“ANIMA E MONDO”: Franco Livorsi tra immagini del profondo, politica e storia

 Recensione di Saverio Zumbo[1]

Anima e Mondo. Il poema sulla storia e sui sogni, di Franco Livorsi, è un’opera complessa e affascinante nella quale spira un’aura da “libro sacro”. Non alludo tanto all’accezione ironica, secolarizzata dell’espressione, benché sia un libro che può essere illuminante per chi condivida gli interessi intellettuali e le tensioni ideali dell’autore, quanto al fatto che si tratta di un lavoro che si interroga incessantemente sulla sacralità dell’essere. Tale nuance, pure richiamata dal sottotitolo “Il poema sulla storia e sui sogni. L’idea della rinascita nel XXI secolo”, è rafforzata dal tratto formale, che afferisce a più generi. Si va dalla prosa poetica, alla poesia, al resoconto di sogni illuminanti (i “grandi sogni”), alla normale prosa saggistica. Si direbbe che la tensione alla completezza, all’unione degli opposti, presente sul versante contenutistico, trovi un correlato formale nella diversità dei generi letterari utilizzati. È come se si tendesse all’opera, non già d’arte, ma critica, di analisi, totale. Con la consapevolezza, tuttavia, che una tale completezza comporti uno smarginamento, un’ekstasis, un’uscita da sé che inglobi il proprio contrario: la funzione di sentimento, la creatività, l’inconscio, la poesia. Non a caso l’epigrafe con cui si apre il volume, tratta dal Libro rosso di Jung, recita: “Se vai dal pensiero, porta il cuore con te. Se vai dall’amore, porta la testa con te. Vuoto è l’amore senza il pensiero, vuoto è il pensiero senza l’amore”.

L’idea della rinascita, dunque, è affrontata mettendo all’opera due grandi ambiti di interesse dello studioso: da una parte la scienza politica; dall’altra la psicologia del profondo intesa, junghianamente, come improntata ad una “pulsione di senso” che porta ad interrogarsi e a cercare risposte in campo spirituale, religioso e nell’ecologia profonda. Fondamentale è poi anche un terzo ambito, quello della filosofia, che è chiamato a mediare tra i primi due.

La prima parte, che ha titolo “L’Anima nel Mondo”, è caratterizzata da una prosa poetica cha fa frequente ricorso ad arcaismi e popolarismi. Qui l’idea della liberazione è considerata nel suo dispiegarsi nella storia dei movimenti rivoluzionari di matrice socialista, comunista e anarchica. La precisione filologica con cui si seguono gli sviluppi storici si accompagna a una colorazione soggettiva espressivamente spigliata, che non si preclude toni sarcastici e scanzonati. Un tentativo di fondere “dottrina” e letterarietà che tocca i momenti di più felice ispirazione nella narrazione di vicende politiche a noi più prossime, quelle cui l’autore ha partecipato personalmente. Si vedano i ritratti di Lelio Basso o quello di “(…) Angelo Curone, che lavorava il suo cotone dentro al Bustese, a Pontecurone. Egli era un compagno tanto apprezzato dalle operaie – le ‘bustesine’ mani fatate, per non palare delle lor scopate, se le leggende erano vere – che se carogna era il lor capo immantinente tutto fermava tramite un fischio ch’egli emetteva con le due dita sotto la lingua” (p. 97).

Passando per una molteplicità di riferimenti filosofici e letterari (Marx, Nietzsche, Bergson, Dostoevski), il pensiero politico di figure quali Gramsci, Bordiga, Lenin, Togliatti è delineato in modo rigoroso e, ad un tempo, creativo e personale.

Nella seconda parte, sotto il titolo “Il Mondo nell’Anima”, troviamo raccolte alcune poesie e, soprattutto, elaborazioni di sogni. Anche in quest’ultimo caso si tratta di prose poetiche, che tuttavia sono, come Livorsi tiene a specificare, trasposizioni fedeli dei contenuti onirici. Vengono alla mente, al riguardo, le notazioni di James Hillman attorno all’opportunità di curare la verbalizzazione dei sogni in modo non asettico, ma anzi attraverso un’attenzione alla forma, all’aspetto estetico. Non certo per estetismo, ma per meglio rendere giustizia alla peculiarità della materia immaginale.

Di particolare interesse, tra i sogni selezionati, è il ricorrente tema del Sé (gli junghiani, si sa, sognano junghiano). Ecco allora un carcere/clinica, in cui il sognatore si trova rinchiuso e dal quale non si sente di uscire neppure quando, magicamente, le porte si dischiudono all’alba. Dove si può leggere la paura di un sacrificio dell’Io a favore del Sé: “Temevo il mondo ignoto. Temevo l’aggressione dei gatti più selvaggi. Restavo dentro incerto, propenso a non uscire” (p. 241).

Il Sé nella sua più classica manifestazione occidentale, con tratti cristologici: “Invocavo per lui [il padre del sognatore] la grazia dell’Eterno. Allor che mi svegliai, nella mia stessa stanza vidi un gran volto apparire, che di Dio era imago: viso dell’Uomo-Dio nella sua eterna effigie si stagliava su croce tutta di braccia uguali. Egli la sovrastava. Non era crocifisso. Mi risvegliai del tutto, visione si dissolse” (p. 246). Nell’immagine ipnagogica è qui dato riscontrare il tema, caro all’autore, dell’avversione nietzscheana verso l’esaltazione della crocifissione.

Il sognatore discorre con una donna/Anima quando “s’aggrega allora un Tizio portato al concretismo. Chiede se dobbiam credere le storie di rinascita vere al ‘cento per cento’. Lei gli dice di no. Se mai tutti credessero che sia proprio così, allora il mondo intero diverrebbe uniforme nel suo proprio pensiero, mentre proprio il confliggere di diverse opinioni, pur sulla nostra morte, muove all’oltrepassare. Però dovremmo crederci al ‘quarantotto per cento’” (p. 255). Il Sé, quindi, inteso non nella staticità del pleroma, ma come Logos in continuo divenire dialettico. Un continuo conflitto di cui il Quarantotto è simbolo ironico che ne richiama la “storicità”.

In un sogno lucido il Sé trascendente, sentito come luce divina, si “incarna” nel corpo dormiente del sognatore. Si crea una situazione di indistinzione, un gioco di specchi che rende labili i confini tra sogno e veglia, tra corporeo e immaginale. “Io ne avevo abbastanza. Sapevo di sognare. Riprendevo il mio volo verso la luce viva: per me quella di Dio (…). Ora volavo al buio che più non era pesto. Ma non giungevo affatto al mondo della luce, bensì nella mia casa, nel letto in cui giacevo. Restavo un poco sveglio, ma poi prendevo sonno nel modo più profondo, sempre dentro il mio sogno” (p. 257). Pare qui suggestivamente richiamata l’idea, appartenete all’ambito della gnosi sciita e riportata da Henry Corbin, del corpo del “credente fedele” come “suo proprio paradiso” (H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Adelphi, Milano, 1986, pp. 223-235 e passim).

Questi pochi esempi valgono a mostrare come Livorsi metta in gioco, attraverso una trasfigurazione estetica che è esaltazione della natura figurale dei contenuti onirici, il tema, stimolante e problematico, del rapporto tra l’esplorazione del mondo immaginale costituito dalla “psiche oggettiva”, dall’“oggetto interno” dell’inconscio, con ciò che ne può derivare, ed eventualmente essere sancito ed etichettato a livello sociale, nella forma della produzione artistica. Il tema del rapporto tra pratiche analitiche (o autoanalitiche) e pratiche artistiche, che si pone in tutti quei casi in cui la pratica dell’immaginazione attiva dà luogo a scritture, dipinti, sculture, danze, performance, filmati ecc. Quando la prassi creativa di un Jackson Pollock riceve impulso dalla richiesta, da parte del proprio terapeuta, di portare in analisi dei disegni. O quando le tavole del Libro rosso vengono esposte, come è accaduto, nel padiglione centrale della Biennale d’Arte di Venezia.

La parte terza, “Anima e Mondo”, si compone di un saggio tradizionale, “Anima e Mondo. L’idea della rinascita nel XXI secolo”, e di un’appendice poetica.

La prospettiva palingenetica proposta dal marxismo viene criticata sotto più aspetti. Due mosse, in particolare, appaiono decisive.

La visione economicistica viene sovvertita. Determinante appare lo sfondo archetipico che ci caratterizza in quanto specie. Per cui è ad esso che bisogna guardare, “in ultima istanza” (per dirla con Engels, ma ribaltandone la prospettiva), come motore segreto delle vicende umane, non all’economia. Ne deriva che “non siamo quello che facciamo, ma facciamo quello che siamo” (p. 282).

D’altra parte, il punto debole delle teorie e delle pratiche rivoluzionarie di ascendenza comunista viene fatto risalire ad una sorta di peccato originale rinvenibile nella sinistra hegeliana. Ossia l’accentuazione negativistica del momento dell’antitesi. Da cui deriverebbe poi, in ambito marxista, una tensione al “distruggere”, ad abbattere gli assetti di potere esistenti, come se ciò bastasse, ipso facto, a far emergere il nuovo realizzando un duraturo affrancamento. È ciò che l’autore indica altrove come “complesso di Prometeo”.

La tensione alla totalità, all’infinito, l’archetipo del divino nell’uomo è visto come elemento fondamentale di “rinascita” soggettiva e intersoggettiva. Se da un lato alla psicologia del profondo spetta il ruolo di “scienza nuova”, in quanto scienza dei “grandi sogni” collettivi, della dimensione del mito che impronta la storia, un ruolo fondamentale spetta dunque anche alla dimensione religiosa. Poiché nessun grande rivolgimento, personale o storico, può avvenire se non a partire da un movente lato sensu religioso (appartenente, in termini junghiani, alla sfera del “numinoso”). Una qualche forma di religiosità, esplicita o implicita, in quanto pulsione redentiva, viene quindi a permeare ogni possibile proposito e ogni azione rivoluzionaria. Talché potremmo dire, parafrasando un detto ecclesiastico, nulla revolutio sine religione.

Livorsi passa quindi a saggiare il terreno minato, irto d’incognite, del “che fare”. In nome di una tendenziale liberazione dell’essere umano da ogni situazione di “dipendenza”, viene quindi auspicato un superamento tanto del capitalismo quanto dello statalismo. La possibile soluzione è indicata in un ordinamento federale, basato sul cooperativismo e su un ethos improntato a istanze ecologiche profonde.

In chiusura troviamo una lunga poesia dal titolo “Il testamento del Sé”. È il momento letterariamente più riuscito del libro e ne costituisce una sorta di summa lirica. Qui la forma del poema sacro diviene riferimento esplicito; con un Sé che, al pari del Bhagavan della Bhagavadgita, si rivolge, come si trattasse di un ideale Arjuna, all’Io, istanza muta che rimane fuoricampo. Tutti gli ambiti sin qui trattati vengono richiamati e rielaborati in una forma in cui razionalità e sentimento, pensiero e amore, come prometteva l’epigrafe, procedono congiunti.

Franco Livorsi, Anima e Mondo. Il poema sulla storia e sui sogni. L’idea della rinascita nel XXI secolo, Golem Edizioni, Torino, 2018, pagg. 443, E 32.

  1. La presente recensione di Saverio Zumbo, – che si accompagna a quella che abbiamo già pubblicato di Patrizia Nosengo e che or ora è stata pubblicata anche sul n. 4 del 2019 della rivista fiorentina “Il Ponte” – uscirà presto sulla “Rivista di psicologia analitica”, la rivista dell’Associazione Italiana Psicologia Analitica.

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