SHINING: 40 anni fa, La Luccicanza di Kubrick

“Il realismo è probabilmente il miglior metodo per drammatizzare un tema e delle idee. Il racconto fantastico affronta meglio forse quei temi che riguardano sopratutto l’inconscio.”
Stanley Kubrick  –

Fa bene parlare di Cinema? Eccome! Sopratutto in questi tempi in cui andare in una sala cinematografica, ormai, sembra soltanto un sogno.

E perchè non parlare di una delle definizioni di Cinema in senso assoluto: KUBRICK.

Esattamente 40 anni fa, il 22 dicembre 1980, usciva in Italia, il film che è senza dubbio diventato il miglior film horror epico mai realizzato: “SHINING”.

Dopo la più audace delle sue esperienze, cioè, “Barry Lyndon” (1975), il capolavoro del regista americano che aveva vinto 4 premi oscar, nonostante fu un insuccesso di pubblico all’epoca, Kubrick si ritirò in una proprietà isolata della campagna inglese, nell’Hertfordshire. Nel frattempo, la sua leggenda si affermava sempre di più.

Avendo bisogno di uno stimolo, Kubrick lesse diversi libri e decise di girare un film horror ispirato a un racconto di Stephen King su una casa infestata dai fantasmi. Kubrick decise di non leggere la sceneggiatura scritta dallo stesso King. Questo è comprensibile perchè il lavoro di King si basava sull’empatia tra i lettori e i protagonisti, mentre a Kubrick piaceva tenere i suoi personaggi a una certa distanza. Kubrick collaborò invece con la scrittrice Diane Johnson e insieme decisero di concentrarsi in particolare sulla disfunzionale famiglia Torrance.

Ciò che fa il regista non è certo prendere il romanzo direttamente dal genio di Stephen King per darne una versione parallela e cinematografica al pubblico. Nossignore. Kubrick vuole andare oltre e, servendosi della follia del personaggio di Jack Torrance (un Jack Nicholson in stato di grazia), intende esplorare in modo profondo, crudo e ostile l’impenetrabile struttura della mente umana, cercando così di mettere a fuoco l’essenza, le visioni, le immagini, il bene e il male della stessa.

Che Stephen King non potesse gradire il film di Kubrick era cosa scontata: infondo sembra quasi che il regista abbia “riscritto” l’opera, prima di portarla sul set. E pur tuttavia quel film è e rimane il “non plus ultra” dell’horror mondiale.

Vi siete mai chiesti perchè un film privo di scene veramente orribili faccia terrorizzare così tante persone, compreso me? non so voi ma io credo fermamente che il mix fra musica, interpretazione, immagini, suspence meticolosità, e mistero sia un mix veramente perfetto.

Shining è un film che mette di fronte la positiva razionalità infantile alla pericolosa irrazionalità che si sviluppa nell’età adulta. Pericolosa, perchè avanza come una malattia incurabile, un tarlo inarrestabile che si ciba della nostra mente, annientando ogni residuo di lucidità, annebbiando ogni frammento di umanità. Forse negli anni ’80 si sentiva il bisogno di intraprendere questo viaggio infernale, Dantesco, forse c’era una necessità impellente di sondare i meandri del Male, di conoscere questa oscura potenza che si annida nel profondo della mente umana… Lo aveva fatto Francis Ford Coppola in “Apocalypse Now” (1979), e adesso toccava a Kubrick.

Molti film horror trattano temi pressochè inventati dal regista, emotivi solamente nel contesto stesso del film. Shining è molto di più; tratta le paure reali più nascoste dell’uomo create dalla perversione della propria mente, incontrollabile perchè infinita. La paura dell’ignoto come i corridoi espansivi dell’Overlook Hotel rappresentano una tensione angosciante e ossessiva che, se ci riflettiamo, è presente nella vita stessa di tutti noi e ci circonda inesorabilmente. E’ una realtà dalla quale non potremmo mai scappare.

Un documento di grande interesse cinematografico essendo una delle poche testimonianze dirette dell’attività di regia di Kubrick, noto per la sua riservatezza sul set, è certamente “Making The Shining”, diretto dalla figlia del regista Vivian Kubrick e prodotto dalla BBC, in cui segue i protagonisti sul set in modo spontaneo e non pianificato restituendo le atmosfere della preparazione del set e delle scene, rivelando anche i dissapori e le tensioni vissute. Il montaggio curato dalla stessa Vivian e dallo stesso montatore di Shining Gordon Stainforth, include anche degli spezzoni del film come opportuno confronto e riscontro al lavoro di preparazione mostrato.

Shining è un film strepitoso, 120 minuti (o 144′ se si vuole considerare la versione americana rieditata l’anno scorso che stranamente viene chiamata  ‘Extended Edition’) che ti incollano allo schermo, immagini inquietanti che vanno al di là dello spazio e del tempo, un uso magistrale della steadycam grazie a Garrett Brown, che aveva già anticipato la tecnica in “Rocky” (1976), con quelle escursioni del bambino a bordo del triciclo per i corridoi dell’Overlook Hotel che ormai sono Storia del Cinema.

Questo film è anche una delle vette del cinema di Kubrick, una tappa fondamentale in quel suo percorso del tutto personale di appropriazione, rinnovamento e sovvertimento dei generi. Perché Shining è un film in cui si travalicano i limiti del genere, attraverso spunti narrativi e tecnici di grande rilevanza e innovazione.

Stanley Kubrick era un pò come il mitico Re Mida: tutto ciò su cui ha messo le mani è diventato magicamente “oro”! Ecco quindi che anche un modesto romanzo di King, seppur di una certa originalità, è stato trasformato in un capolavoro. Tutto il film sembra una lunga, angosciante allucinazione, dalla quale si spera di uscirne al più presto: tutto grazie a notevoli sfoggi di tecnica, ad un uso virtuosistico della telecamera (di chi ne conosce bene gli usi e gli esiti), dilatazioni spazio-temporali, situazioni sospese, mix di musiche sempre all’altezza e attori decisamente in “parte”. E poi cosa dire: quel tocco magico del genio, che riesce ad arrivare all’essenza delle cose e sfruttare tutto il potenziale di una storia in una maniera che lascia esterrefatti! Piacevolmente “irritante” nella sua perfezione, Shining arriva dove gli altri horror “fracassoni” e usa e getta a cui siamo abituati non arrivano nemmeno di striscio! Un horror finalmente d’elite, affinchè si comprenda una volta per tutte che non è il genere a decretare il destino di un film ma è chi si siede dietro la macchina da presa a fare la differenza.

Riccardo Coloris

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