L’associazione politico-culturale “Città Futura”

e

logo CF

in occasione dell’850° anniversario della nascita di Alessandria

presentano

logo come eravamo CF

Introduzione
di Pier Luigi Cavalchini

Viviamo in una città bellissima, al centro di un territorio pieno di storia e di luoghi incantevoli. Un’oasi temperata, con le giuste quantità di verde, alternate al giallo, al marrone, ai grigi dei campi, agli scuri delle città. Sotto un cielo sempre differente, a volte grigio, ma spesso (molto spesso) luminoso e con un azzurro profondo che notiamo solo al rientro da viaggi in terre lontane. Una città che sta cambiando composizione sociale, con un trend in discesa per quanto riguarda il numero di abitanti e in perenne, inesorabile, salita per quanto riguarda le percentuali di ultrasessantenni. Alessandria e il suo territorio saranno “altro” fra soli trent’anni, con il dieci per cento in meno di persone, e con il restante novanta progressivamente sempre più eterogeneo, con storie diverse che ci portano ai quattro capi del mondo. Un territorio con un nucleo abitato antichissimo, ben precedente il XII secolo delle cronache. A Villa del Foro, “frazione” di Alessandria si hanno resti accertati del VII secolo a.C. e, addirittura, tracce di presenze preistoriche risalenti al Paleolitico (con pietre scheggiate), così come è stato possibile rinvenire altri “segni” del Mesolitico nel “primo” Cristo, nell’area dell’antica fornace Testa. Di sicuro c’erano ponti in legno di una certa stabilità e robustezza sia sulla Bormida che sul Tanaro. E, strano ma vero, ben prima della mitica “fondazione”, probabilmente già in epoca romana, visto che l’attuale città si estende su parte di quello che era l’antico tracciato della Via Fulvia tra Derthona, Forum Fulvii (Villa del Foro) e Hasta (Asti), quella che “porta su” fino alle Alpi e poi alle Gallie.

Di quei tempi c’è rimasto poco… ma quel poco dovrebbe ricomparire, rifiorire, rinnovarsi, materializzarsi grazie ad abili ricostruzioni verbali o virtuali… anche perché la tecnica computerizzata ci permette, oggi, meraviglie.

Di solito, quando si vuole cercare qualche traccia “antica” in Alessandria, si ricorre al giro canonico “Santa Maria di Castello, Palatium Vetus, Area della Chiesa di San Francesco, Area dell’antica Cattedrale, Edificio del “Tinaio degli Umiliati” e area della Chiesa di San Rocco. Con qualche puntata nei due sobborghi posti ad est e ad ovest della città: Marengo e Villa del Foro. Ricordando, nei casi fortunati in cui si ha a che fare con “guide” degne di questo nome, che nei “campi” di Marengo – oltre ai resti napoleonici – sono stati rinvenuti meravigliosi “argenti” di epoca romana oltre a innumerevoli monete e che, nei pressi dell’antica Forum Fulvii sono state trovate, oltre a costruzioni di qualità, oggetti preziosi, monete e perfino un amuleto in oro con iscrizione greca che ci invidia mezzo mondo. Di Santa Maria di Castello, della Chiesa di San Rocco, del quartiere limitrofo di “Rezolia”, delle antiche porte stupidamente abbattute (tra cui quella storica del Comandante Ravanal), della bellissima antica Cattedrale tardoromanica rasa al suolo dall’insipienza combinata di famiglie nobili locali e della “grandeur” napoleonica, avremo modo di argomentare… “Come eravamo” è stato pensato apposta per questo. Una “finestra” del giornale “Citta’ Futura” sempre aperta su come si era e su come si sarebbe potuto essere. Sicuramente meglio con l’antico Duomo, con le mura milanesi restaurate a puntino e non abbattute “per far lavorare chi ritornava dal fronte nel 1919”. Senza dubbio in migliori condizioni se si fosse dato più spazio all’arch. Gardella o all’arch. Straneo o anche solo a Venanzio Guerci, mantenendo uno “skyline” adeguato e non irrimediabilmente rovinato da casermoni tutti uguali, più simili al peggior “realismo socialista” che ad una città in naturale evoluzione. Una “finestra” con vista su quanto di bello è stato fatto in questi anni dalle associazioni di volontariato, da quelle che si impegnano per l’integrazione effettiva e per quanto è stato fatto per creare e mantenere lavoro e benessere. Una rubrica (la nascente “Come eravamo”) che potremmo definire meglio “come siamo” o come siamo arrivati ad essere quello che siamo oggi, che poi è lo stesso…

storia Testimonianze

Indice dei titoli

La nascita di Alessandria
I borghi fondativi della città
Foreste, santi e cavalieri

N. B. Per leggere i testi, basta selezionare il titolo scelto e cliccare

***

Renzo Penna, presidente di Città Futura, e Pier Luigi Cavalchini, direttore di Città Futura on line, ringraziano il curatore del lavoro che presentiamo, Giancarlo Patrucco. Con lui, tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e, in particolare, i curatori della gestione informatica: Filippo Boatti, Nicola Parodi e Giuseppe Rinaldi. Senza il loro apporto, quest’opera non avrebbe potuto essere.


1. La nascita di Alessandria

Introduzione

Quest’anno si celebra l’850° compleanno di Alessandria. Già, ma come abbiamo fatto a stabilire la data di nascita della nostra città? Cosa sappiamo di chi l’ha voluta, di chi l’ha osteggiata, di chi l’ha costruita e abitata? Cosa sappiamo del perché è stata edificata proprio dove si trova ancora oggi e cosa sappiamo del perché è stata chiamata così? Per rispondere abbiamo scelto un saggio di Geo Pistarino che conta ben 33 pagine ed è molto complesso. Ma, poiché ci è sembrato centrare tutte le risposte alle nostre domande, abbiamo pensato di riportarle qui, tacendo le parti non congruenti con i quesiti che ci eravamo posti all’inizio.

Geo Pistarino
La doppia fondazione di Alessandria, Rivista di Storia Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1997

“La fondazione di Alessandria, fra la convergenza dell’Orba con la Bormida e quella di quest’ultima col Tanaro, venne a colmare la mancanza d’un grosso centro abitato nella pianura fra Tortona ed Acqui. L’operazione venne formalmente intrapresa, stimolata e diretta, più o meno apertamente, dai consoli delle città della Lega, che evidentemente se ne assunsero la responsabilità, mancando il beneplacito imperiale, come d’obbligo, forse essi medesimi scelsero il nome della nuova città? Fu davvero finanziariamente sostenuta, non si sa bene come (prestito? donativo?) dal governo di Genova, come dicono gli Annalisti genovesi, che riteniamo bene informati?
Una risposta del tutto esauriente appare impossibile, data la contradditorietà delle altre fonti del tempo, narrative e documentarie.”
“L’imperatore, nel testo del reclamo contro Cremona del 1184 indica esplicitamente i promotori ed autori della fondazione della nuova città, la quale trasse origine de tribus locis, Gamunde vicelicet et Meringin et Burguh: cioè Gamondio, Marengo e Bergoglio….L’antica curtis di Rovereto venne inglobata topograficamente solo in un secondo momento nel centro demico posto in essere dalle decisioni dei consoli della Lega e dall’azione degli immigrati confluiti da Gamondio, Marengo ed altri luoghi… L’infelice campagna federiciana fece il resto, consentendo il libero afflusso di nuovi immigrati che portò il tessuto demico di Alessandria al complesso degli otto «luoghi» di cui parla il trattato di pace tra Federico imperatore e Tortona, citando gli «homines qui de octo villis infrascriptis apud PaJearh collecti sunt: Marenge, Gamundi, Ouilli, Four, Bergul, Solero, Wargnent, Rouere».
“Quale fu esattamente il luogo in cui sorse il nuovo agglomerato demico? Nei primi vent’anni della sua storia la nostra città presenta nelle fonti quattro diverse denominazioni: Alessandria, Cesarea, Palea, Rovereto…Il vero e proprio toponimo dell’area su cui sorse la civitas nova è però quello di Palea, che, secondo la più diffusa interpretazione corrente, vuole indicare il luogo palustre; nel nostro caso specifico la petraia fluviale alla confluenza tra la Bormida ed il Tanaro, od anche, come mi sembra abbia inteso Francesco Cognasso, il punto maggiore del modesto rialzo del· suolo che lo sottrae alle inondazioni ed agli impaludamenti,”
“Quando possiamo collocare la fondazione della nuova città, se ci fu un vero e proprio atto formale, come resta ancora da dimostrare?
Quando essa compare alla storia, il 3 maggio 1168, ha già raggiunto una configurazione topografica, urbanistica ed amministrativa definita, quale dimostra la sua struttura di governo della comunità secondo l’ordinamento consolare della collettività, di cui tuttavia non conosciamo i particolari burocratici. Certamente agirono nella configurazione dell’assetto civico le suggestioni della Lega; ma non dovettero mancare gli stimoli e le esperienze genovesi dal momento che la Superba si mostrò interessata alla costituzione della nuova città, prima in via privata, poi con l’intervento dal finanziamento pubblico”.
“L’insofferenza per le strutture feudali, che lo scontro tra l’imperatore e gl’insorgenti Comuni ha determinato anche nel ceto agrario, le aspirazioni associative dei nuclei rurali, che la proiezione d’istanze economiche nuove e di ricerca di traffico che pervadono il contado prospettano alla Lega e, di riflesso. alla Repubblica del Tirreno opportune, anzi tempestive possibilità di stimolo, d’intervento, di coordinazione. Anche Genova sa, per le esperienze acquisite in Liguria, in Provenza, in Sardegna, in Oltremare, come suscitare fermenti ribellistici, determinare moti più o meno spontanei nella richiesta di nuovi ordinamenti di governo. L’area della confluenza tra la Bormida ed il Tanaro nel cuore del Monferrato, dove confinano i limiti di diocesi diverse, di diverse professioni di obbedienza tra papa ed antipapa, e dove una serie di curtes regie controlla il tenitorio, ora in sintonia ora in dissonanza con gl’interventi sia marchionali sia imperiali. rappresenta un settore facilmente vulnerabile.”
“Oggi [la fondazione di Alessandria] a noi appare, ed è nella storia, un grande evento. Allora fu una semplice mossa politico-militare di sfondo economico, dettata dalla strategia del momento, che poteva anche esaurirsi con la vittoria di Federico.”

2. I borghi fondativi della città

Introduzione
Abbiamo visto, nel capitolo precedente, come Alessandria sia stata precipuamente fondata intorno ai quattro borghi di Bergoglio, Gamondio, Marengo e Rovereto. Cominciamo dal più importante di tutti, quel Bergoglio, l’unico in sponda sinistra del Tanaro, e dunque il primo a subire qualsiasi attacco da parte dei nemici che volessero sfondare le porte e irrompere nell’abitato cittadino. Per questi motivi Bergoglio, nonostante la distruzione subita per fare spazio alla Cittadella, presenta ancora una notevole serie di elementi di approfondimento: Fausto Bima ci presenta il borgo nella sua struttura architettonica di base, nella quale egli intravede la derivazione dallo schema di un preesistente accampamento romano; Gianfranco Calorio ci ritorna invece un’immagine sociale: quella di una specie di posto di frontiera, con regole, consuetudini e abitudini tutte proprie; Carlo A-Valle si inserisce in quest’ultima immagine, piena dei contrasti fra guelfi e ghibellini, facendoci trasparire come a Bergoglio si manifestasse una tendenziale supremazia dei guelfi in virtù della maggiore forza e del maggior prestigio goduti dalla famosa famiglia dei Guasco.
Per il resto dei borghi, invece, si fa qualche fatica a rintracciare notizie su cui si possa risalire al loro passato. Di Gamondio vi riportiamo un testo di Geo Pistarino che cerca di decifrare l’origine del nome, Di Rovereto abbiamo la grande chiesa di Santa Maria di Castello, di cui riportiamo due descrizioni. Per la corte longobarda e poi franca di Marengo, ci affidiamo inizialmente alle suggestioni di Giancarlo Patrucco, che fa rivivere le grandi cacce longobarde e i molti agguati compiuti in quelle foreste sterminate e impenetrabili. A chiudere, possiamo presentare infine un tesoro formato di pregevoli manufatti romani rinvenuti mediante alcuni scavi archeologici in loco: “Il tesoro di Marengo”. Porta questo titolo il ponderoso volume che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi ad Alessandria il 20 marzo 2010; convegno nel quale si esaminano tutti gli aspetti relativi ai reperti ritrovati nel 1928 presso la cascina Pederbona, dove erano restati sotto terra per secoli: politica, archeologia, arte romana, prassi normative e inevitabili passaggi burocratici che un rinvenimento del genere impone. Ma un tesoro, da che mondo è mondo, porta con sé un misto di astuzie, bugie, versioni contrastanti, imbrogli e omicidi. Qui non ci sono morti ammazzati, ma il resto sembra starci tutto, raccontato nel primo intervento riportato negli atti, a firma Ornella Orbassano. E, con questo, chiudiamo la parte dedicata alla fondazione di Alessandria.

Fausto Bima
Ipotesi sull’origine di Bergoglio, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le Province di Alessandria e Asti, 1932
Dei sette luoghi che vediamo presenti all’atto della fondazione del Comune di Alessandria nel 1168, Bergoglio è quello di cui le notizie sono più scarse…ciò è dovuto al fatto che nel 1728 Vittorio Amedeo II abbatté il borgo e vi fece l’attuale Cittadella…Sull’origine dunque, fino ad oggi, non è stato detto ancora nulla di attendibile. Io credo però che, fino ad oggi, nessuno abbia mai osservato attentamente una pianta di Bergoglio. La più antica pianta che si abbia risale al 1630 circa ed è un disegno acquerellato montato su tela, riproducente le fortificazioni di quell’epoca”.
“Una cosa colpisce subito l’osservatore: le vie di Bergoglio sono perfettamente perpendicolari tra loro, dirittissime, larghe; l’insieme del borgo… è rettangolare. Per contrasto, guardando la parte della città sulla destra del fiume…vediamo…un groviglio di vicoli, di viuzze, di vie storte incrociantesi con disordine…Vediamo insomma la caratteristica edilizia della città medioevale…”.
“Si potrebbe pensare che fosse un ricetto…sorto contro le incursioni saraceniche del secolo X e XI…
“Escluso che sia sorto nel medioevo… non resta dunque che l’ipotesi che io sostengo e cioè che Bergoglio sia sorto da un accampamento romano. Non è improbabile pensare che, in una località in cui le vie naturali…si incrociano, strategicamente ed economicamente importante, in cui confluiscono biade e foraggi abbondanti, luogo intorno al quale vi sono vari paesi…la saggia organizzazione romana avesse posto un campo invernale in cui potessero svernare delle truppe”.

pianta Bergoglio

Pianta di Bergoglio del 1639

Disegno acquerellato delle fortificazioni nel sec. XIII

Sono passati almeno 15 secoli, ma l’aspetto generale è immutato. Qualche edificio alla periferia un po’ smussato, un solo vicolo curvo ad un’estremità; al centro la piazza per il praetorium, vi sporge solo da un lato un edificio. E se tutti questi sono i mutamenti avvenuti in 15 secoli, non possiamo dire che siano tanti e tali da oscurare le caratteristiche che voglio mostrare.”
“Potrà esser oggetto di orgoglio il sapere che quel borgo fu romano, potrà servire questa identificazione a qualche studioso per interpretare notizie di cronisti o leggende e non altro.
Comunque per me sarebbe già gran cosa l’aver raggiunto il vero”.

Gianfranco Calorio
Bergoglio, Ricostruzione storico-iconografica del Borgo antico di Alessandria prima della costruzione della Cittadella, Ed. Favolarevia, 2000

bergolio

Qualcuno intanto potrebbe domandarsi che interesse può avere ancor oggi Bergoglio, un quartiere da troppo tempo ormai scomparso e dimenticato, sostituito dalla Cittadella per la demolizione del quale non s’era disperata più di tanto la Città…Beh, aldilà dell’interesse degli studiosi che amano scavare nel passato è quantomeno strano il silenzio che ha circondato la sua fine…
Borgoglio (o Bergolio o Burgulium) risulta esser stato un borgo scomodo: le sue chiese seguivano il rito ambrosiano, era dichiaratamente filo-francese anche quando Alessandria era sotto dominio spagnolo; pare addirittura che per qualche tempo abbia battuto moneta propria, dava asilo ai “ricercati politici” della Città e, se misteriose erano le sue origini, non chiarissima fu la sua fine.
Per questo è stato necessario un lavoro virtuale di scavo archeologico avvalendoci delle più svariate fonti documentarie:
d’archivio (Consuetudini, Statuti, Instrumenti, Donazioni, Atti notarili, ecc,);
letterarie (Cronache e Annali dei molteplici storici locali, Visite pastorali, ecc.);
grafiche (Planimetrie catastali, Piante topografiche, Progetti, ecc.);
fotografiche (Foto aeree territoriali, ecc.);
dirette (sul campo)”.

Nella ricostruzione del borgo sono stati analizzati prioritariamente il territorio e l’abitato con un processo a ritroso nel tempo, fin dov’è stato possibile.
Il “territorio “è stata indubbiamente la parte più faticosa dello studio, ma anche la più interessante e sorprendente, anche perché ancor oggi, a mille anni di distanza, pur sotto la stratificazione dei secoli, sono coglibili i segni della trasformazione (dall’epoca romana a quella medioevale, rinascimentale seicentesca); toponimi, assi viari, rii, chiese campestri, ecc.”
Per quanto concerne l’”abitato” (il borgo, per intenderci) questo lo si trovava quasi sempre rappresentato attraverso il semplice disegno del suo contorno (la cinta fortificata), “a fil di ferro” , raramente tramite una dettagliata descrizione del suo edificato interno; veniva ad esserne evidenziata semmai la trama viaria, l’ordito di assi tra loro ortogonali che rimandavano ad un lontano passato, senza peraltro che ne fosse riportato l’”insulario” o lo “stradario” relativo, fatta eccezione per la contrada Maestra
, asse principale a prosecuzione dell’omonimo dalla Città attraverso il ponte.

ponte sul Tanaro del 1453

Ponte sul Tanaro del 1453

Si è riusciti comunque a comporre per buona parte il mosaico interno, facendo così rivivere gli spazi. Ne è scaturito uno “spaccato d’epoca” che anche se incompleto, è ritenuto importante dall’autore quale punto di partenza per approfondimenti futuri successivi sul campo”.

Carlo A-Valle
Storia di Alessandria (dall’origine ai nostri giorni), Tipografia Falletti, 1855

La famiglia Guasco
Senza tema d’errore, noi possiamo chiamare questa famiglia come prima in Alessandria, vuoi per nobiltà di natali, vuoi per abbondanza di fortune, vuoi per valore, vuoi finalmente per intelletto. I Guaschi vennero dalla Francia in Italia due secoli prima della fondazione di Alessandria: e intorno al mille avevano già poste le loro stanze nella terra di Borgoglio. dove abitarono sempre, fino a che il villaggio venne distrutto, per dare luogo alla cittadella, che vi sorge di presente. In Borgoglio i Guaschi avevano acquistate vaste campagne e rizzati forti castelli: cosicché vi stavano con maniere principesche. E nei vedemmo quel Scipione, che, nella crociata del millenovantanove, combatteva eroicamente in levante per la fede di Cristo e meritava di essere celebre negli immortali versi di Torquato.
Appena sorse Alessandria, i Guaschi ne furono campioni zelanti e benefici; la loro famiglia si schierò tra le guelfe del comune: e per tutto il tempo in cui duravano le fazioni maledette, fu sempre antesignana del partito. Per cui ebbe molte volte a soffrire saccheggi e rovine: segnatamente nel milledugentotrentadue, nel quale anno il popolo trasse a furia alle sue case e le diede alle fiamme.
l Guaschi ebbero in grado eminente e in ogni tempo il peccato della nobiltà, l’orgoglio: quindi non sempre posposero i rancori privati al pubblico bene: e nocquero molte volte alla patria, alla quale, senza però farsene tirarmi, insidiarono le forme democratiche, finché intieramente le spensero. …
I Guaschi furono sempre avversi ai marchesi di Monferrato, cui sovente debellarono: ai Visconti e agli Sforza, di cui ruppero più d’una volta il giogo: e al dominio spagnolo, a cui sempre di cattivo grado si rassegnarono.
All’incontro desideravano e invocavano più fiate il governo francese, al quale fedeli si mantennero infino all’ultimo. E ciò non era per avventura difetto d’amor patrio: avvegnachè non sia delitto di lesa carità cittadina lo scegliere fra le signorie straniere, quando un governo nazionale è fatto impossibile.
La famiglia Guasco fu liberale verso la religione, all’uso dei tempi: e nel mille trecento concorse all’erezione della chiesa e del convento di santo Stefano in Borgoglio, arricchendo l’uno e l’altra di edifizi e di rendite. Nella tirannide di Facino Cane, mentre Alessandria non osava levare la testa, i Guaschi soli e i loro aderenti gli resistevano: e molti di loro lasciarono da martiri la vita sul patibolo: molti, abbandonate le patrie sedi, si dispersero nel Piemonte e furono stipiti di nuove famiglie.
Guasco Alberto fu uno dei più valorosi capitani e dei più onesti cittadini che Alessandria vantasse nel secolo decimoterzo. Egli si trova nel numero dei benemeriti, che nel mille duecento sessantasei conciliarono le fazioni guelfa e ghibellina, la prima capitanata dai Pozzi e la seconda dai Lanzavecchia: i Guaschi erano del partito guelfo. Nel mille duecentosettantatre, gli astigiani, congiunte le loro armi a quelle di Guglielmo marchese di Monferrato, invadevano improvvisamente e contro ogni fede il territorio alessandrino e vi commettevano ogni vergogna ed ogni disordine. L’anno appresso, Alessandria pensava a trar vendetta di quella invasione: e raccolta la sua gioventù sotto gli stendardi del comune, affidavano ad Alberto Guasco il comando supremo. Questi gittavasi sul territorio della nemica repubblica: e dopo aver messo ogni cosa a sacco e a ruba, ritornava in Alessandria vincitore, traendo seco buon numero di prigionieri ed un immenso bottino. Ma l’impresa più splendida di Alberto Guasco era la sua spedizione del mille duecento novanta contro lo stesso marchese di Monferrato, ch’egli batteva intimamente fra Castelletto e San Salvatore, facendolo prigione e traendolo trionfalmente in Alessandria, dove moriva di rabbia e di dolore.

Gamondio
Geo Pistarino
Sull’origine del nome di Gamondio

Rivista di Storia Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1964

Tra i beni che Ugo di Provenza, re d’Italia, dona alla propria sposa, Berta di Svevia, nel 937, compare, per la prima volta nella storia, la corte di Gamondio. Essa rientra in quel complesso terriero, di proprietà regia, che è situato nel lembo della pianura, oggi fertilissima, un tempo paludosa e malsana, che s’inserisce a guisa di cuneo nella confluenza tra l’Orba, la Bormida e il Tanaro…Col secolo XIII all’antica Gamondio subentra, attraverso un modesto spostamento del centro abitato, l’odierna Castellazzo, il cui toponimo romanzo determina la rapida scomparsa dell’antica denominazione.
Quanto sono chiari e sicuri il significato e l’origine del nuovo nome del luogo, altrettanto sono oscuri ed incerti quelli dell’antico, intorno a cui si sono affaticati storici e glottologi dal trecentista Iacopo d’Acqui ad oggi. La voce più antica, isolata nel documento reale del 937, è Gaumundium: in seguito il toponimo suona normalmente come Gamundium, sia nei testi documentari sia nei testi narrativi. É nome locale scomparso, almeno per i centri abitati d’una consistenza anche esigua. Nel secolo X gli possiamo invece accostare una vallis Gaudemundi, nell’Astigiano, di cui ci dà notizia un atto del 980, mentre qualche tempo più tardi incontriamo la stessa voce nell’onomastica personale della zona che c’interessa: un Albertatius Gamondi Sigifredi compare nel 1199; un Gamundinus e un Gamundius de Quargnento nel 1218; un Anricus Gamundus nel 1224. Gamondi è cognome tuttora diffuso nell’Alessandrino e nell’Acquese. Ma il nostro toponimo non è limitato all’Italia. In territorio franco-tedesco troviamo un esempio ben più notevole con la località di Gamundias/Gaimundias (l’odierna Sarreguemines nel dipartimento della Mosella), ricordata in documenti merovingici del 706, la quale ricompare come Gumunde nel 1237, Guemunde nel 1263, Gemindt nel 1380, Gemont nel 1471, Sargemunt nel 1577, Zerguemine nel 1632, Guemund nel 1641. Un documento del 1153 cita un abbas Gemundi: oggi Gimont, capoluogo del cantone di Gers.
Qual è dunque l’origine del nome? Iacopo d’Acqui ha proposto l’etimo di Gaudium Uundi, poetico, ma inconsistente. Il Merula, il Lumelli, lo Schiavina, il Durandi sono risaliti all’antico ligure: in particolare il Durandi si è rifatto ad una presunta serie Casmonium, Gasmonium, Gusmundium, Gamundium. Il Burgonzi ha pensato ad un’origine gotica: da gaium, bosco, e mund, potestà o tutela, oppure dal nome della città di Gmund, ad est di Stuttgart. Il Canestri ha accolto quest’ultima ipotesi, ricordando, a conforto della medesima, la testimonianza del Muratori circa l’uso dei Longobardi di portare in Italia i nomi dei paesi d’origine. Il Gasparolo ha pensato ad una derivazione dal germanico Gemeinde.
É indicativo il fatto che un certo numero di autori ha propugnato l’origine germanica del toponimo, con argomenti notevoli, di fronte a coloro che hanno pensato ad origine paleoligure. Siamo anche noi dell’opinione dei primi: ma pensiamo, attenendoci all’etimo proposto dal Vincent per i toponimi del territorio francese, che ci si debba rifare, anzichè a Gaium – mund o a Gmund o a Gemeinde, all’antica voce germanica Gamundi, equivalente di « imbocco », « imboccatura ». Il termine si addice infatti, e si trova riferito, alle località poste all’imbocco di una valle o, come il nostro Gamondio, allo sbocco di un fiume in un altro. Può considerarsi come l’equivalente tedesco della voce « Bocca », largamente diffusa nella toponomastica italiana, soprattutto in area settentrionale.
A questo punto ci sembra legittima una conclusione. Trattandosi d’un nome che indica condizione del suolo, l’appellativo di Gamondio preesistette certamente al centro abitato: le origini del quale non possono pertanto ricercarsi né tra i Liguri, né tra i coloni latini, ma devono collocarsi nel periodo della penetrazione germanica in Italia, durante il basso Impero, o in periodo gotico, o, più probabilmente, in età longobarda.

Lorenzo Mina
Della chiesa di Santa Maria di Castello in Alessandria, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le Province di Alessandria e Asti, 1903
Di tutte le chiese di Alessandria, la più antica e la più degna d’essere studiata accuratamente, sia dal lato storico che da quello artistico, è Santa Maria di Castello. I vari guasti e le aggiunte fatte in diverse epoche ed i restauri male intesi non ne scemarono del tutto l’aspetto originale antico; anzi, osservando attentamente, vi si possono facilmente riscontrare le tracce delle varie vicissitudini alle quali questo monumento sacro è stato necessariamente sottoposto.
Per dare qualche dato numerico, dirò intanto che la superficie occupata dalla Chiesa e dal Chiostro in totale si può ritenere ammontare in mq 3870 in digrosso, dei quali solo 1350 mq appartengono alla Chiesa propriamente detta che copre un rettangolo di m. 54 x m. 25, e 2520 mq. al Chiostro e relative celle ed abitazioni.
La chiesa è sollevata sul piano della piazza di cinque gradini di 18 cm. d’alzata ciascuno, vale a dire in totale di circa cm. 90. La gradinata dinanzi la Chiesa prima non esisteva e si saliva per entrare nell’edificio un solo gradino; ma quando venne abbassato il piano della piazza, ed aggiunto tutt’attorno uno zoccolo di mattoni a paramento, fu necessario apporvi tale gradinata per accedere al sacro edifizio…
Entriamo nel tempio per la porta maggiore principale. Abbiamo già detto che esso occupa colle sue circostanti mura lo spazio di mq. 1350 fornito da un rettangolo di m. 54 X 25. In questo rettangolo è compresa tutta la Chiesa che propriamente si svolge colla sua costruzione principale e centrale su d’una pianta a croce latina di stile pretto Lombardo. Lateralmente alla navata grande centrale stanno due navate minori e più basse e quindi vengono le cappelle aggiunte. Dopo il transetto, volto all’oriente secondo il rito cristiano, è nel centro il santuario od altare maggiore e poi, subito dietro, il coro. Di fianco al santuario, da ambe le parti, sono due grandi ambienti di passaggio per uso delle funzioni e, proprio addossato alla parte sinistra del coro, s’impianta il campanile certamente costrutto dopo.

A cominciare da destra entrando fino al transetto si incontrano, l’una di seguito all’altra, le seguenti cappelle:

CAPPELLE DI DESTRA CAPPELLE DI SINISTRA
1. Cappella del Confessionale 1. Cappella del Battistero
2. Cappella di S. Onofrio 2. Cappella del Confessionale
3. Cappella di S. Ubaldo 3. Cappella di S. Antonio
4. Cappella del Crocifisso 4. Cappella della Madonna del Rosario
5. Cappella di S. Teresa 5. Cappella di Nostra Signora del Sacro Cuore
6. Cappella del Sacro Cuore 6. Cappella di S. Giuseppe

 

Procedendo a visitarne la Chiesa, si viene al transetto. Questo è costrutto proprio normalmente alla navata centrale e corrisponde ad essa ed alle due minori. La superficie libera occupata dal transetto, esclusi i muri ed i pilastri, è di mq. 144 consistente in un rettangolo di m. 8 di larghezza e m. 18 di lunghezza, di più, verso la piazza, ha un’aggiunta di mq. 24 (3×8) corrispondente alla porzione aggiunta delle cappelle.
Finalmente, viene il Santuario o presbiterium, che copre, colla sua pianta quadrata di m. 9 di lato, la superficie di mq. 81 ed è sollevato dal pavimento della Chiesa di m. 0,80, al quale si accede mediante una gradinata di marmo di 5 gradini. E’ separato dal transetto da una bella balaustrata di marmo antico ed è finito subito posteriormente dal Coro a pianta quasi semi ottagona simmetrica rispetto l’asse della Chiesa…Finalmente abbiamo le due ali fiancheggianti il presbiterio di m. 5 per m. 9. Il Campanile, a pianta quadrata di m. 4 di lato, è a sinistra incastrato fra l’incrocio del braccio del presbiterio e di quello del lato est del convento.

Antonella Perin e Carla Solarino
Santa Maria di Castello, in “Chiese, conventi e luoghi pii della città di Alessandria”, BCA Studi e ricerche, n. 7, Alessandria, 2007
La chiesa di Santa Maria di Castello può essere considerata un simbolo della storia urbana di Alessandria; viene indicata, infatti, come luogo più antico della città, in assenza visiva del polo religioso per eccellenza, l’antico Duomo. In occasione di interventi di restauro effettuati nel 1887 e di scavi archeologici databili tra il 1970 ed il 1971, sono state rinvenute tracce di un edificio preromanico adaula absidata, ascrivibile al periodo tra l’VIII e il IX secolo. La scoperta conforterebbe il legame storico con l’antico insediamento di Rovereto, documentato sin dall’VIII secolo e ricordato come “curtis regia” del tardo IX secolo. La fase costruttiva romanica, preesistente a quella attuale, iniziò nell’XI e terminò nel XII secolo con la realizzazione del transetto e fu resa possibile grazie alle donazioni di fondi da parte di famiglie alessandrine (conti Canefri).
L’edificazione della Chiesa va posta in relazione con le dinamiche dell’insediamento e del popolamento del Borgo Rovereto, sede di mercato, presso il ponte sul Tanaro, difeso dal “castrum” fortificato. All’interno di questo primo nucleo e del suo polo religioso, si incrociarono privilegi reali, pretese di gruppi nobiliari e diritti di diocesi vicine.
Riguardo al Castello associato al nome della Chiesa (scrive Claudio Zarri) “non esiste documentazione iconografica attendibile, ma solo tarde immagini convenzionali con schematiche visioni di edificio turrito”. All’epoca, i castelli consistevano, per lo più, in rozze cerchie difensive ed è verosimile che la Chiesa fosse compresa in un’area protetta da terrapieni e palizzate.
I religiosi che, nella prima fase, officiarono a Santa Maria furono probabilmente legati ai canonici di Santa Croce di Mortara (1082). Dopo una fase di decadenza, sia per l’Ordine che per le strutture edificate, si registrò un periodo di rinascita intorno alla metà del XV secolo con il passaggio ai Canonici Regolari di Sant’Agostino, i Lateranensi detti anche Rocchettini, che nel 1449 incorporarono i Canonici di Mortara (Bolla di Papa Nicolò V).
In questo periodo alcune famiglie emergenti del quartiere di Rovereto, quali i Bianchi, i Dal Pozzo, i Panizzoni e gli Inviziati, diedero vita alla fase più fiorente della storia della Chiesa sotto il profilo architettonico ed artistico. Nel periodo 1449-1540 si verificò, infatti, una fase di sostanziale riprogettazione dell’edificio, ossia il rifacimento del campanile, la costruzione dell’abside, della cappella maggiore, delle navate laterali e del chiostro, accompagnata da significativi interventi sul piano della decorazione e della dotazione di dipinti, sculture e arredi.
Nel 1545, la Chiesa ed il cimitero adiacente vennero consacrati e l’alto rilievo in pietra policroma della “Madonna della Salve” venne collocato nell’ottava cappella interna. Una successiva fase abbraccia circa tre secoli e mezzo di storia in cui si consolida la struttura del complesso conventuale che nel 1629 ottenne il riconoscimento di Abbazia dei Canonici Lateranensi da parte di Papa Urbano VIII.

Nel 1798 il Monastero venne soppresso e la Chiesa ebbe esclusivamente funzione di Parrocchia. Quindi la struttura conventuale venne utilizzata come ospedale militare e caserma. Nel 1824 venne ceduta ai Padri Somaschi e, in seguito, all’Opera Pia De Rossi; nel 1834 le Suore di Carità aprirono nel Chiostro una scuola femminile per indigenti. Negli anni delle Guerre di Indipendenza, l’Amministrazione militare riprese possesso del Convento.
In quanto a sculture, dipinti ed arredi della Chiesa è già stato menzionato il Gruppo della Madonna della Salve che veniva indicata, a detta di alcuni storici, come “Madonna dello Spasimo” e solo successivamente Madonna della Salve. Il culto popolare trovò nelle iniziali della parola Salve una sintesi di devozione alla Madonna, facendo sorgere l’espressione “Sempre Alessandria La Vergine Esaudisce”.
Altro documento straordinario è la lapide sepolcrale di Federico Dal Pozzo del 1380, posta nella prima cappella a destra; sullo stesso lato, l’affresco della “Madonna con il Bambino tra i Santi Onofrio e Giovanni Battista” del XVI secolo, attribuito a Giorgio Soleri. E ancora il monumento funebre di Vespasiano Aulari (1592), il gruppo in terracotta policroma del Cristo deposto nel Sepolcro (XVI secolo). In corrispondenza dell’arco trionfale si trova il Crocifisso ligneo policromo attribuito a Baldino di Surso (1480). Gli stalli lignei del coro risalgono alla fine del XVI secolo.
Merita un cenno il pregevolissimo affresco della Sala Capitolare, all’interno del Chiostro, che rappresenta la grande “scena” della Crocefissione. Fu scoperto solo nel 1923, sovrapposto ad un altro di precedente fattura.

3. Foreste, santi e cavalieri

Giancarlo Patrucco
Foreste, santi e cavalieri (testo scritto per l’occasione)
La storia di Marengo si perde nelle pieghe del tempo. Il borgo, infatti, ha origini molto antiche. Ma perché Marengo? Da quale anfratto della storia quel nome giunge fino a noi?
Come quasi sempre accade con gli etimi, le possibili risposte sono parecchie:

  • una ci ricorda le vie Marenche, cioè quelle vie che sin dagli albori della civiltà venivano utilizzate come snodo principale tra la pianura e il mare ed erano quindi determinanti per l’economia e per il commercio. La piana di Marengo non si trovava forse alla confluenza strategica dei tre fiumi Po, Bormida e Tanaro? Dunque, non costituiva un ottimo punto di sosta per qualunque mercante dovesse transitare o far transitare merci da quelle parti?

  • un’altra suppone che il nome Marengo derivi dall’antica popolazione dei Liguri Marici, stanziatasi in quella zona fino all’arrivo delle truppe romane che – come si sa – delle tribù dei Liguri fecero strage;

  • una terza ipotesi è “di scuola”. Essa, infatti, si limita a far notare come il nome Marengo venga dal precedente Maringo o Marinco e il suffisso –ing presupponga un’origine germanica, probabilmente gota.

Noi siamo propensi a considerare valido il collegamento con le vie Marenche o Marinche perché il ragionamento relativo allo sviluppo dei traffici è estremamente efficace. Vorremmo sostituire ai Goti della terza ipotesi i Longobardi, che sempre di origine germanica erano. Però, stentiamo a vedere una connessione tra i Longobardi, famosi per l’attitudine guerriera, e un transito per mercanti. I Longobardi furono piuttosto cacciatori e dunque propensi a rimboschire il territorio in favore del loro svago preferito: la caccia. Così, la pianura padana progressivamente tornò a ricoprirsi di paludi e boschi. Una vasta Silva Urbe il cui eco, nei nomi delle aree boschive, è giunto sino ai giorni nostri: Frascaro, Frascarolo, Bosco Marengo, Rovereto, Tiglieto, solo per citarne alcuni, e la Fraschetta (o Fraschevera), come viene chiamata la zona intorno a Spinetta Marengo ancora oggi.

                         La Fraschetta nel XVI secolo Galleria dei Musei Vaticani

Si narra che re Liutprando amasse trattenersi nella corte regia di Marengo, così come in zona esistono molte testimonianze legate alla famosa regina Teodolinda, la quale favorì la conversione del suo popolo ariano verso il cattolicesimo. Paolo Diacono, che dei Longobardi è lo storico di riferimento, narra come in uno dei suoi palazzi fossero affrescati i Longobardi: capelli rasati tutt’intorno alla fronte e lunghi fino alla bocca, divisi in due bande; vestiti ampi, di lino, con balze larghe e di vari colori; calzari di cuoio fermati da lacci, che lasciano scoperto l’alluce; calzoni rossicci di panno per andare a cavallo.
A Marengo si danno anche feste, si organizzano convivi, si celebrano matrimoni magari forzando un po’ la mano alla storia e mettendo Marengo al centro di eventi svoltisi altrove. Così capita alle nozze di Teodolinda, vedova di Autari, con il duca di Torino Agilulfo, avvenute in realtà nell’oppidum di Laumello.
D’altronde, la zona di Marengo è sempre stata una miniera di aneddoti, a cominciare dal suo territorio: un’unica, immensa foresta, popolata di selvaggina di ogni genere e riservata alle battute di caccia dei reali. Immaginate, dunque, quanti incidenti, agguati, congiure, intrighi politici possano essersi consumati all’ombra di quelle piante, nei secoli. Come la ribellione dell’898, quando Adalberto il ricco, marchese di Toscana, muove verso Pavia. Il re Lamberto è a caccia a Marengo allorché viene informato della spedizione, ma non esita a rivolgersi contro i nemici, piombando in mezzo a loro mentre sono ubriachi e addormentati e facendone strage.
Ma la foresta, oltre la caccia, chiama a ben diversi episodi. Essa, oltre a dar ricovero ad una ricca serie di animali, ospitava anche personaggi – diciamo così – un po’ particolari.
Nei dintorni di Villa del Foro, ad esempio, accanto al torrente Belbo viveva un certo Baudolino, di nobile famiglia longobarda. Egli era ricco, ma aveva preferito donare le sue ricchezze ai poveri per vivere da romito, in solitudine e in meditazione.
Pare che un giorno avesse allontanato le oche selvatiche che distruggevano i raccolti e, in un’altra occasione, chiamato dal vescovo attraversò il Belbo sul suo mantello disteso a mo’ di barca. Una volta ancora, poi, mentre il re Liutprando si trovava a caccia e suo nipote Aufaso veniva ferito gravemente, Liutprando mandò a cercare Baudolino affinché lo sanasse. Questi, però, annunciò ai messi del re che era ormai inutile, perché Aufaso era già morto.
Baudolino si spense intorno al 740 venerato come un santo. Dapprima venne sepolto a Villa del Foro poi, sorta Alessandria e designato ad esserne Patrono, le sue spoglie vennero traslate nella chiesa a lui dedicata intorno al 1180. O, almeno, così si dice.

Ornella Orbassano
Il Tesoro di Marengo: storie e misteri, in atti del Convegno di Alessandria, Palazzo del Monferrato, 30 marzo 2010 (a cura di Marica Venturino Gambari e Alberto Ballerino)
Sono un’insegnante di lettere classiche in pensione e ho avuto il compito di aprire il convegno non in veste di studiosa accademica, ma per esporre una testimonianza personale che, rievocando “storie e misteri” sul Tesoro di Marengo, consenta, se giudicata interessante, di stimolare ricerche e riaprire “prospettive”…
Fissati i limiti temporali tra il 6 aprile (venerdì santo) 1928, giorno presunto della scoperta del Tesoro e il 18 aprile 1936, data della sua consegna al Museo di Antichità di Torino, si tratta di ripercorrere gli eventi sviluppatasi intorno agli argenti in quegli otto anni. La monografia più completa rimane quella di Goffredo Bendinelli (Bendinelli 1937); ad essa le pubblicazioni successive si sono variamente ispirate ed anch’io la utilizzerò come testo di riferimento.
La cascina Pederbona si trova vicino a Marengo, lungo la strada statale Alessandria-Genova. Nel 1928 ne era locatario il cav, Romualdo Tartara, che aveva già stipulato un compromesso di vendita… con i sette eredi del fu Giovanni Gabba, La parte della Pederbona spettante agli eredi Gabba, secondo Francesco Tartara, fu effettivamente poi ceduta a Romualdo Tartara con atto del 29 agosto 1928 presso il notaio Badò di Alessandria; sempre la stessa fonte sostiene che nel citato compromesso le parti avevano convenuto che l’atto di vendita avrebbe avuto forza giuridica dal giorno del compromesso stesso, infatti il cav. Romualdo avviò subito importanti lavori. In realtà il passaggio di proprietà non era ancora avvenuto all’epoca della scoperta. Francesco Tartara era uno dei tre figli del cavalier Romualdo, un facoltoso e innovativo imprenditore agricolo e uomo d’affari, esponente di spicco della borghesia alessandrina, con attività economico-finanziarie allora in espansione….
Riassumerò la storia scomponendola in sequenze cronologiche e presentando ciascuna di esse secondo le due versioni di G. Bendinelli e F. Tartara.

 

Il tesoro di Marengo esposto nel museo di antichità di Torino

Il ritrovamento
Bendinelli
Forse il 4 aprile 1928 l’operaio Enrico Raina esegue alla Pederbona un lavoro di livellamento e scavo controllato da Francesco Tartara. A circa 1,5 m. di profondità emergono i primi pezzi.

Tartara
Il 6 aprile 1928, Francesco Tartara guida una squadra di operai in un lavoro di scasso a una profondità di 70-80 cm. Spunta il primo pezzo, il vaso a foglie di acanto…Nell’inaspettato strato di sabbia è impressa la forma di una cassa di legno ormai in briciole. I pezzi metallici vengono recuperati e ripuliti. In giornata Romualdo Tartara avverte il conte Zoppi, Reale Ispettore Onorario delle Antichità…In quel 6 aprile il complesso viene fotografato e il conte Zoppi lo lascia in consegna al Tartara.

Le settimane successive
Nel periodo successivo alla scoperta, alla Pederbona si verifica un via vai di curiosi, abitanti della zona, visitatori di prestigio istituzionale, intenditori, antiquari…Un certo signor Paternò di Spinetta, modesto trafficante d’arte, accompagna alla Pederbona Ferruccio Ildebrando Bossi, noto antiquario genovese, intraprendente e danaroso, che si offre come acquirente di alcuni pezzi per conto di una cliente francese facoltosa e attrezzata per l’espatrio clandestino. La cifra proposta è molto elevata e allettante, ma anche i Tartara all’epoca trattavano affari ad alto livello, infatti il cavaliere non accetta.

Commento
Nel corso del sopralluogo effettuato il 16 maggio con il prefetto di Alessandria e il conte Zoppi, il Soprintendente Burocelli vede che il materiale è stato raccolto con molta cura da Romualdo Tartara…Assicura di aver invitato Tartara a far dono allo Stato della parte che gli spetta di diritto. Aggiunge che Tartara non si pronuncia. Quindi chiede disposizioni per un eventuale ritiro degli oggetti presso il Museo Civico di Alessandria o presso il Museo di Antichità di Torino. In risposta il Ministro lo autorizza al trasporto del materiale al Museo di Torino, con riserva di poterlo destinare a quello di Alessandria.
Il 31 maggio il conte Zoppi informa il conte Pellati che in serata Romualdo Tartara partirà per Roma con alcuni degli oggetti trovati per conoscerne il valore e sondare le intenzioni del governo riguardo alla legge. Se fino a quel momento Tartara aveva tenuto gli oggetti presso di sé disponendone, lo aveva fatto ignorando apertamente la legge….oppure la normativa magari un po’ ambigua si prestava a interpretazioni elastiche? Venutosi a trovare in una situazione straordinaria, è verosimile che abbia raccolto pareri, stime, consigli, consulenze legali…Si può supporre che da tutti questi elementi egli abbia tratto la convinzione di poter legittimamente disporre degli argenti come gioielli di famiglia ritrovati in soffitta.
4 giugno 1928: consegna degli argenti a Roma, allo Stato. Il materiale è raccolto in due valigie. Alla presenza di funzionari della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, si procede all’atto di sequestro. Il peso lordo risulta di 26 Kg.
Il 20 aprile 1935 si giunge alla conclusione delle annose trattative per la stima del Tesoro e il pagamento del premio. All’inizio del 1936 viene eseguito il restauro dei pezzi maggiori, il 10 aprile il ministro De Vecchi dispone l’assegnazione del Tesoro a Torino…Il peso complessivo degli argenti risulta di 12,855 Kg.
La traccia di trafugatore viene consolidandosi in quegli anni secondo un percorso che parrebbe orchestrato per fare dei Tartara i capri espiatori in una vicenda non priva di ombre….In quel periodo la famiglia Tartara deve occuparsi di gravi problemi economici e legali. Si fa sentire, però, quando contesta il giudizio di “persona non dabbene” riferito allo scopritore e comparso in un opuscolo, ottenendone il ritiro. Tuttavia continua ad essere alimentato il sospetto che gli ammanchi non possano che imputarsi a Romualdo Tartara. Quale sia la loro entità, da quali prove si evincano, quando siano stati accertati nessuno dice. E se nessuna specifica iniziativa legale viene intrapresa nei confronti dei Tartara la ragione potrebbe essere che non ci sono a loro carico elementi probanti oppure che qualche eminenza grigia non ritiene opportuno spingere indagini e sollecitare testimonianze rischiose. Forse proprio l’evanescenza delle prove ha creato la situazione ideale per chi, in quella insufficienza intrisa di sospetti, riponeva la garanzia della propria insospettabilità.

Leggende, assedi, stemmi

Introduzione
Finché siamo andati sul tradizionale, tutto bene. Per secoli ci siamo accontentati della leggenda di Gagliaudo che imbroglia il Barbarossa e della leggenda del romito Baudolino, che fa miracoli, diventa vescovo di Alessandria e successivamente santo. Poi arriva un genio come Eco e ci scombina un po’ le carte in tavola, mettendo Gagliaudo insieme a Baudolino. A seguire, sentiremo da lui come racconta la storia del primo e come si districa da quella del secondo.
A proposito, Baudolino è santo e vescovo di Alessandria? Racconta esattamente come stanno le cose Francesco Gasparolo nel suo divertente pezzo: “Il vero Baudolino”.
Rimane qualcosa da dire sugli attori veri di questo dramma: l’imperatore Federico Barbarossa e il Libero Comune di Alessandria. Lo facciamo attraverso due testi tratti entrambi da wikipedia. E, per questa volta, gli umili risultano vincenti.

Umberto Eco
Baudolino, Bompiani

La storia andò infatti così. Che verso l’ora terza di quel Sabato Santo tutti i consoli e le persone di maggior riguardo di Alessandria erano sotto un porticato dove giaceva una vacca che più magra e moribonda non si poteva immaginare, la pelle spelacchiata, le gambe che erano due stecchi, le mammelle che sembravano orecchie, le orecchie che parevano capezzoli, lo sguardo basito, flaccide le corna stesse, il resto più carcassa che tronco, più che un bovino un fantasma di bovino, una mucca da Totentanz, vegliata amorosamente dalla madre di Baudolino, che le accarezzava il capo dicendole che in fondo era meglio così, che avrebbe finito di soffrire, e dopo una buona mangiata, e dunque meglio dei suoi padroni.
Accanto continuavano ad arrivare sacchi di grani e sementi, raccolti come veniva, che Gagliaudo stava mettendo sotto il muso alla povera bestia, incitandola a mangiare. Ma la vacca guardava ormai al mondo con gemebondo distacco, e non ricordava neppure cosa volesse dire ruminare. Così che, alla fine, alcuni volonterosi le tennero ferme le gambe, altri la testa e altri ancora le aprirono a forza la bocca e, mentre essa muggiva debolmente il suo rifiuto, le infilavano il grano in gola, come si fa con le oche. Poi, forse per istinto di conservazione, o come animato dal ricordo di tempi migliori, l’animale incominciò a rimestare con la lingua tutto quel ben di Dio e, un poco di propria volontà e un poco con l’aiuto degli astanti, iniziò ad ingoiare.
Non fu un pasto gioioso, e non una sola volta parve a tutti che Rosina stesse per rendere l’anima sua bestiale a Dio, poiché mangiava come se partorisse, tra un lamento e l’altro. Ma poi la forza vitale prese il sopravvento, la vacca si rizzò sulle quattro zampe e continuò a mangiare da sola, ficcando direttamente il muso nei sacchi che le venivano sottomessi. Alla fine quella che tutti stavano vedendo era una vacca ben strana, macilentissima e melanconica, con le ossa dorsali sporgenti e segnate come volessero uscire dal cuoiame che le imprigionava, e la pancia al contrario opulenta, tondeggiante, idropica, e tesa come se fosse gravida di dieci vitelli.
Non può andare, non può andare,” scuoteva il capo il Boidi, di fronte a quel tristissimo portento, “anche uno stupido si accorge che questa bestia non è grassa, è solo una pelle di vacca dentro a cui hanno messo della roba.”
Amici,” diceva Baudolino, “non dimenticatevi che quelli, chiunque siano coloro che la troveranno, hanno una tale fame che non staranno a guardare se è grossa qui e magra là.”
Aveva ragione Baudolino. Verso l’ora nona Gagliaudo si era appena avviato fuori porta, in un prato a mezza lega dalle mura, e subito era uscita dalla boscaglia una banda di boemi che certamente andavano ad uccellare, se ci fosse stato ancora un uccello vivo in quei dintorni. Videro la vacca, senza credere ai propri occhi famelici si buttarono verso Gagliaudo, lui alzò subito le mani, lo trascinarono con la bestia verso gli accampamenti. Ben presto si era radunata intorno a loro una folla di guerrieri con le guance incavate e gli occhi fuori dalla testa, e la povera Rosina era stata subito sgozzata da un comasco che doveva conoscere il mestiere, perché aveva fatto tutto con un colpo solo e la Rosina, nel tempo che ci vuole a dire amen, prima era viva e dopo era morta. Gagliaudo lacrimava davvero, e dunque la scena appariva verosimile a tutti.
Quando alla bestia fu aperto il ventre accadde quello che doveva accadere: tutto quel cibo era stato mandato giù così in fretta che ora straripava per terra come fosse ancora integro, e parve indubbio a tutti che di grano si trattasse. Lo stupore fu tale che prevalse sull’appetito, e in ogni caso la fame non aveva tolto a quegli armati una elementare capacità raziocinativa: che in una città assediata anche le vacche potessero scialare a tal punto, andava contro ogni regola umana e divina. Un sergente, tra gli astanti voraci, seppe reprimere i propri istinti, e decise che del prodigio dovevano essere informati i suoi comandanti. In breve la notizia pervenne all’orecchio dell’imperatore, presso al quale Baudolino stava con apparente indolenza, tesissimo e fremente in attesa dell’evento.
La carcassa di Rosina, e un telo in cui era stato raccolto il grano straripato, e Gagliaudo in ceppi, furono condotti al cospetto di Federico. Morta e spaccata in due, la vacca non sembrava più né grassa né magra, e l’unica cosa che si vedeva era tutta quella roba dentro e fuori della sua pancia. Un segno che Federico non sottovalutò, per cui subito chiese al villano: “Chi sei, da dove vieni, di chi è quella vacca?” E Gagliaudo, pur non avendo compreso una parola, rispose in strettissimo volgare della Palea, non so, non c’ero, non c’entro, passavo di lì per caso e quella vacca è la prima volta che la vedo, anzi, se non me lo dicevi tu non sapevo neanche che era una vacca. Naturalmente neppure Federico capiva, e si rivolse a Baudolino: “Tu conosci questa lingua da bestie, dimmi cosa dice.”
“Lui dice che della vacca non sa niente, che un contadino ricco della città gliel’ha data da portare al pascolo, e questo è quanto.”…“Dice che in città hanno ammassato tutte le vacche del contado e adesso c’è da mangiar bistecche sino alla fine del mondo, ma che le vacche hanno consumato tutto il fieno, che la gente se può mangiare carne non mangia pane, quindi parte della granaglia che avevano ammassato la danno alle vacche, dice che non è come qui da noi che abbiamo tutto, laggiù devono aggiustarsi come possono perché sono dei poveri assediati. E dice che è per questo che gli hanno dato la vacca da portare fuori, che mangiasse un poco d’erba, perché solo questa roba le fa male e le viene il vermocane.”
“Baudolino, tu credi a quello che dice questo gaglioffo?”
Federico si era lisciata la barba, aveva stretto gli occhi e guardato bene Gagliaudo. “Baudolino,” aveva poi detto, “io ho l’impressione che quest’uomo l’ho già visto, solo che doveva essere tanto tempo fa. Tu non lo conosci?”
“Ma adesso il problema non è di domandarsi chi sia quest’uomo, ma se sia vero che in città hanno tutte queste vacche e tutto questo grano. Perché potrebbero aver rimpinzato l’ultima vacca con l’ultimo grano.”
“Bella pensata, Baudolino. Questa non mi era proprio venuta in mente.”
“Oh sì, sì,” dissero a una voce tutti gli altri signori, e Baudolino ne concluse che non aveva mai visto tanta gente in malafede, tutta insieme, ciascuno riconoscendo benissimo la malafede altrui. Ma era segno che quell’assedio era ormai insopportabile a tutti.
“E così pare a me che mi debba parere,” disse diplomaticamente Federico. “L’esercito nemico preme alle spalle. Prendere questa Roboreto non ci eviterebbe di affrontare l’altra armata. Né possiamo pensare di espugnare la città e serrarci entro quelle mura, così mal fatte che ne scapiterebbe la nostra dignità. Pertanto, o signori, così abbiamo deciso: abbandoniamo questo borgo miserabile ai suoi miserabili vaccari, e prepariamoci a ben altro scontro. Che siano dati gli ordini opportuni.”…
Federico fece tutto in fretta. Non c’era da togliere alcun attendamento, in quel ciarpame che era ormai il campo degli assediati. Mise gli uomini in colonna e ordinò di bruciare tutto. A mezzanotte l’avanguardia dell’esercito già marciava verso i campi di Marengo. Sul fondo, ai piedi delle colline tortonesi, baluginavano dei fuochi: laggiù attendeva l’esercito della Lega.

Francesco Gasparolo
San Baudolino. Patrono della diocesi alessandrina, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1909
Fra le carte dell’avv. Bernardino Bobba da me possedute trovasi un curioso biglietto del prevosto parroco di Abbiategrasso del 1733 diretto al Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana, e la relativa risposta: tutto in copia. Questi due documenti sono assai interessanti, ed il primo, come ho detto, è curioso. Il buon parroco si lamenta, che nella sua pieve alcuni parrocchiani (che certamente si volevan bene fra. di loro come cani e gatti) si eran ficcato in testa di celebrare in quella parrocchia la festa di S. Baudolino il 10 novembre sotto il titolo di patrono dei litiganti. A questa strana pretesa si spaventò il parroco, e sembra che per sedare i bollori di quei singolari devoti, abbia appunto richiesto notizie al Sassi, che le diede cortesemente.
I documenti sono questi:
Il Sig.r D.re Bibliotecario Sassi vien cordialmente riverito dal Prevosto Pusteria d’Abbiategrasso, ed insieme supplicato a vedere nei martirologij antichi, e moderni, ovvero negli eruditi monumenti del Bollandi, o in altri menologi se si ritrovi annotato sotto li 10 novembre Santo Baudolino Vescovo d’Alessandria, che tali uni pretendono di festeggiarlo in titolo di nuovo Protettore de litiganti in questa mia Pieve, e sono pronti a litigare sino al giorno del giudizio per sostenere questa litigiosa Festa.
Mi farà gran favore farne diligenza, avendo io tutta la sicurezza nella sua ricca erudizione, e copiosa lettura, e si compiacerà consegnare al Sigr Bianchi oblato di S. Sepolcro le sue diligenti annotazioni“.
Risposta:
«Che S. Baudolino fosse Vescovo d’Alessandria è un solenne sproposito, perchè questo S. Uomo visse a tempi di Luitprando, come attesta Paolo Diacono Lib. 6. Cap. 38 con queste parole: Huius Regis temporibus fuit in loco, cui forum nomen est iuxta f/uvium Tanarum Vir mirae Sanctitatis Baudolinus nomine, qui multis miraculis Christi gratia suffragante refusit, qui saepe futura praedixit, absentia quoque quasi praesentia nunciavii etc. ed Alessandria è stata fabricata, com’è notissimo, a tempi di Alessandro III e di Federico Barbarossa.
Filippo Ferrario nel suo Catalogo Sanctorum qui non sunt in Martyrologio Romano alli l0 novembre dice: Alexandriae Statiellorum S. Baudolini Episcopi Urbis Patroni, e nelle note porta questa sol prova ex Tabu/. Eccles. A/exand., quae corpus habet, illumque uti Patronum praecipue veneratur. Questo però viene confermato ancor dall’Ughelli, che nel tomo quarto parlando dei Vescovi d’Alessandria, e di quella chiesa Cattedrale scrive: ibi S. Brandolinus honorifice requiescit, qui temporibus Luiiprandi Regis fertur vixisse, quem hoc tempore ea Civitas ut Divum Tutelarem veneratur, et colit.
Li Umiliati pretendono che questo Santo fosse del loro Ordine, e ne fanno la festa alli 10 novembre con questo titolo: S. Baudolini Episcopi, et Confessoris Ordinis humiliatorum, come si legge nel loro breviario stampato in Milano l’anno 1483, e nel missale degli Umiliati stampato l’anno 1504. Ancor questo però sembra lontanissimo dalla verità, perchè dal tempo di Luitprando fino alla fondazione degli Umiliati vi passarono di mezzo quasi quatrocent’anni. Il Puricelli nella Cronaca manoscritta degli Umiliati scrive la vita di questo Santo, ma è di parere che non solo non sia stato dell’ordine degli umiliati, ma nè meno Vescovo, o Sacerdote, ma solo Laico, e Romito nella sua Patria chiamata Foro picciola terra presso il luogo, dov’ora è fabricata Alessandria. Nell’anno 1600 fu stampata la vita di questo Santo in Alessandria da Archangelo Caraccia, ma questa non mi è mai giunta alle mani. Dico bene, che non so che cosa abbia da fare questo Santo coi litiganti, se non fosse forse perchè essendo Egli stato acusato di delitto presso i Vescovi d’Acqui e di Tortona, fu messa da Dio in palese la di lui innocenza con due miracoli; e veramente a passarla bene nelle estorsioni, e cabale solite farsi ne forensi litigij non vi vuole meno di un miracolo.”

AA. VV.
Federico Barbarossa, Wikipedia – l’enciclopedia libera
Federico I Hohenstaufen, meglio noto come Federico Barbarossa salì al trono di Germania il 4 marzo 1152 e fu incoronato Imperatore il 18 giugno 1155.

Nel giugno 1158, alla luce dei contrasti di natura ideologica col pontefice e dato che Milano mostrava di agire con una certa autonomia, provvedendo, per esempio, alla ricostruzione di Tortona, Federico decise per una discesa in Italia (la sua seconda). Sottomessa Brescia, dato inizio alla ricostruzione di Lodi, assediò Milano, obbligandola dopo un mese a sottoporre all’approvazione imperiale la nomina dei suoi consoli.
Milano intanto continuava a rifiutare le direttive imperiali, la lotta infuriò, con alterne fortune, su tutta la pianura lombarda, che fu devastata. Nella primavera del 1161, ricevuti rinforzi da Germania e Ungheria, Federico poté porre l’assedio alla città. Gli assediati resistettero con ostinazione per circa un anno: il 10 marzo 1162 Milano fu costretta alla resa e subito dopo cominciò la sua distruzione e i milanesi furono dispersi in quattro diverse località. Distrutte le mura di Brescia e Piacenza, che dovettero accettare i funzionari imperiali. Federico Barbarossa, all’apogeo della sua potenza, fece ritorno in Germania.

Nell’ottobre 1163 Federico scese nuovamente in Italia, con un piccolo esercito perché già incalzava la riscossa dei comuni italiani, Verona, Padova e Vicenza si sollevarono, in ribellione congiunta, e rifiutarono le offerte di pace dell’imperatore, che non disponeva di forze sufficienti per domarle, L’imperatore, anche a causa di una malattia, dovette tornare in patria: la terza discesa in Italia di Federico era stata breve e si era conclusa quindi con un nulla di fatto.

L’assenza dell’imperatore rese più facile ai Lombardi di pervenire a un accordo per organizzare una resistenza comune. Nelle città scoppiavano tumulti e a Bologna venne ucciso il podestà imperiale. Federico doveva riconquistare l’Italia. Formò un possente esercito e a ottobre 1166 partì e scese, per la quarta volta, in Italia; a novembre era in Lombardia, dove, alla dieta di Lodi, si rese conto che l’ostilità era maggiore che nel passato, le città filo-imperiali erano molto fredde, Pisa e Genova erano in disaccordo. Federico avrebbe voluto dirigersi subito su Roma, ma dovette restare in Lombardia, combattendo nelle zone di Bergamo e Brescia, poi si diresse su Bologna da cui si fece consegnare degli ostaggi, quindi, inviata a Roma una parte delle truppe sotto il comando di Rainaldo di Dassel, marciò su Ancona, che oppose una resistenza ostinata. Rainaldo stava occupando la campagna romana ed era arrivato a Tuscolo, con forze esigue, quando i romani gli marciarono contro ma, il 29 maggio 1167, nella battaglia di Prata Porci subirono una disfatta perché nel frattempo erano arrivate le truppe dell’arcivescovo di Magonza che presero i Romani tra due fuochi. Il 24 luglio giunse anche l’imperatore e su Roma fu sferrato un attacco massiccio e il papa Alessandro, il 29, fuggì a Benevento coi pochi cardinali a lui fedeli. Federico era padrone di Roma.

Ma pochi giorni dopo i suoi soldati cominciarono a morire colpiti da febbri, probabilmente malariche. Allora decise di riparare a Pavia, insieme a Como l’unica città rimastagli fedele, lasciando lungo la via una scia di morti. Dopodiché, con l’appoggio del marchese di Monferrato Guglielmo V il Vecchio, gli fu possibile tornare in Germania, passando da Susa, che gli si ribellò e da cui dovette fuggire.

La Lega nel frattempo diventava sempre più potente, le città e perfino i signori feudali che vi aderivano erano sempre più numerosi e ora il Regno di Sicilia e perfino l’impero bizantino l’appoggiavano apertamente. Mentre Milano era stata ricostruita molto rapidamente, per neutralizzare la possibilità di intervento da parte di Pavia e del marchese del Monferrato la Lega fondò, alla confluenza del Bormida nel Tanaro una nuova città, chiamata Alessandria in onore del papa (1168). Alla fine anche Pavia e il marchesato del Monferrato aderirono alla Lega.

Nel 1174, risolti i problemi in Germania, Federico radunò nuovamente un grosso esercito e scese per la quinta volta in Italia. Cominciò la sua campagna nel settembre 1174 vendicandosi di Susa, che distrusse, poi prese Asti che si era arresa, così come il marchese del Monferrato e le città di Alba, Acqui, Pavia e Como. Mosse contro Alessandria che resistette a un assedio di ben 7 mesi, interrotto solo dopo che gli assediati, con una sortita avevano distrutto, incendiandole, le migliori macchine da guerra di Federico.

Dopo aver attraversato i Balcani, Federico, avvicinandosi ai domini dell’imperatore bizantino Isacco II, inviò ambasciatori per concordare il passaggio in Anatolia; ma Isacco, che temeva i Latini e si era accordato col Saladino, imprigionò gli ambasciatori. Allora Federico inviò un messaggio al figlio, Enrico VI che, con la flotta fornita dalle repubbliche marinare, col permesso del papa attaccasse Costantinopoli, mentre lui si avviò verso Adrianopoli.
Allora Isacco venne a patti, così nel febbraio del 1190 fu firmato il trattato di Adrianopoli, che permise alle truppe dell’imperatore Federico di attraversare L’Ellesponto. La traversata avvenne nel mese di marzo e, giunti in Asia Minore, dopo aver ricevuto i dovuti approvvigionamenti, cominciarono la marcia verso sud, dove furono sottoposti a continui attacchi di bande di Selgiuchidi e furono tagliati i rifornimenti. Ridotto alla fame, l’esercito tedesco attaccò il sultano obbligandolo a mantenere gli impegni presi: concedere loro libertà di transito, rifornirli dei necessari approvvigionamenti e poi, con l’aiuto di guide armene, guidarli attraverso il Tauro sino sulle sponde del fiume Saleph in prossimità della Terra Santa. Ma Federico affogò durante il guado del fiume, il 10 giugno 1190, causando la dispersione dell’esercito imperiale.
Le esatte circostanze della morte di Federico nel fiume sono sconosciute. È ipotizzabile che l’anziano imperatore sia stato disarcionato da cavallo, oppure che, stanco della marcia attraverso i monti e oppresso dalla calura, abbia voluto rinfrescarsi e lo shock dovuto all’acqua fredda gli abbia causato un arresto cardiaco, oppure che, appesantito dalla sua stessa armatura e fiaccato dall’intensa calura del giugno in Anatolia, Federico I, data anche l’età, non abbia resistito all’impeto della corrente. Federico annegò nelle acque che a malapena arrivavano ai fianchi. Il peso dell’armatura di quel giorno, progettata per essere la più leggera possibile, fu tale comunque da trascinare con sé un uomo in salute in acque poco profonde.
La morte di Federico gettò il suo esercito nel caos. Senza comandante, in preda al panico e attaccati da tutti i lati dai turchi, molti tedeschi furono uccisi o disertarono. Il figlio del Barbarossa proseguì con i soldati rimasti, con l’obiettivo di dar sepoltura all’imperatore a Gerusalemme, ma gli sforzi per conservare il cadavere utilizzando l’aceto fallirono. Quindi le spoglie di Federico Barbarossa furono seppellite nella chiesa di San Pietro in Antiochia di Siria, le ossa nella cattedrale di Tiro e il cuore e gli organi interni a Tarso. Solo 5.000 soldati, una piccola frazione delle forze iniziali, arrivarono ad Acri, verso la fine del 1190.

AA. VV.
Lo stemma di Alessandria, Wikipedia – l’enciclopedia libera
“Lo stemma di Alessandria è antico quasi quanto la sua città. Fu ideato nel 1175 per ricordare la fine dell’assedio di Barbarossa. sorretta da due angeli ai cui piedi è teso un nastro con la scritta: “Deprimit elatos levat Alexandria stratos” (“Alessandria umilia i superbi ed eleva gli umili”). Pare che questo motto sia stato attribuito da Papa Alessandro III alla città che aveva saputo sconfiggere il terribile e superbo Barbarossa.

In origine lo scudo argenteo dello stemma era sormontato da una corona principesca, cambiata poi in corona turrita (con cinque merli di torri guelfe, ossia a coda di rondine). Nel 1575 al posto degli angeli vengono disegnati due grifoni (animali mitologici: aquile dalla cintola in su, leoni dalla cintola in giù), ma nel 1600 sono restaurati gli angeli, fino al 1811, quando Napoleone fa disegnare uno stemma del tutto diverso (conservato ancora oggi nel museo di via Tripoli), che resta fino al 1814. Da questa data lo stemma di Alessandria torna ad essere quello originario, con i grifoni al posto degli angeli e la corona turrita che sormonta lo scudo”.

L’organizzazione comunale dagli inizi

Introduzione
Si dice sempre che le guerre non risolvono le questioni e anche la lotta cruenta tra le città della Lega e l’imperatore Federico Barbarossa non risolve il punto cruciale: la civitas, cioè il riconoscimento all’autodeterminazione senza con ciò mettere in discussione l’autorità dell’impero.
Alessandria ha ancor meno possibilità degli altri Comuni della Lega perché resta senza riconoscimento imperiale, perché ha opposto resistenza in armi, perché si è permessa di autonominarsi con il nome di uno di quelli che il Barbarossa ritiene come suo peggior nemico.
Per arrivare all’agognata civitas – ci racconta Cognasso – la città non esita ad attirare il papa in un inganno, un imbroglio, dandosi interamente al Sacro Soglio. I tempi si fanno lunghi, il papa si barcamena finché dà il suo consenso solo dopo che la città ha resistito all’assedio. Ma, prima di arrivare alla civitas, anche l’imperatore prende tempo: diciamo così – il tempo di consumare le sue vendette.
Di tempo ha bisogno anche la città, per realizzarsi come organismo unitario. Ogni borgo che la compone, infatti, è aduso a pensare per sé, come ci racconta Gasparolo del borgo di Bergoglio, che ha sempre avuto una casa comunale entro le sue mura. Così ognuno segue le proprie logiche e le proprie convenienze, conducendo trattative sparse con le altre realtà del territorio.
Ma ci sono forze interne che intendono intraprendere un cammino più unitario, costruendo patti e convenzioni, accordi e alleanze con molte realtà limitrofe, come ci dice Lanzavecchia, vuoi per via della necessità di giungere a un Comune più coeso, vuoi perché in un Comune più coeso si aprono spazi di manovra in cui le famiglie più ricche possono infilarsi per salire la scala del potere. Un elenco dei nomi dei maggiorenti si può ricavare da Carlo –A. Valle nella sua “Storia di Alessandria”.
Tendono a formare unità e omogeneità di comportamenti anche le Consuetudini e gli Statuti, di cui ci parla Mario Viora. Tutto bene, ma sia le Consuetudini che gli Statuti sono comunque viziati dalle preferenze accordate ai mariti e ai figli nei confronti delle mogli e delle madri. D’altronde, per la parità di genere non siamo forse ancora qui oggi, con una legislazione non ancora soddisfacente?
Rimane infine da constatare che il percorso di riduzione degli spazi di scelta collettiva si fa sempre più stringente finché i Liberi Comuni implodono consegnandosi ai protagonisti che tengono in mano il potere come capi delle nuove Signorie. Milano apre le porte alla scalata dei Visconti nel 1277, cosi come Asti e Alessandria, rispettivamente nel 1342 e nel 1348.

Francesco Cognasso
La fondazione di Alessandria, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1969/70
(Alessandria e il papa)
Alessandria era nata extra lege, in contrasto con l’imperatore, con la feudalità e nessuno poteva dare la sanzione giuridica di quel che era stato fatto. Ma la base giuridica i fondatori di Alessandria ritrovarono in un’altra violazione del sistema imperiale: ricorsero alla Donazione di Costantino, dagli imperatori detestata e contestata. Non aveva il papa successore di papa Silvestro, in virtù di quell’atto leggendario ma ben vivo nella tradizione curiale romana e ben valutato come realtà storica, piena capacità di fare leggi e decreti al di sopra dell’imperatore?

           Papa Alessandro III

Due consoli di Alessandria nel gennaio del 1170 erano in ginocchio a Benevento davanti ad Alessandro III. E’ probabile che di questo si parlasse nel convegno dei Rettori della Lega del 24 ottobre 1169 tenuto si a Cremona ed al quale fu presente Guglielmo di Alessandria come rettore o come console.
Li ricevette il papa in solenne concistoro. Lo circondavano i cardinali della sua obbedienza: il vescovo di Porto, dieci cardinali preti, cinque cardinali diaconi, i dignitari della corte.
I due consoli Ruffino Bianco e Guglielmo di Bergamasco, parlarono a nome dei colleghi e di tutto il popolo di Alessandria. E dissero che Alessandria l’avevano acclamata la loro città in suo onore e che essa ora gli offrivano perchè fosse sua e di San Pietro. E per questo era stato acquistato nel recinto cittadino un terreno allodiale libero da qualsiasi legame feudale e che era stato acquistato con denaro offerto da tutto il popolo cd ivi sarebbe stata eretta la chiesa madre degli alessandrini dedicata all’apostolo romano conclamato, perchè ignorate dovevano essere invece le chiese delle varie corti legate alle decime, ai tributi verso feudatari, monasteri, capitoli.
Davanti al papa non vi erano nè gamondiesi, nè bergogliesi o marencani o roveretani, ma alessandrini distinti nelle tre classi dei cavalieri, dei mercatori, dei possessori. Non si poteva pensare che a Benevento andassero dei rappresentanti delle vecchie corti regie: ingiuria all’imperatore ed illegalità. Militi, mercatori, possessori rappresentavano la nuova città legale che si impegnava a pagare al suo signore il censo dovuto, tre denari per famiglia quelli che appartenevano alle tre classi, un denaro quelli dell’infimo popolo escluso dalla città legale.
I rappresentanti di Alessandria per fustes, una verghetta ciascuno – erano due – offrirono al papa la proprietà dell’allodio e della chiesa futura, poi giurarono fedeltà, misero le loro mani fra le mani del papa a significare il vincolo di vassallaggio che ora stringeva il popolo di Alessandria al suo Signore, giurarono che ogni tre anni nella rinnovazione dei consoli il popolo avrebbe rinnovato il giuramento.
Era dunque diventata Alessandria una signoria feudale del papa. Si era giuridicamente usciti dall’impero di Federico. Non ci venne conservata la risposta di Alessandro III all’offerta dei consoli. Certo è che essa fu accettata ed il censo alessandrino venne registrato nei registri della curia romana dove nulla si dimentica.
Libera era dunque Alessandria, ma la sua Libertas papalis era chiusa nella cerchia delle sue mura. Fuori vi erano gli agri fisci che la strozzavano e la affamavano. Come vivere senza suburbio, senza comitato, senza distretto, senza campagna su cui si avesse giurisdizione, senza diocesi e vescovo da riconoscere.
La loro città doveva avere quella dignità che si credeva dover spettare ad una città perfetta come si diceva a Tortona, doveva avere l’indipendenza religiosa dalle altre città: una diocesi, un vescovo, un capitolo, una cattedra. Innocenzo III in una sua lettera tanti anni dopo ricordava la bolla di Alessandro III per l’istituzione della diocesi di Alessandria, creata per le preghiere del clero, del popolo di Alessandria, appoggiati dall’arcivescovo di Milano, Galdino, dai consoli di Milano e dai Rettori della Società. I Rettori non si erano dunque disinteressati delle vicende della nuova città.

La bolla di erezione della diocesi tardò però qualche anno. Solo il 30 gennaio del 1177 Alessandro III scriveva ai suoi « diletti figli clerici della chiesa di Alessandria» e diceva che « per la novità e la necessità della cosa, non essendovi stata anteriormente nessuna elezione, doveva provvedere, essendo presente il nunzio della chiesa di Milano da cui Alessandria aveva a dipendere!, alla elezione del vescovo di sua autorità «e noi provvediamo per la nostra autorità apostolica ». Questo suo provvedimento non doveva portare pregiudizio al clero di Alessandria; morendo quegli che egli aveva eletto, il clero doveva eleggere liberamente i suoi vescovi futuri, come fanno i canonici delle altre chiese cattedrali dipendenti da Milano.
(Alessandria e l’imperatore)
L’assedio di Alessandria aveva creato gravi preoccupazioni. Gli alessandrini legandosi con il papa avevano determinato un conflitto con l’imperatore dal quale non potevano uscirne fino a che fosse perdurato lo scisma. E le città della Lega come avrebbero potuto aiutarli senza venire meno alla politica tradizionale di fedeltà verso l’impero? Così la loro azione militare ed il loro intervento ad Alessandria erano stati ispirati a prudenza e si erano affrettati ad entrare nel progetto di una intesa. Ora Alessandria aveva rivelato tutta la fralezza della sua situazione.
Se l’imperatore fons iuris ne dichiarava la illegalità della sua origine, l’impossibilità per lui di riconoscerne l’esistenza, la Società delle città di Lombardia avrebbero dovuto abbandonarla al suo destino, se avessero voluto mantenere fede alle dichiarazioni di lealtà verso l’impero.
Non abbiamo modo di poter seguire quelle discussioni che dovettero avvenire fra i Rettori circa tale problema imbarazzante dove l’interesse e l’onore si trovavano a contrasto. Vi furono dissidi fra le città? L’atteggiamento di Tortona è da ricondurre alla questione di Alessandria? E così è da pensare per Asti? Altre città come Milano, Brescia, Piacenza probabilmente dimostrarono presto la loro simpatia per Alessandria.


L’imperatore Federico Barbarossa
E quando si prese a discutere a tal proposito? Non sappiamo come e quando la questione di Alessandria sia stata dalle trattative di Piacenza portata al palazzo di Norimberga e subito sottoposta all’imperatore. E là la soluzione fu trovata. Di chi fu il merito? Di un sottile leguleio venuto dalla Curia papale? O di qualche giurista della scuola di Rinaldo di Dassel?
Soluzione davvero fine: l’imperatore avrebbe egli creato una sua città, la città dell’imperatore, Cesarea che sostituisse quella del Papa, Alessandria. L’avrebbe creata anch’esso fra Tanaro e Bormida, vi avrebbe riunito gli uomini dei sette luoghi: Gamondio, Marengo, Bergoglio, Rovoreto, Solero, Foro, Oviglio e le quaranta famiglie di Quargnento. Di Alessandria più non si doveva parlare, non esisteva più, per Federico non era mai esistita.
La costituzione imperiale del 14 marzo 1183 data dal palazzo imperiale di Norimberga stabilì le modalità della fondazione della nuova città.
Nel giorno fissato, tutti gli abitanti della città abitata collocata sulla riva del Tanaro, uomini e donne, ne sarebbero usciti e sarebbero rimasti fuori sino a che fosse venuto un Nunzio dell’imperatore ad accoglierli e ad introdurli nella città ed a consegnare questa ad essi in nome dell’imperatore. L’imperatore, avrebbe annunziato il Nunzio, fonda questa città dai sette luoghi, Gamondio, Marengo, Bergoglio, Rovoreto, Solero, Foro, Oviglio e le quaranta famiglie di Quargnento, e le assegna il nome di Cesarea.
La situazione di Alessandria era dunque regolata. Scomparso il nome del fondatore, scomparso ogni ricordo dell’assedio del 1174. La situazione di Cesarea poteva essere di modello per tutte le altre città della Società di Lombardia che accettassero quella riconciliazione con l’imperatore che era sottomissione giuridica ed adesione implicita alla organizzazione del regno d’Italia progettata ora da Federico.

Francesco Gasparolo
Il palazzo comunale di Bergoglio, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1911
Il Palazzo Comunale di Bergolio, uno dei punti più curiosi della storia alessandrina a cui nessuno finora, che io sappia, ha dedicato una speciale attenzione (che assai meriterebbe), è quello della amministrazione particolare del quartiere di Bergolio. Questo quartiere, intorno a cui F. Graf ha dichiarato, non si sa il perchè, essere più facili le notizie di qualsiasi altro quartiere della città, ha invece una storia specialissima, diversa dalla storia degli altri tre. Una storia, che io credo sia più difficile di quella degli altri, sebbene, forse, non di tanta importanza.

In Bergolio si è conservato, più che altrove, una marcata differenza di regime locale distinta da quella del Comune alessandrino: si intende cioè circa molte parti di diritto amministrativo. Là eravi un palazzo speciale del governo, dirò così, cantonale; palazzo, che ebbe molte vicissitudini. Ivi si radunavano gli anziani ed i consiglieri del Comune di Bergolio.
Esisteva pure in Bergolio, per donazione fattane dai Guasco, un palatium vetus, a cui si riferisce il seguente documento: ” Essendo stato representato come il Palazzo uecchio datto in pagamento alla Città dal Sig. Giulio Guasco et dalli heredi del Sig. Ottauiano Guasco, ha bisogno di reparatione a fine possi seruire, non mancandoli solo che alcune asse, et far acomodar alcuni solari rotti, et retecharlo di presente, poiche acomodato che sia li potrà alogiar qualsiuoglia officiale, che percio hanno deputato il Sig. Capitano francesco Ghilino di prouisione et il Sig. Gio. Balosto, quali si pregano insieme con unò de Raggionati a uisitar ditto Palazzo, et con maestri da muro per ueder le cose necessarie per ripararlo et saper che spesa ui anderà, che poi fatta del tutto rellatione si prouederà.»
Questo palazzo vecchio, citato pure in altri luoghi, e che veniva dato in affitto, pochi anni dopo minacciava rovina. Perciò, essendosi presentato un compratore, la Provvisione ordinò la perizia per poterne far la vendita.

Renato Lanzavecchia
Alessandria dalle origini agli inizi del sec. XX, Omnia Media Edizioni

La nuova città, appena sorta, aveva configurato “una sua propria area giurisdizionale, politica, economica, sociale culturale, ecclesiastica, di forte espansione territoriale, di assoggettamento dei villaggi viciniori alla sua autorità. Consolidò castelli, borghi fortificati per sostenere la sua penetrazione antifeudale, difendere posizioni di particolare importanza strategica, soprattutto le vie commerciali che attraversavano il suo territorio. Strinse patti e convenzioni di reciproca difesa con molte terre limitrofe, accordi temporanei e alleanze: il 13 giugno 1178 fu stipulato l’atto di concordia con il marchese di Monferrato, il 10 novembre 1180 pace con i marchesi Del Bosco che danno “in feudum statum terre et civitatis castrum et villam Ponzani cum tota eius curte, et Marenzana similiter”, la concordia homimum de Frixionaria et Alexandrinorum (4 novembre 1179), Ianuensium et Alexandrinorum (5 marzo 1181, con esecuzione dei dazi come pattuito ab antiquo. Genova aveva contribuito alla fondazione di Alessandria concedendo 1.000 soldi d’oro), hominum de Cavriata et Alexandrinorum (10 luglio 1183), illorum de Mirbello et Alexandinorum (20 marzo 1184), hominum de Maxio et Alexandrinorum (26 settembre 1190), illorum de Rivalta et Alexandinorum (26 settembre 1190), illorum de Rivalta et Alexandrinorum (20 ottobre 1191), de Lelma (21 febbraio 1198), illorum de Urba) 26 maggio 1198), marchionum de Occimiano (5 luglio 1198) hominum Quargnenti et Alexandrinorum (23 febbraio 1200); concordia domini Otonis de Carreto (8 marzo 1202), domini Vermi de Ceva (24 aprile 1202), domini Punxii de Pulzono (20 agosto 1202), hominum de Montaldo et Alexandrinorum (9 gennaio 1202), Albensium et Alexandrinorum (3 settembre 1203), Alexandrinorum et Astensium (20 febbraio 1203), de investitura Castri Retorti (16 settembre 1203), Carpenti superioris, minoris (17 settembre 1203, de Casis Novis de Sezaina, de Castri Novi (17 settembre 1203), Castri Sexadii (18 settembre 1203), concordia hominum Terdonesium (30 marzo 1203), investitura Rivaltae (9 dicembre 1217), donatio Roche Vallis Urbarum (25 agosto 1273). E questi sono stati gli interventi di maggior rilievo.

Ancora sul finire del XIII secolo la politica del comune di Alessandria nel mirare a conquiste, ad espansioni indirizzò anche i suoi sforzi, alternativamente, a due punti: combattere il controllo effettivo imperiale delle autonomie comunali, Alessandria fu alleata di Piacenza contro Parma (1194) e di Milano contro Pavia (1211), e contro i residui del vecchio mondo feudale, alleata di Genova contro il marchese di Incisa (1188), di Asti contro il marchese Lancia (acquisizione del castello di Castagnole, 1198), convenzione con Mondovì (1236). Certo fu una politica eccessivamente particolaristica. Le alleanze locali fra comuni limitrofi che si crearono e si spensero furono molte, spesso provocarono soltanto contese fra città vicine per questioni di confine: la vita politica si svolgeva attraverso continui tentativi di nuovi raggruppamenti territoriali. Ogni Comune era un organismo politico del tutto indipendente.

Carlo A-Valle
Storia di Alessandria, Tipografia Falletti, 1855

Famiglie nobili del popolo (che partecipavano al Consiglio e all’Anzianato)

Vespa, Perboni, Granari, Stortiglioni, Aulari, Clari, Varzi, Milani, Basgiazzi, Santi, Pettenari, Ghilini, Ardizzoni, Peragioli, Cacciaguerra, Bottazzi, Frascara, Muzio, Falameri, Pietra, Gambaruti, Beineri, Filiberti, Tacconi, Borghi, Leggieri, Forti, Felizzani, Dellavalle, Cermelli, Da Po, Mazzi, Coppa, Peri, Mantelli, Arnuzzi, Arobba, Bobutti, Panza.

Famiglie nobili del popolo (che partecipavano solo al Consiglio)

Trotti, Lanzavecchia, Malvicini, Merlani, Canefri, Castellani, Baratta, Bagliani, Boidi, Martina, Spandonari, Angelleri, Rossi, Gambarini, Calcamuggi, lnverardi, Inviziati, Delpozzo. Arecchi, Marchelli, Bianchi, Guastavini, Sacchi, Guaschi, Squarzafichi, Colli, Scribani, Nani, Porcelli, Accorneri, Cassagnì, Sardi, Regis.

Famiglie che vennero da Quargnento
I Sacchi – I Cuttica – I Guarachi – I Guasta

Famiglie che vennero da Solero
I Guaschi – Gli Angelleri – I Grattarola – I Villavecchia – I Gallia

Famiglie che vennero da Oviglio
I Delpozzo – I Larizavecchia – I Rossi – I Gorreta

Famiglie che vennero da Gamondio o Castellazzo
I Trotti – I Boidi – I Farra 1 Picchi – I Canteri – I Lamborizi – I Mussa – I Moccagatta -I Conti – Gli Astuti – I Prati. – I Milani – I Trucchi – Gli Spandonari – I Negri – I Ferrari – I Panizza -I Rivalta. – I Longhi – I Pellizzoni – I Barberi

Famiglie che vennero da Marengo
I
Gambarini

Famiglie che vennero da Milano
I Belloni – I Carelli – I Gonfalonieri – I Grassi – I Litta – I Mantelli – I Sacchi – Gli Scotti – I Colli – Gli Ardizzoni – I Piatti – I Braschi – I Botta – I Bossi – I Ghilini

Famiglie che vennero da Genova
I Bianchi – I Borghi – I Bottazzi – I Ferrari – I Grilli – I Muzii – I Porzelli – Gli Squarzafìchi

Mario E. Viora
Consuetudini e Statuti di Alessandria, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le province di Alessandria e Asti, 1969/70
Alessandria, nel corso della sua storia otto volte secolare, conobbe due complessi normativi importanti: le famose Consuetudini del 1179 e gli Statuti. Le Consuetudini rappresentano la prima affermazione normativa autonoma della città da poco nata; qui sta la loro grande importanza.

Il testo originario non ci è pervenuto. Abbiamo però notizia, da un verbale del consiglio della città datato 10 gennaio 1538, che in quell’anno, essendo andato perduto il testo, si provvide a ricostruirlo valendosi di copie che erano in circolazione. Il testo ricostruito nel 1538 fu poi nel 1547 stampato dal Moscheni, in appendice alla edizione degli Statuti da lui pubblicata.

Il testo consuetudinario non si presenta come un corpo organico e coerente: si tratta di disposizioni disparate, relative a materie le più diverse, che si susseguono senza alcun ordine apparente. In esse si possono ravvisare analogie, talvolta identità, con le norme che ci risultano vigenti in altri luoghi del territorio lombardo-tosco. Il che è più che naturale, perché Alessandria sorse in territorio lombardo e fu dalle origini legata a Milano pel trattato della Lega.

Non è possibile fare qui un esame approfondito delle Consuetudini. E tuttavia un cenno sembra indispensabile per poterne trarre alcune indicazioni di carattere generale.

La Cons. I sancisce che le donne possono liberamente testare sui propri beni parafernali. La norma è analoga ad altre del territorio lombardo. Nel caso di successione intestata, nei beni parafernali della donna defunta succedono in primo luogo i discendenti, indi gli ascendenti con i collaterali (fratelli e sorelle germani della donna, prima degli uterini o consanguinei); in mancanza dei predetti il marito superstite.
Nella Cons. II si stabilisce che la moglie nel caso di morte del marito può avere per antefatto solo 5 soldi per ogni libra che avesse portato in dote al marito.
La Cons. III stabilisce che la madre succede al figlio defunto solo quando mancano i fratelli germani o consanguinei del de cuius o i loro figli o lo zio paterno. In presenza di fratelli uterini del de cuius la madre divide l’eredità con questi in quota pari. Si tratta di disposizioni ispirate al favor della mascolinità, frequenti nel territorio lombardo e anche altrove, comunque certamente antiche.
Nella Cons. V si pongono misure restrittive per quanto concerne i prestiti ai figli di famiglia, ai quali praticamente si nega efficacia.
La Cons. VI, ispirata al favor agnationis, così diffuso in Italia fin da antico tempo, stabilisce che nella successione ab intestato gli agnati prevalgono sui cognati. Lo stesso troviamo nelle Consuetudini di Milano e negli Statuti di Monza.
Lo stesso favore dell’agnazione ispira la Consuetudine VII: la donna dotata (né si parla di congruità della dote) è esclusa dalla successione paterna e fraterna, salvo che il padre o fratello le abbiano fatto un legato
La Cons. VIII introduce un limite ai legati che il marito può fare alla moglie; non più di 20 solidi. Anche qui norme consimili si ritrovano in altri testi lombardi.
La Cons. IX disciplina il re tratto agnatizio, il quale compete al congiunto prossimo della parentela dalla quale provenivano i beni alienati.
La Cons. XII stabilisce che, nel caso di premorienza della moglie, il marito in mancanza di figli lucra l’intera dote, mentre se esistono figli quelli e non il marito succedono, fermo l’usufrutto paterno. Anche questa è norma molto comune in tutto il territorio lombardo-tosco.
La Cons. XXII contiene l’elenco degli otto luoghi dai quali fu costruita Alessandria: Gamondio, Marengo, Rovereto, Berfoglio, Quargnento, Solero, Foro e Oviglio. In definitiva pare dunque che la maggior parte delle Consuetudini sia da riferirsi a tempi anteriori al 1179. Eccetto due, che nacquero nel sobborgo di Marengo e vennero estese a tutto il territorio, delle altre è pensabile che fossero già precedentemente comuni all’intera giurisdizione alessandrina.

Nel complesso, si ritrovano come principi ispiratori di varie norme quel favor masculinitatis e quel favor agnationis, che sono così diffusi in Italia già nell’età antecedente, sicché rivelano di essere pienamente intonati allo stadio del diritto maturato si nel secolo XII. Non mancano però anche le «specie» assolutamente locali. Molto interessanti gli spiragli che talune consuetudini aprono sulla società e sulle economie locali di quel tempo.

Gli Statuti ci sono pervenuti nell’edizione a stampa curata dal Moscheni l’anno 1547. Codici manoscritti di essi esistettero certamente fino alla metà del ‘500, come risulta dalla lettera dedicatoria del podestà Curzio, posta a capo della edizione a stampa, e anche da varie citazioni dell’annalista Schiavina morto nel 1616; ma non sono giunti sino a noi e quindi l’unica fonte di cognizione degli Statuti rimane la edizione del Moscheni.

Stando a indicazioni contenute negli Statuti stessi, la consolidazione e cioè il riordino in unico testo del materiale statutario, fu fatta l’anno 1297 ad iniziativa degli anziani del popolo, ossia dei reggitori del Comune e ad opera dei giureconsulti a ciò deputati.

In qualche caso è possibile determinare l’antichità del materiale legislativo poiché parecchi capitoli conservano la data di emissione, mentre altri presentano indicazioni che consentono di fissarne l’età. Per la maggior parte appartengono al secolo XIII; il più antico reca la data del 1200.

È chiaro che non si può qui procedere a una disamina del contenuto degli Statuti. Molto superficialmente si può solo dire che gli Statuti sono divisi in nove libri: il primo libro si riferisce, grosso modo, al diritto pubblico; il secondo libro (comincia a pago XLIX, anche se non vi è alcuna indicazione di inizio) si riferisce principalmente al diritto penale; il terzo libro (comincia a pago CIII) contiene disposizioni di procedura civile; il quarto libro comincia a pago CXXII ed è intitolato: De rebus et juribus communis inquirendis. Il quinto libro (comincia a pago CXLVI) si riferisce prevalentemente alla materia ecclesiastica. Il sesto libro (comincia a pago CLXXIII) tratta materia economica. Il settimo libro (comincia a pago CLXXXVIII) disciplina oneri pertinenti al Comune. Il libro ottavo (comincia a pagina CCLVI) si riferisce a varie materie, in particolare all’attività del Giudice della Ferrazza. L’ultimo libro, il nono (comincia a pago CCCIX), si riferisce a materie disparate e contiene anche statuti. particolari relativi ai pedaggi, alla irrigazione dei campi, ecc. In appendice,

La edizione per le stampe, come detto sopra, fu curata dal podestà Francesco Girolamo Curzio, che la dedicò al Presidente del Senato di Milano Giacomo Filippo Sacco, il quale era di famiglia alessandrina. I maestri stampatori Moscheni, di origine lombarda, ma nel tempo della stampa già cittadini alessandrini, appartenevano ad una famiglia che in seguito divenne feudataria di Bergamasco nell’Alessandrino. Nella edizione Moscheni precedono gli Statuti, ivi comprese aggiunte fatte da Giovanni Visconti e da Girolamo che gli successe; seguono le consuetudini del 1179; e infine alcuni ordini dei secoli XV e XVI.

05. Palazzi e chiese

Introduzione

Mentre, come abbiamo visto nel capitolo precedente, la città sta cercando di ottenere quel che brama di più – la civitas – con ogni mezzo a sua disposizione, dalle lusinghe a Papa Alessandro III agli ossequi nei confronti dell’imperatore Barbarossa, la battaglia diplomatica si gioca anche “in casa”. Alessandria della Paglia? Alessandria nata dal fango? Sarà. Ma nella platea, la piazza in cui gli alessandrini avrebbero voluto intestare il nuovo duomo al Papa, intestazione che deve obbligatoriamente mutare da Alessandro a Pietro per richiesta dello stesso Papa, il duomo c’è e non è di fango o di paglia, bensì solido di buoni mattoni e di bei marmi, con le tre porte riccamente ornate, come ci dice Francesco Gasparolo.

Di fianco, come ci spiega Fausto Bima, il complesso di Palatium Vetus, il municipio di allora. Da un lato si amministrava la giustizia di Dio, dall’altro quella dei cittadini.

Ma le meraviglie di Alessandria non finivano qua. Se oggi vi recate nella zona dove era ospitato il vecchio ospedale militare, angolo via Cavour via XXIV Maggio, da via Cavour potrete inoltrarvi tra l’erba incolta di un giardino intitolato a Michele Pittaluga, dribblare un cartello che concede l’accesso ai carabinieri, superare un gruppetto di carabinieri pensionati che giocano a carte e, alla fine, potrete intravedere uno scorcio dell’antica chiesa di San Francesco. Dico antica perché è uno dei più vecchi, se non il più vecchio monumento cittadino, visto che la tradizione attribuisce l’inizio dei lavori per il complesso cui la chiesa appartiene addirittura a San Francesco nella visita che fece ad Alessandria: 1210, dice il Ghilini, 1220 dice il Lumelli.

Meglio, molto meglio della chiesa di San Francesco stanno le 15 tavole ospitate nel Museo-Pinacoteca della città. Si tratta di un ciclo di affreschi denominato “Le stanze di Artù”. Il suo committente e – probabilmente – ispiratore, è l’alessandrino Andreino Trotti, condottiero di ventura al soldo del marchese Gian Galeazzo Visconti e partecipante alla battaglia di San Giacomo della Vittoria, combattuta nel 1391. Dopo il trionfo, Gian Galeazzo Visconti lo ricompensa lautamente e, con il denaro ottenuto, Andreino può acquistare una torre a Frugarolo, quella detta di San Pio V, restaurandola e alzandola di un piano. Poi chiama a sé un artista proveniente dai cantieri viscontei di Pavia e gli commissiona l’esecuzione dell’opera.

La fonte letteraria è quella del celebre romanzo “Lancelot du Lac”, il più famoso dell’intero ciclo cavalleresco dedicato alla saga di re Artù. Lancillotto si riconosce dalla sigla “L” dipinta accanto alla sua figura; Galahad veste con il cappello e porta la corta barbetta bionda di moda a quel tempo; Ginevra ha una treccia bionda sciolta mentre le scende dietro, lungo il vestito.

Gli affreschi devono essere stato conclusi prima del 1402, data in cui Andreino Trotti muore e muore anche Gian Galeazzo Visconti.

Francesco Gasparolo,
La vecchia cattedrale, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le Province di Alessandria e Asti, 1904

Nell’anno 1169 venne fatta l’offerta ad Alessandro III, in un modo specialissimo, di un pezzo di terreno dell’estensione di tre jugeri, il quale si trovava nel centro della novella città, che dal grande pontefice aveva assunto il nome. L’offerta fatta in nome di Alessandria dai suoi consoli, mirava a far sì che la Chiesa, la quale si doveva edificare dagli alessandrini, ricevesse splendore dalla particolare protezione della Santa Sede; protezione, che, generalmente dalla grande madre Roma stendendosi alla figlia novella Alessandria, doveva affermarsi in modo più vivo dal S. Pietro di Roma al S. Pietro di Alessandria.
Il terreno pare fosse di pertinenza del quartiere di Marengo, precisamente al confine con quello di Rovereto e con quello di Gamondio; sebbene altri creda che appartenesse al quartiere di Rovereto. La Cattedrale fu incominciata quasi subito dopo di modo che nel 1178 era compiuta quantunque già prima che vi fosse posta l’ultima mano, cioè nel 1175, avesse ricevuto il titolo di Cattedrale. Un antico statuto citato da un altro posteriore che travasi nel liber statutorum civitatis alexandriae sotto il titolo
capitulum talie laborerii sancti petri civitatis alexandrie, ci riferisce essere stata ogni persona obbligata a pagare una tassa per la edificazione di questo Duomo.

Disegno di Luigi Visconti

Il Chenna vorrebbe che questa prima Cattedrale non fosse guari sontuosa, essendochè poco tempo dopo sia stata riedificata. Sarà vero: quello però che par certo si è che la riedificazione si impose, perché l’antica era angusta, né poteva comodamente servire ad una città che in pochi anni erasi rapidamente allargata. Nei primi tempi del comune il popolo si radunava nelle chiese. Nelle chiese si tenevano le assemblee, i consigli, le credenze; talora sulla sua piazza od intorno ad esse si radunavano gli abitanti per ascoltare e deliberare intorno ai più gravi affari pubblici. Le chiese costituivano il centro della vita politica delle città italiane. La Cattedrale veniva propriamente considerata come appartenente al comune; di fatto, come dicemmo, tutti i cittadini vi concorrevano nell’ edificarla anche in forza di una legge generale. I palazzi comunali non servivano, nei tempi più remoti, se non all’amministrazione ordinaria della giustizia ed alle assemblee più ristrette.
Di qui si capisce il motivo per cui gli alessandrini ben presto trovarono inadatta la primitiva piccola Chiesa principale, atteso l’ammirevole sviluppo che, grazie alla sua ottima posizione strategica, prendeva di giorno in giorno la Città. Di fatto, un secolo dopo si imprendeva la fabbrica di una nuova Cattedrale. E’ appunto quello che avvenne di tante altre cattedrali: quando le cattedrali incominciarono a servire ad adunanze popolari, si sentì tosto il bisogno di allargarle.
Le notizie circa la struttura di questa seconda Cattedrale di Alessandria si possono desumere da tre fatti:
l. da un disegno della facciata; disegno che si può credere conservato tuttora nell’aula capitolare, sebbene non manchino altre copie importanti presso privati;
2. dai diversi storici alessandrini, nonché dai documenti tuttora esistenti negli archivi;
3. dalla stretta relazione che, secondo taluni, si trova fra la vecchia Cattedrale, ora demolita, e l’architettura di S. M. di Castello, tuttora esistente.
L’architettura della facciata era quale si trova in tutti gli edifici religiosi del secolo XIII. Essa apparteneva a quella maniera di gotico che dal Cordero vien chiamato gotico moderno o posteriore, e che precisamente incomincia dalla metà del secolo XIII e va fino a Martino V, mentre il gotico anteriore si protende alla rovina del regno longobardo per opera dell’imperatore Carlo Magno.
Le porte della Cattedrale erano tre: quella di mezzo era la più riccamente ornata, come, del resto, si usava comunemente.
La facciata deve aver patito qualche modificazione nell’abbattimento delle torricelle; abbattimento accaduto negli ultimi tempi, quando i trofei di Casale (l’angelo ed il gallo) furono trasportati sul vertice della cupola dell’orologio, che trovasi nella facciata del palazzo comunale.
Nell’interno della Cattedrale esistevano diverse cappelle. Si fa menzione:

1. della cappella della Salve, ossia del miracoloso simulacro della B. V., che nel secolo decimoquarto prese il nome della Salve.

2. della cappella della S. Croce, terminata insieme alla fabbrica della Cattedrale, cioè nel 1297. Era tutta chiusa da un’inferriata e si trovava vicino a quella della Salve.

3. della cappella di S. Caterina, di cui è menzione in una iscrizione riferita dallo Schiavina e dal Ghilini.

4. della cappella di S. Giuseppe. Aveva il suo coro, e dietro di esso, anche una speciale sacrestia.

5. della cappella di S. Silvestro, che poi mutò nome e si chiamò della Madonna dell’Uscetto.

6. della cappella di S. Andrea, già della Concezione.

7. della cappella della SS. Annunciata.

Il tempio doveva essere nell’ interno assai bello. Eranvi pregiate pitture, fra cui quelle di Antonio Maria Semino. Oltre alle insigni reliquie che rendevano venerando il maggior tempio degli alessandrini, meritano menzione speciale i trofei che attestavano le glorie degli antenati.
Il campanile sorgeva a sinistra di colui che guardava la facciata. Esso non formava corpo colla Chiesa, quantunque nel secolo decimoterzo lo troviamo per lo più, negli altri luoghi, incorporato. Quando fosse stato incominciato non si può sapere con precisione: la fabbrica del campanile allora non coincideva quasi mai con quella della Chiesa. Secondo i nostri cronisti avrebbe avuto principio nel 1292 e, rimasto incompiuto per le guerre sino al 1510, un decreto della città ordinò che fosse condotto a termine.
Il nome di Gagliaudo, l’eroe popolare, è celebre fra gli alessandrini. Secondo le cronache questa statua venne collocata sul campanile nel 1292, trasportata da ignoto luogo, ove prima si trovava, essendo scultura del secolo decimosecondo. Si è dubitato e si dubita circa il significato della statua. Comunemente si fa passare per una cariatide, ma senza alcuna prova seria. Si vuole che essa appartenesse ad un palazzo dei re longobardi a Marengo. Si dubita persino sia dell’esistenza dell’eroe alessandrino, sia che avesse veramente il nome di Gagliaudo, sia che siagli stato applicato dalla riconoscenza popolare nel significato primitivo di “gagliardo”.
I trofei adunque cittadini non solo si adunavano attorno alle chiese, ma anche attorno ai campanili: il campanile medioevale aveva alcunchè di profano, che lo pareggiava ad una torre comunale. Così sopra la porta del campanile, oltre alla statua di Gagliaudo eravi una rozza scultura in rilievo raffigurante una lupa cavalcata da un puttino, mentre un altro sta davanti scherzando colla belva; scultura allusiva al miracolo del B. Francesco operato in Alessandria, il quale rese mansueto il fiero animale che infestava 1’agro alessandrino.
Sulla porta del campanile erano pure scolpite le misure: esse servivano di controllo nelle controversie che sorger potessero in tempo di fiera e di mercati, il cui centro era appunto la piazza del Duomo.

Fausto Bima,
Palatium Vetus, Rivista di Storia, Arte e Archeologia per le Province di Alessandria e Asti, 1963
Il Palazzo Vecchio del Comune, costruito, insieme al Duomo, ai fossati ed ai bastioni, al momento della fondazione (1I66-68) di Alessandria, ha subìto nei secoli, come era naturale, molte trasformazioni e vicende.
Il nome di « Palatium Vetus» deriva dal fatto che il Comune, nel volgere del primo secolo dalla sua fondazione, aveva avuto la necessità di nuovi locali ed aveva scelto, sempre sulla piazza Maggiore, quell’area dove ancor oggi sorge il Municipio sulla quale costruì quello che si chiamò il « Palatium Novum », edificio che nel 1297, quando vennero riordinati e raccolti gli Statuti Civici, già esisteva. Nelle cronache del Claro, del Lumelli e dello Schiavina, come negli Annali del Ghilini, mentre ci sono citazioni di lavori alle fortificazioni o alla Cattedrale, di quelli dei Palazzi del Comune non v’è cenno. Pure lavori ci furono e aggiunte e rifacimenti come ben comprovano gli edifici ancor oggi esistenti, anche se in parte deturpati e trasformati.

Il Palatium Vetus aveva la facciata principale sull’angolo della piazza con l’attuale via Migliara, si prolungava per un buon tratto in questa via ed aveva due corpi trasversali che dall’interno arrivavano fino a via dei Martiri Nel Palatium Vetus avevano sede gli uffici del Podestà, gli Organi Giudiziari, carceri comprese. Con l’instaurarsi della dominazione spagnola, il palazzo venne adibito a sede dei governatori con i relativi uffici e la Municipalità, o Provvisione si ritirò nelle più modeste stanze del Palatium Novum.
Il Palatium Vetus rimase sede dei Governatori anche dopo l’avvento dei Savoia e di Napoleone che nel 1806, in occasione della sistemazione della piazza e dell’abbattimento dell’antico Duomo, fece demolire la vecchia facciata originale, con portici sotto i quali si rendeva giustizia, e botteghe che sul lato di via Migliara sono ancora rimaste incorporate nell’attuale palazzo e dentro alcune delle quali sono ancora visibili elementi come capitelli, pilastri e volte a crociera.
La facciata verso piazza, così come oggi si vede, è appunto del periodo napoleonico e ad essa sono murati la lapide commemorativa ed uno dei cento cannoni risorgimentali. Per fortuna i lavori di Napoleone si limitarono al corpo di facciata ma tutti gli altri corpi trasversali e interni sono quelli antichi, anche se su alcuni di essi sono state fatte, come era naturale, delle sovrapposizioni, in gran parte ottocentesche.
Caduto Napoleone e tornati i Savoia, il Palazzo da sede della Prefettura di Marengo tornò ad essere sede del Governatore Militare e successivamente del Comando di Divisione. Dopo l’ultima guerra fu destinato a sede del Distretto Militare. Il Palazzo rimase di proprietà del Municipio fino al 1856 quando venne permutato su un estimo di centoventimila lire con il terreno, sempre sulla piazza, su cui oggi sorge l’attuale palazzo della Banca d’Italia. In quell’occasione vennero scorporate dal Demanio Militare una parte delle due ali trasversali verso la via dei Martiri, acquistate dal banchiere Vinca che attuò una trasformazione, per fortuna superficiale, degli edifici ad uso abitazioni. Una parte dei negozi prospicienti via Migliara da tempo non erano più del Comune o del Demanio ma appartenevano al Monte di Pietà; un’altra parte rimase ed è ancora del Demanio.

AA.VV.
Chiesa di San Francesco, Opuscolo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, s. d.
Nella “Vita II” di Tommaso da Celano (n. 1200), primo biografo di San Francesco, al capitolo XLVIII è scritto “Mentre si recava a predicare ad Alessandria di Lombardia, fu ospitato devotamente…”.
Scrive il Chenna: “Vi ha certa tradizione che il convento di Alessandria sia stato fondato dallo stesso San Francesco, Padre de’ Minori Conventuali, nell’occasione che egli fu in Alessandria, (nel 1210 secondo il Ghilini, ma nel 1220 secondo il Lumelli) nel lungo viaggio intrapreso per andare ad evangelizzare i mori della Spagna e del Marocco”.
Nel 1290 la Chiesa era già forse perfezionata, giacché Papa Nicolao IV con Breve del 13 dicembre dell’anno medesimo concesse indulgenza per chi si fosse recato ad “ecclesiam fratrum Minorum de Alexandria per visitarla, ed in essa orare”.
Non è certo che l’edificio a cui si riferiscono questi documenti sia quello tuttora esistente, o piuttosto una precedente struttura della quale alcuni vogliono rintracciare qualche segno nell’odierna sacrestia.
I lavori dell’attuale Chiesa dovettero iniziare nel medesimo sito allo scadere del XIII secolo per volere del nobile Guglielmo Inviziati e furono portati a termine nei primi decenni del ‘300 a seguito di una donazione di Re Roberto, figlio di Carlo d’Angiò che dotò il convento di beni per il mantenimento dei religiosi.
Al secondo decennio del XIV secolo dovrebbe risalire la costruzione del campanile (basamento 8 x 6 m) e di una cappella forse dedicata a San Ludovico, entrambi voluti dal patrizio alessandrino Antonio Boidi.

Disegno di Luigi Visconti

Le caratteristiche architettoniche dell’edificio confermano la datazione del primo ‘300, essendo un’elaborazione degli ideali gotici francesi attraverso i più equilibrati rapporti dimensionali caratteristici della tecnica tradizionale locale.
L’edificio è suddiviso in tre navate da slanciati pilastri a fascio, sormontati da capitelli cubici smussati alla base, talvolta arricchiti da stilizzate foglie d’acanto e da decorazioni zoofitomorfe.
Fino al XIX secolo l’interno presentava la spazialità delle chiese a sala, per la quasi coincidente altezza d’imposta delle volte delle tre navate.
Dalla facciata all’abside corrono 56 metri. La navata centrale è larga circa 10 metri, quelle laterali 5 metri. La navata centrale termina in un’abside quadrata, ricostruita alla fine del ‘700. Sui fianchi dell’edificio si aprivano una serie di cappelle con relativi iuspatronati e sepolture.
Il mattone a vista caratterizza tutto l’aspetto esterno della Chiesa mentre il prospetto laterale, verso via San Giacomo della vittoria, mantiene parti della decorazione in cotto della fascia sottogronda; appare ben conservato anche il campanile, scandito da una serie di archetti pensili ogivali su registri sovrapposti.
La facciata su via XXIV Maggio (larga circa 22 metri), è ancora leggibile nelle sue linee essenziali, divisa in tre campi da quattro contrafforti. Presenta in quello centrale il portale ad arco a pieno centro.
Il frontone doveva risultare rialzato e terminare a capanna, logica conseguenza della forma originaria del finestrone, ancora adorno della decorazione in cotto ma tagliato dal cornicione.
Con la soppressione degli Ordini Monastici, il Convento di San Francesco divenne proprietà del Demanio. Il Decreto emesso a Saint Cloud il 23 Germinale – anno XI (1803) lo destinò a caserma di cavalleria. L’edificio fu quindi tramezzato orizzontalmente (1816) con la costruzione di un voltone e del soprastante pavimento, all’altezza di 5,80 metri rispetto al piano terreno. Più tardi venne costruito un “cavedio” (chiostrino) nella parte centrale, per la presa d’aria e luce dal tetto. Scopo di quell’intervento fu recuperare spazio allestendo i magazzini al piano terra e i dormitori al piano superiore.
Su ordine di Carlo Alberto (1833) l’intera struttura divenne caserma e ospedale militare, ma la facciata come pure gli interni subirono un visibile deterioramento. Cesare Bertea, Soprintendente ai monumenti del Piemonte, con lettera del 1° dicembre 1919, notificò che in forza della legge n. 364 del 20 Giugno 1909, la Chiesa di San Francesco aveva un grande valore archeologico e architettonico e che perciò sarebbe stata sottoposta agli articoli 2 e seguenti della legge sopra citata e art. 1- Legge 23 giugno 1912 n. 68. Con questo provvedimento si avviò la storia della Chiesa di San Francesco come bene da tutelare, essendo di proprietà del Comune di Alessandria.
Fausto Bima nel suo intervento al Congresso di Storia dell’Architettura, svoltosi a Torino nel 1957, disse “tenuto conto che Alessandria per vicende militari è stata depauperata di molti monumenti e che la Chiesa di San Francesco, se restaurata, costituirebbe una valorizzazione artistica ed urbanistica del centro cittadino, invito il Congresso a formulare un voto di incoraggiamento a tutte le Autorità ed Enti competenti per la valorizzazione di questo insigne monumento storico religioso”. A chiusura dei lavori il Congresso accolse la proposta all’unanimità.

L’intervento, che avrebbe riportato la Chiesa al suo antico splendore, non è mai stato effettuato.

AA. VV.
Gli affreschi delle stanze di Artù, informazione a cura delle sale d’arte comunali
Le Sale d’Arte comunali sono oggi aperte al pubblico nei nuovi locali ristrutturati dell’edificio che ha ospitato fin dalla seconda metà dell’Ottocento il Museo, la Pinacoteca civica e la Biblioteca di Alessandria.
Il percorso museale, rinnovato negli arredi e nelle strutture espositive, intende proporre al pubblico alcune delle più importanti opere e oggetti d’arte appartenenti alle collezioni del Museo e della Pinacoteca civica. La nuova sede suddivisa in quattro sezioni espositive oltre a proporre una riflessione sull’identità civica della città che vede le sue radici nel Medioevo e nella civiltà comunale, accoglie lo splendido ciclo di affreschi ispirati alle storie di Artù. L’Ottocento rivisitato attraverso il fascino della pittura di Giovanni Migliara e il Novecento rappresentato attraverso l’opera dell’alessandrino Alberto Caffassi, anticipano l’esposizione di opere d’arte contemporanea confluite nelle collezioni a partire dagli anni ‘20. Quest’ultima sala viene inoltre utilizzata per le mostre temporanee.

Descrizione del materiale esposto:

Si tratta di un ciclo di affreschi, commissionati alla fine del XIV secolo da Andreino Trotti, condottiero e membro di un’importante famiglia alessandrina, per festeggiare la vittoria ottenuta nel 1391, al fianco di Gian Galeazzo Visconti, contro le truppe francesi. Gli affreschi si situano successivamente a questa data e prima del 1402, anno di morte di Galeazzo Visconti e del Trotti medesimo, e vennero con ogni probabilità eseguiti da un artista proveniente dai cantieri viscontei di Pavia che deve aver avuto come modello e guida un codice illustrato delle storie di Lancellotto e di Artù. Il ciclo è uno degli esempi più antichi di “camera Lanzaloti” (così in epoca medievale venivano chiamate le sale decorate con tali soggetti) che si sia conservato ai nostri giorni e testimonia il notevole successo riscosso dall’iconografia arturiana in quel periodo. La fonte letteraria degli affreschi è il celebre romanzo “Lancelot du Lac”, il più famoso dei testi della saga cavalleresca di Re Artù, tratto dalla “Vulgate Arthurienne” di Chretien De Troyes.
In origine le quindici scene del ciclo decoravano le pareti della grande sala di rappresentanza della Torre Pio V di Frugarolo (AL) che fu prima curtis carolingia, poi castrum e mansio fornita di hospitium dei cavalieri gerosolimitani e in seguito divenne residenza signorile di Andreino Trotti. Dopo l’esito favorevole dell’impresa militare, il Trotti poté ampliare le sue proprietà e apportò importanti modifiche alla torre di Frugarolo, innalzandola di un piano.
Della sala decorata si erano praticamente perse le tracce documentali, quando fu ritrovata, nel 1971, nella torre ridotta a rudere e colombaia, fra infiltrazioni d’acqua, in condizioni disastrose. Ma la bellezza degli affreschi fece scattare una mobilitazione che consentì di staccarli e, al termine di un lungo e delicato processo di restauro, di presentarli al pubblico in una mostra nel 1999-2000, che poi venne resa permanente. Alle scene del ciclo si aggiunge un sedicesimo frammento raffigurante una “Madonna in trono con bambino”.
Lancillotto è riconoscibile dalla sigla “L” dipinta vicino a lui; Galehot ha sempre lo stesso cappello e una corta barbetta bionda come dettava la moda del tempo; Ginevra ha una lunga treccia bionda che le scende lungo la schiena, mentre la Dame de Malohaut porta i capelli sul capo intrecciati con un nastro.

06. Il mondo si complica

Introduzione

Passato il periodo eroico dell’assedio, seguito da quello fulgido della crescita e dei bei palazzi, Alessandria si sveglia agli inizi del ‘300 in un mondo che si fa sempre più grande, difficile, complicato. Al travaglio delle faide interne per la conquista del potere cittadino, spese anche fittiziamente nelle contrapposizioni tra guelfi e ghibellini, fanno da contrappunto le aspirazioni alla crescita di grandi famiglie in molte delle maggiori città dell’epoca. Tutto ciò porta alla conseguenza di una corsa all’accentramento del potere nelle mani di pochi soggetti in grado di affermarsi con la forza delle armi, sostenute da quella del potere economico-finanziario. Si vanno moltiplicando così governi di tipo assoluto, che svelano ben presto il loro nucleo autoritario smantellando rapidamente il patrimonio pluralistico che, pur con tutti i suoi limiti, aveva rappresentato il vanto dei Liberi Comuni.
Contribuisce a definire la complessità del quadro politico di riferimento anche la penetrazione in Italia di potenze straniere come quella degli angioini ad esempio, cui seguiranno aragonesi, francesi, spagnoli, savoiardi, che beneficeranno largamente delle divisioni interne, – spesso fittizie anche in questo caso.
Di questo quadro così complicato e così variabile ci rendono alcuni aspetti significativi i testi che qui abbiamo selezionato e che sono tutti composti per l’occasione.
Cominciamo da un lavoro di Giorgio Marenco sulla politica delle guerre e delle alleanze che coinvolgono gli alessandrini. Proseguiamo con due brani di Filippo Orlando, dedicati alla battaglia di Alessandria del 1391 ed entriamo nel mondo dei condottieri di ventura ancora con Giorgio Marengo, seguito da Roberto Maestri che ci racconta chi era Facino Cane, di quei condottieri il più famoso.
Concludiamo con un caso eclatante. Secondo il racconto che ce ne fa Girolamo Ghilini, si tratta di Guglielmo VII il quale dopo aver scorrazzato in lungo e in largo per le campagne di Alessandria e averne anche acquistato il controllo, ora si trova alle mani con un distaccamento militare comandato dal generale Alberto Guasco d’Alice, dietro cui – si dice – c’è l’influenza della famiglia dei Visconti, signori di Milano, e il denaro degli Astesi.
Catturato, in un modo che nel racconto di Girolamo Ghilini fa sorridere (la collana d’oro), viene imprigionato nella buia segreta che in Alessandria sta sotto il Palazzo del Pretorio, dove muore di lì a poche settimane. Segno che in quell’epoca di cambiamenti, sembra non esserci più posto per il vecchio regime feudale.

Giorgio Marenco

La Politica della Guerra e delle Alleanze nel XIII secolo Alessandrino, testo scritto per l’occasione

La storia politica di Alessandria nel corso del XIII secolo è strettamente legata alle vicende militari, infatti questo periodo, come tutto il Medioevo, fu caratterizzato da una forte instabilità tanto che in novant’anni (1200-1290) quasi la metà (42 anni su 90) risultano popolati da eventi bellici che coinvolsero gli alessandrini ed il loro territorio.
Per gli uomini dei nostri giorni la guerra è un qualcosa di lontano ed il concetto stesso di “nemico” esprime, nell’immaginario collettivo, l’idea di un individuo diverso per razza, religione e cultura; allo stesso modo la percezione corrente della storia medievale attribuisce grande rilevanza ai conflitti tra Oriente e Occidente dimenticandosi però che la maggioranza delle lotte di quel tempo furono combattute tra cristiani abitanti in paesi vicini.
Nel XIII secolo la minaccia per Alessandria arrivava da Acqui, da Asti, dal Marchese del Monferrato e la politica “estera” (in un contesto dove San Salvatore era già Monferrato e quindi “estero”) si concretizzava attraverso accordi economici e militari con i quali le parti si impegnavano ad una reciproca difesa. Ma essendo il territorio politicamente frammentato in tante città, si creava un fragile e complesso intreccio di rapporti pieni di deroghe ed eccezioni: ad esempio nel 1202, quando Alessandria stipulò una alleanza con i Marchesi del Carretto, di Ceva e di Ponzone, si impegnò ad aiutarli laddove fossero stati assaliti ma ebbe la cura di precisare che l’accordo non avrebbe avuto valore se ad attaccarli fossero stati gli Astigiani con i quali Alessandria era a quel tempo alleata.
Di contro Asti non si fece grossi problemi di fedeltà quando, nel 1225, accettò il denaro genovese per entrare in guerra al fianco dei Liguri che stavano combattendo contro gli alessandrini: i legami cambiavano in ragione delle opportunità, magari per approfittare di un momento di debolezza del vecchio alleato che – di colpo – si trasformava in una facile preda.

Gli assetti potevano modificarsi nel giro dello stesso anno come nel 1282 quando Alessandria iniziò una campagna militare contro Cremona alleandosi ai Pavesi ma, per discordie insorte durante la missione, questa fallì e nel giro di pochi mesi gli alessandrini entrarono armati nel territorio di Pavia sconfiggendone l’esercito ed inseguendolo fin dentro le mura della città.
Alle divisioni esterne vanno poi assommate quelle interne: per lunghi anni le famiglie di Alessandria, divise in fazioni, si contesero con faide sanguinose le cariche del potere cittadino. In molti periodi le famiglie soccombenti vennero addirittura costrette ad abbandonare la città per salvare vite ed averi, ed una volta fuoriuscite esse conclusero accordi ed alleanze separate per combattere al fianco di coloro che facevano incursioni e razzie sul territorio alessandrino; così fecero ad esempio le famiglie di parte Ghibellina che si allearono con l’Imperatore (1238), con Asti (1248) e con il Marchese di Monferrato (1255) portando le armi contro i loro concittadini.
La religione, come noto, fu una componente molto importante all’interno della società medioevale, eppure anche questo elemento non pare costituisse un ostacolo ad intraprendere politiche aggressive nei confronti dei paesi confinanti: quando Alessandria (1215) assalì e distrusse Casale Sant’Evasio fu normale che anche la Chiesa locale fosse saccheggiata e le reliquie de Santi ivi custodite venissero sottratte per arricchire le chiese alessandrine. Era un sentimento religioso forte ma che distingueva senza pietà “noi e gli altri” invocando la protezione dei Santi e di Dio anche nelle lotte contro altri cristiani; ne è esempio clamoroso la devozione particolare di Alessandria alla figura di San Pietro: per tutto il periodo di edificazione del Duomo che era stato dedicato al Santo (1170-1297), ogni volta che la città andava in guerra contro i vicini, il primo soldato ad essere iscritto al ruolo militare per la città era proprio San Pietro che, in quanto combattente, si vedeva attribuito uno stipendio per ogni giorno di guerra che veniva poi liquidato in favore della fabbrica del Duomo.
Il lungo elenco delle incursioni e dei saccheggi non riesce ad esprimere l’idea di quali violenze, stupri e razzie dovette sopportare la popolazione civile che, peraltro, era già gravata dal peso di periodiche inondazioni, carestie e pestilenze che minacciavano le basi di una economia fondamentalmente agricola. Fra il 1271 ed il 1275, nel corso dell’ennesima guerra contro Asti, i soldati dell’una e dell’altra parte devastarono con cadenza annuale le campagne, bruciando case, saccheggiando i raccolti ed in mezzo a tutto questo viene da chiedersi con quale coraggio, con quale paziente ostinata rassegnazione, i contadini trovarono la forza per riprendere tutte le volte a coltivare il suolo, pur nella consapevolezza che il loro lavoro sarebbe stato probabilmente distrutto l’anno successivo.
I cronisti hanno tramandato ai giorni nostri i nomi delle nobili casate, di Marchesi e Generali, identificando in essi i protagonisti che combatterono guerre ed eroiche battaglie, ma sarebbe stato veramente bello se un bizzarro narratore ci avesse riportato anche soltanto il nome di una qualunque famiglia di povera gente alessandrina che, a fronte di tali difficoltà, conducesse una vita senza scrivere la storia ma tracciando col proprio lavoro pagine di autentico umano eroismo.

Filippo Orlando
La battaglia di Alessandria (1391), testo scritto per l’occasione

Via San Giacomo della Vittoria ad Alessandria, una strada lunga e stretta affondata nel centro storico, nell’incastro di vie delimitanti il vecchio ‘recetto’ medievale della città. Al centro circa del percorso viario, addossato alle altre case di antico segno gentilizio, la chiesa di San Giacomo costruita per onore della vittoria militare degli alessandrini, a danno degli angioini, avvenuta nell’ anno 1391. Di tutto questo gli alessandrini ormai hanno perso memoria. Bisogna, infatti, tornare alla fase finale del basso medioevo italiano, nel XIV secolo, quando il conflitto mai sopito fra impero e papato dilaniava le signorie del nord Italia, signorie che erano troppo economicamente floride per essere pienamente soggiogate dai grandi poteri ‘universali’ in lotta, ormai secolare, e troppo militarmente deboli per non schierarsi a favore di uno dei contendenti dominanti la scena.
L’Italia del Basso Medioevo è dominata dallo scontro fra Papato e Impero, fra Guelfi e Ghibellini, scontro che dilania il tessuto sociale delle città e prepara l’età delle signorie e delle compagnie di ventura. E’ in tale contesto che matura lo scontro militare detto ‘Battaglia di Alessandria’. La lotta fra Guelfi e Ghibellini farà da sfondo alla lotta, ormai molto accesa a fine Trecento, per il dominio del nord Italia. Nel giro di pochi decenni si succedono varie guerre e battaglie. In tali conflitti, nel nord Italia prende il sopravvento il signore di Milano Gian Galeazzo Visconti. Quest’ultimo si allea, nel 1387, con il signore di Padova Francesco Novello di Carrara, al fine di conquistare le città del veneto e Verona stessa, dominata da Antonio della Scala. L’alleanza con Francesco Novello avrebbe dovuto portare Verona ai Visconti e Vicenza al Novello, ma Gian Galeazzo, approfittando della sua superiorità militare, spodesta le città degli Scala e le città del Novello rompendo con quest’ultimo ogni alleanza. Il gioco spregiudicato porta in dote ai Visconti Padova, Belluno, e Feltre, e cede Treviso alla Repubblica di Venezia.

Gian Galeazzo Visconti

Ormai Gian Galeazzo Visconti è il più importante sovrano del nord della penisola italiana. Nasce così una lega contro il Visconti che tiene insieme Novello di Carrara, la Repubblica di Firenze, Stefano III di Baviera e Giovanni III D’Armagnac. Il Visconti risponde a questa nuova Lega nata per contrastare le sue mire di espansione, chiedendo a Carlo VI di Francia l’arbitrato sulle contese italiane. Le ostilità si aprono nel 1389 con la Lega anti viscontea, guidata dal mercenario inglese Giovanni Acuto, che partendo da Padova muove alla conquista della Lombardia. Dalla Francia, il Conte D’Armagnac, attraversando le Alpi, entra nella pianura piemontese conquistando vari castelli. E’, tuttavia, a Castellazzo che le truppe del D’Armagnac vengono respinte da un contrattacco degli occupanti causando alle truppe francesi la perdita di numerosi cavalli e tende da campo. Nel frattempo Gian Galeazzo Visconti, per organizzare un esercito efficiente che contrasti l’avanzata nemica, è costretto a vendere Serravalle Scrivia per 22000 ducati alla Repubblica di Genova.
Il capitano di ventura assoldato dal Visconti è Jacopo Dal Verme, nato a Verona nel 1350 e passato al soldo e ai servigi della Repubblica di Venezia e dei signori di Saluzzo, degli Scaligeri e dei Visconti. Morirà poi, dopo aver rotto con i Visconti di Milano, appena ritornato ai servigi militari della Repubblica di Venezia, colto da malore nel proprio letto nell’ anno 1409. Torniamo adesso alla battaglia: il conte D’Armagnac giunge alle porte di Alessandria e la pone sotto assedio. Alcuni cittadini alessandrini, avuta notizia dell’arrivo delle truppe viscontee del Dal Verme, vanno incontro al condottiero per informarlo della esatta posizione delle truppe francesi asserragliate presso Alessandria. Giovanni III D’Armagnac conta su una avanguardia di mille cavalieri molto stanchi per le precedenti scaramucce, e sui valori di capitani d’ arme come Rinaldo Gianfigliazzi, Giovanni Ricci, Aimery di Severac, Giovanni Dudain, Mottino della Pezza e François d’Albret.
Le truppe viscontee del Dal Verme sono organizzate con almeno 2000 cavalieri e 4000 fanti e numerosi balestrieri. Vi sono valorosi condottieri e nobili come Ugolotto Biancardo, Brandolino Brandolini, Leonardo Malaspina, Ceccolo Broglia, Anderlino Trotti, Calcino Tornielli, Benzio Buffazzi, Tommaso Ghilini, Paolo Savelli, Antonio Balestrazzo, Filippo da Pisa. Lo scontro decisivo avviene nei pressi di Castellazzo il 25 giugno del 1391. La battaglia dura complessivamente tre ore, nelle quali la cavalleria del Duca D’Armagnac si difende dagli attacchi in maniera valorosa, cercando più volte di non farsi accerchiare dalle soverchianti truppe nemiche. Ma la stanchezza dovuta alle scaramucce militari dei giorni appresso e le capacità di direzione del Dal Verme, oltre che la disparità enorme delle forze in campo e la bravura inesorabile dei balestrieri, (ai tempi arma micidiale contro la cavalleria), hanno ragione delle forze francesi che sono letteralmente sgominate. Ferito gravemente e fatto prigioniero pure Giovanni III D’Armagnac che muore per le ferite riportate, la disfatta militare è netta ma non decisiva per le sorti dell’intero conflitto. Certamente il Visconti impedisce agli angioini e al duca di Baviera di invadere il proprio territorio ma non riesce ad ottenere una vittoria netta per la primazia sull’Italia e su Firenze in particolare. Essa giungerà solo negli anni successivi.
La pace viene firmata l’anno successivo nel 1392, e Gian Galeazzo Visconti restituisce Padova a Francesco Novello da Carrara, ma si assicura il controllo di Bassano, Belluno e Feltre. Nella sostanza la signoria milanese non risulta ridimensionata e continua ad accarezzare il sogno di riunificare sotto di sé l’intera Italia settentrionale. Il primo maggio 1395 il Visconti ottiene, inoltre, dall’imperatore Venceslao IV di Boemia il titolo di duca di Milano, e l’anno successivo quello di conte di Pavia e nel 1397 quello di duca dell’intera Lombardia.

Filippo Orlando
La costruzione della chiesa di san Giacomo della Vittoria, testo scritto per l’occasione

Dopo la brillante vittoria delle truppe viscontee e degli alessandrini guidati da Jacopo dal Verme sui francesi del Duca D’Armagnac, nell’estate del 1391, grazie al clamore suscitato dall’episodio militare è lo stesso condottiero veneziano a prendere l’iniziativa per la costruzione di una chiesa celebrante l’importante episodio bellico. Grazie al bottino conquistato, il Dal Verme compra alcune case e poi le fa abbattere recuperando così lo spazio utile alla costruzione del monumento. Il nuovo luogo di culto viene denominato “San Giacomo della Vittoria” per celebrare così il conflitto concluso con successo e il capitano di ventura che aveva guidato le truppe in battaglia.

Ovviamente, nessuno dei vincitori si preoccupa del destino di quelle famiglie “sfrattate” dalle legittime abitazioni senza guardare troppo da vicino dove sarebbero andate e se il poco dato loro sarebbe stato sufficiente a garantirgli una sistemazione adeguata a quella che avevano.

E’ la guerra, direte voi. Già, ma prima di tutti gl’altri penano i poveretti, come sempre.

La chiesa di San Giacomo della Vittoria

Della vecchia struttura trecentesca purtroppo non resta molto, la facciata attuale è di epoca successiva e la chiesa è stata oggetto di restauri e rimaneggiamenti continui lungo il XIX e XX secolo.
La prima costruzione ecclesiastica è terminata all’inizio del ‘400’ e sulla facciata a sinistra della porta che dal ponte sul Tanaro conduceva dentro le mura di Alessandria viene apposta una scritta in latino che così recitava:
MCCCXCI die Julii In Festo Sancti Jacobi Alexandrina Juventus In Conflictum Posuit Comitem Armeniacum In Castris Constitum Existente Capitano D. Jacobo Verme 1391
mentre sull’architrave della chiesa è invece apposta un’altra scritta in latino:
Anno Xti MCCCLXXXXI die XXV Julii festo S. Jacobi Apost. Alexandrina Juventus Duce Jacobo Vermensi Exercitum Comitis Aremoricoe profligavit et templum hoc, inde Aedificatum Divo Jacob dicavit, quod ab hac Victoria de Victoria appellatur.
Anno di Cristo 1391 il giorno 25 luglio festa di S. Giacomo Apostolo la Gioventù Alessandrina Duce Giacomo Dal Verme sconfisse l’esercito del Conte d’Armagnac e questo Tempio di poi edificato al glorioso S. Giacomo dedicava e da questa Vittoria della Vittoria nomava.
I rimaneggiamenti, lungo i secoli, sono stati tanti, come detto. Nel 1500 l’edificio è rifatto secondo i gusti dell’epoca, inglobando le aree della costruzione originaria. Diventa nei decenni ospedale e magazzino, sede di un convento e pure di una caserma dei carabinieri. Infine, la Chiesa torna ai Padri Cappuccini. Sono costoro a cercare i finanziamenti per un primo restauro del tetto e della facciata negli anni 1869 – 1871. Ma il tetto viene solo puntellato, in attesa che un contenzioso fra il comune di Alessandria, la curia vescovile e i Padri Cappuccini decidesse su chi toccasse la responsabilità dei lavori necessari. La situazione si sblocca solo nel 1923, quando il restauro è finalmente finanziato dalla banca Alessandro III e da Padre Agostino Pernacchia dei Padri Serviti.
Traiamo da una edizione specializzata in bellezze paesaggistiche italiane questa descrizione della Chiesa di San Giacomo della Vittoria:
La facciata è caratterizzata da elementi che rimandano allo stile rinascimentale: la suddivisione in due fasce orizzontali – di cui quella superiore aperta da un grande rosone – sormontate dal timpano, la scansione in verticale data da lesene scanalate, il portale di ingresso inquadrato da colonne su alto basamento e incorniciato da spesso cornicione a fascia. Ai lati del portale d’ingresso sono i bassorilievi di due Santi.
La chiesa di S. Giacomo della Vittoria è un gioiello storico-artistico, simbolo architettonico per la città di Alessandria dell’epoca rinascimentale. Oggi si presenta ad aula unica con volta a botte e abside poligonale mentre le pareti perimetrali sono scandite da tre archi per lato; il rivestimento marmoreo dei pilastri è riconducibile a un intervento novecentesco. La volta presenta motivi decorativi ad affresco e cornici in stucco dorato riconducibili agli anni ’50-’60 dell’Ottocento.

Giorgio Marenco
Capitani e condottieri, testo scritto per l’occasione

La figura del capitano di ventura è tra quelle che ha riscosso maggiore successo nell’immaginario collettivo, evocando l’immagine dell’uomo a cavallo, vestito d’acciaio, capace di risolvere la battaglia con coraggio e genio tattico.
La storia reale, come spesso accade, disegna un quadro differente per comprendere il quale non si può che partire dal concetto stesso di “condotta”. Si tratta di un tipo di contratto il cui impiego non era limitato al campo militare ma che, all’epoca, veniva utilizzato anche per affidare lo sfruttamento di una concessione mineraria o per gestire l’appalto di esazione delle imposte.
Un datore di lavoro (locator) prendeva in affitto un imprenditore (conductor da cui condottiero) che si impegnava a svolgere un certo lavoro mettendo a disposizione personale specializzato, attrezzature ed un’idonea struttura organizzativa; il tutto in cambio di un compenso e per un periodo di tempo predeterminato.

Il Condottiero, dunque, non era semplicemente il capo di una banda di armati ma il titolare di un’impresa militare che poteva essere assunto:
a soldo disteso” quando insieme ai suoi uomini era inserito in un esercito più grande con precisi rapporti gerarchici,
a mezzo soldo” quando gli era assegnata una zona geografica ed un incarico di massima lasciandogli l’autonomia di guerreggiare “… a suo bell’agio le terre, sovra le quali era mandato”,
in aspetto” quando, cessate le ostilità, riceveva comunque del denaro per restare a disposizione del signore di turno il quale si assicurava in tal modo una protezione senza correre il rischio, in un prossimo futuro, di ritrovarsi a combattere proprio contro quel condottiero che aveva precedentemente ingaggiato per la sua bravura.
Il contratto di condotta dettagliava con precisione tutti i contenuti della prestazione: si diceva quanti uomini dovevano esser messi a disposizione, con quali armi ed armature, con quanti cavalli e carriaggi e con quali ufficiali. Si stabiliva come sarebbero stati ripartiti il bottino ed i riscatti per i prigionieri ed a quali condizioni il condottiero ed i suoi uomini, laddove catturati, avrebbero potuto essere riscattati.
Si fissavano inoltre penali e multe per ogni inadempimento ed indennizzi per il materiale ammalorato in battaglia, per i feriti, per i morti, per i cavalli persi o “magagnati”.
Il contesto contrattuale ci aiuta a comprendere l’origine di quella che nei tempi odierni è rimasta una pratica diffusa di tutti gli eserciti ossia la “rivista militare”: una sfilata dei soldati in pieno assetto di combattimento. Oggi tale attività ha un carattere celebrativo e si svolge in occasione delle feste nazionali, all’epoca faceva invece parte degli accordi: il Condottiero doveva portare tutti i suoi soldati, cavalli ed attrezzature in un certo luogo, in un dato giorno, affinché chi lo aveva ingaggiato potesse controllare materialmente che aveva messo in campo le forze e gli armamenti pattuiti.
Ma la vita della Compagnie di ventura non si esauriva nelle attività militari le quali, per essere realizzate, richiedevano la presenza di una collaudata struttura logistica. Smessa l’armatura il Condottiero doveva procurarsi degli esperti arruolatori (per rinfoltire le sue truppe), fabbri, maniscalchi e falegnami (per manutenere le attrezzature e le armi) medici, cuochi ed una consistente schiera di garzoni chiamati a svolgere i ruoli più disparati (badare ai cavalli, montare gli accampamenti, condurre i carri, ecc.). Occorrevano poi notai e contabili che si occupassero di dare la paga ai soldati, di gestire gli acquisti ed organizzare la vendita del bottino che andava messo sul mercato prima possibile in quanto il suo trasporto e la sua custodia appesantivano gli spostamenti dell’esercito.
Era proprio la mobilità (insieme alla disciplina ed all’addestramento) il punto di forza delle Compagnie di ventura italiane che privilegiavano le truppe a cavallo in grado di spostarsi da uno scenario all’altro per sorprendere il nemico. La battaglia campale, se possibile, veniva evitata preferendo indebolire l’avversario con rapide incursioni alle quali seguivano distruzioni e saccheggi; in questo modo il signore dei luoghi devastati non solo avrebbe perduto ricchezze ma avrebbe dovuto concedere alle medesime località l’esenzione dei tributi se non voleva che gli abitanti emigrassero altrove.
Ma meno tributi voleva dire minore possibilità di ingaggiare soldati ed ecco così che col saccheggio si riduceva la forza del nemico senza avere la necessità di affrontarne l’esercito in campo aperto.
Nel corso dei secoli l’imprenditore militare ha continuato, in forme e contesti diversi, a restare in auge ed oggi se ne contano diversi esempi: negli Stati Uniti la “Academi” è una compagnia militare privata che addestra ogni anno oltre trentamila tra mercenari, militari ed agenti di polizia stipulando contratti in ogni parte del mondo.
La differenza è che questi moderni imprenditori sono manager seduti dietro ad una scrivania e non scendono sul campo di battaglia, in armi, alla testa dei loro soldati a differenza di quanto fecero i loro colleghi del passato e che, almeno in questo, onorarono la fama che la leggenda ha loro tributato.

Roberto Maestri
Facino Cane “Signore” di Alessandria, testo scritto per l’occasione

Una storiografia sabauda ottocentesca – tradizionalmente ostile al Monferrato – ci ha tramandato un ritratto apertamente ostile di Facino Cane, descrivendolo sommariamente come un personaggio violento, sanguinario, privo d’istruzione e di senso dell’onore e, anche nel Novecento, il torinese Nino Valeri nella sua biografia del condottiero, ne restituisce un ritratto totalmente negativo.
Nel 2012 ricorreva il sesto centenario della morte di Facino Cane e il Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” intraprese un lungo percorso celebrativo per approfondire, attraverso un’indagine esaustiva, la figura del condottiero: Facino era l’uomo assolutamente negativo ritratto negli ambienti sabaudi – e così raffigurato anche da un coevo convegno tenutosi a Casale – oppure, appartenendo Facino ad una “storia monferrina” volutamente dimenticata (e a volte mistificata) la sua figura era stata volutamente tramandata in modo assolutamente negativa? “I Marchesi del Monferrato” hanno provato a dare una risposta al quesito attraverso il volume “Facino Cane. Sagacia e astuzia nei travagli d’Italia tra fine Trecento e inizio Quattrocento” edito nel 2014 e che raccoglie i frutti della complessa indagine.

Facino era sicuramente un “uomo del suo tempo” apparentemente non diverso da altri condottieri a lui legati: Ottobono Terzi, Pandolfo Malatesta, Jacopo dal Verme….
Indagare Facino non è stato, non è, non sarà mai un compito facile; pochissime sono le certezze e tra queste non compaiono né la sua data di nascita né il luogo: nel primo caso possiamo solo presumere che avvenne intorno al 1360, mentre per il luogo non esistono documenti che confermino che il Cane sia nato a Casale, dove risiedeva il ramo principale della sua famiglia; ma Facino apparteneva ad un ramo minore dell’illustre casata…
La presa di Alessandria da parte di Facino resta una delle sue imprese militari più eclatanti, seconda forse solo alla presa di Bologna compiuta sei mesi prima, ed il cui comune denominatore è rappresentato dalla figura del duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, principale committente del Cane già dall’epoca della “guerra di Mantova” del 1397, impresa in cui combatté anche un illustre condottiero alessandrino: Andreino Trotti.
Le vicende di Facino Cane e di Alessandria si incrociano nel settembre del 1403. Facino aveva espugnato Bologna per conto di Gian Galeazzo Visconti, che lo aveva insignito del titolo di governatore della città.
Ad Alessandria nel mese di settembre i guelfi, comandati da Gabriele Guasco, si erano impadroniti della città e avevano innalzato la bandiera francese degli Orleans: il presidio della cittadella (che sorgeva sull’attuale sito di piazza Matteotti), rimasto fedele al governatore Zanotto Visconti, morto il giorno dopo esservi rifugiato, stava per arrendersi agli assedianti.
Il Guasco, con l’aiuto di trecento cavalieri, comincia a bombardare le mura della cittadella, ma i ghibellini viscontei resistono e l’unica possibilità di costringerli alla resa è quella di prenderli per la fame, speranza in parte delusa in quanto i ghibellini del terziere di Bosco riescono ad introdurre di nascosto molta farina ma, nonostante questo stratagemma, alla fine di settembre i viscontei sono ormai disposti a trattare la resa con il Guasco.
La situazione si evolve improvvisamente: il 21 settembre Facino, con seicento cavalieri, raggiunge Alessandria, entra in cittadella e avvia il contrattacco; i guelfi non sono in grado di opporsi e il Guasco è costretto a rifugiarsi in Bergoglio mentre i Trotti e i del Pozzo riparano a Castellazzo Bormida e Oviglio.
Alessandria è saccheggiata per otto giorni e, dopo aver represso nel sangue ogni resistenza, Facino rivolge le sue attenzioni a Bergoglio, ancora nelle mani del Guasco, iniziando a bombardarne le mura e costringendo, il 21 settembre, gli occupanti alla resa e ad abbandonare Alessandria; Gabriele Guasco si ritira in Asti e successivamente in Francia. Agli abitanti di Bergoglio è imposta una taglia di 22.000 fiorini d’oro: il pavese Pietro Corte, che ha l’incarico di riscuotere la multa e si rivela infedele nella riscossione, è decapitato.
Il bottino, frutto del saccheggio della città, è acquistato da mercanti di Pavia, di Casale e Valenza che lo trasportano lungo il Tanaro cresciuto per le recenti piogge.
Luminarie e suono di campane a Milano festeggiano per tre giorni la vittoria di Facino. Caterina Visconti, duchessa di Milano e il figlio Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, il 28 ottobre danno in pegno a Facino l’usufrutto di Valenza con il suo castello e il castello di Monte per 45.000 fiorini, di Montecastello con il suo castello per 8.000 fiorini, di Breme per 7.000 fiorini, come compenso degli stipendi arretrati dovuti a lui e ai suoi uomini.
Facino fa riesumare – dalla Cattedrale di San Pietro – le reliquie di Sant’Evasio, patrono di Casale, e dei Santi Natale e Proietto e le fa portare prima a Borgo San Martino e, quindici giorni dopo, le trasporta solennemente nel Duomo di Casale.”
[R. Maestri, Facino Cane…, pp. 33-34]
Purtroppo non disponiamo di documenti utili a chiarirci quali furono i rapporti tra gli Alessandrini e il Cane; come noto, l’archivio comunale di Alessandria (come quello Visconteo) risultano, a causa di incendi, mutili dei documenti del periodo e di nessun aiuto sono le successive cronache alessandrine, compresa quella del Ghilini che contiene alcune evidenti inesattezze cronologiche. Certo i rapporti non dovevano essere ottimali se, a distanza di un solo anno dalla presa della città, il condottiero dovette tornare nel territorio alessandrino per sedare un tentativo di ribellione:
Mentre opera nel Pavese, Facino è informato di una nuova ribellione nell’alessandrino; di conseguenza assale, inutilmente, la fortezza di Castellazzo Bormida, ma occupa Gamalero, Borgoratto, Castelspina, Oviglio, San Leonardo, Campaneam e Fresonara, mentre Portanuova gli resiste e resta nelle mani dei dal Pozzo. Domenico Trotti è catturato a Stradella – messa al sacco in nome di Facino – ed è condotto nella rocca di Borgo San Martino”.
[R. Maestri, Facino Cane…, p. 37]
Alessandria costituì per Facino la base operativa per le sue imprese in Lomellina, dove distrusse tutti i castelli esistenti – escluso quello di Lomello – nel tentativo, riuscito, di debellare ogni forma di resistenza al suo potere da parte delle famiglie aristocratiche del territorio.
Contrariamente da quanto sostenuto dalla storiografia sabauda, Facino si distingueva sensibilmente dagli altri condottieri coevi: non era “solo” un mercenario da assoldare per conquistare o sottomettere località riottose, egli aveva un disegno ben preciso: costruirsi un suo Stato, un territorio cuscinetto tra il Ducato Visconteo, la Contea dei Savoia, la Repubblica di Genova ed il Marchesato di Monferrato. In pratica Facino occupava territori di confine rivendicati dai vari potentati: si inseriva in situazioni complesse come un arbitro, una figura temuta ma rispettata ed autorevole. Anche Teodoro II Paleologo, marchese di Monferrato, quasi coetaneo e a lungo finanziatore del condottiero dovette accettare l’ambiguità della situazione.
Nel disegno di formazione del suo Stato, perseguito dal 1403 al 1412, Facino – nobilitato dalla titolatura di “Conte di Biandrate” – aveva previsto che Alessandria e Pavia rappresentassero le due località di riferimento, per amministrare un territorio esteso dalle coste del Lago Maggiore all’Oltregiogo.
Facino disponeva non solo di un suo esercito – la cui entità poteva variare da poche decine di uomini, alle migliaia che, ad esempio, lo accompagnarono nell’impresa su Genova del 1409 – ma di un impianto amministrativo composto da notai, contabili, legali che lo aiutavano nella gestione di un consistente, e sempre crescente, patrimonio formato non solo da “denaro” ma anche da immobili, come risulta da diversi contratti di acquisto che, diversamente da altra documentazione “misteriosamente” scomparsa, sono stati reperiti in alcuni archivi.
Dopo la morte di Facino Cane – avvenuta nel marzo 1412 nel castello di Pavia – Alessandria non dovette apprezzare particolarmente il ritorno al completo controllo Visconteo, infatti, nel gennaio 1415, offrirà le “chiavi della città” ad un altro illustre monferrino: il marchese di Monferrato Teodoro II Paleologo, già capitano di Genova.
Restano tracce della presenza di Facino in Alessandria? A mio avviso sì, ed in bella evidenza.
Presso la sala conferenze di Palatium Vetus (restituito alla cittadinanza dalla benemerita opera della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna) possiamo ammirare in un affresco, collocato sull’arco della seconda colonna di destra, la curiosa raffigurazione di un cane, in atteggiamento evidentemente ostile, collocato come cimiero per un elmo chiuso, il tutto posto al di sopra di uno scudo scaccato di nero e di argento. Il disegno del levriero mi ha suggerito un collegamento dello stesso con Facino, infatti, esaminando la bandiera del condottiero appare evidente come si tratti dello stesso cane, in altre parole di quel levriero che, come nella raffigurazione della bandiera, indossa un collare ed è presente anche sul sigillo del capitano di ventura. Lo scudo appartiene alla famiglia bolognese Pepoli e, in particolare, al conte e capitano di ventura Taddeo Pepoli che fu governatore e podestà di Alessandria dal 1374 all’ottobre 1375. Come precedentemente ricordato, Facino fu governatore di Bologna in nome di Gian Galeazzo Visconti. I Trotti, rientrati in Alessandria, dopo la morte di Facino Cane, commissionarono l’affresco che ricordava: Trotti Andreino (le lettere T e A) e il bolognese Taddeo Pepoli la cui famiglia era stata cacciata da Bologna, nel 1403, da Facino Cane e, proprio ad una “vendetta postuma”, si riferirebbe il braccio che nell’affresco tiene “al guinzaglio” il condottiero. Quale altra motivazione avrebbe giustificato una rappresentazione pittorica collegata ad una fugace podesteria di un bolognese se non la comune “tirannia” di Facino Cane subita da entrambe le Città?

Girolamo Ghilini
Annali di Alessandria, Milano, 1666, pagg.49/50

Mentre Guglielmo era impegnato in campagna contro i Visconti, racconta Ghilini, “i Guelfi Alessandrini, in parte indotti da odio e malevolenza verso il Marchese, in parte stimolati dagli Astigiani, deliberarono con l’occasione opportuna della sua assenza di levare dal collo della patria il duro e insopportabile giogo della sua servitù e della sua tirannia, per ridurla alla primigenia, antica libertà. Perciò, collegatisi con alcune città vicine che molto aborrivano il tirannico dominio del Marchese, operarono in modo che tutto il popolo alessandrino, sollevato con gran tumulto, pigliò coraggiosamente le armi e, con l’aiuto che da ogni banda gli fu dato dai Confederati, i quali speditamente in buon numero, chi a piedi chi a cavallo, conversero in Alessandria, si pose all’ordine, per uscire in campagna e perché alla perfezione di così valoroso e potente esercito altro non mancava che un Generale, fu fatto in necessità così grande e in occasione di tanto rilievo, con voto e consenso universale dei soldati, Alberto Guasco d’Alice, uomo con gran pratica d’armi, d’esperienza e in particolare molto amato da quasi tutta la città di Alessandria sua patria… Con quel ben unito e ordinato esercito, entrò egli animosamente nel Monferrato, saccheggiando e ruinando il tutto con ogni libertà militare; onde il marchese, sbigottito e quasi abbandonato da se stesso, lasciò da parte tutti i negozi e con la sua soldatesca, la quale era assai in buon numero, inviossi con gran prestezza verso Alessandria. Frattanto, gli Alessandrini che di già con l’esercito erano arrivati alla terra di Castelletto, alla nuova della venuta del Marchese fecero alt per poco spazio di tempo; dipoi, essendo molto desiderosi di combattere, non vedevano l’ora di far giornata col nemico e perciò andarono con gran coraggio ad incontrarlo. E affrontatisi presso la terra di San Salvatore ambedue gli eserciti, fu con tanto animo e ardire dagli Alessandrini cominciata la battaglia che il Marchese, dopo aver, valorosamente combattendo, sostenuto un pezzo il loro impeto, sopraggiunto dalla gran quantità dei Collegati, fu costretto a voltar le spalle alla scaramuccia e ben presto sopra di un cavallo fuggirsene.

Guglielmo VII

Ma subito il Generale Alberto, seguitandolo con una spedita e animosa squadra di cavalleria, dopo aver posto in rotta e ruina tutto l’esercito nemico, alli 10 del mese di settembre vivo lo fece prigione, trattenendolo con una collana d’oro che gli gettò al collo mentre fuggiva e legato con una catena di ferro lo condusse vittorioso e trionfante in Alessandria, dove fu dato in stretta custodia finché fu fatta una sotterranea cassa, foderata d’intorno di tavole, nella quale due giorni dopo la sua prigionia fu miseramente rinchiuso. E’ opinione che quella cassa fosse fatta dove adesso si vede il Palazzo dei Governatori di questa città, nel qual luogo era in quei tempi fabbricato il pretorio.