Aldo Magris – Le invenzioni di Dio

Tradizionalmente, nell’ambito del pensiero occidentale, Dio è stato a lungo concepito come un’entità (ousia) la quale ha creato l’universo, che si potrebbe considerare quindi una sua invenzione. A partire da Feuerbach, invece, la filosofia moderna ha inaugurato un radicale mutamento di prospettiva a tale riguardo ritenendo che, al contrario, sia stato l’uomo a inventare Dio, col risultato di ridurre religione e teologia a mera antropologia. Per Feuerbach e per i molti che la pensano come lui, infatti, Dio è solo il frutto d’una proiezione che l’uomo compie, attribuendo ad una immaginaria divinità ciò che lui stesso vorrebbe essere e/o avere. Tuttavia se analizziamo dal punto di vista etimologico il verbo inventare (derivante da quello latino invenire) possiamo cogliere alla sua radice anche il senso dello scoprire, del trovare. L’invenzione di Dio da parte dell’umanità si può ritenere allora non appena un prodotto fantastico, ma paradossalmente anche una scoperta: un far venire alla luce della coscienza ciò che da millenni è stato avvertito come sacro.

Su questa tematica si interroga il recente saggio di Aldo Magris, giusto intitolato Le invenzioni di Dio (Morcelliana), in cui si delinea un’ottica neo-fenomenologica, orientata dall’insegnamento di Husserl e Merlau-Ponty ‒ ma pure di Deleuze e Pareyson, con tutti i distinguo del caso ‒, ispirandosi alla quale è lecito guardare al trascendente, o a ciò che alludiamo con la parola Dio/divino, come ad una quiddità rinvenibile all’interno dell’esperienza (o del mondo) e non oltre essa (meta-fisica). Non per nulla, sin dall’antichità si reputava ovvio che l’uomo immaginasse/costruisse Dio: “conferendogli la forma migliore con la quale può essere rappresentato, cioè la sua forma umana”. Il fatto è che ‒ scrive condivisibilmente Magris ‒ qualsivoglia nostra concezione: “riflette e che riflettere ciò che l’uomo sa, ciò che in qualche modo ha provato o immaginato di provare o ritenuto possibile che si possa provare”.

In parole semplici: non viene abolito il “significato” della religiosità tradizionale quando si constata che l’uomo si fabbrica le sue divinità a propria immagine; il problema semmai è chiedersi il perché di questa profonda urgenza, al di là di ogni scontata proiezione. Un’urgenza riscontrabile sino a partire dalla preistoria, in cui cogliamo le prime tracce religiose nella condivisa/diffusa pietas del modo in cui, nel paleolitico, venivano seppelliti i morti. Un’urgenza che rimanda – ben oltre il bisogno di trovare un senso all’esistere ‒ anche ad una non razionalizzabile eccedenza alla base del nostro o altrui sentimento religioso. Voglio dire (e Magris insiste assai su questo aspetto) che già l’attribuzione tradizionale a Dio dell’infinitezza non ha a che fare con la sua supposta illimitata perfezione o potenza, ma nella “inesauribilità” ‒ o se vogliamo usare ancora questo termine ‒, nella trascendenza eccedente che si apre ogniqualvolta noi cerchiamo di giungere al cuore (alla spiegazione, che poi si risolve sempre in un piegare la cosiddetta realtà entro i nostri schemi concettuali) di ogni fenomeno, al perché e al percome di un evento.

Questo in quanto ‒ Nietzsche docet ‒ non c’è modo di trovare un fondo/fondamento (Grund) solido, certo, oggettivo e definitivo al conoscere; semmai sotto la sua fragile crosta si spalanca un abisso (Abgrund) che ci inquieta e stupisce al contempo, poiché, dice bene Magris: “il fondo dell’essere non c’è se non dal nostro punto di vista, come la linea dell’orizzonte”. Dunque sta forse in questo illimite ‒ in questo apeiron, per dirla con Anassimandro ‒ in questo mistero insondabile ciò che nel linguaggio religioso vien detto il divino. Ma a causa dell’impossibilità di giungere ad una qualche risposta definitiva intorno al mondo e al miracolo dell’esistenza, ecco derivare l’invenzione (Erfindung) di Dio, volendo i cosiddetti religiosi esprimere mediante il suo tramite, e nel modo più consono possibile, quanto essi ritengono un trovamento (Vorfindung), che è al contempo una sia pure intuitiva ma sentita percezione (Empfindung).

Così le pur polimorfe invenzioni di Dio vanno presa terribilmente sul serio, giacché/quando esse dicono dell’enigmaticità/complessità irriducibile di ogni cosa e del felice stupore che accompagna tale sconvolgente presa d’atto. Così ‒ concludo con Magris ‒ niente è più trascendente/divino di quanto appare fondamentalmente inspiegabile, irriducibile ad ogni nostra teoria e abissale: “non già perché si trovi al di là di qualcos’altro, ma perché spalanca uno sfondo senza fondo precisamente là dove io mi trovo”.

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