), e da nazionalisti autoritari di destra, e da liberali conservatori antisocialisti: minoranza poi vittoriosa (col popolo trascinato in armi, seriamente combattente quantunque assai riluttante e “non persuaso”), minoranza sociopolitica detestata dai pacifisti e internazionalisti, ma dal conflitto abituata e affascinata dalla violenza, area intimamente eversiva composta da arditi, volontari e più in generale ufficiali, disprezzata “dopo la vittoria” da chi la guerra l’aveva fatta con onore, ma suo malgrado: minoranza intercettata a un certo punto dalla borghesia dei grandi medi piccoli e piccolissimi padroni, che tra il novembre 1917 e il settembre 1920 aveva avuto, magari a torto, una gran paura della rivoluzione sociale “come in Russia”, e che passata la grande paura della marea rossa si scatenò contro i rossi, per il tramite della minoranza già convintamente e praticamente bellicista, picchiando crudelmente i socialisti e comunisti, e pure cattolici sindacalizzati, incendiando sedi sindacali e politiche, e portando, un secolo fa, alla dittatura fascista.[5]

Ma ciò detto non è ancora stato chiarito il punto decisivo, che per me, come anni fa ho pure tematizzato in un saggio[6], è il seguente: la sinistra – compresa quella (socialista riformista) che non aveva affatto creduto nella rivoluzione proletaria imminente tra 1918 e 1920, o quella che aveva trasformato l’obiettivo della rivoluzione in demagogia sociale e sindacale senza sbocco, e soprattutto in occasione per comizi elettorali incendiari (socialista massimalista) – lasciò il Paese “sgovernato” per mille giorni, in pratica dalla rotta di Caporetto dell’ottobre 1917 all’occupazione operaia delle fabbriche del settembre 1920 (sino ai fatti di Palazzo Accursio di Bologna del 21 novembre 1920, che diedero “il la” alla reazione fascista). C’erano stati oltre mille giorni di febbre a 40 di tutta la società senza che arrivasse né la rivoluzione proletaria né il governo liberale-socialista (Giolitti-Turati), che si poteva totalmente fare: sinché nel 1921 (gli scontri prima erano stati scaramucce) si scatenò la rivolta reazionaria nero-tricolore nella Valle Padana. Passarono dunque mille giorni senza che si ponesse mano da sinistra alla crisi di governabilità del Paese, come se lo si potesse lasciare “sgovernato” per sempre senza far crollare lo Stato, ed anche l’ordine liberale. A quel punto arrivò il “castigamatti”: la rivoluzione reazionaria con basi di massa, il fascismo.

Ora il vizio seguita sempre, come se il paese potesse restare mal governato o sotto-governato o non-governato in gangli vitali all’infinito. Non siamo a quel punto, a un nuovo “1921” (e pensarlo sarebbe stupido), ma la crisi “di governabilità” ha già conseguenze molto gravi. Sono così gravi che la “democratura”[7] incombe; ma essa si realizzerà, certo senza che la destra di governo del 2023-2024 si metta a piangere, solo se la sinistra non si farà carico essa dei problemi di governabilità del Paese, passando più veloce della luce dalla protesta (che ha sempre il suo senso) alla proposta realistica alternativa (indispensabile). La mia ipotesi interpretativa è che la sinistra non sia mai stata ammazzata (nonostante tanti veri noti e oscuri suoi martiri), ma si sia sempre suicidata (e poi sia stata “finita” dai suoi “nemici”), per una specie di strana scempiaggine politica sui temi della governabilità del Paese; e ciò senza dimenticare le grandi conquiste di diritti di libertà, di avanzamento sociale e sindacale, prima del fascismo e poi dalla Resistenza alla Costituente, alle origini della Repubblica, dentro e contro i governi di centrosinistra o successivamente. Ma il problema della ricorrente insipienza della maggioranza della sinistra in materia di governabilità è seguitato come una specie di tara originaria dell’area, che sembra sempre pronta a venir fuori.

Alla Costituente del 1946-1947, come è emerso in una nota intervista di Elia a Dossetti di qualche decennio fa[8], si disegnò un assetto con una forma di governo debolissima, per tema dei rigurgiti del fascismo, finito solo due anni prima (e che tra l’altro, nonostante gli americani fossero già sbarcati in Sicilia, era stato formalmente messo in crisi dal voto del Gran Consiglio del fascismo stesso del 25 luglio 1943 e da un tardivo intervento regio, cioè “dall’interno” del regime). Dossetti diceva pure che i due poli della Costituente (democristiani da un lato e socialisti-comunisti dall’altro), “temevano ciascuno il colpo di stato dell’altro”. La DC temeva che i “rossi” facessero quello che stavano per fare i comunisti a Praga[9], trasformando la vittoria democratica del loro Fronte Popolare in occasione per un golpe “rosso”; i socialisti-comunisti temevano che i vincitori volessero fare una semidittatura più o meno come quella di Salazar in Portogallo, o comunque che essi volessero un centrodestra semidittatoriale. E entrambe le paure avevano un qualche fondamento. Togliatti, il capo del PCI, non solo non poteva, ma non aveva certo il minimo desiderio di vedere impiantato dopo vent’anni di fascismo uno stalinismo al pomodoro in Italia (da cui dopo molti anni era uscito vivo solo per la sua straordinaria abilità politica, e pure perché pure Stalin sapeva che era una testa troppo fina per non lasciarlo in sella a dirigere il comunismo italiano); ma se il Fronte Popolare avesse vinto, Togliatti avrebbe poi dovuto tenere a freno un movimento partigiano ancora fortissimo in tutto il Nord, compresi leader filosovietici e sempre antagonisti come Longo e Secchia, che qualcosa avrebbero combinato (magari facendosi poi massacrare poiché qui c’erano gli americani “in casa”; ma certo il sovversivismo era un bel problema, tanto che gli ammazzamenti durarono qua e là anni dopo la Liberazione, per quanto deplorati). E Nilde Jotti, senza darsene ragione, diceva che Togliatti era “allegrissimo” dopo aver perso le elezioni dell’aprile 1948. Del resto un grande storico come Claudio Pavone ha potuto interpretare la Resistenza anche come “guerra civile” (sociale e ideologica, oltre che patriottica), rettificando la visione epica di Roberto Battaglia sulla Resistenza come grande lotta nazionale di Liberazione dai nazisti e dai loro alleati fascisti, vero secondo Risorgimento[10]. Di tutti questi grandi dibattiti storiografici oggi sembra essersi persa la memoria, mentre prevale una sorta di nuova retorica, come dopo il Risorgimento quando tutto era ridotto a epica lotta tra Re “buono”, Cavour, Garibaldi, Mazzini da una parte e i biechi reazionari dall’altra (come veniva raccontato a tutti gli scolari almeno sino al 1968).

Nel 1947 – contro il preteso sovversivismo rivoluzionario dei comunisti e socialisti, sovversivismo “rivoluzionario” preso sul serio dal maggiore e quasi unico biografo di De Gasperi, Pietro Craveri [11]– lo stesso De Gasperi ruppe con i comunisti sin lì alleati al Governo con lui dal 1945. Lo fece prima ancora che gli americani glielo imponessero se voleva i dollari per la ricostruzione (Piano Marshall), anche se ovviamente gli americani ne furono felicissimi. Ma De Gasperi sapeva che pur essendo la DC un partito elettoralmente fortissimo, e che nel clima di paure del 1948 aveva sfiorato la maggioranza assoluta (48,5%), l’egemonia della DC e dei suoi alleati minori (centrismo) era precaria. Cercò perciò di blindarla attraverso il tentativo di legge maggioritaria del 1953 detto da Nenni, e poi da tutta l’opposizione, “legge truffa”. Per questo uno dello spessore culturale di Lelio Basso, già uno dei maggiori protagonisti della Costituente, scrisse un libro in cui sosteneva che Fascismo e Democrazia Cristiana erano “due totalitarismi”; e, alla morte di De Gasperi, Togliatti scrisse una serie di articoli che lo vedevano piuttosto negativamente[12] (a torto).

Su ciò si possono fare due osservazioni di fondo. La prima concerne la vera posta del tentativo interessantissimo – quando lo si studi in dettaglio negli atti parlamentari e sulla stampa del tempo – del tentativo di De Gasperi (che poi è alla base della sua definizione come “uomo solo” nel bellissimo libro della figlia Romana[13]). La seconda – e questo è un punto che vorrei sottolineare particolarmente perché attribuisco ad esso un significato politologico – concerne la conseguenza del rifiuto di blindare la governabilità democratica, cioè la stabilità di legislatura dei governi, per legge (come avrebbe voluto la legge maggioritaria di De Gasperi bocciata nel ’53).

Pietro Scoppola ha interpretato De Gasperi come un uomo di centro orientato a sinistra, come una sorta di anticipatore di Moro: un uomo che via via allargava in quella direzione.[14] Ma non credo che questa linea interpretativa sia del tutto attendibile; mi pare alquanto diversa da quella, politicamente oltre che umanamente convincente, della figlia (su De Gasperi “uomo solo”: centrista a tutto tondo; e mi pare che Craveri, con le delicatezze accademiche dell’allievo verso il maestro Scoppola, certo storico di primissimo piano, vada nella direzione che mi persuade). Mi sembra che De Gasperi sia stato un vero “centrista” trentino: non era favorevole né a un centrodestra che comportasse la legittimazione “democratica” del neofascismo, né a un centrosinistra che comportasse la legittimazione “democratica” di un socialismo aperto ai comunisti, oppure dei comunisti stessi (atto finale di un continuo spostamento dell’asse del centro democristiano verso sinistra, tentato da Moro). Nel 1952 la chiesa di Pio XII – che scomunicò i comunisti ma non i nazisti, e che certo era pure ben lontana dal riconoscere gli ebrei come “fratello maggiore” come poi avrebbero fatto Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II – avrebbe voluto portare nel centro politico, in area democristiana, gli ex fascisti, in occasione delle elezioni amministrative di Roma (ma De Gasperi rifiutò, e per questo non fu più ricevuto in Vaticano). E su ciò Pio XII trovò ascolto – non per la banale idea del prete che come Garibaldi con Vittorio Emanuele II diceva “Obbedisco”, in tal caso al suo papa – presso il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, ostile alla linea di ricostruzione economica keynesiana già voluta da Fanfani, in alternativa a quella einaudiana sin lì prevalsa di gran lunga. Mi pare evidente la grande politica conservatrice di Pio XII, che legato a un milieu che era pure quello di Guareschi mirava a un centrodestra senza nemici a destra come sarà poi vittoriosamente fatto – guarda caso sempre a partire da elezioni per il Campidoglio – nel 1994 da Berlusconi; solo che Pio XII voleva farlo nel 1952. Su ciò sarebbe da discutere il recente libro di Massimo Franco, che ha lungamente intervistato il massimo esperto di Archivi Vaticani, ora aperti pure al tempo di Pio XII[15]. Su questo sarebbe poi bello andare a investigare più a fondo in quegli archivi.

Nel Vaticano “destrorso” di Pio XII e nei suoi molti amici clerico-reazionari del tempo, si intuiva che pure gran parte del partito di Nenni, spesso risorto sotto l’ala protettrice e persino promotrice del PCI togliattiano, non andasse bene come possibile alleato della DC, anche se si fosse reso autonomo dal PCI, perché quel centrosinistra da un lato avrebbe fatto prevalere il capitalismo di stato (inviso a Sturzo e alla destra del tempo, per cui proprio “Enrico Mattei” era la bestia nera[16]) e a un certo punto i comunisti al governo. Ora De Gasperi, mirando a un centrismo in grado di tagliare le due ali ritenute dal grande trentino incompatibili col centrismo (monarchici e neofascisti da un lato e socialisti dall’altro), mirava a un centrismo autosufficiente, con legge maggioritaria che avrebbe assegnato il 65% dei seggi al partito o coalizione di partiti che avesse raggiunto il 50% anche con un voto in più alle elezioni. Si convenne che le elezioni politiche del 1953 sarebbero state un referendum sulla nuova legge elettorale. Com’è noto il 50% più uno fu mancato per meno di centomila voti, anche per il ruolo di difesa costituzionale di ex azionisti torinesi del calibro di Norberto Bobbio e Franco Antonicelli, al solito pochi ma decisivi. Fu allora che Saragat, capo dei socialdemocratici che nel 1947 si erano scissi dal P.S.I. stalinista di Nenni, e che nella “legge” detta “truffa” vedeva un modo atto a obbligare la sinistra socialista a venire nell’area di centro rafforzandone l’anima “di sinistra”, si lamentò contro “il destino cinico e baro”.

De Gasperi fu presto sostituito da Fanfani, anche perché il suo delfino, che pare fosse Attilio Piccioni (suo vicepresidente del Consiglio), fu travolto da uno scandalo familiare concernente il figlio Piero Piccioni, implicato nella morte di una bella ragazza trovata cadavere su una spiaggia: evento molto gonfiato dalla concorrenza democristiana di sinistra e dalla sinistra per liquidare la linea liberale einaudiana e centrista sin lì prevalsa. De Gasperi si dimise nell’agosto 1953 e morì esattamente un anno dopo. Ecco “l’uomo solo”. E iniziò il lungo processo verso il trentennio di centrosinistra (iniziato alla fine del 1963) imperniato sul DC-PSI, dopo che l’ultimo governo centrista aperto a destra (in tal caso a voti neofascisti pure detti “non richiesti”, ma indispensabili) nel luglio 1960 fu travolto (fine del governo Tambroni, che segna la disfatta del centrodestra sino al 1994: centrodestra di cui a quanto pare una certa “allure” di post-fascismo appartiene, per ragioni connesse alla storia nazionale, sia tale “allure” manifesta oppure ridotta a un residuo della storia, come ora pare indubbio).

Ma è qui che si innesta la conseguenza che chiamo politologica e che per me ha un sapore di attualità persino a livello europeo. In termini semplificati direi la cosa così. Se si abbandona il criterio dell’alternativa democratica tra partiti o blocchi politici opposti legati a due partiti-leader, che Gramsci e Togliatti avrebbero chiamato blocchi storici alternativi[17], e contemporaneamente non si pongono norme legislative atte a garantire governi tendenzialmente di legislatura, si cade per forza nel TRASFORMISMO.

I comunisti nel loro realismo serio e disincantato lo capirono, e accettarono (sperando che a bilanciarne gli effetti nefasti sarebbe bastato il loro “Partito” ritenuto in sé “salvatore”), anche perché ebbero la fortuna di essere diretti sino al 1964 da un leader che considero come un autentico genio politico del livello di Cavour (ma senza il contesto per esserlo nello Stato), Palmiro Togliatti[18]; e infatti sin dal 1950 Togliatti rivalutò a Torino, nel Discorso su Giolitti, il grande liberale di Dronero, primo grande trasformista (o secondo, perché pure il connubio tra Cavour e Rattazzi intorno al 1848 fu antelucano), e uno storico comunista rivalutò il trasformismo, affermatosi in Italia dopo la “destra storica”, nel 1876[19].

Ma che cos’è questo trasformismo, che io invece considero il male oscuro della storia nazionale, tanto più in un Paese in cui – nonostante il serio cattolicesimi liberale di Manzoni, Lambruschini e Rosmini – non c’è stata la rivoluzione morale protestante?

Direi che il trasformismo è la disponibilità, in genere di un Grande Centro, ad allearsi con le forze anche opposte per governare, per salvare la barca dell’economia e dello Stato o, più prosaicamente, per partecipare comunque al governo dello Stato, in un contesto che tende sempre a trasformare gli oppositori in collaboratori (o magari in complici).

Un osservatore “terzo” – tanto più se “veramente comunista” o “veramente democristiano” o persino “forzitalico”, o persino del Partito Democratico – potrebbe però chiedere: “E che c’è di male? Perché prendersela tanto con il trasformismo? Non è salutare collaborare tutti da buoni amici per il bene comune (per così dire)?”.

Il fatto è che per tale via si possono certo fare tante cose buone, come nel giolittismo dal 1900 al 1914, o come nel centrosinistra dal 1963 al 1994, e oltre, ma con due conseguenze “perverse”. La prima conseguenza è un livello di immoralità politica di cui sotto il trasformismo – cioè miscelando gli opposti, con matrimonio tra “scombinati” tra ideali opposti, conciliati per contaminazione fatale – si perde quasi necessariamente il controllo della propria prassi, cioè il legame con i propri veri fini, morali e politici. La seconda è il discredito della politica, discredito che mina la democrazia. La terza, è il dissesto delle casse dello Stato. (Non sembrano cosette da niente).

Se l’opposizione, o apertamente o occultamente, è in una relazione di continua connivenza con la maggioranza, palese come occulta, queste tre conseguenze negative si danno in modo quasi fatale. Infatti, se oggi siamo avversari, ma magari domani governeremo insieme, il governo diventa governo d’assemblea, e non c’è più nessuno che tenga sotto “vera” pressione chi governa, perché tanto si è tutti compari, anche se per fortuna i più fedeli tra gli spiriti semplici non lo capiscono, e gli “addetti ai lavori” lo negheranno sempre sino alla fine, e i più ingenui, persino tra loro, lo crederanno pure.

Ma per tal via non solo si diminuisce in modo grave la credibilità della democrazia: così si dissestano pure tutti i conti pubblici, perché se l’opposizione, tanto più se forte e sostenuta da forze sociali potenti, “lascia passare”, leggi e leggine, o deliberati, che interessano l’area di governo, questa farà la stessa cosa per l’opposizione. Ma in tal modo la spesa pubblica si dilaterà continuamente, e insieme andranno in dissesto le casse dello Stato o dell’ente locale.

Si tratta di storia antica. In Italia il miracolo economico famoso nel 1963 finì (iniziarono i periodi detti di “congiuntura economica”). Poi il trasformismo crebbe sempre, e con esso sia la corruzione che la spesa pubblica. Condanna questo il centrosinistra da Fanfani a Nenni sino a Craxi presidente compreso, e oltre, compresi i governi di Ciampi e soprattutto di Romano Prodi e così via?

Niente affatto. Fecero pure tante cose bellissime (e nei Comuni e Regioni spesso persino meglio), come ho pure argomentato in taluni saggi, riferiti soprattutto a quanto hanno fatto i socialisti al governo o imponendo ai governi amici le loro soluzioni specie dal 1900 ai giorni nostri. Tutto il bel Welfare State di cui godiamo, e che forse ha fatto e fa dell’Italia uno dei paesi in cui si vive meglio, è frutto del centrosinistra, via via arrivato a lambire il Partito Comunista, e poi rinato con simbiosi soprattutto tra ex comunisti ed ex democristiani di sinistra nel Partito Democratico[20]. Ma posto ciò bisogna pure vedere il virus che ha attaccato e attacca il tutto.

Il punto chiave è che ogni governo che si regga su maggioranze disomogenee idealmente e politicamente, tanto più se per lunghi periodi siano stati opposti, e portatori di opposte ideologie e persino miti collettivi; o che addirittura dipenda dal buon vicinato degli oppositori – manifesto o occulto – diventa corrotto e corruttivo, man mano che ci si allontana dalla generazione dei fondatori di una forma di governo dello Stato. Così la destra storica del 1861/1876 fu certo più dura e chiusa socialmente del liberalismo aperto ai democratici successivo (come fu duro il centrismo dal 1947 al 1954, ma sino al 1960, almeno per il movimento operaio comunista e socialista), ma “poi” arrivarono i grandi scandali epocali. Poi, in età liberale, arrivò il giolittismo con le sue maggioranze a geometria variabile, maggioranze tra liberali e radicali, e amiche dei socialisti più riformisti, e dal 1913 amiche dei cattolici di destra (tra cui il nonno o bisnonno di Paolo Gentiloni), maggioranze liberali “giolittiane” più volte invano anelanti – nel 1905, nel 1911 e soprattutto dal 1918 al 1920 – all’alleanza con i socialisti, ma altrimenti aperte a destra, però sempre con l’intento di rendere liberali tutti. Ma le guerre, da quella di Libia del 1911-1912 a quella mondiale del 1915-1918, minarono ogni intesa possibile tra liberaldemocratici e socialisti, e posero le basi di tutto quel che accadde dal 1921 in poi. E, inoltre, Salvemini scrisse un libro contro Giolitti nel 1910 intitolato Il ministro della mala vita, non certo per caso. Sin dal 1893 il grande statista, per lo scandalo della Banca Romana, aveva dovuto andare a stare per qualche tempo all’estero. Salvemini in un testo nella vecchiaia ridimensionò il giudizio su Giolitti “ministro della mala vita”, ma solo per dire che i nuovi trasformisti erano pure peggio[21].

Sin dal 1947, ma soprattutto dopo il crollo della tentata legge maggioritaria del 1953, il processo trasformistico, all’ombra dello Stato invasivo (che impiantò pure una fabbrica di gelati), seguitò, culminando nella trentennale collaborazione tra DC e PSI (1963/1994), in cui la “democrastianizzazione” degli alleati della DC è evidente (pur senza dimenticare per un secondo le importantissime conquista di diritti sociali e civili che ne derivarono, ma con la grande zavorra morale e del debito pubblico “appresso”).

Comunque guardando la storia che è prevalsa nel lungo periodo si può notare, qui, che lo schema del riformismo italiano è trasformistico e di negazione dell’alternativa democratica tra maggioranza e opposizione; insomma, è pressoché sempre un riformismo di “inclusione” nell’area anteriore di governo più che tra governi alternativi, sia pure in modo “più mosso” dopo il 1994. (È proprio a questo che si opponeva il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria nato contro il DC-PSI nel gennaio 1964, partito che però era composto di due attaccature: una sinistra socialcomunista e neomassimalista che si opponeva al centrosinistra DC-PSI perché escludeva i comunisti, e “quindi” vedeva il “socio” di sinistra succube della DC, e un’ala facente capo alle minoranze di Lelio Basso e Vittorio Foa, contraria al connubio a tempo indeterminato della sinistra con i moderati del Centro, e favorevole ad una logica di alternativa democratica, che opponesse blocco moderato-conservatore e blocco riformatore, in certo modo destra-centro e sinistra-centro; ma questa minoranza fu sempre sconfitta, pure lì[22]). Il PCI seguitò, e addirittura anticipò l’elaborazione dello schema del riformismo in Italia, in certo modo prevalente da Garibaldi (ivi in lunga combutta con re Vittorio[23]) ai giorni nostri: un riformismo non già di alternativa ai moderati dominanti, ma di “inclusione” nel loro blocco. Togliatti, più ancora di Nenni, aveva riflettuto a fondo su tali cose. Aveva compreso che il giolittismo “mancato”, defunto (non incontratosi col partito socialista), aveva aperto le porte al fascismo (anche se nel mondo comunista doveva dirlo in modo più sfumato). Oltre a tutto dal 1944 sapeva che l’Italia era parte integrante del mondo dominato dagli americani (che con le loro basi erano “in casa”, e poi avevano preso questo Paese come altri quale area d’influenza nei patti di Yalta tra vincenti del 1944). Qui si poteva governare solo con la DC, certo da incalzare tramite un PCI monolitico, e non friabile come la pasta frolla come per lui e i comunisti erano stati ed erano i socialisti; e pure mobilitando a dovere le masse tramite sindacati “di classe” e tramite l’opposizione sociale: però per il PCI un’alternativa di sinistra, che avrebbe portato fuori dalla NATO e comportato chissà quali scontri sanguinosi (perdenti), non si poteva certo fare. Al governo tra sinistra e DC non c’erano alternative.

Ma Moro, come e più di Giolitti, era uomo che voleva sempre inglobare la forza di sinistra senza cui la DC non poteva non-governare, ponendo mille paletti di tipo moderato. Egli era uno che sin dalla fine del 1963 (liquidazione di un Fanfani allora più riformista), voleva sempre aprire a sinistra, ma a patto che essa si spostasse quanto più possibile al centro (prendere o lasciare), tramite una sorta di egemonismo democristiano.

Enrico Berlinguer, che io considero un uomo assolutamente superiore per moralità personale, con la forza etica di un Mazzini o di un Gramsci, ma un modesto uomo politico, a mio parere non fece altro che rendere più conseguente il togliattismo, mantenendo l’idea del “connubio” indispensabile con la DC, ma togliendo le ultime – però non dappoco – foglie di fico che il togliattismo – molto legato al carro comunista non solo internazionale, ma italiano – manteneva: l’idea che il blocco socialista-comunista fosse sì chiamato a incontrare la DC, ma tutto insieme, socialisticamente unito e in vista di un inglobamento a sinistra di quanto nella DC c’era di riformista, da liberare dal moderatismo o conservatorismo della sua matrice. Berlinguer invece basava tutto sulla franca alleanza tra un PCI fattosi sempre più comunista democratico e una DC sempre più aperta a sinistra. Il nucleo del suo “compromesso storico” era questo.[24]

Il disegno berlingueriano, che io direi ultratogliattiano, aveva due grandi e pericolosi nemici all’estero, e uno più piccolo, ma pericoloso come un lupo famelico, all’interno: l’URSS, che capiva che più quel processo avanzava più il comunismo occidentale l’avrebbe lasciata o ripudiata, oltre a tutto alimentando speranze di democratizzazione nel mondo comunista, che potevano far saltare la dittatura burocratica che ne era la quintessenza; e gli Stati Uniti, tanto più sotto la presidenza repubblicana, conservatrice, di Nixon (e del suo segretario di Stato, Kissinger), che temevano che nonostante l’accettazione formale della NATO i comunisti al governo minassero la loro alleanza militare e la loro stessa egemonia in Occidente, e non credevano nella “convertibilità” dei comunisti al liberalismo d’Occidente. Il lupacchiotto feroce interno, anzi i due lupacchiotti feroci interni, erano da un lato schegge estremiste di fascismo eversivo e dall’altro schegge estremiste di comunismo eversivo: da un lato i cascami del neofascismo e dall’altro i cascami del Sessantotto, gli arrabbiati che sentivano il DC-PCI come alto tradimento. Il ciclo si concluse con lo scacco del compromesso storico (assassinio del “grande tessitore” Aldo Moro nel 1978; inizio dello smottamento elettorale del PCI dal 1979 e nel 1980, e scacco della lotta operaia di trentacinque giorni a Mirafiori nel 1980, per cui in un’intervista a Verderami sul “Corriere della sera” dell’11 maggio 2024 si commuoveva ancora Fausto Bertinotti, che vedeva in quello sciopero una sorta di Waterloo della sinistra di classe, che invece era già avvenuta con la morte di Moro, che a mio parere “un Togliatti” avrebbe in mille modi cercato di evitare come la peste, e non certo per “bontà”, e con il ritorno del PCI all’opposizione, obbligato dati i frutti marci pure elettorali del 1979).

C’erano altre vie?

Sì, ce n’erano addirittura tre.

La prima consisteva nell’opporre un blocco sociale-politico più o meno antagonista, socialista e comunista, al moderatismo dominante, come avrebbero voluto i socialisti e “psiuppardi” alla Lelio Basso e Vittorio Foa (e in parte il vicesegretario di Nenni, il grande organizzatore e socialista etico Rodolfo Morandi, prematuramente scomparso[25]), ma pure Pietro Ingrao nel PCI, e grandi sindacalisti come Bruno Trentin, Pierre Carniti e altri. Bisogna però riconoscere che specie a livello politico, ma anche sindacale nell’insieme (seppure “di meno”), questa posizione era storicamente in minoranza. Lo fu SEMPRE.

La seconda via consisteva nel formare una grande sinistra, necessariamente comprensiva di quelli di matrice comunista, che diventasse una grande socialdemocrazia europea in Italia senza se e senza ma. Insomma, sarebbe pure stato possibile opporre ai centristi e loro amici (insomma ai moderati o conservatori) una grande socialdemocrazia europea in Italia. Questo, anche se in sede storica dirlo può essere illazione, poteva anche essere il sogno segreto (ma non tanto) di Togliatti, specie dagli anni Sessanta, ma certo era il proposito assolutamente chiaro e senza alcuna ambiguità di Riccardo Lombardi (dal 1948 alla morte), e dal 1969 di Francesco De Martino, e al congresso di Torino del 1978 era il proposito di Craxi, che proponeva di sostenerlo come possibile presidente del Consiglio rappresentante di tutta la sinistra (proposito respinto però dal PCI, che di un socialista egemone di tutta la sinistra non voleva saperne, vedendovi certo una specie di egemonia alla rovescia, il che indusse Craxi dal 1979 a diventare un anticomunista). Per chi sosteneva tale via la collaborazione con la DC poteva essere solo una sfida in vista di un’alternativa tra blocchi sociopolitici opposti. E se così operando la DC si fosse sottratta all’”abbraccio”, per tale area questo non sarebbe stato un problema.

Questa via socialdemocratica alternativa al regime democristiano era quella indicata dal notevole politologo Giorgio Galli già in un noto libro del 1966 sul bipartitismo “imperfetto”[26]. In Italia c’era il partito conservatore o moderato con basi di massa (la DC), ma non c’era la grande socialdemocrazia che potesse succederle in relazione di aut-aut. La conseguenza era che se si voleva por fine all’egemonia moderata, la sinistra avrebbe dovuto socialdemocratizzarsi, non già di nascosto, ma gridandolo dai tetti. Il PCI avrebbe dovuto rompere con Mosca senza se e senza ma, e la sinistra unirsi tutta quanta sotto le bandiere della socialdemocrazia europea.

Dopo la fine del “Sessantotto-Sessantanove”, dopo l’autunno caldo e poi la strategia delle bombe iniziata a Piazza Fontana a Milano alla fine del 1969, la via della socialdemocratizzazione spinta non aveva alternative. Ma ad essa si opponevano due impedimenti storicamente rilevantissimi, non compresi dai fautori della politica di alternativa socialdemocratica e in gran parte bipartitica (attorno a poli opposti). Il primo era la subalternità profonda dell’area socialista verso il maggiore e grande alleato di turno, che però per taluni versi l’avvento di Craxi alla testa del PSI dopo il 1976 aveva interrotto, ma che i “niet” del PCI faceva rientrare dalla finestra dopo che lo spirito di subalternità socialista era uscito dalla porta; il secondo era se non proprio e solo l’istintivo antisocialismo dei comunisti (una specie di complesso di Edipo contro il padre abbandonato e però non più veramente amato dal 1921, un poco come quello dei protestanti con i cattolici), quantomeno l’assoluta volontà de comunisti di non tornare “socialisti”, anche in senso europeo, a nessun costo. Nenni era un grande tattico e un oratore affascinante, ma non credette mai nell’autonomia socialista perché per vent’anni, più o meno dal 1938 al 1956 accettò il ruolo di forza di complemento del PSI nei confronti del PCI, e poi nei confronti della DC, mentre invece avrebbe dovuto cercare di avere un suo gioco “mordi e fuggi” con entrambi, senza di che si è sempre satelliti (e questo fu compreso solo da Craxi, pur con tutti i “chiaroscuri” che aveva, ora noti anche ai bambini). Anche la volontà dell’ultimo De Martino di avere il PCI in maggioranza senza neanche chiedere che rompesse con Mosca, era una forma di neofrontismo, cioè di subalternità al PCI (dopo quella alla DC).[27]

Ma il problema della mancata soluzione socialdemocratico europea in Italia era soprattutto del PCI e in specie di Berlinguer. Il segretario del PCI era stato il delfino di Luigi Longo, che pare l’avesse preferito in tale ruolo a Giorgio Napolitano proprio perché lo considerava “veramente comunista”, mentre Napolitano era sospettato di essere un socialdemocratico nel fondo almeno dall’inizio degli anni Sessanta, ben prima del suo “migliorismo”, che nella seconda metà degli anni Ottanta fu una sorta di neo-socialismo. Quando Longo morì, Berlinguer ne parlò in un discorso funebre come del Garibaldi del XX secolo, con la manifesta gratitudine che le persone per bene hanno con quelli cui debbono tutto. Lo stesso compromesso storico, che voleva assicurare i moderati che la logica del PCI non era di alternativa tra blocchi politici e sociali, implicando l’alleanza “storica”, di lungo periodo, con tutte le forze costituzionali, era pure il tentativo di evitare di pagare il solito “dazio” della socialdemocratizzazione spinta per poter governare in area d’influenza americana ed egemonizzata dalla DC, restando così comunisti.[28]

Ma questo non era accettabile per Craxi perché pin quel contesto erano, e già con il governo monocolore democristiano solo appoggiato dal PCI nel ‘76/79 erano diventati, non più comprimari. Ma poi c’era pure il vantaggio materiale, rafforzato dalla lunga tendenza dei socialisti a essere subordinati a un grande partito maggiore, dell’essere alleato indispensabile della DC qualora non ci fossero i comunisti (che li rifiutavano come comprimari), godendo del 50% o poco meno di ogni potere pur oscillando tra il 10 e il 15% dei voti.

Perciò anche la via della socialdemocrazia europea in Italia fu sconfitta, grazie al fatto che dopo essere stati subordinati al PCI per decenni, i socialisti erano troppo gratificati dall’esserlo con la DC, e però in taluni Comuni e Regioni specie dopo il 1975 di nuovo col PCI; e i comunisti non volevano essere comunisti filosovietici, ma neppure socialisti vestiti all’americana, o anche all’italiana; non erano neppure disposti a prendere il meglio del socialismo riformista come democratico rivoluzionario che c’era pur stato da Filippo Turati a Rodolfo Mondolfo, a Rodolfo Morandi, Lelio Basso, Raniero Panzieri e Vittorio Foa, per non dir di Riccardo Lombardi, che potevano sì onorare, ma come compagni di strada, inconfrontabili con Lenin o Togliatti o Berlinguer.

A quel punto restavano, e anzi “restano”, solo due soluzioni: una consiste nel proseguire nel vecchio trasformismo, all’ombra del parlamentarismo; e così si è fatto sempre, anche dopo il 1994, nonostante importanti tentativi diversi. Berlusconi, vincendo nel 1994 quasi come un novello Tambroni, a capo di un vero centrodestra, pareva inaugurare lo schema bipolare sognato da Giorgio Galli dal 1958, seppure da destra (ma Veltroni segretario del PD, pur debole come leader politico, lo voleva poi fare da sinistra). Ma in realtà dal 1994 abbiamo invece avuto un trasformismo continuo, specie da quando un partito nato con vocazione addirittura antisistemica, il Movimento 5 Stelle, dopo la morte del suo principale ideologo e politico, Gianroberto Casaleggio (e di Dario Fo, che con Beppe Grillo era stato “terzo tra cotanto ingegno”[29]), si ritrovò nel 2018 – per la ricerca disperata di alternativa di tanti giovani italiani – a essere partito di maggioranza relativa. Decise di cavalcare la tigre – su cui credo Gianroberto Casaleggio, il vero ideologo e leader del M5S, per non dir di Fo, non sarebbe mai salito – e così divenne ben presto trasformista esso pure, mettendo alla testa del governo un sino ad allora oscuro professore universitario di Foggia, Giuseppe Conte, che dimostrò e dimostra attitudini da politico e politicante non da poco: prima come Presidente del Consiglio molto subalterno alla Lega neo-nazionalista di Salvini e al M5S di Di Maio, e poi risorto alla testa di una coalizione in cui la Lega di Salvini governava col M5S di Di Maio e pure col PD di Zingaretti, da cui è venuta un’ulteriore abnorme dilatazione del debito pubblico, in specie per un Bonus nell’edilizia che rimborsava al 110% le spese di ristrutturazione delle case, dando un colpo mortale ulteriore alla finanza pubblica. Il notevole economista e già Presidente dell’INPS, Boeri, lo ritiene un vulnus alle casse dello Stato peggiore delle baby-pensione, come ha dichiarato di recente per televisione.

Questo trasformismo corruttivo e ai limiti della bancarotta dello Stato sembra però essere oramai quasi la normalità nei paesi a democrazia parlamentare pura (un po’ meno nei paesi nordici, un poco salvati dal non essere densamente popolati e un poco dall’avere una lunga tradizione morale protestante). Sta di fatto che in molti tra tali paesi è molto frequente il governo fondato su coalizioni tra avversari (soprattutto democristiani e socialisti), mentre ciò non accade in sistemi semipresidenziali o presidenziali come Francia o America, o caratterizzati dal premierato, come l’Inghilterra.

Al nostro andazzo si oppone spesso, come soluzione, da parte del PD, il modello tedesco con sbarramento al 5% e sfiducia costruttiva, per cui non si può mandare a casa un governo se non ce ne sia un altro con i numeri garantiti in partenza per sostituirlo. Ma in Italia funzionerebbe?

Intanto gli italiani non sono tedeschi.

Poi il quorum per entrare in parlamento qui non sarà mai del 5%.

Poi qui non abbiamo il principio di “lealtà costituzionale” vigente da sempre in Germania. Là c’è la Repubblica federale che qui non ci sarebbe, con una Camera dei deputati comune (Bundestag) e una Camera delle regioni o länder (Bundesrat), ma in Costituzione hanno scritto che in caso di contrasto tra una legge del Bundestag (Camera dei deputati) e un deliberato della Regione pure sanzionato dalla Camera delle Regioni (Bundesrat), vince sempre il Bundestag, cioè il volere nazionale. Qui invece una sinistra a dir poco “strana” è riuscita a dimenticare tutta la tradizione della sinistra dalla Rivoluzione Francese alla Costituente, sempre basata sull’idea dell’”unità e indivisibilità della Repubblica” (i giacobini aggiungevano: “ou la mort”), rimbalzata pure nella Costituente, in cui solo per tatticismo verso la DC, proprio dei comunisti, erano state accettate addirittura le regioni. Invece sotto il governo Prodi nel 1997 fu varata la riforma detta di Franco Bassanini, modificando persino per referendum il titolo quinto della Costituzione nel 2001. La riforma ha dato amplissimi poteri alle Regioni non già dando alcuni poteri in esclusiva alle Regioni e tenendo il resto al centro, come nella stessa America prima di Roosevelt, ma “in concorrenza” con competenze dello Stato centrale. Così le Regioni sono assurte quasi a piccoli Stati, persino con sistemi elettorali differenti ora assurdamente a un turno, ed ora a due, ed elezioni periodiche non concomitanti. E la situazione è ora aggravata dall’incombente legislazione della autonomia differenziata, per iniziativa di Calderoli, già votata in Senato, che invece di far diventare ordinarie le Regioni a statuto speciale, le fa diventare di fatto tutte come quelle a statuto speciale, ponendo le basi di una sorta di Anti-Risorgimeno che, per ironia assoluta della storia, viene facendosi sotto forze che rivendicano la “nazione” ogni giorno dal mattino alla notte fonda.

Ma nella presente riflessione, incentrata sul premierato, m’interessa soprattutto sottolineare che l’idea di far gestire un’Italia così “slegata”, tanto più dal 1997 al 2001, da governi così drammaticamente fragili come quelli degli ultimi anni, sembra essere un’assurdità. Pare evidente che un forte premierato, purché a doppio turno (perché a un turno solo è avvia al “peronismo”, con “Giorgia” al posto di Evita). Mi pare il minimo contro tali tendenze divisive, che se non mettono apertamente in gioco l’unità nazionale, aggravano certo fortemente il dualismo tra Nord e Sud, sia proprio un forte premierato, purchè in un quadro elettorale segnato dal sistema elettorale maggioritario a doppio turno (intanto per l’elezione del premier, ma sarebbe eccellente pure per i parlamentari, che così smetterebbero di essere nominati da segretari di partito-zar, diventati addirittura decisori pressoché unici proprio in una fase storica in cui i partiti sono più o meno tutti fantasmi nella notte, e perciò almeno si dovrebbe avere una logica, classicamente da Italia liberale, per cui nel collegio vince uno ritenuto migliore dagli elettori, legando così ben di più il popolo degli elettori alla classe politica eletta).

Il tutto ci introduce all’ultima via possibile per uscire dal doppio impasse del trasformismo, della corruzione, dell’ingovernabilità e della democrazia senza alternanza: consiste nell’imporre la democrazia dell’alternanza per legge, passando da un parlamentarismo puro a un maggioritario a doppio turno con premio di maggioranza ben chiaro, con o senza semipresidenzialismo o premierato esplicito.

Da tanti anni sembrerebbe l’unica via percorribile. Solo che ad essa la sinistra si è sempre opposta con le unghie e con i denti, inverando però la famosa favola di Pierino che gridava sempre “Al lupo!” quando non c’era, per cui quando arrivò davvero e lui gridò, nessuno gli credette.

Già si è detto della sorte della legge maggioritaria del 1953, il cui scacco aprì la strada a Fanfani e poi, sino al 1963 con sua egemonia, al centrosinistra: via che ricreava il trasformismo “di” e “da” sinistra.

Tanti anni dopo ci provò Craxi, il cui ispiratore ideal-politico vero era Giuliano Amato, così abile da passare come un piccolo Talleyrand tra le rovine del craxismo senza soccombere (Craxi). Amato teorizzava nel 1980 il premierato.[30] Craxi, respinto dal PCI dopo il congresso socialista di Torino del 1978, rifluì a destra nel CAF (Craxi Andreotti Forlani), restando sepolto sotto le macerie della prima Repubblica. Poi il premierato riemerse con l’Ulivo. Ma prevalse Berlusconi, i cui propositi del genere, in mano sua, parvero semiautoritari e furono respinti. Più oltre ci provò Matteo Renzi, che propose una riforma importantissima, ma con talune pecche (la mancata indicazione del livello minimo di voti alla prima lista per accedere al 55% dei seggi, pur prevedendo il secondo turno). Inoltre Renzi commise l’imperdonabile errore di arroganza del personalizzare lo scontro sulla sua riforma, come fosse stato un referendum sulla sua persona, e così il 4 dicembre 2016 anche quell’importante tentativo fu sconfitto. Dopo di che Renzi passò, o tornò, al campo moderato e rivelò anche una tendenza a fare affari nel mondo assolutamente legali, ma a dir poco “spregiudicati”, abbandonando il campo riformatore di sinistra confermando purtroppo tante cose dette dai suoi ex avversari (quando non erano vere). Così un leader storico vero, a quel che opino io, disperse i suoi talenti al vento, cadendo vittima da un lato di tanti avversari di sinistra che a mio parere furono sordi e miopi, ma dall’altro di un narcisismo smisurato, che oltre a tutto nell’ora della sua sconfitta, legata anche in lui come in Bersani e compagni sul versante opposto, dall’errore di uscire dal PD, fece riemergere un animus neocentrista da ex democristiano che, come leader del PD, sembrava aver totalmente superato (con fenomeno che in psicanalisi si chiama “ritorno del rimosso”).

Tuttavia, sull’onda di quella sconfitta, dopo anni mossi, ora arriva, e già “vive”, il premierato di Giorgia Meloni. Certo se restasse a turno unico sarebbe “democratura”. Ma se mai la sinistra potesse inserirsi tramite il doppio turno e ottenerlo, si aprirebbero molti giochi.

Naturalmente queste valutazioni sono troppo “a caldo” per poter essere anche latamente “oggettive”, e vanno perciò intese come opinioni, da cui per altro, arrivando al “presente come storia”, non ci si può esimere.

Il “gioco” più importante di tutti, in questo contesto, sarebbe proprio la rinascita di due grandi partiti, di cui tutti sentono la mancanza, a parole. Infatti al secondo turno una vasta sinistra s’imporrebbe per poter competere con una vasta destra, e viceversa. Quest’osmosi pratica semiobbligatoria, da plurimi in uno, farebbe infatti nascere qualcosa di molto simile al bipartitismo, anche se con un po’ di “piccoli” a lato. Così ogni campo, non connivente con l’altro, lo incalzerebbe, in un contesto da democrazia dell’alternativa.

Si può prevedere?

Purtroppo no.

I tentativi del genere anche più importanti, dal 1953 a oggi, sono sempre falliti. Può darsi che il premierato bislacco, a un turno e con una pessima legge elettorale, e con le regioni sempre più “slegate” dell’autonomia differenziata, diventi legge.

Tuttavia l’introduzione di un premierato basato su un maggioritario a doppio turno, è del tutto possibile.

Tuttavia potrebbe pure darsi un fenomeno cui ha accennato Mario Tronti nel suo ultimo libro Dello spirito libero: ossia una degenerazione a tempo indeterminato dei sistemi politici attuali, incapaci di autoriformarsi, ma tendenti a perpetuarsi per forza d’inerzia[31]. Tuttavia questi processi involutivi a un certo punto sembrano dover arrivare a uno sbocco politico. L’Italia nel bene e nel male ha sempre anticipato processi storici più vasti. Lo si è visto, anche se se ne sarebbe fatto a meno, tra fascismo italiano e fascismi. Lo si è visto col comunismo italiano, il più rilevante in Occidente e che ha espresso un pensatore politico internazionalmente sempre studiato come Gramsci. Lo si è visto pure nella similitudine tra la parabola di Berlusconi e quella di Trump.

Può darsi che proprio il populismo neoreazionario, reso forte non già per forza propria, ma per la pochezza e divisione dei suoi avversari, finisca per prevalere in forme inusitate. Può darsi pure che Italia e Occidente siano in una fase di declino della democrazia. Trump stesso, in America, potrebbe persino essere un fenomeno come Roosevelt, ma “alla rovescia”, ossia di democratura in marcia pure nella stessa area forte della democrazia mondiale, dove pure non potrebbe durare troppo a lungo, per le stesse profonde radici di quel sistema politico. Incapace di rinnovarsi secondo le urgenze dei tempi, l’Italia democratica e riformatrice rischia un triste declino. Ma può pure darsi che prima che ciò accada, in un paese dalle mille risorse come il nostro (e in America), si verifichi una svolta rilevante, proprio in area riformatrice, che faccia rinascere la speranza nel mondo e in particolare nel nostro Paese, in chi, ben inteso, abbia tali ideali. Ma sarà così?

di Franco Livorsi

  1. A. SMITH, La ricchezza delle nazioni (1776), a cura di A. Graziani, Bollati Boringhieri, 1969.
  2. L. RICOLFI, La società signorile di massa, La Nave di Teseo, Milano, 2019.
  3. Il debito pubblico italiano è di 2762 miliardi di euro, pari al 145% del Prodotto Interno Lordo secondo i calcoli del 2022. Certo oggi va pure peggio.
  4. Uso il concetto di “società civile” nel senso proprio di G. F. W. Hegel, in: Lineamenti di filosofia del diritto (1821), a cura di G. Marini, Laterza, Roma-Bari, 1987. Tra il nucleo primario della vita collettiva “naturale”, che ivi era “la famiglia” (e noi potremmo dire la persona) e la sfera normativa organizzata pretesa “super partes”, lo Stato, per Hegel stava la “società civile”, per lui pure “economia” (citava pure Adam Smith): società civile intesa come mondo del lavoro, ma anche di tutte le relazioni che non sono né incentrate sulla famiglia né sulla norma e bene che valgono per tutti (Stato), insomma la sfera dei rapporti socioculturali. Per Hegel questa società civile era autonoma, ma sotto lo Stato (che è il tutto che l’assorbe). Questa società civile, intesa soprattutto come mondo economico, per Marx era invece la base di tutto, la “struttura della storia”, com’è spiegato soprattutto dal 1844 in poi, in specie in: Prefazione al suo libro Per la critica dell’economia politica (1859), Edizioni Rinascita (poi Editori Riuniti), Roma, 1959. Faccio riferimento a entrambi i filosofi, in ciò differenti, ma sempre fondamentali.
  5. Su ciò si vedano particolarmente: R. DE FELICE, Le interpretazioni del fascismo (1969), Laterza, Roma-Bari, 2005; E. GENTILE, Storia del Partito fascista. Movimento e milizia. 1919-1922, Laterza, 2021.
  6. F. LIVORSI, Crisi di governabilità dello Stato liberale e avvento del fascismo. Note storiche e politologiche, in: UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CATANIA, “Studi in onore di Enzo Sciacca”, a cura di F. Biondi Nalis, Giuffré, Milano, 2008, pp. 309-320.
  7. Com’è noto “democratura” è un neologismo per indicare taluni governi che, pur normati da elezioni libere, vedono il potere esecutivo subordinare nettamente il potere legislativo e giudiziario, come nell’Ungheria di Orban o nella Turchia di Erdogan.
  8. L. ELIA, A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di L. Elia e P. Scoppola (19 novembre 1984), Il Mulino, Bologna, 2023.
  9. A Praga accadde nel febbraio 1948.
  10. C. PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, 2006.Da confrontare con: R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza, Einaudi, Torino, 1967.
  11. P. CRAVERI, De Gasperi, Il Mulino, 2015.
  12. L. BASSO, Due totalitarismi. Fascismo e Democrazia Cristiana, Garzanti, Milano, 1951.P. TOGLIATTI, È possibile un giudizio equanime sull’opera di Togliatti?, “Rinascita”, Ottobre 1955 / giugno 1956. Cinque articoli.
  13. R. DE GASPERI, De Gasperi uomo solo, Mondadori, Milano, 1964 (riedito col titolo: De Gasperi. Ritratto di uno statista, Oscar Mondadori, Milano, 2004).
  14. P. SCOPPOLA, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino, 1977.
  15. M. FRANCO, Secretum. Intervista con Monsignor Sergio Pagano, Solferino, Milano, 2024.
  16. Enrico Mattei, presidente dell’ENI, era continuamente satireggiato e criticato ad esempio dal periodico di Leo Longanesi “Il Borghese”, proprio come protagonista dell’espansione del capitalismo di Stato. Per la stessa polemica contro l’espansione del capitalismo di Stato, Sturzo era molto valorizzato da “Candido” di Guareschi.
  17. Di Gramsci è naturalmente da vedere: Quaderni del carcere, Edizione dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975. Per Gramsci naturalmente l’aggregazione di un blocco storico attorno alla classe di riferimento opposto a un altro blocco storico uguale e contrario, era parte di una strategia non specificamente democratico parlamentare, ma semmai rivoluzionaria, anche se per lui la “supremazia” cui tendere era a Occidente sintesi di “egemonia” (direzione basata sul consenso) e di “dominio”, che è potere di coercizione, proprio di ogni Stato. Togliatti ne dava nel secondo dopoguerra un’interpretazione più democratica, quasi sinonimo di una democrazia bipolare, sia pure con margini di ambiguità, come appare in: P. TOGLIATTI, Gramsci, a cura di E. Ragionieri, Editori Riuniti, 1972, che al proposito include il fondamentale saggio del 1957 Gramsci e il leninismo.
  18. Su Togliatti sono fondamentali: G. BOCCA, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973 e: A. AGOSTI, Togliatti. Un uomo di frontiera, UTET, Trino, 1996. Sull’imprescindibile biografia di Agosti si veda pure: F. LIVORSI, Togliatti nella storia, “Il pensiero politico”, a. XXX, n. 1, 1997, pp. 90-94.
  19. G. CAROCCI, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Einaudi, 1956; Destra e Sinistra nella storia d’Italia, Laterza, 2002.
  20. F. LIVORSI, I socialisti come autobiografia della nazione, “Il Ponte”, n. 5, maggio 1992, pp. 17-57.
  21. G. SALVEMINI, Il ministro della mala vita (1910), a cura di C. Bucchi, Bollati Boringhieri, 2021.
  22. A. AGOSTI, Storia del Psiup nel lungo Sessantotto italiano, Laterza, 2013. Si veda pure: F. LIVORSI, Dialogo sull’Italia repubblicana e sul PSIUP, “Città Futura on-line”, 13 e 19 settembre 2015; Una storia del Psiup, “Critica marxista”, n. 5, 2014, pp. 72-79.
  23. M. ISNENGHI, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Donzelli, 2007.
  24. E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, “Rinascita”, 28 settembre e 12 ottobre 1973 e in: La questione comunista, a cura di A. Tatò, Editori Riuniti, 1975, pp. 609-639.
  25. Su ciò resta fondamentale: A. AGOSTI, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Laterza, 1971.
  26. Giorgio GALLI, Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia, Il Mulino, 1966.
  27. Su ciò si veda: Giorgio GALLI, Storia del socialismo italiano, Laterza, 1983.
  28. C. VALENTINI, Enrico Berlinguer, Feltrinelli, Milano, 2014, e in particolare: F. BARBAGALLO, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma, 2006.
  29. Era alquanto promettente l’impostazione illustrata nel libro di tre autori – Beppe GRILLO, Gianroberto CASALEGGIO, Dario FO – Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle, Chiarelettere, Milano, 2013. E infatti ne parlai bene nel mio articolo: Cinque stelle nella storia d’Italia. Tra passato e futuro, “Critica marxista”, n. 2, marzo-aprile 2013, pp. 21-29. Ma poi Gianroberto Casaleggio morì e il nuovo Movimento, portato al travolgente successo e poi alla vittoria nel 2018 da Grillo, grandissimo propagandista-attore ma non leader politico, si trovò senza fermo indirizzo, e così passò dalla politica delle alleanze con nessuno a quella con quasi tutti, tramite Giuseppe Conte, transitato nella stessa legislatura dal governo con la Lega di Salvini a quello con lo stesso PD.
  30. G. AMATO, Una Repubblica da riformare, Il Mulino, 1980.
  31. M. TRONTI, Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero, Il Saggiatore, Milano, 2016.

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