Uscire dal fosso

«La stupidità ci domina con travolgente impudicizia.»

Robert Musil, Sulla stupidità, Archinto, Milano 2001, p. 9.

 

 Dopo averci rammentato nella sua Quinta Legge Fondamentale sulla stupidità umana che “La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista”, a conclusione del suo imperdibile pamphlet [1] , Carlo M. Cipolla (1922-2000) scrive: “In un paese in declino, la percentuale di individui stupidi è sempre uguale a σ – il simbolo che egli usa per  denotare “la quota di persone stupide all’interno di una popolazione” -; tuttavia, nella restante popolazione, si nota, specialmente tra gli individui al potere, un’allarmante proliferazione di banditi (…) e, fra quelli non al potere, una ugualmente allarmante crescita del numero degli sprovveduti (…). Tale cambiamento nella composizione della popolazione dei non stupidi, rafforza inevitabilmente il potere distruttivo della frazione σ degli stupidi e porta il Paese alla rovina”.

Stando alle analisi socio-economiche più accreditate, l’Occidente andrebbe considerato un’area geopolitica in declino. [2] Confesso che è assai difficile resistere alla tentazione di considerare la parodia di Carlo M. Cipolla una (seria) analisi sociologica. Se poi estrapoliamo i paesi dell’Unione Europea, stretti tra gli Stati Uniti (sotto la presidenza Trump) e la “democratura” della Russia di Putin (il quale non perde occasione per cercare di far implodere l’Unione Europea), e volgiamo lo sguardo alle due grandi economie asiatiche in espansione, la Cina e l’India, unitamente ai Paesi africani che aspirano a diventare tali, il saggio di Cipolla getta una luce a dir poco inquietante e fosca sul futuro di un’Europa (e a maggior ragione su quello di un’Italia) governata dai sovranisti. [3]

Da dove traggo questo mio ‘stupido’ convincimento? Dall’avere ben presenti, forte della mia esperienza di insegnamento dell’Economia dello sviluppo, alcune grandi sfide del mondo contemporaneo, per affrontare le quali ritengo del tutto illusorio chiudersi all’interno di confini nazionali (comunque definiti). Al contrario, occorrerebbe aprire i confini (alla scienza) e partecipare alla individuazione di misure atte, quanto meno, a contrastarle (un lavoro che altri studiosi e altre Istituzioni stanno già facendo). Ciò, nella consapevolezza che il solo livello adatto a tale scopo, è quello della cooperazione internazionale tra pari.

Quali sono queste sfide? In primo luogo quella del riscaldamento globale e dei mutamenti climatici. E’ ormai scientificamente acclarato, come ci ha spiegato l’amica e collega Paola Rivaro al suo ritorno dall’ottava spedizione in Antartide, che il riscaldamento globale è considerato dagli scienziati del clima “virtualmente certo” (con probabilità maggiore del 99%). Esso è dovuto “alla combinazione dell’incremento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera e alla riduzione della riflettività della superficie terrestre dovuta alla riduzione della superficie coperta dai ghiacci”. Inoltre, è “estremamente probabile” (con probabilità maggiore del 95%) che le forzanti antropiche, ossia le conseguenze dell’azione umana, siano responsabili di oltre il 50% dell’aumento di temperatura tra il 1951 e il 2010. Ciò ha indotto il Premio Nobel per la chimica nel 1995 Paul J. Crutzen ad augurarci un (di pessimo auspicio) “Benvenuti nell’Antropocene!”[4] Nonostante tali risultanze scientifiche vi è ancora chi nega l’evidenza del riscaldamento globale e dei conseguenti mutamenti climatici. Due fenomeni strettamente collegati tra di loro che sono, tra l’altro, assieme ai conflitti e alla povertà estrema di 800 milioni di persone, tra le concause dei flussi migratori, tutti fenomeni che non è assolutamente possibile contrastare in un’ottica sovranista (ai vari livelli di responsabilità).

La seconda grande sfida è la “globalizzazione non controllata”. Esaurita la sua esperienza alla Casa Bianca (in qualità di Consigliere di Bill Clinton) e presso la Banca Mondiale (Istituzione della quale ebbe a ricoprire la carica di Capo economista), agli inizi del nuovo secolo il Premio Nobel, Joseph E. Stiglitz dava alle stampe il suo celebre libro La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi, Torino 2002). In esso l’Autore rifletteva sul fatto che mentre la globalizzazione “ha aiutato centinaia di milioni di persone a migliorare il loro tenore di vita”, al tempo stesso, “per milioni di persone, la globalizzazione non ha funzionato. Molti hanno visto peggiorare le loro condizioni vita, hanno perso il lavoro e, con esso, ogni sicurezza” (p. 252). Stiglitz ha imputato la responsabilità di tutto ciò al fatto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il World Trade Organization (WTO), il Tesoro statunitense e la stessa Banca Mondiale, fossero “venute meno ai loro doveri nei confronti dei paesi che invece avrebbero dovuto aiutare”. Egli riusciva inoltre a documentare che “per i paesi del Terzo mondo, le carte del gioco economico – ovvero le regole della dottrina del “Washington Consensus”, affermatasi attorno agli anni ’90 del secolo scorso, e adottate all’unisono da quelle istituzioni – (fossero) sempre truccate a sfavore”.

In altro e più recente libro, Le regole dell’economia. Sconfiggere la disuguaglianza per tornare a crescere (il Saggiatore, Milano 2016), lo stesso Stiglitz riconduceva le enormi e crescenti disuguaglianze a livello mondiale agli effetti negativi della “globalizzazione non governata”. Al fine di contrastare tali disuguaglianze riteneva imprescindibile che la prima potenza economica mondiale si dovesse fare carico di intervenire sulle istituzioni e sulla riscrittura delle regole che governano il commercio internazionale, suggerendo nel contempo l’adozione di una serie di provvedimenti volti “a premiare il lavoro e gli investimenti produttivi”, a ridurre “le rendite dannose”, indicando “quattro importanti approcci per stimolare una crescita diffusa”.[5] Peccato che in quello stesso anno gli americani abbiano eletto Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Come è noto, dopo aver immediatamente negato l’evidenza del riscaldamento globale, e nell’intento di difendere l’economia statunitense dalle insidie della globalizzazione, anziché porsi alla guida della cooperazione internazionale in un’ottica tra pari, egli con lo slogan sovranista dell’America First ha rivendicato la supremazia degli USA, ha minacciato di innalzare muri contro l’immigrazione, cavalcato il vento sovranista per creare divisioni all’interno dell’Unione Europea e, con la politica dei dazi, scatenato la più virulenta guerra commerciale dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Terza grande sfida: la povertà. Come molti sapranno, la povertà ha molte dimensioni: quella assoluta, che fa riferimento ad una «soglia di povertà» fissata dalla Banca Mondiale in 3,10$ al giorno, che scende a 1,90$ nel caso della «povertà estrema»; la povertà relativa, che indica una posizione di svantaggio rispetto alla maggior parte della popolazione. (ad esempio: chi appartiene al gruppo con il reddito più basso); la povertà di genere, che attiene alla condizione femminile, ossia al fatto che le donne siano o meno escluse dalla partecipazione attiva alla vita politica e sociale; infine, la povertà umana, una dimensione alla cui definizione ha contribuito il Premio Nobel per l’Economia nel 1998 Amartya Sen, che tiene conto dell’ampiezza delle alternative di cui un individuo dispone congiuntamente alla minore o maggiore libertà di scegliere l’alternativa che preferisce. In sintesi si può pertanto affermare che «povero» è colui che non è libero di disporre della propria vita anche se apparentemente ha disponibilità di reddito. Non saprei pertanto come definire quel Viceministro che, dal balcone di Palazzo Chigi, davanti ad una piazza esultante di parlamentari inneggianti al “Governo del cambiamento” ha annunciato baldanzoso di avere “abolito la povertà”. Posso solo suggerirgli di studiare attentamente il libro di Hyman Philip Minsky, Combattere la povertà. Lavoro, non assistenza, Ediesse, Roma 2014.

Quarta sfida: le disuguaglianze e la finanziarizzazione dell’economia. Al pari della povertà, anche il termine “disuguaglianza” assume connotazioni e sfaccettature differenti.[6] Un recentissimo rapporto, il World Inequality Report 2018 – alla cui stesura hanno lavorato venti ricercatori del World Inequality Lab sotto la supervisione di un Comitato esecutivo composto da cinque economisti di prestigiose Università internazionali –, ci ha offerto un ordine di grandezza in merito alle disuguaglianze in termini di reddito. Dividendo la popolazione mondiale in gruppi di ampiezza del 10% ciascuno, in quel Rapporto è stato messo in evidenza come, ad eccezione dei paesi emergenti, tra il 1980 e il 2016 la crescita del reddito pro capite dei gruppi di reddito fino al 70% si sia dimezzata; quella dei gruppi di reddito tra il 70% e il 90% è rimasta sostanzialmente stabile; quella del gruppo tra il 90 e il 99% è lievemente aumentata, mentre il reddito pro capite del restante 1% ha subito una impressionante accelerazione. Per gli estensori del World Inequality Report «le istituzioni e i legislatori hanno un’alternativa: possono decidere di domare le forze della globalizzazione e dell’innovazione che provocano l’aumento delle disparità o scatenarle con rinnovato vigore, come fa la riforma fiscale statunitense (…) Le scelte politiche sbagliate possono influire negativamente sulla vita di milioni di persone. Ma i governi hanno ancora il potere di rimediare ai danni fatti». Rammentando quanto ebbe a scrivere John Maynard Keynes nel capitolo XII della sua Teoria Generale,[7] resto personalmente dell’opinione che la causa prevalente della forte crescita delle disuguaglianze in termini di reddito sia da ascrivere alla finanziarizzazione dell’economia favorita dall’abrogazione nel 1999 da parte del Presidente Bill Clinton della Legge bancaria del 1933, la quale prevedeva la separazione delle banche di credito tradizionali e le cosiddette “banche di investimento o banche d’affari”, maggiormente dedite alla speculazione.

Quinta sfida: le nuove tecnologie e i riflessi sull’occupazione. “Che cos’è un lavoro innovativo?” – si chiede l’economista italo-americano Enrico Moretti, in un libro di qualche anno fa che ha riscosso un certo interesse. “L’economia americana – vi si legge – si è profondamente trasformata nel corso degli ultimi cinquant’anni, passando da una forza lavoro incentrata su attività industriali tradizionali a una forza lavoro dedita alla creazione di conoscenza, idee e innovazione. Mentre i posti di lavoro nell’industria continuano a scomparire, il settore dell’innovazione continua a crescere, apprestandosi a diventare quello che l’industria manifatturiera è stata negli anni Cinquanta e Sessanta: il motore principale della prosperità americana”. [8]

In realtà, le due ultime Rivoluzioni tecnologiche, la cosiddetta «Industria 4.0» e la «Sharing Economy», hanno profondamente mutato non solo il modo di produrre le merci, ma hanno prodotto grandi trasformazioni anche nel settore dei servizi. Fenomeni come Airbnb, Amazon, AOL, Uber, mostrano come i servizi in rete, o più in generale, l’«economia della condivisione», hanno reso persino superflua la proprietà materiale dei beni. Tali trasformazioni comportano enormi vantaggi sia per l’industria che per i consumatori, ma comportano anche costi sociali elevati. Se non governate, esse, al pari della globalizzazione, provocano enormi disuguaglianze sociali a causa di quella «nuova malattia», la «disoccupazione tecnologica», già ipotizzata da J.M. Keynes in un breve saggio del 1931: “Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro – scrive Keynes –, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove”.[9]

Provate a immaginare, io non ne sono capace, quali ripercussioni potranno avere sul lavoro degli umani innovazioni del tipo, e solo per fare qualche esempio, come l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e la realtà aumentata, i mezzi di trasporto senza guidatore, biotecnologie in grado di effettuare la manipolazione genetica, nuovi algoritmi che permetteranno ai dispositivi personali di apprendere…  Pensare di affrontare questa «nuova malattia» con le armi del sovranismo (chiusura delle barriere, imposizione di dazi alle importazioni, sussidi alla disoccupazione spacciati per “reddito di cittadinanza”) è solo propaganda, che si ritorcerà contro coloro che le hanno usate.

E infine la Sesta sfida: il «gioco» della rete. Nel suo ultimo libro, The Game, Einaudi, Torino 2018, Alessandro Baricco, scrittore, nonché fondatore a Torino della Scuola Holden, una scuola di narrazione, comunicazione e arti figurative, ci mette in guardia sui pericoli (anche per la sopravvivenza della democrazia rappresentativa): “Probabilmente – scrive –, solo una generazione di nativi digitali, capaci di incrociare le lezioni del passato con gli strumenti del presente, potrà disegnare soluzioni che oggi non ci sono. (…) Se falliranno, il Game resterà imperfetto, e in fondo fragile. Presto o tardi, la collera sociale lo capovolgerà”.

Stiamo vivendo tempi difficili in questo mondo dominato dal sovranismo. “Bisogna uscire dal fosso – come ebbe a scrivere Antonio Gramsci in una lettera dal carcere indirizzata alla moglie Iulca il 27 giugno 1932 – e buttar via il rospo dal cuore”.  Uscire dal fosso e buttar via il rospo del sovranismo dal cuore. Sì, ma come?

Alessandria, 19 gennaio 2019

[1] C.M. Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna 1988. Le frasi citate sono rintracciabili a p. 77.

[2] Una convincente analisi (e annessa bibliografia) sul declino dell’Occidente è contenuta nel libro di Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, il Mulino, Bologna 2018.

[3] Per una esauriente e splendida trattazione, nonché di agevole lettura, delle sfide al sovranismo si veda il recente libro di Enrico Giovannini, L’Utopia sostenibile, Editori Laterza, Bari 2018

[4] P.J. Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene!, Mondadori, Milano 2005. Basandosi sui dati raccolti dagli studiosi di questa disciplina, il Congresso internazionale di geologia ha poi dichiarato ufficialmente il 2016 l’anno della fine dell’era geologica dell’Olocene.

[5] Tali approcci avrebbero dovuto essere indirizzati a “perseguire la piena occupazione, anche potenziando gli investimenti nel nostro futuro; riformare il mercato del lavoro, in modo che tutti possano beneficiare di un’economia che funziona a pieno regime; ridurre gli ostacoli che impediscono alle famiglie della classe lavoratrice di accedere a opportunità di occupazione e sviluppo professionale; fornire sicurezza e opportunità economiche reali a tutti gli americani, agevolando l’accesso a beni e servizi indispensabili per un tenore di vita da classe media”. Ibidem, p. 119.

[6] A seconda che si considerino il reddito; la ricchezza; la dimensione territoriale; le condizioni di partenza; l’età; il genere; le disuguaglianze sociali, il concetto di disuguaglianza assume un significato alquanto differente e richiede misure adeguate alla dimensione che si considera.

[7] J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 1971. Nel capitolo dedicato a “Lo stato dell’aspettativa a lungo termine, si legge: “… quanto più perfezionata è l’organizzazione dei mercati di investimento, tanto maggiore sarà il rischio che la speculazione prenda il sopravvento sull’intraprendenza. (…) Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene”. Pagine 298-299.

[8] E. Moretti, La nuova geografia del lavoro, Mondadori, Milano 2013, p. 52.

[9] J. M. Keynes, «Possibilità economiche per i nostri nipoti», recentemente ristampato (assieme ad commento di Guido Rossi) da Adelphi, Milano 2009, p. 19.

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