Cenni di storia della Camera del lavoro di Alessandria, dalle origini alla II guerra mondiale

Ricostruire la storia della Camera del lavoro di Alessandria è un’operazione importante e di grande interesse, non soltanto perché si tratta di comporre una micro-storia, che si intreccia con la macro-storia dell’Italia del Novecento, di cui accresce e contestualizza i tratti più significativi, ma anche e soprattutto per due ragioni, insieme etiche e politiche. Da un lato, essa riporta alla memoria ciò che fummo e non sappiamo più essere, in questa società satolla di oggetti e povera di solidarietà e bisogno di giustizia sociale; e richiama le tante figure, anche minori, che per tutta la vita, pagando prezzi altissimi, lottarono con caparbia e coerenza morale e inesausto coraggio, in nome dell’eguaglianza e dell’istanza di un mondo migliore. Dall’altro, diviene paradigma di come si seppe, allora, tessere l’organizzazione proletaria, all’interno di una società rigidamente gerarchica, che non riconosceva spazio democratico e diritti alle classi subalterne e in un mercato del lavoro frammentato, precario e per molti versi arretrato, nel quale l’ottimizzazione dei profitti si fondava sulla compressione del costo del lavoro; una società e un mercato del lavoro, quindi, in ultima analisi non così diversi da quelli in cui ci muoviamo oggi.

Le origini

Come per tutto il movimento operaio europeo e italiano, la nascita della Camera del lavoro alessandrina, avvenuta il 20 gennaio 1901 nel corso di un’affollatissima assemblea nei locali del Foro Boario, in piazza San Martino (oggi piazza Carducci), è inscindibilmente connessa al processo di industrializzazione. Nel 1901, infatti, il Piemonte era la seconda regione in Italia, dopo la Lombardia, per numero di occupati nell’industria e di impianti di energia, sebbene l’industrializzazione fosse ancora nella sua fase di “accumulazione di elementi preparatori di sviluppo” – secondo la definizione di Valerio Castronovo[1] –, con lacune e ritardi che sarebbero stati colmati soltanto nel corso del decennio successivo.

In particolare, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nella provincia alessandrina si era costituito un distretto industriale lungo l’asse Alessandria – Novi – Serravalle (imperniato su aziende tessili, soprattutto cotonifici e il cappellificio Borsalino, aziende metalmeccaniche, argenterie, tipografie e calzaturifici), nettamente distinto dalle zone agricolo-manifatturiere, come il Monferrato; ma, nel complesso, il nostro territorio restava contraddistinto da un’economia prevalentemente agricola, come mostrano i dati afferenti alla manodopera impiegata nell’industria ancora nel 1903: 26 addetti ogni 1.000 abitanti, contro i ben 76 di Novara. Nelle campagne della provincia, peraltro, non era presente la grande impresa capitalistica peculiare del Vercellese e del Torinese; ed era di contro in larga misura prevalente la piccola proprietà terriera, spesso contraddistinta da un’esistenza miserrima, similissima a quella del proletariato rurale, a propria volta legato a contratti annuali (a differenza di altre zone del Piemonte, nell’Alessandrino anche i contratti di mezzadria spesso erano annuali) e le cui condizioni di vita erano al limite della sussistenza. S’aggiunga che nella parte meridionale della provincia perduravano sacche di analfabetismo, inadeguatezza dei servizi e difficoltà di comunicazioni.

In questo contesto economico, i primi circoli socialisti della provincia sorsero nei mandamenti – come erano definiti allora i collegi elettorali – rurali, soprattutto grazie all’opera di proselitismo avviata da avvocati e medici condotti, i professionisti maggiormente a contatto con le masse rurali e più consapevoli delle diseguaglianze sociali che le contraddistinguevano. Da quel primo socialismo agricolo, come ricorda Sergio Soave[2], giunsero i militanti e i dirigenti che avrebbero animato negli anni immediatamente successivi il primo sindacalismo alessandrino e più in generale del Nord Italia: Paolo Sacco, Antonio Piccarolo, Annibale Vigna, oltre a Ratti, Negro, Capitolo, Veggi, Ponzone, Alberio, Cravera, Morosetti, Gambarana e Balzamo.

Ma, per comprendere le ragioni che condussero alla costituzione del movimento sindacale, in Alessandria come nel resto del nostro Paese, occorre sottolineare che lo sviluppo crescente dell’industria fu il vero impulso che generò una trasformazione radicale dei rapporti di produzione e dell’organizzazione del lavoro e innestò conflittualità inedite, che, come rammenta il Barbadoro[3], non trovavano risposte sufficienti e adeguate nel mutualismo paternalistico dei moderati democratici e nel solidarismo mazziniano. Le nuove rivendicazioni operaie, infatti, andavano traslando dall’ambito meramente economicistico e di tutela delle masse lavoratrici femminili e infantili all’istanza di definizione delle mansioni e dei regolamenti di fabbrica e di riconoscimento delle rappresentanze operaie. Andava, in altri termini, configurandosi una lotta per i diritti economici, ma anche sociali e politici, che superava le contrattazioni relative alla distribuzione del reddito nelle singole aziende, per occuparsi della formazione di quel reddito e, di conseguenza, dei meccanismi di accumulazione del capitale e di formazione del profitto. Molte Società Operaie di Mutuo Soccorso si trasformarono in tal modo in “leghe di resistenza e di mestiere”.

Tale transizione avvenne in Alessandria nell’ultimissimo scorcio dell’Ottocento, giacché non soltanto, come ricorda Castronovo, la città non fu coinvolta in modo significativo dagli scioperi del 1885-1887, nonostante fosse divenuta nel 1887 la sede del Partito Operaio italiano, ma, come afferma Roberto Botta, ancora nel 1897 presumibilmente non vi erano leghe di resistenza, mentre nel 1899 se ne poteva contare appena una decina, un numero esiguo, aggiungiamo noi, se si considera che queste forme di organizzazione sindacale, peculiari di una industrializzazione ancora per molti aspetti arretrata, coinvolgevano numeri ridotti di operai altamente qualificati, con competenze dai forti tratti artigianali ed erano, di conseguenza, notevolmente diversificate e frammentate, a tal punto che, in una singola unità produttiva, vi erano molteplici leghe, ciascuna delle quali era costituita dagli addetti che svolgevano una specifica mansione e non da tutti i lavoratori della fabbrica e men che meno del settore produttivo di cui la fabbrica faceva parte.

Ciò induceva sostanzialmente tre conseguenze: anzitutto, una forte istanza di controllo del mercato del lavoro, che fosse tutelante per gli operai specializzati già occupati; in secondo luogo, la difficoltà estrema nella strutturazione di piattaforme rivendicative unitarie sostenute da lotte collettive di ampie dimensioni; e, infine, una frattura della classe proletaria tra i molti esclusi e i pochi tutelati, con il conseguente emergere in questi ultimi di spinte fortemente corporativistiche, di cui a lungo si lamentarono non casualmente i dirigenti camerali alessandrini sulle pagine del giornale socialista locale, “L’Idea Nuova” e che furono risolte, in larga misura sebbene non completamente, soltanto quando, a patire dal 1906-1907, l’organizzazione del lavoro si modernizzò, entrarono in fabbrica più numerosi operai non qualificati e furono possibili contratti collettivi di lavoro (tra i primi tre in Italia, quello della “Borsalino”, nel 1907).

In ogni caso, la necessità di coordinamento delle lotte operaie, dopo mesi di trattative, indusse le ormai ventitré principali leghe di resistenza presenti in città a costituire la struttura della Camera del Lavoro, che ebbe dapprima un locale presso la Società dei cappellai, in via Guasco e, nel settembre del 1901, una sede in via Santa Maria di Castello, nell’edificio oggi occupato dalla scuola media “Cavour”.

Come le altre strutture sindacali dello stesso genere, la Camera del Lavoro alessandrina si diede uno Statuto e si organizzò con un segretario camerale – l’unico funzionario stipendiato -; una Commissione Esecutiva, formata da 11 membri in rappresentanza delle principali leghe (nel 1912, quando la CdL divenne provinciale, i membri furono ridotti a 9, in rappresentanza delle diverse zone della provincia), che si riuniva settimanalmente e svolgeva compiti di segreteria e di sostegno al lavoro del segretario; un Ufficio generale, preposto alla individuazione di programmi di medio termine e al controllo della loro realizzazione (e che in realtà fu raramente convocato) e un’Assemblea generale, convocata una volta all’anno, in cui i soci iscritti d’età maggiore di 18 anni votavano per approvare o respingere la “relazione morale e finanziaria”, come allora si diceva – e oggi diremmo politica e finanziaria – presentata dal segretario camerale al termine dell’anno di attività.

La gestione riformistica del primo decennio e lo sviluppo del sindacato di classe

Non è possibile qui entrare nel merito dettagliato delle vicende della Camera del Lavoro nel corso del mezzo secolo – intensissimo mezzo secolo – che separa la sua costituzione dalla ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale. Per i primi quindici anni rimandiamo ai testi di Roberto Botta e di Giordano Pompilio[4], mentre per gli anni successivi è in corso il prosieguo di questa ricerca, al momento in parte bloccata dalle norme anti-covid e dall’impossibilità di accedere alle principali fonti documentali, ricerca della quale daremo conto quando sarà possibile completarla. Ci limiteremo, dunque, ad alcuni cenni generali e all’indicazione di taluni episodi particolarmente significativi, pur nella consapevolezza della lacunosità dei dati fino a ora disponibili.

Per intanto, per quanto concerne la politica sindacale dei primi anni della Camera del lavoro alessandrina, occorre sottolineare che essa ruotò sostanzialmente intorno a due questioni: da un lato, la coniugazione di obiettivi collettivistici e di superamento dei rapporti di produzione capitalistici con – e spesso contro – le spinte economicistiche, a lungo contraddistinte da corporativismo, delle Leghe di resistenza e la tentazione di parte della dirigenza socialista di relegare al sindacato compiti meramente gestionali della forza-lavoro e delle sue rivendicazioni immediate e di breve periodo; dall’altro, a differenza di quanto accadde in altre zone del Paese, la conciliazione tra gli obiettivi di tutela dei salariati agricoli e di collettivizzazione delle terre e le richieste della parte di proletariato rurale costituita da mezzadri e piccoli proprietari terrieri, anch’essi in ultima istanza sfruttati dalla grande proprietà capitalistica.

In secondo luogo, per quanto riguarda la collocazione politica generale della Camera del lavoro, possiamo affermare che i primi vent’anni dell’attività camerale furono contraddistinti – come ovunque in Italia – dal nesso profondo, diremmo genetico, di coincidenza quasi compiuta tra movimento sindacale e movimento socialista, una coincidenza testimoniata da numerosi elementi. Anzitutto, l’intercambiabilità costante della dirigenza tra organizzazione politica e organizzazione economica, come allora si diceva, vale a dire tra partito e sindacato: i dirigenti di partito spesso diventavano anche dirigenti camerali e, di converso, numerosi dirigenti camerali furono chiamati a ricoprire cariche elettive per il PSI nel Consiglio comunale di Alessandria, nel Consiglio provinciale e alla Camera dei deputati (pensiamo, ad esempio, a Paolo Sacco, sindaco di Alessandria, ma anche segretario camerale tra il 1904 e il 1905; a Gino Galliadi, segretario camerale tra il 1911 e il 1915 e anche consigliere provinciale; a Paolo Demichelis, segretario della camera del lavoro tra il 1915 e la primavera del 1916 e nuovamente all’inizio del 1919 e poi eletto alla Camera dei deputati e così via). In secondo luogo, l’utilizzo delle pagine de “L’Idea nuova”, come organo non soltanto della sezione alessandrina del PSI, ma anche dell’organismo camerale. Infine, le lunghe riflessione e discussioni che occuparono per almeno un decennio i socialisti alessandrini – e non soltanto loro – intorno alla definizione dei compiti spettanti rispettivamente al partito e al sindacato e che riemergono nei documenti dell’epoca, ma anche nelle sovrapposizioni dell’attività della Giunta comunale e di quella della Camera del lavoro e nella sostanziale unitarietà di azioni politiche, sia rispetto alle vertenze operaie, sia rispetto alle questioni politiche che impegnarono il PSI tra il 1900 e l’avvento della dittatura fascista.

Al legame tra sindacato e Partito socialista possono essere ricondotti i tratti caratteristici fondamentali della storia camerale tra 1901 e il biennio rosso, a partire dalla dialettica tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari, o massimalisti, che dal partito si trasferì anche in ambito sindacale e che, secondo Vittorio Foa, corrispondeva comunque a contraddizioni interne al movimento operaio tra la parte tutelata dal riformismo e la parte esclusa da tali tutele e dalla protezione giolittiana, cosicché, a suo giudizio, il sindacalismo rivoluzionario fu non soltanto una mera riproposizione di tensioni interne al Partito socialista, bensì “un fenomeno ricorrente, alternativo al ricorrente riformismo, un’espressione dei tentativi operai di unificare quello che il capitale divide e di restituire alle lotte sociali una prospettiva rivoluzionaria”[5].

Quanto alla Camera del lavoro di Alessandria, resta il fatto che il contrasto tra riformisti e rivoluzionari può probabilmente spiegare alcune circostanze inerenti all’avvicendamento dei segretari camerali alessandrini, dalle dimissioni, ad appena un anno dall’inizio della sua attività, di Annibale Reposi nel 1902, alla vicenda-scandalo di Mario Mombello nel 1903 (Mombello, un operaio ebanista biellese, amico e collaboratore di quel Rinaldo Rigola che nel 1906 sarebbe diventato il primo segretario nazionale della Confederazione Generale del lavoro, era stato amministratore del giornale socialista “Il Corriere biellese” e, dopo le dimissioni di Reposi, era stato assunto come segretario camerale di Alessandria; nel dicembre del 1903, fu accusato di aver commesso irregolarità nella gestione finanziaria della Camera del lavoro e di essere fuggito a Londra; fu, quindi, espulso dal PSI alessandrino, sebbene, come rileva il Botta, non vi siano elementi che attestino la veridicità delle accuse che gli furono rivolte), alle dimissioni di Giovan Battista Casorati, nel 1911.

In ogni caso, la Camera del lavoro di Alessandria fu a lungo gestita da una maggioranza riformista, come mostrano molte iniziative sindacali e politiche che furono assunte nel corso degli anni e che rivelano il riferimento gradualistico dei dirigenti camerali e, al contempo, il fatto che anche in questa città, come afferma Vittorio Foa, “i riformisti furono per molti anni la parte più viva del movimento operaio italiano, perché seppero costruire, col quotidiano lavoro minuto, un solido tessuto politico”[6]. Tra le innumerevoli attività camerali, ricordiamo, infatti, l’attenzione costante verso il cooperativismo e gli sforzi per incentivarlo, l’importanza riconosciuta alle masse dei salariati rurali e ai piccoli proprietari terrieri, considerati come parte integrante del proletariato agricolo (sia pure da posizioni differenti, Annibale Vigna e Antonio Piccarolo furono tra gli animatori del Congresso di costituzione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra – la Federterra – nel 1901; e nel 1912 furono i protagonisti della fondazione della Associazione Piccoli proprietari terrieri, che avrebbe dovuto diventare una struttura sindacale nazionale e che, invece, sotto la spinta della CGdL aderì alla Federterra), la vocazione pedagogica nei confronti della classe operaia, ritenuta ancora immatura e con tratti spontaneistici che avrebbero dovuto essere emendati. In questa prospettiva, Reposi iniziò la predisposizione nei locali camerali di una sala di lettura e di una biblioteca, che con la segreteria Mombello divenne di quattrocento volumi; inoltre, nel corso dei due primi decenni, la CdL predispose una scuola serale di alfabetizzazione per gli operai e numerosi cicli di conferenze e si impegnò per la riapertura di corsi scolastici serali gestiti dal Comune; e, nel 1919, quando il sindaco socialista Ernesto Pistoia acquistò il teatro “Finzi”, poi “Verdi”, sito in piazza Vittorio Veneto, per trasformarlo in Casa e Teatro del popolo, la Cdl partecipò attivamente e vi organizzò, fino all’agosto del 1922, conferenze, dibattiti, comizi, spettacoli teatrali, operette, opere liriche e concerti di vaglia, tra i quali nel novembre 1921 un concerto diretto da Arturo Toscanini, che vide accorrere nella struttura operaia tutta la borghesia cittadina. Un altro tratto fondamentale dell’attività pedagogica del sindacato e della sezione socialista alessandrina fu l’impegno costante e certamente faticosissimo di propaganda, che si tradusse in una serie di continui comizi in città e nelle campagne circostanti, come rammenta Basile in un suo testo del 1964; ma anche la partecipazione a comizi, convegni e assemblee che spesso portavano i dirigenti alessandrini in altre città dell’Italia settentrionale e talora a Roma, a dimostrazione della fitta rete di rapporti e di collaborazioni interne al movimento operaio di quel tempo.

Pare altrettanto nodale sottolineare gli aspetti di forte solidarismo che la maturazione della coscienza di classe rese possibili in Alessandria, in vicende che videro protagonista, o co-protagonista insieme alla Giunta comunale socialista, la Camera del lavoro. Anzitutto fu costante l’organizzazione di collette per gli operai e i salariati agricoli in sciopero e per sostenere il giornale nazionale “Avanti!” e il giornale locale “L’Idea Nuova”; ed è interessante e, al contempo, commovente leggere i resoconti giornalistici di quelle collette: interessante, perché esse testimoniano l’uso politico dei luoghi di ritrovo del tempo libero (il caffè, l’osteria) e il connubio tra gastronomia e politica nel banchetto, nella scampagnata, nella piazza della sagra paesana e della festa rionale[7], dove, al termine di una bicchierata, di un comizio con banchetto sociale, di una serata di ballo, o di un pomeriggio di musica e divertimento (numerosissime erano le bande musicali e i gruppi canori proletari legati al primo movimento operaio di tutta la Pianura Padana), qualcuno raccoglieva gli spiccioli rimasti e li portava al giornale o alla struttura camerale; e commovente, perché la quota offerta, per quanto esigua, era il generoso contributo di lavoratori che certamente non vivevano negli agi e sottraevano in tal modo a loro stessi e alle loro famiglie quel magro obolo.

Un altro aspetto che mostra la capacità di solidarietà del movimento operaio alessandrino è costituito da due episodi analoghi, sebbene lontani nel tempo. Nel 1908, mentre la Camera del lavoro di Parma, guidata da sindacalisti rivoluzionari, capeggiava uno sciopero dei salariati agricoli, che durò mesi, la Camera del lavoro di Alessandria si offrì di ospitare in città i figli degli scioperanti, affinché non avessero a soffrire la fame, a causa delle condizioni di disagio prodotte dallo sciopero. Giunsero così in città novantacinque bambini, tra i sei e i dodici anni, che furono accolti da famiglie operaie alessandrine, aiutate finanziariamente dall’organismo camerale. Ugualmente, nel gennaio del 1920, quando un’inchiesta internazionale promossa da un medico britannico rivelò le terribili condizioni di vita dei bambini dei quartieri operai di Vienna – quelli che in fondo erano i figli del nemico appena vinto nei campi di battaglia della Grande guerra -, la Camera del lavoro partecipò con varie collette all’iniziativa del Comune di Alessandria, che accolse e mantenne per mesi in una colonia di Finalmarina[8] centoquattro bambini, figli di proletari viennesi.

Infine – e soprattutto -, occorre sottolineare che anche in Alessandria il solidarismo di classe non si fermò ad azioni di tipo mutualistico e assistenziale, ma assunse in modo crescente una connotazione politica (all’interno di un lento, faticoso, ma inarrestabile cammino emancipatorio dal mero economicismo corporativo a una visione generale politica della società e dell’economia, cammino che oggi pare essersi completamente invertito), a partire dallo sciopero generale, di carattere eminentemente politico appunto, del settembre 1904, indetto dapprima dalla Camera del Lavoro di Milano, ben presto seguita da circoli socialisti e da altre strutture sindacali, per gli eccidi dei minatori di Buggerru, in Sardegna e dei salariati agricoli di Castelluzzo, in Sicilia. Ad Alessandria, lo sciopero fu deciso la sera del 17 settembre, il giorno successivo si tenne un comizio[9] e i manifestanti rientrarono poi al lavoro il 19 sera. Molti ferrovieri, in particolare quelli addetti alle officine e al rialzo, aderirono spontaneamente all’astensione dal lavoro, poi confermata la sera del 18 dalla Federazione dei sindacati ferroviari, che determinò l’adesione alla protesta da parte della quasi totalità degli addetti del deposito e della stazione di Alessandria (tranne una decina tra macchinisti e fuochisti e appena sei deviatori)[10], in quella che l’ “Avanti!” definì “la splendida manifestazione di solidarietà data collo sciopero generale dei ferrovieri”[11].

Dalla guerra di Libia alla Grande guerra: la Camera del Lavoro tra bellicismo e neutralismo

Nel 1911 anche la Camera del Lavoro di Alessandria, come tutto il movimento socialista italiano, vide profilarsi un nuovo contrasto, tra la maggioranza contraria alla guerra di Libia e una minoranza, sia pur esigua, schierata sulle posizioni espresse da Giovanni Pascoli nel celebre articolo “La grande Proletaria si è mossa”. Il 27 settembre di quell’anno la Camera del lavoro promosse lo sciopero generale indetto dalla CGdL contro la “guerra tripolina”, com’era chiamata. La risposta della città fu, secondo il corrispondente alessandrino dell’ “Avanti!”, “molto soddisfacente. Tutte le fabbriche e gli stabilimenti restarono inoperosi. Nel pomeriggio ebbe luogo l’annunciato comizio, ove parlò l’avvocato Ambrogio Belloni. Seguì l’on. Zerboglio, deputato del collegio, che spiegò con esaurienti parole perché era contrario allo sciopero, pur condividendo le idee generali. Venne all’unanimità votato un ordine del giorno di protesta”[12]. Quel primo allontanamento avrebbe lentamente condotto nei tre anni successivi a un vero e proprio strappo interno al socialismo alessandrino, allorché, nell’estate del 1914, gli eventi precipitarono verso l’inizio della Grande guerra, in un clima nel quale tutti i leader europei parlavano di pace, ma si preparavano al conflitto e andavano rapidamente riarmando i loro eserciti.

Il 7 giugno 1914 scoppiarono ad Ancona i moti insurrezionali che sarebbero poi passati alla storia con il nome di “settimana rossa”. La Camera del Lavoro anconitana, guidata da sindacalisti rivoluzionari e appoggiata dalla consistente componente anarchica presente nella geografia politica di quella città, indisse uno sciopero di protesta contro il bellicismo. La repressione delle forze dell’ordine fu durissima e lascò sul terreno tre morti e numerosi feriti, tutti giovanissimi, tra i 17 e i 24 anni. La notizia di quell’ “efferato assassinio di Stato”, come lo definì l’ “Avanti!”, si sparse rapidamente in Italia e determinò una protesta spontanea delle masse, contraddistinta da caratteri fortemente insurrezionali: in numerose città furono erette barricate nelle strade, furono attaccate le prefetture, devastati e saccheggiati i negozi e le strade furono occupate da cortei di protesta che inneggiavano al socialismo e alla rivoluzione. Dopo due giorni di incertezza, la CGdL proclamò uno sciopero generale, che coinvolse tutto il Paese e vide ulteriori vittime della repressione poliziesca. A Valenza, appena ricevuta la notizia dello sciopero, gli operai non si recarono al lavoro e chi era già in fabbrica lo interruppe immediatamente. Sul balcone del municipio fu abbrunata la bandiera italiana e nella sezione socialista le bandiere rosse furono esposte a mezz’asta. A Tortona, moltissimi lavoratori, soprattutto donne, parteciparono a un corteo di protesta, che percorse le vie cittadine intonando canti rivoluzionari. A Novi Ligure, l’adesione allo sciopero fu largamente maggioritaria e si tennero, senza incidenti, tre comizi al Politeama “Marenco”, nei quali parlarono Robotti, Milani, il macchinista ferroviere Coscia e l’anarchico Gavilli. Ma fu ad Alessandria che l’adesione allo sciopero fu totale e bloccò completamente la città; vi aderirono anche i ferrovieri e i tranvieri e gli scioperanti alla sera fecero sospendere le rappresentazioni teatrali e cinematografiche. La Camera del lavoro approvò numerosi ordini del giorno di protesta e, nel pomeriggio, si tenne un comizio cui partecipò una folla enorme e in cui parlarono il segretario camerale Gino Galliadi[13], Ernesto Pistoia (che sarebbe da lì a poco divenuto sindaco di Alessandria) e Giulio Pugliese. Un corteo di quattromila manifestanti sfilò per le vie del centro città, reclamando ad alta voce la chiusura dei negozi, un corteo, a differenza di quelli di altre città, pacifico e privo di incidenti, che fu comunque fatto oggetto di percosse da parte della forza pubblica e al termine del quale furono arrestati circa quaranta partecipanti, tra cui il segretario della Camera del lavoro[14]. Nella notte vennero tratti in arresto dodici ferrovieri, rilasciati comunque alcune ore dopo.

È tuttavia emblematico del clima politico e culturale di quel tempo e delle tensioni interne al socialismo italiano il fatto che due degli oratori di quel comizio – Galliadi e Pugliese – nell’arco di pochi mesi avrebbero mutato posizione rispetto alla guerra. Quando, infatti, l’allora direttore dell’ “Avanti!”, Benito Mussolini, si espresse per il rifiuto del neutralismo assoluto di Turati e propugnò quella che definiva “una neutralità attiva e operante”, che di fatto costituiva la disponibilità ad appoggiare l’entrata in guerra dell’Italia, Gino Galliadi si schierò con lui e gli inviò un telegramma di adesione e sostegno. Allorché Mussolini, espulso dal PSI, diede vita al nuovo giornale “Il Popolo d’Italia” e pubblicò nel primo numero l’elenco di coloro che gli avevano manifestato solidarietà e avevano aderito alle sue tesi[15], Galliadi fu costretto a smentire sull’”Avanti!” quell’adesione, chiarendo che era stata inviata prima che si sapesse dell’uscita della nuova pubblicazione, ma ribadendo al contempo il rifiuto della neutralità assoluta[16]. Galliadi non aderì al “Fascio autonomo di azione rivoluzionaria”, costituito nel dicembre 1914 da Bossi e poi dedicato a Cesare Battisti, ma il 6 febbraio 1915 fu, con Porrati, Panseri, Pugliese e Bossi, tra gli estensori e firmatari di un ordine del giorno, in cui si affermava:

il principio della nazionalità non de[ve] essere rinnegato: […] il suo trionfo deve coincidere con quello della libertà e segnare una tappa verso l’internazionalismo, e sia quindi dovere del proletariato fare sì che dall’attuale conflitto esca una soluzione del problema delle nazioni nel senso dell’indipendenza dei popoli ora soggetti al dominio straniero; convinti che la vittoria del blocco austro- tedesco rappresenterebbe un pericolo per la libertà dell’Europa e instaurerebbe un regime ostacolante l’ascensione delle classi lavoratrici, ritengono sia opera socialista non opporsi a che l’Italia possa ottenere migliori condizioni di vita e di sviluppo e ritengono doverosa la difesa dell’integrità territoriale e libertà di respiro della nazione[17]

Quando, assolvendo l’impegno assunto con il Patto segreto di Londra, l’Italia cominciò a richiamare alle armi i giovani, anche in provincia di Alessandria si manifestarono momenti di protesta spontanea, come nel capoluogo, dove il 13 maggio alcuni ragazzi, presto raggiunti da numerosi cittadini e da molti richiamati, diedero vita a un corteo, con cartelli contro la guerra, che sfilò nel centro città cantando l’ “Inno dei lavoratori” e venne alle mani in corso Roma con un gruppo di ufficiali che irridevano i manifestanti davanti al caffè “Italia”; e a Rocca Grimalda, dove il 12 maggio la folla, accorsa alla stazione per salutare i coscritti in partenza, inscenò una manifestazione contro la guerra, alla quale aderirono anche numerosi viaggiatori che scesero dal treno, per unirsi ai manifestanti. Emblematico fu, a tale proposito, quel che accadde ad Alessandria, dove la sezione locale del PSI aveva indetto una dimostrazione pubblica contro la guerra per la sera del 19 maggio in piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà). Ma, recatisi dal Prefetto per ottenere il permesso di legge, si sentirono rispondere che, in caso di minimo disordine, costui avrebbe passato il potere nelle mani dell’autorità militare, cosicché la sezione del partito, il Circolo giovanile socialista e la Camera del Lavoro fecero rapidamente affiggere nelle strade un manifesto, che recitava:

Lavoratori! […] Oggi l’Autorità politica ci diffida che consegnerà immediatamente la pubblica sicurezza nelle mani dell’Autorità militare in occasione di qualsiasi assembramento. Nell’interesse dell’organizzazione politica ed economica e ad evitare la soppressione di ogni pubblica libertà, mentre affermiamo la nostra idea, che rimane immutata, vi invitiamo a desistere da ogni manifestazione.[18]

Nonostante ciò, verso le 21 “una moltitudine di popolo, […] tra cui vi erano pure delle donne e dei ragazzi, in tutto poco più di mille persone, si diede convegno in piazza Vittorio Emanuele”[19]. Secondo la cronaca dell’ “Avanti!”

“[…] una insolita numerosa folla composta in maggioranza di richiamati ha affollato la piazza.

Malgrado gli ordini severissimi la folla non si è potuta trattenere dal gridare qua e là imprecando contro la guerra. I più eccitati erano i richiamati che inscenarono una seria dimostrazione, tanto che le autorità furono obbligate, per evitare disordini, a far accasermare i richiamati […].

Qualche incidente, qualche arresto non mantenuto e vivissimo fermento nella popolazione che stazionò fino a tarda ora sulla piazza[20]

Nel frattempo, lo scoppio della guerra austro-serba a fine luglio del 1914, seguita nell’arco di pochi giorni dall’entrata nel conflitto di Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna, aveva inaugurato i problemi economici che si sarebbero susseguiti per tutti gli anni del conflitto mondiale e per i due anni successivi alla pace. Infatti, nei primi giorni di guerra, la chiusura dei transiti doganali europei interruppe l’afflusso delle materie prime necessarie agli stabilimenti alessandrini. Alcuni sospesero, dunque, la produzione e i due cappellifici dichiararono che sarebbero stato costretti alla chiusura dell’attività nel giro di brevissimo tempo. In Alessandria si scatenò il panico generale e tra il 4 e il 5 agosto i piccoli risparmiatori alessandrini si recarono agli sportelli delle banche, per ritirare i loro depositi. Si calcola che nel solo giorno 4 agosto siano state rimborsate 560.000 lire. Ne conseguì inevitabilmente un processo inflattivo, con l’aumento costante dei generi alimentari e soprattutto del pane, che suscitò le preoccupazioni della struttura camerale. Fu il Comune di Alessandria a intervenire costantemente, per alleviare i disagi del carovita: nel febbraio del 1915 acquistò 1200 q di farina e nell’aprile di quell’anno altri 5000 q, da rivendere a prezzo di costo ai panettieri che avessero accettato di vendere il pane a prezzo calmierato; e nel novembre successivo deliberò di produrre autonomamente pane da vendere a prezzo ridotto alla popolazione.

Come tutto il movimento sindacale italiano, durante gli anni del primo conflitto mondiale anche la Camera del Lavoro di Alessandria adottò un comportamento di collaborazione con lo sforzo bellico. Nell’autunno del 1915 i lavoratori alessandrini non parteciparono agli scioperi che contraddistinsero Torino, Biella e Novara; e rari furono gli scioperi nel 1916 e nel 1917, sebbene all’inizio di agosto del 1917 anche in Alessandria, come a Torino e in molte altre città italiane ed europee, vi fu uno sciopero generale per il caro-viveri, del quale – come accadde in tutte le altre città – furono ideatrici e protagoniste soprattutto le donne, come dimostra il fatto che il 2 di agosto furono processati per direttissima due giovani uomini e dieci donne, arrestati durante le dimostrazioni di quel periodo e condannati, sia pure con la concessione della condizionale, gli uomini a un mese di carcere e 80 lire di multa; e le donne a pene tra i venti e i cinque giorni di prigione[21]. Vi furono inoltre scioperi per la vertenza degli operai cotonieri, ma ne complesso le agitazioni furono, come si diceva, relativamente poche, anche in ragione del fatto che la Camera del Lavoro alessandrina rimase ben presto senza segretario. Infatti, nel giugno 1915 improvvisamente e senza preavvertire alcuno, Gino Galliadi andò volontario in guerra come soldato semplice in un battaglione di Artiglieria[22] e la Camera del lavoro elesse come segretario Paolo Demichelis, che, tuttavia, fu a propria volta richiamato alle armi della primavera del 1916, cosicché fino al termine del conflitto la struttura camerale fu gestita dalla Commissione Esecutiva. Dopo la smobilitazione, Paolo Demichelis tornò per alcuni mesi alla carica di segretario e fu poi sostituito da Cesare Orecchia.

Dal punto di vista squisitamente sindacale, gli anni tra il 1915 e il 1918 furono contraddistinti dal venir meno delle condizioni di controllo indiretto del sindacato sull’organizzazione del lavoro e la disciplina nella fabbrica, a causa di un’ulteriore radicale trasformazione dell’industria, con l’ampliamento del mercato del lavoro mediante una forte mobilità territoriale; e l’immissione massiccia di manodopera non specializzata e di più recente formazione, a causa del reclutamento imposto dalle istanze della produzione bellica[23]. Tali trasformazioni imposero al sindacato l’adozione di una nuova politica, al fine di estendere le garanzie e i diritti del lavoro a tutta la nuova massa di lavoratori, all’interno di e mediante l’alleanza tra le forze produttrici e una razionalità negoziale avulsa da ogni tentazione corporativistica e capace di coinvolgere lo Stato nella costruzione di estese forme di tutela sociale. Si trattò di una prospettiva politica che parve accomunare, sia pure per poco, l’AMMA (l’associazione degli imprenditori metalmeccanici, voluta da Giovanni Agnelli e nata nel maggio 1919), la FIOM di Bruno Buozzi e la CGDL di Ludovico D’Antona.

Tuttavia, al termine della Grande guerra, con il ritorno dei reduci alla vita civile, l’aumento della disoccupazione, la difficoltà di riconversione delle industrie e infine la crisi produttiva del 1921, la conflittualità sociale aumentò improvvisamente a dismisura, ponendo domande di mutamenti radicali non più situabili nel mero ambito della contrattazione sindacale; e, contestualmente, la dirigenza riformista della CGdL divenne fortemente minoritaria all’interno del Movimento operaio e dei suoi organismi politici, in larga misura affascinati dal mito della rivoluzione russa e dall’idea che fosse possibile estenderla in tempi brevi anche al resto dell’Europa e in modo particolare all’Italia. Il biennio rosso, prima e l’avvento del fascismo, dopo, interruppero dunque il percorso dei gradualisti della Confederazione del lavoro verso la partecipazione a quel nuovo assetto del sistema delle relazioni industriali che era sembrato balenare nelle intenzioni dei protagonisti sindacali e imprenditoriali tra la fine della guerra e l’inizio del fatidico 1919.

Il biennio rosso in Alessandria

Sarebbe interessante – ma impossibile in questa sede – ricostruire i modi, i passaggi e la circolazione delle idee mediante cui anche il proletariato alessandrino pervenne alla costruzione del mito della rivoluzione russa, negli anni tra il 1917 e il 1919. Sappiamo che era diffusa in città la lettura dell’ “Avanti!”, che in quegli anni pubblicò a più riprese le cronache degli avvenimenti russi scritte dapprima dall’esule Sukomlin e successivamente da Vodovosov e da Anna Balabanov, entrambi vicini alle posizioni dei bolscevichi; sappiamo che, a partire dalla metà del 1919, in Italia, come in tutto il mondo occidentale, ebbe vastissima eco il libro del giornalista statunitense John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo; sappiamo, inoltre, che le suggestioni tratte da quegli articoli e più tardi da quel libro animarono i comizi di moltissimi leader socialisti nazionali e locali e che la questione dei soviet e di una soviettizzazione dell’Italia divenne centrale nel dibattito interno al movimento socialista del nostro Paese, soprattutto per da parte dell’ala massimalista, propensa a considerare le strutture del movimento operaio italiano – cooperative, camere del lavoro, commissioni interne delle fabbriche – come la forma italiana del soviet[24]. Ma non sappiamo per quali ragioni la figura di Lenin divenne improvvisamente nota alle masse proletarie, fino a costituirne un riferimento nodale, che giganteggiava rispetto a tutti gli altri rivoluzionari russi. Quel che possiamo ricostruire, rispetto ad Alessandria, è il fatto che, a partire circa dall’inizio del 1918, negli elenchi che quotidianamente l’ “Avanti!” pubblicava delle sottoscrizioni giunte da tutta Italia cominciarono a comparire nomi di Alessandrini accompagnati da dizioni come “in nome della rivoluzione russa”, o “per la Russia”, o appellativi come “un leninista”, o “un abbonato leninista”. Purtroppo, la micragnosa censura applicata ai giornali nel corso dell’ultimo anno di guerra non ci consente di ricostruire se anche in Alessandria vi fu e in che misura l’adesione al boicottaggio del luglio 1918, indetto per impedire che l’Italia partecipasse a una spedizione delle forze dell’Intesa contro la Russia rivoluzionaria.

In ogni caso, anche in Alessandria le condizioni socio-economiche drammatiche generate dal conflitto (la frattura irreversibile della società civile provocata dal sacrificio delle masse proletarie nelle trincee, la disoccupazione dilagante all’indomani della smobilitazione insieme all’espulsione dal lavoro della manodopera femminile che aveva sostituito gli uomini in guerra, il caro-viveri insostenibile per le famiglie operaie e contadine, i problemi innestati dalla riconversione della produzione) e le nuove contraddizioni in ambito politico che, dall’inizio del Novecento, animavano il panorama ideologico italiano e che furono radicalizzate dalla guerra (il fallimento dell’Internazionale socialista, le pulsioni vitalistiche e volontaristiche insofferenti nei confronti del positivismo e dell’evoluzionismo cui il socialismo aveva fatto a lungo riferimento e, last but not least, il mito della rivoluzione leninista) provocarono un aumento esponenziale della conflittualità, con una mobilitazione spontanea delle masse deluse ed esasperate; e, nel contempo, una progressiva sfiducia nel gradualismo di quel socialismo sindacale e municipale che a lungo aveva guidato la Camera del lavoro e il movimento operaio alessandrini. Iniziava anche in questa città il “biennio rosso”, con caratteristiche insurrezionali analoghe a quelle di altre città italiane.

Nel periodo del biennio rosso, dunque, anche Alessandria assistette a una serie nutritissima di scioperi e proteste, che coinvolsero tutte le categorie di lavoratori, a partire dallo sciopero dei tipografi nel gennaio 1919, indetto a Biella e ad Alessandria, seguito a marzo dallo sciopero dei maestri, allora dipendenti comunali e dei tranvieri e ad aprile e maggio dalle agitazioni dei metalmeccanici, dei falegnami, dei ferrovieri, degli operai degli opifici serici, degli addetti alle fornaci, degli operai dei cementifici, dei lavoranti panettieri, degli edili. A giugno entrarono in sciopero i lavoratori dei calzaturifici, i camerieri e i cuochi, le sarte e i sarti, i dipendenti comunali, i fattorini dei telegrafi, i cantonieri e nuovamente i maestri; e il 13 giugno il sovrapporsi di varie agitazioni bloccò quasi completamente l’attività lavorativa in Alessandria e nella vicina Genova e si configurò quasi come uno sciopero generale[25].

Il 5 luglio anche Alessandria, come le altre città italiane, partecipò allo sciopero e alle proteste per il caro-viveri. In città la scintilla che diede avvio alla protesta fu l’incauto comportamento di una contadina che, nel mercato annonario di via Cavallotti (oggi via San Lorenzo), piuttosto che accettare di vendere le uova al prezzo del giorno precedente, buttò a terra il cesto che le conteneva e le calpestò. I compratori esasperati devastarono il mercato, che fu chiuso dall’autorità pubblica. Nel pomeriggio migliaia di persone accorsero in piazza Vittorio Emanuele, dinanzi al Municipio, per ascoltare il comizio tenuto dal sindaco Ernesto Pistoia, dal direttore delle scuole comunali Carlo Zanzi, dall’avvocato Ambrogio Belloni e dal giovane Cesare Orecchia; si formò poi un corteo, che, cantando inni proletari, sfilò lungo via Umberto I (oggi via dei Martiri) verso le vie del commercio alessandrine e che diede l’assalto ai negozi di tessuti, di calzature e di alimentari e ai magazzini militari. Ingenti quantità di merci furono requisite e portate alla Camera del lavoro, mentre i negozianti più prudenti affiggevano alle serrande cartelli in cui si affermava che le merci e le chiavi delle loro botteghe erano a disposizione dei dirigenti camerali[26]. In un suo saggio dedicato al biennio rosso in Alessandria, Franco Livorsi afferma che la merce requisita fu immagazzinata nei locali della scuola elementare “De Amicis”. L’intervento di reparti di cavalleria e di drappelli di soldati schierati a difesa dei negozi spegneva infine le dimostrazioni. Il giorno successivo una riunione in Prefettura poneva le basi di un accordo tra Camera del lavoro ed esercenti, per l’ottenimento di prezzi calmierati, con un ribasso pari al 40%, a fronte del quale fu restituita la merce requisita, o, come sostenne “La Stampa”, ciò che ne restava. È peraltro interessante notare che il Comitato di agitazione che guidò la rivolta aveva costituito una guardia rossa incaricata di eseguire le requisizioni; tale formazione fu soppressa due giorni dopo i fatti e sette dei suoi componenti furono arrestati[27]. Uno di essi, l’operaio metalmeccanico Angelo Giovanni Bogino, fu condannato a quattro mesi di reclusione.

Fino alla fine dell’anno, proseguirono numerosissimi gli scioperi, legati ad agitazioni regionali, o a vertenze locali. Quando il 2 dicembre a Roma e a Milano le forze dell’ordine spararono sulla folla dei manifestanti scesi in piazza per lo sciopero generale indetto dalla CGdL e ne uccisero alcuni (uno a Roma, quattro a Milano), ferendo anche donne, bambini e vecchi, la Commissione Esecutiva della Camera del lavoro di Alessandria – il cui segretario Paolo Demichelis era stato eletto in Parlamento e non ancora sostituito – proclamò lo sciopero generale per il 3 dicembre e organizzò un comizio al pomeriggio nella Casa e Teatro del popolo, anticipando di un giorno la decisione della Confederazione nazionale[28]. Il 4 dicembre, alle 10 di mattina, si tenne un affollatissimo comizio al Teatro del popolo, nel quale parlarono Cesare Orecchia, Giuseppina Fracchia Belloni e Reda per i socialisti e Duilio Remondino. Nel pomeriggio gli operai rientrarono al lavoro, ma, fatto emblematico del clima pre-insurrezionale, nella notte scoppiò in via Ghilini, davanti ai locali della Questura, un ordigno, sia pure di scarsa potenza[29].

Il 1920 iniziò con il grande sciopero dei ferrovieri, che provocò la quasi completa paralisi del traffico su rotaia, cui le Ferrovie cercarono di porre rimedio a Torino richiamando in servizio i pensionati e in provincia di Alessandria impiegando soldati e ufficiali di Marina e del Genio. Nelle settimane successive vi furono scioperi che coinvolsero in Alessandria i lavoranti panettieri e mugnai, gli operai calzaturieri (in astensione dal lavoro in tutto il Piemonte), i lavoratori del legno, i chimici, i salariati agricoli, i guardafili telegrafici (lo sciopero fu seguito dalla nascita in Piemonte e in Alessandria del sindacato dei postelegrafonici), gli insegnanti di scuola media (una parte dei quali si iscrisse alla Camera del Lavoro), i sarti, i maestri elementari, i tipografi. Furono proteste legate a condizioni specifiche di lavoro sia locali, sia regionali, o nazionali e organizzati dalle centrali sindacali, ma alcuni ebbero elementi di spontaneismo dei lavoratori, soprattutto per quanto riguarda gli scioperi di solidarietà con altri scioperanti. Non sempre, infatti, tali agitazioni furono organizzate di concerto tra dirigenza camerale e lavoratori, a dimostrazione di una progressiva diminuzione di centralità della struttura sindacale e di consenso nei confronti dei suoi dirigenti; a tale proposito, rammentando che nel febbraio 1920 Ercole Ferraris lamentava una sostanziale frattura tra operai e sindacato, a causa del dirigismo di quest’ultimo, Franco Livorsi sottolinea la gravità della condizione del Movimento socialista, contraddistinto ormai dall’isolamento della classe operaia dagli altri ceti sociali e dagli altri gruppi politici della sinistra, nonché dall’assenza di una guida, non soltanto capace, o autorevole, ma, com’egli dice, effettivamente grande[30].

Nell’aprile del 1920, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale – che durò dieci giorni – di solidarietà con i metallurgici torinesi, che bloccò i lavori agricoli nelle campagne, i centri zona della provincia, l’intero capoluogo e la sua stazione ferroviaria, per l’adesione della maggioranza dei ferrovieri. Vi furono comizi di Ambrogio Belloni, di Ernesto Pistoia, del sindaco socialista di Alessandria, Ernesto Torre e, in rappresentanza delle leghe operaie, di Ercole Ferraris. Ma a giugno fu frutto di una decisione spontanea dei ferrovieri della stazione di Alessandria il blocco di due treni diretti a Torino, che trasportavano decine di carabinieri, che si temeva inviati nel capoluogo regionale per reprimere le proteste dei ferrovieri torinesi.

A inizio settembre, quando gli industriali metallurgici di Torino deliberarono la serrata – ben presto imitati dagli altri industriali piemontesi – e gli operai occuparono gli stabilimenti, anche in Alessandria vi fu, nella notte del 2 settembre, l’occupazione delle fabbriche metallurgiche Thedy, Menini, Maino, Savio e Mino, mentre le manifatture Negro, Calvi e Marchese furono occupate nel pomeriggio. Una commissione, formata dal pro-sindaco Torre e dai dirigenti camerali Ferraris (il vero animatore dell’occupazione delle fabbriche, come nota Franco Livorsi[31]), Cocito e Vacca si recò in Prefettura, per esporre la nuova situazione della massa operaia in città; e la Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro convocò le leghe operaie che votarono un ordine del giorno proposto da Egidio Cocito di appoggio all’azione dei metallurgici[32]. La produzione nelle fabbriche occupate – sulle quali ci si preoccupò di innalzare bandiere rosse con falce e martello – non fu interrotta; addirittura nell’officina Mino gli operai si organizzarono in turni, per garantire la prosecuzione del lavoro anche in orario notturno; e lì, testimonianza emblematica del clima rivoluzionario del momento, Umberto Recalcati tenne un comizio, per incitare i lavoratori “alla disciplina e al sacrificio per la vittoria”[33]. Mentre l’ “Avanti!” titolava “L’ora decisiva è forse imminente. Proletari d’Italia: organizzatevi, disciplinatevi, armatevi”[34] e in Alessandria veicoli addobbati di bandiere rosse portavano per le vie del centro manifestanti che proclamavano la rivoluzione, una commissione formata da Zanzi, Orecchia (divenuto nel frattempo segretario camerale), Ferraris, Cocito e Vacca visitò gli stabilimenti alessandrini occupati, prendendo atto della capacità operaia di auto-organizzazione; e la Camera del Lavoro si occupò di rifornire le fabbriche che ne avevano necessità dell’ossigeno indispensabile per le saldature, ritirandolo presso gli stabilimenti che lo producevano[35]. Nei giorni successivi, in virtù di un prestito dato da alcuni socialisti e da alcuni istituti del movimento socialista, i dirigenti camerali poterono distribuire un sussidio agli operai metallurgici che da due settimane occupavano i loro stabilimenti; e la Giunta comunale socialista deliberò di fornire buoni pasto quotidiani da 5 lire ciascuno alle famiglie proletarie coinvolte nella protesta.

L’11 settembre furono occupati i calzaturifici Scarsella, Vitale, Falotti, Torre, Bima, Caretta, Taverna, Gatti & Rossi, per timore che i proprietari spostassero altrove i materiali necessari alla lavorazione e per solidarietà con i metallurgici, secondo le deliberazioni dei calzaturieri in ambito regionale; due giorni dopo fu occupata l’argenteria Cesa; e il 27 settembre nuclei di salariati e di piccoli proprietari terrieri occuparono alcuni terreni di proprietà del marchese Baldi di Piovera e terre della cascina di proprietà dei fratelli Novelli a Castelceriolo, per lavorarli in cooperativa. Nello stesso giorno, seguendo le disposizioni della FIOM, gli operai metallurgici misero fine all’occupazione delle fabbriche, seguiti poi dai calzaturieri e dagli argentieri. Un referendum tra i lavoratori accettò il concordato stretto dalla FIOM con gli industriali metalmeccanici in quei convulsi giorni. Poco dopo cessò l’occupazione degli altri stabilimenti. Il sogno di una rivoluzione proletaria dei soviet, come quella russa del 1917, iniziò a spegnersi.

Paolo Spriano, da una prospettiva tutta interna al movimento comunista, scrisse che alla fine di settembre del 1920

“[…] vengono al pettine i nodi dell’insufficienza e dell’ambiguità del socialismo nel <<biennio rosso>>. La preparazione rivoluzionaria non esiste. Militarmente, non c’è neppure un embrione di organizzazione centrale. Gli operai, e forse soltanto a Torino e Genova, sono in grado di difendere con le armi improvvisate o raccolte le officine presidiate, non di muovere all’offensiva. Nessuna parola d’ordine intermedia è lanciata, nessuna tappa di avanzata è prevista. Il tema del controllo della produzione, attraverso i Consigli operai, non è raccolto se non dagli ordinovisti. Ché viceversa, su scala nazionale, l’obiettivo del controllo, concepito come controllo sindacale-corporativo, viene assunto dai riformisti, d’accordo con Giolitti, come la via d’uscita dall’agitazione, come il terreno di compromesso, in uno con l’accoglimento parziale delle rivendicazioni salariali[36]

In realtà, si andavano maturando una radicale inversione degli eventi e una sconfitta altrettanto radicale del Movimento operaio italiano, intravista allora soltanto da Gramsci e da Mussolini[37], l’uno consapevole del fatto che la mancata rivoluzione avrebbe a quel punto scatenato una reazione feroce della borghesia, l’altro cosciente della sostanziale incapacità da parte del movimento socialista di procedere al di là dei meri pronunciamenti e degli slogan. Una sconfitta, dicevamo, che cominciò a lumeggiare possibili fratture interne al PSI, sia in ambito nazionale, sia per quanto concerne il movimento operaio e socialista alessandrino.

Nel novembre 1920, l’ “Avanti!” pubblicò i nomi degli aderenti alla frazione dei “comunisti unitari” serratiani, vale a dire i socialisti che intendevano aderire alla Internazionale comunista, senza una rottura con i riformisti di Turati, Treves e Modigliani: tra di essi, per quanto concerne Alessandria, vi erano Umberto Recalcati, l’ex segretario camerale Paolo Demichelis – entrambi divenuti nel frattempo deputati – e il segretario camerale in carica Cesare Orecchia, che in quello stesso mese fu eletto consigliere provinciale (come già era accaduto prima di lui ad altri segretari della Camera del Lavoro alessandrina), uno dei trentaquattro esponenti della maggioranza socialista, per la prima volta a capo della Provincia alessandrina dall’epoca dell’istituzione dell’ente, nel 1859.

La cronaca dell’insediamento di quel Consiglio provinciale restituisce perfettamente la temperie ancora ottimistica e, come sappiamo oggi, nutrita di irrazionali e malriposte illusioni, che si viveva all’interno del Movimento operaio alla fine del 1920. Sul balcone del Palazzo della Provincia fin dal primo mattino di quel 15 novembre 1920 sventolava una bandiera rossa con falce e martello. A inizio seduta, con l’astensione dei consiglieri di minoranza, si procedette alla elezione del presidente del Consiglio provinciale nella persona dell’ex sindaco socialista di Alessandria, Ernesto Pistoia e del vicepresidente, Ambrogio Belloni. Nel suo discorso inaugurale, Pistoia rammentò la giustezza della lotta di classe e il progetto del Partito socialista di “conquista del Parlamento, delle Province, dei Comuni e di tutti gli altri organismi nei quali deve addestrarsi il proletariato per affrettare l’avvento del socialismo, tenendo conto delle leggi gradualistiche che regolano la vita sociale fino a quando non giunga il momento storico della completa trasformazione. […] io rivolgo da questo posto un saluto e un augurio alla Russia dei Soviet, a quella repubblica che oggi è il crogiuolo delle esperienze proletarie […] come la rivoluzione francese dell’89, pure tra un’infinità di errori, di martiri, di delitti e di tanto sangue versato, affermò il nuovo diritto borghese contro il feudalesimo, così la rivoluzione russa affermerà fra non molto, e noi speriamo nel mondo intero, il nuovo diritto del proletariato, che è poi il diritto della maggioranza. […]”[38]. Il discorso fu acclamato dalla tribuna affollata, con un applauso “entusiastico”, sventolii di bandiere rosse e con grida di “Evviva la Russia!” e “Viva Lenin!”. Il Consiglio approvò poi un ordine del giorno proposto da Orecchia di saluto alla Russia e di richiesta di liberazione delle “vittime politiche”. Cesare Orecchia ed Egidio Cocito, entrambi protagonisti fondamentali della vita camerale, furono poi tra gli eletti alla Deputazione provinciale.

La Camera del Lavoro tra il biennio nero e la nascita della dittatura

Irrazionali speranze malriposte, dicevamo; e, aggiungiamo, scarsa lucidità nell’analisi della situazione sociale e politica italiana coeva. Infatti, sono questi anche gli anni, da un lato, della frattura interna al Psi, operata dalla corrente di sinistra dell’ “Ordine nuovo”, che nel Congresso di Livorno, il 21 gennaio 1921, scelse la scissione dal partito e si costituì come Partito Comunista d’Italia (in Alessandria vi aderirono, tra gli altri, Ambrogio Belloni ed Ercole Ferraris); dall’altro, della drammatica espulsione durante il XIX Congresso del Partito Socialista, la sera del 3 ottobre 1922, della corrente riformista di Turati (che costituì il giorno successivo il Partito Socialista Unitario); nonché, nel 1923, dell’ulteriore espulsione del gruppo di Giacinto Menotti Serrati, che confluì poi nel Partito Comunista – tre presupposti sciagurati di un inevitabile forte indebolimento del PSI e di tutto il movimento operaio italiano -; e, infine, della comparsa e della crescita del movimento fascista, nato il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro a Milano.

Né fu sufficiente il tentativo di riunificazione della CGdL, che all’inizio del 1922 promosse la costituzione dell’Alleanza del Lavoro, in associazione con l’USI, la corrente sindacale dei sindacalisti rivoluzionari e degli anarchici, con la Unione Italiana del Lavoro, il sindacato degli interventisti fondato nel 1918, le Federazioni nazionali dei ferrovieri e dei Portuali, il PSI e il PCdI. L’Alleanza del Lavoro indisse all’inizio dell’agosto 1922 uno sciopero generale definito “legalitario”, per sostenere la richiesta di un governo di garanzia contro le crescenti violenze che insanguinavano le città italiane. Come in tutta Italia, anche in Alessandria lo sciopero riuscì soltanto parzialmente, tutti i negozi restarono aperti e continuarono a funzionare i tram e i servizi postelegrafonici, mentre i fascisti occupavano per ritorsione il Municipio governato dalla giunta socialista e, alle 2,30 della notte successiva, davano alle fiamme la Casa e Teatro del popolo[39].

Gli scontri tra squadre d’assalto fasciste e soprattutto comunisti iniziarono nei primi mesi del 1921, in tutta Italia e anche in tutta la provincia alessandrina, dapprima come contesa dello spazio pubblico della piazza nelle feste di paese, successivamente come attacco violento a singoli individui e infine come azioni di distruzione da parte dei fascisti delle sedi del Movimento operaio, in un crescendo di violenza. A marzo, la CGdL espresse con ineguagliata clarità la gravità della situazione, allorché – all’indomani dell’inquietante attentato attribuito agli ambienti allora definiti “sovversivi”, avvenuto al teatro “Diana” di Milano e che provocò diciotto morti, tra cui una bambina – affermò:

La vita politica e sindacale d’Italia passa una tragica ora. Incendi, distruzioni, attentati, si ripetono quotidianamente. La violenza che tanto combattemmo, allorché si rivelò nel suo fenomeno più imponente – la guerra – è divenuta quasi la sola manifestazione politica dell’intiero Paese. La Confederazione Generale del Lavoro vede in questo acuirsi della guerriglia di gruppo un pericolo, che va al di là delle fazioni e dei Partiti, ma che minaccia di sommergere un’intiera civiltà. Non è questa l’ora delle recriminazioni e della ricerca delle colpe. Gravi esse sono per tutti quei singoli, che commisero atti che portarono il lutto ed il dolore in tante famiglie, maggiormente gravi esse sarebbero per chi – potendo – non pronunciasse una parola di severo monito e di richiamo alla realtà.[40]

La prima occasione di potenziale scontro tra fascisti e Movimento operaio alessandrino risale al gennaio 1921, in occasione del processo, per la causa intentata dal sindaco Ernesto Torre al giornale “La Fiamma”, organo dei “battistini” di Alessandria, vale a dire di quegli interventisti che si erano distaccati dal socialismo cittadino, per avvicinarsi gradualmente a posizioni nazionalistiche, tra i quali i principali erano Zerboglio e l’ex sindaco di Alessandria ed ex segretario della Camera del Lavoro Paolo Sacco. Durante l’udienza inaugurale del processo, il 14 gennaio, giunsero da Genova due decine di fascisti, che non riuscirono, tuttavia, ad entrare nel Palazzo di Giustizia, presidiato da molti carabinieri e soldati. Verso le 11 di mattina, quando si sparse la notizia dell’arrivo dei fascisti, gli operai della “Borsalino” e di altre fabbriche abbandonarono il lavoro e si recarono a presidiare il Municipio, la Camera del Lavoro e il Teatro del popolo, per evitarne l’assalto.

Spesso, comunque, la repressione poliziesca nei confronti del movimento sindacale si aggiungeva alla violenza degli scontri, come più volte beffardamente rammentava in quei mesi l’ “Avanti!”. Emblematico, a questo proposito, ciò che accadde in Alessandria il 28 marzo 1921, in occasione della cerimonia dell’inaugurazione del gagliardetto della sezione locale del Fascio, per la quale si erano raccolti in città circa novecento fascisti, molti dei quali giunti da altre località. La Camera del Lavoro aveva dato indicazioni agli operai di recarsi in campagna e la maggior parte di essi aveva obbedito. Ma al termine della manifestazione, secondo i fascisti, qualcuno aveva fatto scoppiare una bomba, mentre secondo il sindaco socialista Ernesto Torre, intervistato da “La Stampa”, non vi era stato alcun ordigno e, secondo l’ “Avanti!”, vi era stato un primo scontro tra operai e fascisti nei pressi della sede del Fascio. In ogni caso, in piazzetta Monserrato vi fu il primo ferimento di un operaio, Battista Cerutti, accusato dai fascisti di aver fatto esplodere un petardo (ma il Prefetto diede per acclarato il possesso da parte di Cerutti di un vero e proprio ordigno e gli attribuì l’intenzione di volerlo scagliare su un gruppo di fascisti); egli fu trapassato da parte a parte da una pugnalata alla schiena. Secondo altri, in quella stessa piazzetta alcuni operai avevano invece malmenato un fascista, che sarebbe corso nella sede del Fascio a chiedere aiuto e ciò avrebbe provocato l’inizio degli incidenti, mentre la versione dell’ “Avanti!” fu che alcuni fascisti avevano tolto con violenza il fazzoletto rosso che un operaio portava nel taschino e da ciò sarebbe nata la prima zuffa tra altri operai e i fascisti.

Poco dopo la prima zuffa, comunque, in via Santa Maria di Castello un tenente dell’esercito fece scoppiare una bomba e iniziò quella che l’ “Avanti” definì “una vera e propria battaglia nella quale vennero esplosi numerosi colpi di rivoltella e lanciate parecchie bombe a mano. Carabinieri e fascisti spararono abbondantemente sulla folla che urlando si ritirò, inseguita, nelle case.”[41] Secondo il resoconto del sindaco, riportato da “La Stampa”, che parla di tre vittime, “la battaglia” si spostò nel sobborgo degli Orti e terminò “per l’intervento di una compagnia di soldati di fanteria e carabinieri che spararono per circa un’ora”[42], uccidendo una persona, il manovale cinquantenne Vittorio Martini e ferendone gravemente un’altra, il cappellaio ventinovenne Ernesto Coscia, morto poi in ospedale. Secondo il sindaco, un ufficiale armato di due pistole e pugnale e accompagnato da un gruppo di altri irruppe in casa di Coscia, la mise a soqquadro e minacciò di morte sua moglie e suo suocero; e un altro ufficiale si avvicinò a un portalettere quarantacinquenne, padre di quattro bambini, Giuseppe Pasino, fermo accanto all’entrata di un caffè, per domandargli di cambiargli un biglietto da 5 lire con spiccioli e, alla risposta forse brusca di costui, dapprima lo colpì con una bastonata e poi con una revolverata, cui seguirono colpi di pistola da parte di altri che fiancheggiavano l’ufficiale, fino all’uccisione del malcapitato. Differente la versione del Prefetto, che attribuì la morte del portalettere (ma l’ “Avanti” parla dell’uccisione di un operaio, Giuseppe Bassino) a non meglio identificati giovani, intervenuti in un momento di diverbio tra un ufficiale dell’esercito e un ubriaco presso il bar Nazionale, in piazza Vittorio Emanuele. Tra le persone provocate e aggredite dai fascisti vi furono anche i deputati socialisti alessandrini Pistoia, Recalcati, Zanzi e Tassinari. In ogni caso, dopo gli eventi sanguinosi, la città fu presidiata da truppe di soldati e l’intera zona del centro che consentiva l’accesso agli Orti chiusa: furono sbarrate da un doppio cordone di soldati via Milano, via Inviziati, piazzetta Monserrato, via Volturno, il vicolo del Quartieretto e via Santa Maria di Castello; e furono sorvegliate dai soldati la Prefettura, la Questura e la sede del Fascio, in via Inviziati.

La Camera del lavoro non indisse – come sarebbe stato d’uso – uno sciopero generale, ma spontaneamente molti operai interruppero il lavoro in segno di protesta e i dirigenti camerali vi aderirono post factum, chiedendo di proseguire l’astensione dal lavoro fino a nuovo ordine. Nel frattempo la sede camerale era stata perquisita in cerca di armi, che non furono trovate; e nei mesi successivi più volte le forze dell’ordine perquisirono di notte la casa del segretario camerale Cesare Orecchia.

Il 15 maggio 1921 alle 21, in vista delle elezioni amministrative del giorno successivo, un corteo di socialisti si formò in piazza Vittorio Emanuele e percorse corso Roma, fino ai giardini della stazione, tra sventolio di bandiere e il canto dell’Inno dei lavoratori; al ritorno, i manifestanti si scontrarono con una decina di fascisti che cantavano il loro inno. Ne seguì una rissa, che provocò numerosi feriti. Il 16 maggio, durante le votazioni che avrebbero sancito l’elezione dei socialisti Oliva, Tassinari, Pistoia, Zanzi e dei comunisti Belloni e Remondino, verso le 11 avvenne una sparatoria tra fascisti e comunisti e, probabilmente per rappresaglia, alle 19 alcuni sconosciuti spararono colpi di rivoltella contro l’abitazione di un fascista in via Tortona, frantumando i vetri delle finestre.

Tra i numerosi altri episodi di violenza dei mesi successivi, occorre citare la devastazione e l’incendio della Camera del lavoro di Acqui nell’aprile del 1922, come ritorsione contro il comizio dei comunisti Duilio Remondino e Ercole Ferraris, che si stava tenendo in piazza e che i fascisti non erano riusciti a interrompere. E pare significativo ciò che avvenne in Alessandria il Primo maggio del 1922. Alle 10 si era tenuto al Teatro del popolo un comizio dei socialisti Ernesto Torre, Mario Casalini, Ernesto Pistoia e del comunista Ercole Ferraris, al termine del quale numerosi intervenuti si fermarono dinanzi al teatro, per cantare inni socialisti. Nonostante il divieto del Prefetto, fu formato un corteo, che, agitando fazzoletti rossi e cantando, si avviò verso via Cremona, per raggiungere via Cavour, ma fu intercettato da un gruppo di fascisti, provenienti da via Tripoli, che, cantando “Giovinezza”, aggredirono i manifestanti. I carabinieri intervennero, caricando tutti; i socialisti e i comunisti fuggirono verso piazza Vittorio Emanuele, dove furono dispersi dalle cariche della forza pubblica. Ercole Ferraris, percosso da un fascista, cadde a terra, ferendosi al volto. Nel pomeriggio, dopo aver bruciato in piazza una bandiera rossa requisita a Cantalupo, i fascisti invasero al sede della cooperativa dei cappellai in via Cavour, chiedendo che fosse esposta una bandiera italiana; alla risposta pacata che si sarebbe fatto volentieri, ma non ve ne era alcuna disponibile, si allontanarono, promettendo di tornare con una loro bandiera, il che evitò ulteriori violenze.

La continua contesa dello spazio pubblico emerge in numerosi altri episodi in tutta la provincia di Alessandria, spesso legati a quel connubio tra gastronomia e politica che abbiamo visto essere peculiare dei partiti a vocazione di massa tra fine Ottocento e Novecento. Tra gli altri, rammentiamo quel che accadde a Valmadonna, il 5 agosto 1922: una decina di comunisti si era riunita alla birreria “Giardino”, per festeggiare il rilascio del cappellaio Mario Pellini, arrestato in primavera per ferimento di fascisti e aggressione a mano armata ai carabinieri. Una ventina di fascisti, armati di moschetti e rivoltelle, fece irruzione nel locale, sparò ai comunisti e provocò cinque feriti gravi, uno dei quali morì appena trasportato in ospedale e un altro – per quanto sappiamo – fu ricoverato in fin di vita. Ugualmente emblematico dei tanti attacchi, l’analogo episodio che avvenne a Cantalupo pochi anni dopo, alla fine di una festa di paese: la sera del 18 gennaio 1925, uscendo da una bicchierata, uno dei tanti ferrovieri socialisti licenziati a partire dal 1923, Bottazzi, fu bastonato a sangue da un gruppo di sei o sette fascisti, che lo lasciarono sanguinante e privo di sensi[43].

Nel suo Un anno di dominazione fascista, Giacomo Matteotti elenca una serie impressionante di violenze e sopraffazioni subite in tutta Italia dal Movimento operaio, a partire dal novembre del 1922. Per quanto riguarda Alessandria, ricorda l’aggressione, avvenuta nel dicembre 1922 nel sobborgo Cristo, al maestro elementare socialista Nicola Vasina, che venne gravemente ferito[44], la bastonatura davanti alla porta di casa del socialista Tarditi, vecchio e malato[45], la bastonatura di un commerciante, Lagorio, nel marzo del 1923[46], la bastonatura della lattaia Teresa Sacchi nell’aprile successivo[47], il conflitto a colpi di moschetto avvenuto in maggio tra polizia ferroviaria fascista e altri fascisti nella stazione della città, con numerosi feriti[48], l’incendio di un’edicola in cui si vendevano giornali considerati sovversivi, verso la fine del 1923[49]. E Nicola Basile, nel libretto di memorie Il socialismo in Alessandria, afferma che, oltre a lui stesso, aggredito da cinque “sicari”,

furono bastonati a sangue il Sindaco Pistoia, l’on. Ambrogio Belloni sotto lo sguardo compiacente dei carabinieri del re, l’on. Umberto Recalcati (morto poi nel 1944 fra i deputati a Mauthausen), Cesare Orecchia (morto il 3 novembre 1933 quasi cieco per le ripetute bastonature), Eugenio Tarditi assessore comunale, prof. Carlo Bertani, Carlo Rossi più volte, il giornalaio Field Camurati, il tipografo Egidio Cocito, Giovanni Ercole, Giuseppe Armano restato quasi cieco, Edoardo Panizza, Giovanni Cairo incisore, Paolo Mongiardi, Ercole Ferrari[50], dott. Antonio De Marziani, Diego Giacobbe, l’on. Duilio Remondino. Angelo Boffi, Teresio Macchio, l’on. Francesco Tassinari, l’on. Carlo Zanzi, l’on. Paolo Demichelis. […] E fu aggredita, in classe, in presenza delle scolare atterrite” la maestra “Rosa Piacentini Rivera[51]: fu picchiata; le si tinse il volto con inchiostro verde da timbri; le furono tagliati i capelli; e le brune trecce recise, in cima ad un bastone, furono portate in trionfo per corso Roma, per via dei Martiri (allora Umberto I), fino alla piazza della Libertà (allora Vittorio Emanuele II)[52]

Il Teatro del popolo di Alessandria, con la sua biblioteca, fu incendiato nella notte del 4 agosto del 1922, dopo lo sciopero legalitario indetto dall’Alleanza del lavoro; e nel 1923 fu a lungo occupato dai fascisti. Fu anche incendiata la tipografia del Partito socialista. Le violenze insanguinarono capillarmente anche i dintorni della città, colpendo non soltanto i socialisti e i comunisti; tra tutti gli episodi, citiamo l’aggressione a Solero, il 5 gennaio 1925, di un tenente colonnello, Amelio Gallia, presidente della locale Sezione combattenti, che fu fatto oggetto di revolverate da parte di un gruppo di fascisti[53]. Divenne peraltro pratica comune, a partire dal 1925, l’aggressione ai cortei funebri dei morti di fede socialista e comunista. Abbiamo notizia, ad esempio, dei numerosi assalti, avvenuti il 7 aprile 1925, durante le esequie di Ernesto Pagani, tortonese condannato ad anni di carcere per gli scontri avvenuti nel 1921 a Castelnuovo Scrivia durante le elezioni politiche e deceduto nel penitenziario di Oneglia. La scenografia descritta dalla cronaca dell’ “Avanti!” è la stessa che si ripeterà, come vedremo, in numerose altre simili occasioni: dapprima i fascisti, venuti da fuori Tortona, imposero di togliere i nastri rozzi alle corone di fiori, poi provarono a disperdere il corteo, che si ricompose, finché, a un secondo assalto, le forze dell’ordine ne decretarono lo scioglimento e presidiarono ogni strada che conduceva al cimitero, per impedire ai convenuti di raggiungere lì la salma[54].

A partire dal gennaio 1923, numerosi furono anche gli interventi della Questura di Alessandria, che, come accadeva in tutta Italia, procedette a numerose perquisizioni dei circoli socialisti e delle case di anarchici, socialisti e comunisti, nonché ad arresti soprattutto di militanti comunisti, spesso fermati per aver distribuito volantini nelle vie della città.

Dopo le elezioni del 1924, anche in Alessandria contraddistinte da provocazioni e aggressioni sia di fascisti verso socialisti e comunisti, sia tra le due fazioni in cui era diviso il fascismo alessandrino, la situazione andò rapidamente scivolando verso la definitiva sconfitta del Movimento operaio. Il 30 novembre 1924 anche rappresentanti di Alessandria parteciparono alla Adunanza delle opposizioni antifasciste a Milano, ultimo e tardivo momento di unità, sottolineato dagli applausi concordemente riservati a tutti gli oratori, da Amendola a Turati, da Nobili, a Di Cesarò, rappresentante dei Democratici e a Mauri, dei Popolari.

Il 16 gennaio 1925 il Prefetto di Alessandria sciolse le federazioni provinciali del PSI e del PCdI[55]. Ma ancora nel febbraio Villani, della FIOM nazionale e il segretario locale di categoria riuscirono a stipulare con i rappresentanti della Lega industriali alessandrina un concordato per gli operai metallurgici, che prevedeva un aumento dei salari di 2,40 lire al giorno per gli operai maggiori di vent’anni e di 1 lira per apprendisti, operai tra i diciotto e i vent’anni e donne, nonché alcuni miglioramenti relativi al lavoro straordinario, alla indennità in caso di licenziamento per motivi non disciplinari e alle ferie e al loro pagamento[56]. È comunque costante in questo periodo la pratica dell’affiancamento di un dirigente sindacale nazionale di categoria al “Segretariato provinciale confederale”, come viene definito, senza più specificare nomi precisi. Infatti, anche nel marzo 1925, quando entrano in agitazione gli infermieri dell’ospedale di Alessandria, a gestire la vertenza è chiamato, accanto ai dirigenti locali, Chiesi, segretario della Federazione nazionale infermieri[57]

Nel corso dei mesi successivi, mentre si moltiplicavano gli appelli dell’ “Avanti!” a raccogliere denaro per il giornale, ormai finanziariamente in affanno e, successivamente, per le famiglie degli arrestati, diminuirono rapidamente le iscrizioni al sindacato e si estinsero quasi completamente la presenza e la visibilità pubblica del movimento sindacale alessandrino, come peraltro stava accadendo anche in ambito nazionale[58]. Anche la festa del Primo maggio trascorse senza grandi manifestazioni, come attesta un articolo del giornale locale “Il Piccolo”, in cui si affermava:

Il l° Maggio è trascorso nella calma più assoluta. In tutti i maggiori stabilimenti si è lavorato e poche ed insignificanti sono state le astensioni. La sera prima, a Valmadonna. vennero distribuiti manifestini comunisti ed altri foglietti socialisti, ricordanti la festa del lavoro, si rinvennero in Piazza Garibaldi e nelle adiacenze. Nessun incidente però turbò la giornata dei lavoratori salvo qualche insignificante episodio isolato. Di ciò va data lode, oltre al buon senso della classe lavoratrice, all’ autorità che per la circostanza aveva preso energici provvedimenti per tutelare I’ordine pubblico. Per il l° maggio era stata pure mobilitata in servizio d’ordine pubblico una coorte della Legione Marengo.”[59]

Il 27 luglio 1925 una squadra di fascisti irruppe nella sede della Mutua malattia degli operai della Borsalino, ne devastò i locali e requisì materiali cui diede fuoco nella piazzetta vicina, mentre la forza pubblica giunse soltanto quando l’aggressione era terminata e si limitò a presidiare i locali nei giorni successivi[60].

A inizio settembre il sindacato riuscì ancora a gestire la vertenza degli Edili, che chiedevano la revisione della quota del caro-viveri, sebbene emblematicamente sia stata la FIOE regionale a intervenire e non la Camera del Lavoro alessandrina.

Appena un mese dopo, con il Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, il Governo riconobbe come unica struttura sindacale legittimata alla contrattazione il Sindacato fascista. Nonostante ciò, come ricordava Giuseppe Di Vittorio, in Italia tra il 1926 e il 1936 furono circa un migliaio gli scioperi, frutto probabilmente – ma la ricerca storiografica è ancora in corso – di una combinazione tra spontaneismo operaio e organizzazione clandestina. Al momento, a causa delle restrizioni covid, non è stato possibile verificare quanti contraddistinsero la zona di Alessandria. L’ultimo sciopero prima del 1943 di cui si ha notizia in Alessandria è quello del 24 marzo 1926, che vide la partecipazione di più di quattrocento operai delle argenterie Cesa e Siap che protestavano per l’abolizione del cosiddetto “sabato inglese” (vale a dire il sabato pomeriggio festivo) e che continuarono l’astensione dal lavoro anche dopo che un accordo tra sindacato fascista e Unione Industriali aveva consentito di ottenere la restituzione delle ore di festività per quattro mesi all’anno, limitatamente al periodo estivo. I proprietari delle due ditte licenziarono tutti gli scioperanti, tra i quali il loro organizzatore, l’ex deputato socialista Umberto Recalcati; e stabilirono di assumere nuovi lavoratori al posto dei licenziati[61]. Recalcati non riuscì più a trovare lavoro in Alessandria, dove era continuamente perseguitato da provocazioni e violenze fasciste; e si trasferì a Milano, dove fino al 1943 visse miseramente, tentando di lavorare in proprio come incisore. Dopo il 25 luglio 1943, diventò Commissario della Camera del lavoro di Milano e ad agosto entrò a far parte della direzione nazionale del PSI. Dopo l’8 settembre 1943, nonostante il ruolo di dirigente nazionale e la salute cagionevole, volle partecipare in prima persona alla lotta resistenziale. Nel marzo del 1944 organizzò il più esteso e partecipato sciopero antinazista europeo. Il giorno successivo fu arrestato, internato a Fossoli e poi nel lager di Mauthausen, in cui morì il 15 o forse il 17 dicembre 1944.

Altri dirigenti sindacali alessandrini vissero il Ventennio fascista tra arresti, confino ed esilio. Alcuni furono poi tra i fondatori del Comitato di Liberazione Nazionale locale e parteciparono alla lotta resistenziale. Nel frattempo, il 4 gennaio 1927 il Comitato Direttivo della CGdL proclamò l’autoscioglimento dell’organizzazione, contro la volontà dei comunisti, che decisero di entrare in clandestinità e mantenere in vita il sindacato come riferimento per i lavoratori italiani. La Confederazione di fatto si duplicò: da un lato, nell’aprile 1927 i socialisti riformisti e massimalisti scelsero di proseguire l’attività del sindacato all’interno della Concentrazione Antifascista e aderirono alla Federazione Sindacale Internazionale; dall’altro, i comunisti aderirono alla Internazionale Sindacale Comunista. Dopo le deliberazioni del VII Congresso della Terza Internazionale, del 1935, comunisti e socialisti si accordarono e nel 1936 si tornò all’unificazione delle due parti del sindacato. Vedremo più avanti come tutto ciò contraddistinse la vita della Camera del Lavoro di Alessandria[62].

  1. Castronovo, Valerio, Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977, passim
  2. Soave, Sergio, “Socialismo e socialisti nelle campagne dal ’90 alla grande guerra”, in Agosti, Aldo; Bravo, Gian Mario (a cura di), Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. II, L’età giolittiana. La guerra e il dopoguerra, Bari, De Donato, 1979, pagg. 139-225
  3. Cfr. Barbadoro, Idomeneo, Storia del sindacalismo italiano, vol. II, La CGdL, Firenze, La Nuova Italia, 1973
  4. Botta, Roberto, Le origini della Camera del Lavoro di Alessandria, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1985; e Pompilio, Giordano, La Camera del lavoro di Alessandria dalle origini alla prima guerra mondiale, Recco-Genova, Le Mani, 2003
  5. Foa, Vittorio, Per una storia del movimento operaio, Torino, Einaudi, 1980, pag. 110
  6. ivi, pag. 106
  7. Si veda al riguardo Isnenghi, Mario, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Bologna, Il Mulino, 2004
  8. Finalmarina, o Finale Marina, è ancora oggi uno dei tre nuclei urbani che costituiscono il comune di Finale Ligure
  9. Cfr. “Avanti!”, anno VIII, n. 2800, 20 settembre 1904, pag. 2
  10. Cfr. “Lo sciopero generale in Italia. Piemonte. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno VIII, n. 2801, 21 settembre 1904, pag. 2
  11. “Echi dello sciopero dei ferrovieri”, in “Avanti!”, anno VIII, n. 2806, 26 settembre 1904, pag. 2
  12. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XV, n. 270, 30 settembre 1911, pag. 2
  13. Il cronista dell’ “Avanti” scrive Gagliardi (nome più comune nell’area padana), come peraltro accadrà anche al tipografo che nel 1964 comporrà la stampa di un libretto di Nicola Basile, dedicato alla storia del socialismo alessandrino, ma i documenti attestano che il nome corretto è Galliadi.
  14. Pochi giorni dopo, i più giovani tra gli arrestati, diciotto ragazzi di meno di vent’anni, furono sottoposti a processo e, nonostante le richieste del Pubblico ministero fossero miti, il giudice li condannò a pene detentive dai sette ai quindici giorni; a novembre fu processato il segretario camerale Gino Galliadi, che fu assolto, non senza, tuttavia, aver dovuto subire un mese di carcerazione preventiva, ch’egli non volle evitare.
  15. Neutralità e intervento nel campo socialista, in “Il Popolo d’Italia”, anno I, n. 1, 15 novembre 1914, pag. 2. Tra i sostenitori delle tesi di Mussolini, compaiono un altro segretario camerale, Ferdinando Barbieri, segretario della Camera del Lavoro di Sampierdarena e il Segretario Generale dei Lavoratori del mare di Genova, Giuseppe Giulietti.
  16. Cfr. G. Galliadi, “…un’altra [lettera] di Gino Galliadi…”, in “Avanti”, anno XVIII, n. 318, 17 novembre 1914, pag. 2
  17. Un gruppo di socialisti Alessandrini contrari alla neutralità”, in “Messaggero di Novi”, anno 50°, n. 1, 13 febbraio 1915, pag. 1
  18. Perché i socialisti alessandrini desistono da ogni manifestazione”, in “La Stampa”, anno XLIX, n. 138, pag. 7
  19. ibidem
  20. Polemiche e notizie delle province … di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXI, n. 140, 22 maggio 1915, pag. 2
  21. Condanne di socialisti ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXI, n. 213, 3 agosto 1917, pag. 3
  22. Lo ritroveremo di ritorno in Alessandria nel novembre 1917, dopo essere stato ferito al braccio sinistro e con il grado di tenente d’artiglieria, presenziare a una seduta del Consiglio provinciale di Alessandria, di cui era membro; e ancora nel marzo del 1918 come oratore in una manifestazione a favore del massimo impegno di ciascuno nello sforzo bellico.
  23. Si veda a tale riguardo Berta Giuseppe, “Imprese e sindacati nella contrattazione collettiva”, in Storia d’Italia, Annali 15, L’industria, Torino, Einaudi, 1999, pagg. 997-1039
  24. Si veda in proposito Forti, Steven, “Tutto il potere ai Soviet” Il dibattito sulla costituzione dei Soviet nel socialismo italiano del biennio rosso: una lettura critica dei testi, https://storicamente.org/forti (consultato il 31 gennaio 2021)
  25. Si veda in proposito “La Stampa”, anno 53, n. 162, 14 giugno 1919, pag. 2
  26. Anche Alessandria in subbuglio”, in “La Stampa”, anno 53, n. 184, 6 luglio 1919, pag. 1
  27. La guardia rossa soppressa ad Alessandria”, in “La Stampa”, anno 53, n.187, pag. 4
  28. Cfr. “La Stampa”, anno 53, n.333, 3 dicembre 1919, pag 1; e “Avanti!”, anno XXIII, n. 334, 4 dicembre 1919, pag. 1
  29. In nessuna regione i lavoratori hanno defezionato”, in “Avanti”, anno XXIII, n. 335, 5 dicembre 1919, pag. 1
  30. Livorsi, Franco, “Il socialismo in Piemonte dalla grande guerra all’occupazione delle fabbriche”, in A.Agosti, G.M. Bravo (a cura di), Storia del Movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. II, L’età giolittiana la guerra e il dopoguerra, Bari, De Donato, 1979, pag. 405
  31. Livorsi, Franco, “Ercole Ferraris”, in Andreucci, Franco e Detti, Tommaso (a cura di), Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, vol. 2, Roma, Editori Riuniti, 1975, pag. 332
  32. Occupazione degli stabilimenti a Milano. Nelle altre città. Ad Alessandria”, in “La Stampa”, anno 54, n. 210, pag. 2; e “Otto stabilimenti occupati ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIV, n. 222, 3 settembre 1920, pag. 2
  33. “Lavoro ed entusiasmo in Alessandria”, in “Avanti!”, 4 settembre 1920, pag. 2.
  34. “Avanti!”, anno XXIV, n. 226, 7 settembre 1920, pag. 1,
  35. ivi, pag. 4
  36. Spriano, Paolo, Storia del Partito comunista italiano, vol. 1, Da Bordiga a Gramsci, Roma, ed. Unità, 1990, pag. 79
  37. Cfr. Mussolini, Benito, “Dopo l’agitazione dei metalmeccanici. L’epilogo”, in “Il Popolo d’Italia”, anno VII, n. 232, 28 settembre 1920, pag. 1
  38. Seduta d’insediamento del Consiglio provinciale di Alessandria. Entusiastica dimostrazione alla Russia”, in “Avanti!”, anno XXIV, n. 293, 16 novembre 1920, pag. 3
  39. Lo svolgimento dello sciopero nelle Province. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXVI, n. 184, 4 agosto 1922, pag. 2
  40. “Avanti!”, anno XXV, n. 73, 25 marzo 1921, pag. 1
  41. Ancora violenze e vittime. Sanguinosi incidenti ad Alessandria. Due morti e nove feriti”, in “Avanti!”, anno XXV, n. 76, 30 marzo 1921, pag. 1
  42. La ricostruzione dei luttuosi casi di Alessandria nelle varie versioni e nelle prime inchieste”, in “La Stampa”, anno 55, n. 75, pag. 5
  43. Ex ferroviere bastonato a sangue presso Alessandria”, in “Avanti!, anno XXIX, n. 20, 23 gennaio 1925, pag. 4
  44. Matteotti, Giacomo, Un anno di dominazione fascista, Milano Rizzoli, 2019, pag. 46
  45. ivi, pag. 49
  46. ivi, pag. 76
  47. ivi, pag. 79
  48. ivi, pag. 89 Occorre a tale proposito rammentare che in Alessandria si scontrarono due fazioni del movimento fascista, quella di Sala e quella di Torre
  49. ivi, pag. 162
  50. Presumibilmente si riferisce a Ercole Ferraris
  51. E’ meritevole di attenzione il ruolo delle maestre alessandrine, che, come già era accaduto nell’ultimo quarto dell’Ottocento, non soltanto rappresentano importanti esempi di emancipazione femminile, ma che spesso sono impegnate attivamente nel movimento socialista e nel lavoro sindacale. Ricordiamo, oltre a Rosa Piacentini Rivera, anche Teresa Aracco e Giuseppina Fracchia Belloni.
  52. Basile Nicola, Il socialismo in Alessandria, Alessandria, 1964, stampato a cura della Federazione del P.S.I. di Alessandria, pag. 59. Dell’aggressione a Rosa Piacentini parla anche l’ “Avanti”, nell’edizione del 2 febbraio 1923, a pag. 2
  53. Tenente colon. Preso a revolverate dai fascisti ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 7, 8 gennaio 1925, pag. 1
  54. “Ripetuti assalti fascisti contro un corteo funebre”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 84, 8 aprile 1925, pag. 2 A questo proposito, si veda anche il bel saggio di Donato D’Urso, La vigilanza poliziesca sui “funerali rossi” ad Alessandria durante il ventennio fascista, In Città Futura on line, http://win.cittafutura.al.it/web/_pages/detail.aspx?GID=32&DOCID=17911 (consultato il 30 gennaio 2021)
  55. Si veda in proposito “Scioglimento delle Federazioni provinciali socialista e comunista di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 16, pag. 1
  56. Il concordato dei metallurgici alessandrini”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 45, 21 febbraio 1925, pag. 4
  57. Richieste di dipendenti ospedalieri di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX [per un evidente refuso di stampa, la copia consultata reca il numero ordinale XXXI], n. 72, pag. 2
  58. Sull’ “Avanti” del 23 gennaio 1925, in prima pagina, accanto al resoconto della riunione del Consiglio Direttivo della CGdL, compare un manifesto della Confederazione, in cui si sottolinea la situazione di “aumentate difficoltà” determinata dalla “intensificata reazione”, che rende necessaria, ma difficile “l’opera ricostruttiva degli organismi sindacali indeboliti, o distrutti”.
  59. l. Maggio calmo e tranquillo, Nessuna astensione – Energici provvedimenti dell’autorità”, in “Il Piccolo”, Anno I, n. 5, 2 maggio 1925, pag. 4
  60. Invasione nei locali della Mutua cappellai”, in “Avanti!”, anno XXXI, n. 179, 30 luglio 1925, pag. 4
  61. L’agitazione degli argentieri insoluta”, in “la Stampa”, 25 marzo 1926, pag. 4
  62. La ricerca si interrompe per forza di cose qui, in attesa che la fine della pandemia consenta di attingere alle indispensabili fonti documentali.

Cenni di storia della Camera del lavoro di Alessandria, dalle origini alla II guerra mondiale

Patrizia Nosengo

Ricostruire la storia della Camera del lavoro di Alessandria è un’operazione importante e di grande interesse, non soltanto perché si tratta di comporre una micro-storia, che si intreccia con la macro-storia dell’Italia del Novecento, di cui accresce e contestualizza i tratti più significativi, ma anche e soprattutto per due ragioni, insieme etiche e politiche. Da un lato, essa riporta alla memoria ciò che fummo e non sappiamo più essere, in questa società satolla di oggetti e povera di solidarietà e bisogno di giustizia sociale; e richiama le tante figure, anche minori, che per tutta la vita, pagando prezzi altissimi, lottarono con caparbia e coerenza morale e inesausto coraggio, in nome dell’eguaglianza e dell’istanza di un mondo migliore. Dall’altro, diviene paradigma di come si seppe, allora, tessere l’organizzazione proletaria, all’interno di una società rigidamente gerarchica, che non riconosceva spazio democratico e diritti alle classi subalterne e in un mercato del lavoro frammentato, precario e per molti versi arretrato, nel quale l’ottimizzazione dei profitti si fondava sulla compressione del costo del lavoro; una società e un mercato del lavoro, quindi, in ultima analisi non così diversi da quelli in cui ci muoviamo oggi.

Le origini

Come per tutto il movimento operaio europeo e italiano, la nascita della Camera del lavoro alessandrina, avvenuta il 20 gennaio 1901 nel corso di un’affollatissima assemblea nei locali del Foro Boario, in piazza San Martino (oggi piazza Carducci), è inscindibilmente connessa al processo di industrializzazione. Nel 1901, infatti, il Piemonte era la seconda regione in Italia, dopo la Lombardia, per numero di occupati nell’industria e di impianti di energia, sebbene l’industrializzazione fosse ancora nella sua fase di “accumulazione di elementi preparatori di sviluppo” – secondo la definizione di Valerio Castronovo[1] –, con lacune e ritardi che sarebbero stati colmati soltanto nel corso del decennio successivo.

In particolare, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nella provincia alessandrina si era costituito un distretto industriale lungo l’asse Alessandria – Novi – Serravalle (imperniato su aziende tessili, soprattutto cotonifici e il cappellificio Borsalino, aziende metalmeccaniche, argenterie, tipografie e calzaturifici), nettamente distinto dalle zone agricolo-manifatturiere, come il Monferrato; ma, nel complesso, il nostro territorio restava contraddistinto da un’economia prevalentemente agricola, come mostrano i dati afferenti alla manodopera impiegata nell’industria ancora nel 1903: 26 addetti ogni 1.000 abitanti, contro i ben 76 di Novara. Nelle campagne della provincia, peraltro, non era presente la grande impresa capitalistica peculiare del Vercellese e del Torinese; ed era di contro in larga misura prevalente la piccola proprietà terriera, spesso contraddistinta da un’esistenza miserrima, similissima a quella del proletariato rurale, a propria volta legato a contratti annuali (a differenza di altre zone del Piemonte, nell’Alessandrino anche i contratti di mezzadria spesso erano annuali) e le cui condizioni di vita erano al limite della sussistenza. S’aggiunga che nella parte meridionale della provincia perduravano sacche di analfabetismo, inadeguatezza dei servizi e difficoltà di comunicazioni.

In questo contesto economico, i primi circoli socialisti della provincia sorsero nei mandamenti – come erano definiti allora i collegi elettorali – rurali, soprattutto grazie all’opera di proselitismo avviata da avvocati e medici condotti, i professionisti maggiormente a contatto con le masse rurali e più consapevoli delle diseguaglianze sociali che le contraddistinguevano. Da quel primo socialismo agricolo, come ricorda Sergio Soave[2], giunsero i militanti e i dirigenti che avrebbero animato negli anni immediatamente successivi il primo sindacalismo alessandrino e più in generale del Nord Italia: Paolo Sacco, Antonio Piccarolo, Annibale Vigna, oltre a Ratti, Negro, Capitolo, Veggi, Ponzone, Alberio, Cravera, Morosetti, Gambarana e Balzamo.

Ma, per comprendere le ragioni che condussero alla costituzione del movimento sindacale, in Alessandria come nel resto del nostro Paese, occorre sottolineare che lo sviluppo crescente dell’industria fu il vero impulso che generò una trasformazione radicale dei rapporti di produzione e dell’organizzazione del lavoro e innestò conflittualità inedite, che, come rammenta il Barbadoro[3], non trovavano risposte sufficienti e adeguate nel mutualismo paternalistico dei moderati democratici e nel solidarismo mazziniano. Le nuove rivendicazioni operaie, infatti, andavano traslando dall’ambito meramente economicistico e di tutela delle masse lavoratrici femminili e infantili all’istanza di definizione delle mansioni e dei regolamenti di fabbrica e di riconoscimento delle rappresentanze operaie. Andava, in altri termini, configurandosi una lotta per i diritti economici, ma anche sociali e politici, che superava le contrattazioni relative alla distribuzione del reddito nelle singole aziende, per occuparsi della formazione di quel reddito e, di conseguenza, dei meccanismi di accumulazione del capitale e di formazione del profitto. Molte Società Operaie di Mutuo Soccorso si trasformarono in tal modo in “leghe di resistenza e di mestiere”.

Tale transizione avvenne in Alessandria nell’ultimissimo scorcio dell’Ottocento, giacché non soltanto, come ricorda Castronovo, la città non fu coinvolta in modo significativo dagli scioperi del 1885-1887, nonostante fosse divenuta nel 1887 la sede del Partito Operaio italiano, ma, come afferma Roberto Botta, ancora nel 1897 presumibilmente non vi erano leghe di resistenza, mentre nel 1899 se ne poteva contare appena una decina, un numero esiguo, aggiungiamo noi, se si considera che queste forme di organizzazione sindacale, peculiari di una industrializzazione ancora per molti aspetti arretrata, coinvolgevano numeri ridotti di operai altamente qualificati, con competenze dai forti tratti artigianali ed erano, di conseguenza, notevolmente diversificate e frammentate, a tal punto che, in una singola unità produttiva, vi erano molteplici leghe, ciascuna delle quali era costituita dagli addetti che svolgevano una specifica mansione e non da tutti i lavoratori della fabbrica e men che meno del settore produttivo di cui la fabbrica faceva parte.

Ciò induceva sostanzialmente tre conseguenze: anzitutto, una forte istanza di controllo del mercato del lavoro, che fosse tutelante per gli operai specializzati già occupati; in secondo luogo, la difficoltà estrema nella strutturazione di piattaforme rivendicative unitarie sostenute da lotte collettive di ampie dimensioni; e, infine, una frattura della classe proletaria tra i molti esclusi e i pochi tutelati, con il conseguente emergere in questi ultimi di spinte fortemente corporativistiche, di cui a lungo si lamentarono non casualmente i dirigenti camerali alessandrini sulle pagine del giornale socialista locale, “L’Idea Nuova” e che furono risolte, in larga misura sebbene non completamente, soltanto quando, a patire dal 1906-1907, l’organizzazione del lavoro si modernizzò, entrarono in fabbrica più numerosi operai non qualificati e furono possibili contratti collettivi di lavoro (tra i primi tre in Italia, quello della “Borsalino”, nel 1907).

In ogni caso, la necessità di coordinamento delle lotte operaie, dopo mesi di trattative, indusse le ormai ventitré principali leghe di resistenza presenti in città a costituire la struttura della Camera del Lavoro, che ebbe dapprima un locale presso la Società dei cappellai, in via Guasco e, nel settembre del 1901, una sede in via Santa Maria di Castello, nell’edificio oggi occupato dalla scuola media “Cavour”.

Come le altre strutture sindacali dello stesso genere, la Camera del Lavoro alessandrina si diede uno Statuto e si organizzò con un segretario camerale – l’unico funzionario stipendiato -; una Commissione Esecutiva, formata da 11 membri in rappresentanza delle principali leghe (nel 1912, quando la CdL divenne provinciale, i membri furono ridotti a 9, in rappresentanza delle diverse zone della provincia), che si riuniva settimanalmente e svolgeva compiti di segreteria e di sostegno al lavoro del segretario; un Ufficio generale, preposto alla individuazione di programmi di medio termine e al controllo della loro realizzazione (e che in realtà fu raramente convocato) e un’Assemblea generale, convocata una volta all’anno, in cui i soci iscritti d’età maggiore di 18 anni votavano per approvare o respingere la “relazione morale e finanziaria”, come allora si diceva – e oggi diremmo politica e finanziaria – presentata dal segretario camerale al termine dell’anno di attività.

La gestione riformistica del primo decennio e lo sviluppo del sindacato di classe

Non è possibile qui entrare nel merito dettagliato delle vicende della Camera del Lavoro nel corso del mezzo secolo – intensissimo mezzo secolo – che separa la sua costituzione dalla ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale. Per i primi quindici anni rimandiamo ai testi di Roberto Botta e di Giordano Pompilio[4], mentre per gli anni successivi è in corso il prosieguo di questa ricerca, al momento in parte bloccata dalle norme anti-covid e dall’impossibilità di accedere alle principali fonti documentali, ricerca della quale daremo conto quando sarà possibile completarla. Ci limiteremo, dunque, ad alcuni cenni generali e all’indicazione di taluni episodi particolarmente significativi, pur nella consapevolezza della lacunosità dei dati fino a ora disponibili.

Per intanto, per quanto concerne la politica sindacale dei primi anni della Camera del lavoro alessandrina, occorre sottolineare che essa ruotò sostanzialmente intorno a due questioni: da un lato, la coniugazione di obiettivi collettivistici e di superamento dei rapporti di produzione capitalistici con – e spesso contro – le spinte economicistiche, a lungo contraddistinte da corporativismo, delle Leghe di resistenza e la tentazione di parte della dirigenza socialista di relegare al sindacato compiti meramente gestionali della forza-lavoro e delle sue rivendicazioni immediate e di breve periodo; dall’altro, a differenza di quanto accadde in altre zone del Paese, la conciliazione tra gli obiettivi di tutela dei salariati agricoli e di collettivizzazione delle terre e le richieste della parte di proletariato rurale costituita da mezzadri e piccoli proprietari terrieri, anch’essi in ultima istanza sfruttati dalla grande proprietà capitalistica.

In secondo luogo, per quanto riguarda la collocazione politica generale della Camera del lavoro, possiamo affermare che i primi vent’anni dell’attività camerale furono contraddistinti – come ovunque in Italia – dal nesso profondo, diremmo genetico, di coincidenza quasi compiuta tra movimento sindacale e movimento socialista, una coincidenza testimoniata da numerosi elementi. Anzitutto, l’intercambiabilità costante della dirigenza tra organizzazione politica e organizzazione economica, come allora si diceva, vale a dire tra partito e sindacato: i dirigenti di partito spesso diventavano anche dirigenti camerali e, di converso, numerosi dirigenti camerali furono chiamati a ricoprire cariche elettive per il PSI nel Consiglio comunale di Alessandria, nel Consiglio provinciale e alla Camera dei deputati (pensiamo, ad esempio, a Paolo Sacco, sindaco di Alessandria, ma anche segretario camerale tra il 1904 e il 1905; a Gino Galliadi, segretario camerale tra il 1911 e il 1915 e anche consigliere provinciale; a Paolo Demichelis, segretario della camera del lavoro tra il 1915 e la primavera del 1916 e nuovamente all’inizio del 1919 e poi eletto alla Camera dei deputati e così via). In secondo luogo, l’utilizzo delle pagine de “L’Idea nuova”, come organo non soltanto della sezione alessandrina del PSI, ma anche dell’organismo camerale. Infine, le lunghe riflessione e discussioni che occuparono per almeno un decennio i socialisti alessandrini – e non soltanto loro – intorno alla definizione dei compiti spettanti rispettivamente al partito e al sindacato e che riemergono nei documenti dell’epoca, ma anche nelle sovrapposizioni dell’attività della Giunta comunale e di quella della Camera del lavoro e nella sostanziale unitarietà di azioni politiche, sia rispetto alle vertenze operaie, sia rispetto alle questioni politiche che impegnarono il PSI tra il 1900 e l’avvento della dittatura fascista.

Al legame tra sindacato e Partito socialista possono essere ricondotti i tratti caratteristici fondamentali della storia camerale tra 1901 e il biennio rosso, a partire dalla dialettica tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari, o massimalisti, che dal partito si trasferì anche in ambito sindacale e che, secondo Vittorio Foa, corrispondeva comunque a contraddizioni interne al movimento operaio tra la parte tutelata dal riformismo e la parte esclusa da tali tutele e dalla protezione giolittiana, cosicché, a suo giudizio, il sindacalismo rivoluzionario fu non soltanto una mera riproposizione di tensioni interne al Partito socialista, bensì “un fenomeno ricorrente, alternativo al ricorrente riformismo, un’espressione dei tentativi operai di unificare quello che il capitale divide e di restituire alle lotte sociali una prospettiva rivoluzionaria”[5].

Quanto alla Camera del lavoro di Alessandria, resta il fatto che il contrasto tra riformisti e rivoluzionari può probabilmente spiegare alcune circostanze inerenti all’avvicendamento dei segretari camerali alessandrini, dalle dimissioni, ad appena un anno dall’inizio della sua attività, di Annibale Reposi nel 1902, alla vicenda-scandalo di Mario Mombello nel 1903 (Mombello, un operaio ebanista biellese, amico e collaboratore di quel Rinaldo Rigola che nel 1906 sarebbe diventato il primo segretario nazionale della Confederazione Generale del lavoro, era stato amministratore del giornale socialista “Il Corriere biellese” e, dopo le dimissioni di Reposi, era stato assunto come segretario camerale di Alessandria; nel dicembre del 1903, fu accusato di aver commesso irregolarità nella gestione finanziaria della Camera del lavoro e di essere fuggito a Londra; fu, quindi, espulso dal PSI alessandrino, sebbene, come rileva il Botta, non vi siano elementi che attestino la veridicità delle accuse che gli furono rivolte), alle dimissioni di Giovan Battista Casorati, nel 1911.

In ogni caso, la Camera del lavoro di Alessandria fu a lungo gestita da una maggioranza riformista, come mostrano molte iniziative sindacali e politiche che furono assunte nel corso degli anni e che rivelano il riferimento gradualistico dei dirigenti camerali e, al contempo, il fatto che anche in questa città, come afferma Vittorio Foa, “i riformisti furono per molti anni la parte più viva del movimento operaio italiano, perché seppero costruire, col quotidiano lavoro minuto, un solido tessuto politico”[6]. Tra le innumerevoli attività camerali, ricordiamo, infatti, l’attenzione costante verso il cooperativismo e gli sforzi per incentivarlo, l’importanza riconosciuta alle masse dei salariati rurali e ai piccoli proprietari terrieri, considerati come parte integrante del proletariato agricolo (sia pure da posizioni differenti, Annibale Vigna e Antonio Piccarolo furono tra gli animatori del Congresso di costituzione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra – la Federterra – nel 1901; e nel 1912 furono i protagonisti della fondazione della Associazione Piccoli proprietari terrieri, che avrebbe dovuto diventare una struttura sindacale nazionale e che, invece, sotto la spinta della CGdL aderì alla Federterra), la vocazione pedagogica nei confronti della classe operaia, ritenuta ancora immatura e con tratti spontaneistici che avrebbero dovuto essere emendati. In questa prospettiva, Reposi iniziò la predisposizione nei locali camerali di una sala di lettura e di una biblioteca, che con la segreteria Mombello divenne di quattrocento volumi; inoltre, nel corso dei due primi decenni, la CdL predispose una scuola serale di alfabetizzazione per gli operai e numerosi cicli di conferenze e si impegnò per la riapertura di corsi scolastici serali gestiti dal Comune; e, nel 1919, quando il sindaco socialista Ernesto Pistoia acquistò il teatro “Finzi”, poi “Verdi”, sito in piazza Vittorio Veneto, per trasformarlo in Casa e Teatro del popolo, la Cdl partecipò attivamente e vi organizzò, fino all’agosto del 1922, conferenze, dibattiti, comizi, spettacoli teatrali, operette, opere liriche e concerti di vaglia, tra i quali nel novembre 1921 un concerto diretto da Arturo Toscanini, che vide accorrere nella struttura operaia tutta la borghesia cittadina. Un altro tratto fondamentale dell’attività pedagogica del sindacato e della sezione socialista alessandrina fu l’impegno costante e certamente faticosissimo di propaganda, che si tradusse in una serie di continui comizi in città e nelle campagne circostanti, come rammenta Basile in un suo testo del 1964; ma anche la partecipazione a comizi, convegni e assemblee che spesso portavano i dirigenti alessandrini in altre città dell’Italia settentrionale e talora a Roma, a dimostrazione della fitta rete di rapporti e di collaborazioni interne al movimento operaio di quel tempo.

Pare altrettanto nodale sottolineare gli aspetti di forte solidarismo che la maturazione della coscienza di classe rese possibili in Alessandria, in vicende che videro protagonista, o co-protagonista insieme alla Giunta comunale socialista, la Camera del lavoro. Anzitutto fu costante l’organizzazione di collette per gli operai e i salariati agricoli in sciopero e per sostenere il giornale nazionale “Avanti!” e il giornale locale “L’Idea Nuova”; ed è interessante e, al contempo, commovente leggere i resoconti giornalistici di quelle collette: interessante, perché esse testimoniano l’uso politico dei luoghi di ritrovo del tempo libero (il caffè, l’osteria) e il connubio tra gastronomia e politica nel banchetto, nella scampagnata, nella piazza della sagra paesana e della festa rionale[7], dove, al termine di una bicchierata, di un comizio con banchetto sociale, di una serata di ballo, o di un pomeriggio di musica e divertimento (numerosissime erano le bande musicali e i gruppi canori proletari legati al primo movimento operaio di tutta la Pianura Padana), qualcuno raccoglieva gli spiccioli rimasti e li portava al giornale o alla struttura camerale; e commovente, perché la quota offerta, per quanto esigua, era il generoso contributo di lavoratori che certamente non vivevano negli agi e sottraevano in tal modo a loro stessi e alle loro famiglie quel magro obolo.

Un altro aspetto che mostra la capacità di solidarietà del movimento operaio alessandrino è costituito da due episodi analoghi, sebbene lontani nel tempo. Nel 1908, mentre la Camera del lavoro di Parma, guidata da sindacalisti rivoluzionari, capeggiava uno sciopero dei salariati agricoli, che durò mesi, la Camera del lavoro di Alessandria si offrì di ospitare in città i figli degli scioperanti, affinché non avessero a soffrire la fame, a causa delle condizioni di disagio prodotte dallo sciopero. Giunsero così in città novantacinque bambini, tra i sei e i dodici anni, che furono accolti da famiglie operaie alessandrine, aiutate finanziariamente dall’organismo camerale. Ugualmente, nel gennaio del 1920, quando un’inchiesta internazionale promossa da un medico britannico rivelò le terribili condizioni di vita dei bambini dei quartieri operai di Vienna – quelli che in fondo erano i figli del nemico appena vinto nei campi di battaglia della Grande guerra -, la Camera del lavoro partecipò con varie collette all’iniziativa del Comune di Alessandria, che accolse e mantenne per mesi in una colonia di Finalmarina[8] centoquattro bambini, figli di proletari viennesi.

Infine – e soprattutto -, occorre sottolineare che anche in Alessandria il solidarismo di classe non si fermò ad azioni di tipo mutualistico e assistenziale, ma assunse in modo crescente una connotazione politica (all’interno di un lento, faticoso, ma inarrestabile cammino emancipatorio dal mero economicismo corporativo a una visione generale politica della società e dell’economia, cammino che oggi pare essersi completamente invertito), a partire dallo sciopero generale, di carattere eminentemente politico appunto, del settembre 1904, indetto dapprima dalla Camera del Lavoro di Milano, ben presto seguita da circoli socialisti e da altre strutture sindacali, per gli eccidi dei minatori di Buggerru, in Sardegna e dei salariati agricoli di Castelluzzo, in Sicilia. Ad Alessandria, lo sciopero fu deciso la sera del 17 settembre, il giorno successivo si tenne un comizio[9] e i manifestanti rientrarono poi al lavoro il 19 sera. Molti ferrovieri, in particolare quelli addetti alle officine e al rialzo, aderirono spontaneamente all’astensione dal lavoro, poi confermata la sera del 18 dalla Federazione dei sindacati ferroviari, che determinò l’adesione alla protesta da parte della quasi totalità degli addetti del deposito e della stazione di Alessandria (tranne una decina tra macchinisti e fuochisti e appena sei deviatori)[10], in quella che l’ “Avanti!” definì “la splendida manifestazione di solidarietà data collo sciopero generale dei ferrovieri”[11].

Dalla guerra di Libia alla Grande guerra: la Camera del Lavoro tra bellicismo e neutralismo

Nel 1911 anche la Camera del Lavoro di Alessandria, come tutto il movimento socialista italiano, vide profilarsi un nuovo contrasto, tra la maggioranza contraria alla guerra di Libia e una minoranza, sia pur esigua, schierata sulle posizioni espresse da Giovanni Pascoli nel celebre articolo “La grande Proletaria si è mossa”. Il 27 settembre di quell’anno la Camera del lavoro promosse lo sciopero generale indetto dalla CGdL contro la “guerra tripolina”, com’era chiamata. La risposta della città fu, secondo il corrispondente alessandrino dell’ “Avanti!”, “molto soddisfacente. Tutte le fabbriche e gli stabilimenti restarono inoperosi. Nel pomeriggio ebbe luogo l’annunciato comizio, ove parlò l’avvocato Ambrogio Belloni. Seguì l’on. Zerboglio, deputato del collegio, che spiegò con esaurienti parole perché era contrario allo sciopero, pur condividendo le idee generali. Venne all’unanimità votato un ordine del giorno di protesta”[12]. Quel primo allontanamento avrebbe lentamente condotto nei tre anni successivi a un vero e proprio strappo interno al socialismo alessandrino, allorché, nell’estate del 1914, gli eventi precipitarono verso l’inizio della Grande guerra, in un clima nel quale tutti i leader europei parlavano di pace, ma si preparavano al conflitto e andavano rapidamente riarmando i loro eserciti.

Il 7 giugno 1914 scoppiarono ad Ancona i moti insurrezionali che sarebbero poi passati alla storia con il nome di “settimana rossa”. La Camera del Lavoro anconitana, guidata da sindacalisti rivoluzionari e appoggiata dalla consistente componente anarchica presente nella geografia politica di quella città, indisse uno sciopero di protesta contro il bellicismo. La repressione delle forze dell’ordine fu durissima e lascò sul terreno tre morti e numerosi feriti, tutti giovanissimi, tra i 17 e i 24 anni. La notizia di quell’ “efferato assassinio di Stato”, come lo definì l’ “Avanti!”, si sparse rapidamente in Italia e determinò una protesta spontanea delle masse, contraddistinta da caratteri fortemente insurrezionali: in numerose città furono erette barricate nelle strade, furono attaccate le prefetture, devastati e saccheggiati i negozi e le strade furono occupate da cortei di protesta che inneggiavano al socialismo e alla rivoluzione. Dopo due giorni di incertezza, la CGdL proclamò uno sciopero generale, che coinvolse tutto il Paese e vide ulteriori vittime della repressione poliziesca. A Valenza, appena ricevuta la notizia dello sciopero, gli operai non si recarono al lavoro e chi era già in fabbrica lo interruppe immediatamente. Sul balcone del municipio fu abbrunata la bandiera italiana e nella sezione socialista le bandiere rosse furono esposte a mezz’asta. A Tortona, moltissimi lavoratori, soprattutto donne, parteciparono a un corteo di protesta, che percorse le vie cittadine intonando canti rivoluzionari. A Novi Ligure, l’adesione allo sciopero fu largamente maggioritaria e si tennero, senza incidenti, tre comizi al Politeama “Marenco”, nei quali parlarono Robotti, Milani, il macchinista ferroviere Coscia e l’anarchico Gavilli. Ma fu ad Alessandria che l’adesione allo sciopero fu totale e bloccò completamente la città; vi aderirono anche i ferrovieri e i tranvieri e gli scioperanti alla sera fecero sospendere le rappresentazioni teatrali e cinematografiche. La Camera del lavoro approvò numerosi ordini del giorno di protesta e, nel pomeriggio, si tenne un comizio cui partecipò una folla enorme e in cui parlarono il segretario camerale Gino Galliadi[13], Ernesto Pistoia (che sarebbe da lì a poco divenuto sindaco di Alessandria) e Giulio Pugliese. Un corteo di quattromila manifestanti sfilò per le vie del centro città, reclamando ad alta voce la chiusura dei negozi, un corteo, a differenza di quelli di altre città, pacifico e privo di incidenti, che fu comunque fatto oggetto di percosse da parte della forza pubblica e al termine del quale furono arrestati circa quaranta partecipanti, tra cui il segretario della Camera del lavoro[14]. Nella notte vennero tratti in arresto dodici ferrovieri, rilasciati comunque alcune ore dopo.

È tuttavia emblematico del clima politico e culturale di quel tempo e delle tensioni interne al socialismo italiano il fatto che due degli oratori di quel comizio – Galliadi e Pugliese – nell’arco di pochi mesi avrebbero mutato posizione rispetto alla guerra. Quando, infatti, l’allora direttore dell’ “Avanti!”, Benito Mussolini, si espresse per il rifiuto del neutralismo assoluto di Turati e propugnò quella che definiva “una neutralità attiva e operante”, che di fatto costituiva la disponibilità ad appoggiare l’entrata in guerra dell’Italia, Gino Galliadi si schierò con lui e gli inviò un telegramma di adesione e sostegno. Allorché Mussolini, espulso dal PSI, diede vita al nuovo giornale “Il Popolo d’Italia” e pubblicò nel primo numero l’elenco di coloro che gli avevano manifestato solidarietà e avevano aderito alle sue tesi[15], Galliadi fu costretto a smentire sull’”Avanti!” quell’adesione, chiarendo che era stata inviata prima che si sapesse dell’uscita della nuova pubblicazione, ma ribadendo al contempo il rifiuto della neutralità assoluta[16]. Galliadi non aderì al “Fascio autonomo di azione rivoluzionaria”, costituito nel dicembre 1914 da Bossi e poi dedicato a Cesare Battisti, ma il 6 febbraio 1915 fu, con Porrati, Panseri, Pugliese e Bossi, tra gli estensori e firmatari di un ordine del giorno, in cui si affermava:

il principio della nazionalità non de[ve] essere rinnegato: […] il suo trionfo deve coincidere con quello della libertà e segnare una tappa verso l’internazionalismo, e sia quindi dovere del proletariato fare sì che dall’attuale conflitto esca una soluzione del problema delle nazioni nel senso dell’indipendenza dei popoli ora soggetti al dominio straniero; convinti che la vittoria del blocco austro- tedesco rappresenterebbe un pericolo per la libertà dell’Europa e instaurerebbe un regime ostacolante l’ascensione delle classi lavoratrici, ritengono sia opera socialista non opporsi a che l’Italia possa ottenere migliori condizioni di vita e di sviluppo e ritengono doverosa la difesa dell’integrità territoriale e libertà di respiro della nazione[17]

Quando, assolvendo l’impegno assunto con il Patto segreto di Londra, l’Italia cominciò a richiamare alle armi i giovani, anche in provincia di Alessandria si manifestarono momenti di protesta spontanea, come nel capoluogo, dove il 13 maggio alcuni ragazzi, presto raggiunti da numerosi cittadini e da molti richiamati, diedero vita a un corteo, con cartelli contro la guerra, che sfilò nel centro città cantando l’ “Inno dei lavoratori” e venne alle mani in corso Roma con un gruppo di ufficiali che irridevano i manifestanti davanti al caffè “Italia”; e a Rocca Grimalda, dove il 12 maggio la folla, accorsa alla stazione per salutare i coscritti in partenza, inscenò una manifestazione contro la guerra, alla quale aderirono anche numerosi viaggiatori che scesero dal treno, per unirsi ai manifestanti. Emblematico fu, a tale proposito, quel che accadde ad Alessandria, dove la sezione locale del PSI aveva indetto una dimostrazione pubblica contro la guerra per la sera del 19 maggio in piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà). Ma, recatisi dal Prefetto per ottenere il permesso di legge, si sentirono rispondere che, in caso di minimo disordine, costui avrebbe passato il potere nelle mani dell’autorità militare, cosicché la sezione del partito, il Circolo giovanile socialista e la Camera del Lavoro fecero rapidamente affiggere nelle strade un manifesto, che recitava:

Lavoratori! […] Oggi l’Autorità politica ci diffida che consegnerà immediatamente la pubblica sicurezza nelle mani dell’Autorità militare in occasione di qualsiasi assembramento. Nell’interesse dell’organizzazione politica ed economica e ad evitare la soppressione di ogni pubblica libertà, mentre affermiamo la nostra idea, che rimane immutata, vi invitiamo a desistere da ogni manifestazione.[18]

Nonostante ciò, verso le 21 “una moltitudine di popolo, […] tra cui vi erano pure delle donne e dei ragazzi, in tutto poco più di mille persone, si diede convegno in piazza Vittorio Emanuele”[19]. Secondo la cronaca dell’ “Avanti!”

“[…] una insolita numerosa folla composta in maggioranza di richiamati ha affollato la piazza.

Malgrado gli ordini severissimi la folla non si è potuta trattenere dal gridare qua e là imprecando contro la guerra. I più eccitati erano i richiamati che inscenarono una seria dimostrazione, tanto che le autorità furono obbligate, per evitare disordini, a far accasermare i richiamati […].

Qualche incidente, qualche arresto non mantenuto e vivissimo fermento nella popolazione che stazionò fino a tarda ora sulla piazza[20]

Nel frattempo, lo scoppio della guerra austro-serba a fine luglio del 1914, seguita nell’arco di pochi giorni dall’entrata nel conflitto di Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna, aveva inaugurato i problemi economici che si sarebbero susseguiti per tutti gli anni del conflitto mondiale e per i due anni successivi alla pace. Infatti, nei primi giorni di guerra, la chiusura dei transiti doganali europei interruppe l’afflusso delle materie prime necessarie agli stabilimenti alessandrini. Alcuni sospesero, dunque, la produzione e i due cappellifici dichiararono che sarebbero stato costretti alla chiusura dell’attività nel giro di brevissimo tempo. In Alessandria si scatenò il panico generale e tra il 4 e il 5 agosto i piccoli risparmiatori alessandrini si recarono agli sportelli delle banche, per ritirare i loro depositi. Si calcola che nel solo giorno 4 agosto siano state rimborsate 560.000 lire. Ne conseguì inevitabilmente un processo inflattivo, con l’aumento costante dei generi alimentari e soprattutto del pane, che suscitò le preoccupazioni della struttura camerale. Fu il Comune di Alessandria a intervenire costantemente, per alleviare i disagi del carovita: nel febbraio del 1915 acquistò 1200 q di farina e nell’aprile di quell’anno altri 5000 q, da rivendere a prezzo di costo ai panettieri che avessero accettato di vendere il pane a prezzo calmierato; e nel novembre successivo deliberò di produrre autonomamente pane da vendere a prezzo ridotto alla popolazione.

Come tutto il movimento sindacale italiano, durante gli anni del primo conflitto mondiale anche la Camera del Lavoro di Alessandria adottò un comportamento di collaborazione con lo sforzo bellico. Nell’autunno del 1915 i lavoratori alessandrini non parteciparono agli scioperi che contraddistinsero Torino, Biella e Novara; e rari furono gli scioperi nel 1916 e nel 1917, sebbene all’inizio di agosto del 1917 anche in Alessandria, come a Torino e in molte altre città italiane ed europee, vi fu uno sciopero generale per il caro-viveri, del quale – come accadde in tutte le altre città – furono ideatrici e protagoniste soprattutto le donne, come dimostra il fatto che il 2 di agosto furono processati per direttissima due giovani uomini e dieci donne, arrestati durante le dimostrazioni di quel periodo e condannati, sia pure con la concessione della condizionale, gli uomini a un mese di carcere e 80 lire di multa; e le donne a pene tra i venti e i cinque giorni di prigione[21]. Vi furono inoltre scioperi per la vertenza degli operai cotonieri, ma ne complesso le agitazioni furono, come si diceva, relativamente poche, anche in ragione del fatto che la Camera del Lavoro alessandrina rimase ben presto senza segretario. Infatti, nel giugno 1915 improvvisamente e senza preavvertire alcuno, Gino Galliadi andò volontario in guerra come soldato semplice in un battaglione di Artiglieria[22] e la Camera del lavoro elesse come segretario Paolo Demichelis, che, tuttavia, fu a propria volta richiamato alle armi della primavera del 1916, cosicché fino al termine del conflitto la struttura camerale fu gestita dalla Commissione Esecutiva. Dopo la smobilitazione, Paolo Demichelis tornò per alcuni mesi alla carica di segretario e fu poi sostituito da Cesare Orecchia.

Dal punto di vista squisitamente sindacale, gli anni tra il 1915 e il 1918 furono contraddistinti dal venir meno delle condizioni di controllo indiretto del sindacato sull’organizzazione del lavoro e la disciplina nella fabbrica, a causa di un’ulteriore radicale trasformazione dell’industria, con l’ampliamento del mercato del lavoro mediante una forte mobilità territoriale; e l’immissione massiccia di manodopera non specializzata e di più recente formazione, a causa del reclutamento imposto dalle istanze della produzione bellica[23]. Tali trasformazioni imposero al sindacato l’adozione di una nuova politica, al fine di estendere le garanzie e i diritti del lavoro a tutta la nuova massa di lavoratori, all’interno di e mediante l’alleanza tra le forze produttrici e una razionalità negoziale avulsa da ogni tentazione corporativistica e capace di coinvolgere lo Stato nella costruzione di estese forme di tutela sociale. Si trattò di una prospettiva politica che parve accomunare, sia pure per poco, l’AMMA (l’associazione degli imprenditori metalmeccanici, voluta da Giovanni Agnelli e nata nel maggio 1919), la FIOM di Bruno Buozzi e la CGDL di Ludovico D’Antona.

Tuttavia, al termine della Grande guerra, con il ritorno dei reduci alla vita civile, l’aumento della disoccupazione, la difficoltà di riconversione delle industrie e infine la crisi produttiva del 1921, la conflittualità sociale aumentò improvvisamente a dismisura, ponendo domande di mutamenti radicali non più situabili nel mero ambito della contrattazione sindacale; e, contestualmente, la dirigenza riformista della CGdL divenne fortemente minoritaria all’interno del Movimento operaio e dei suoi organismi politici, in larga misura affascinati dal mito della rivoluzione russa e dall’idea che fosse possibile estenderla in tempi brevi anche al resto dell’Europa e in modo particolare all’Italia. Il biennio rosso, prima e l’avvento del fascismo, dopo, interruppero dunque il percorso dei gradualisti della Confederazione del lavoro verso la partecipazione a quel nuovo assetto del sistema delle relazioni industriali che era sembrato balenare nelle intenzioni dei protagonisti sindacali e imprenditoriali tra la fine della guerra e l’inizio del fatidico 1919.

Il biennio rosso in Alessandria

Sarebbe interessante – ma impossibile in questa sede – ricostruire i modi, i passaggi e la circolazione delle idee mediante cui anche il proletariato alessandrino pervenne alla costruzione del mito della rivoluzione russa, negli anni tra il 1917 e il 1919. Sappiamo che era diffusa in città la lettura dell’ “Avanti!”, che in quegli anni pubblicò a più riprese le cronache degli avvenimenti russi scritte dapprima dall’esule Sukomlin e successivamente da Vodovosov e da Anna Balabanov, entrambi vicini alle posizioni dei bolscevichi; sappiamo che, a partire dalla metà del 1919, in Italia, come in tutto il mondo occidentale, ebbe vastissima eco il libro del giornalista statunitense John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo; sappiamo, inoltre, che le suggestioni tratte da quegli articoli e più tardi da quel libro animarono i comizi di moltissimi leader socialisti nazionali e locali e che la questione dei soviet e di una soviettizzazione dell’Italia divenne centrale nel dibattito interno al movimento socialista del nostro Paese, soprattutto per da parte dell’ala massimalista, propensa a considerare le strutture del movimento operaio italiano – cooperative, camere del lavoro, commissioni interne delle fabbriche – come la forma italiana del soviet[24]. Ma non sappiamo per quali ragioni la figura di Lenin divenne improvvisamente nota alle masse proletarie, fino a costituirne un riferimento nodale, che giganteggiava rispetto a tutti gli altri rivoluzionari russi. Quel che possiamo ricostruire, rispetto ad Alessandria, è il fatto che, a partire circa dall’inizio del 1918, negli elenchi che quotidianamente l’ “Avanti!” pubblicava delle sottoscrizioni giunte da tutta Italia cominciarono a comparire nomi di Alessandrini accompagnati da dizioni come “in nome della rivoluzione russa”, o “per la Russia”, o appellativi come “un leninista”, o “un abbonato leninista”. Purtroppo, la micragnosa censura applicata ai giornali nel corso dell’ultimo anno di guerra non ci consente di ricostruire se anche in Alessandria vi fu e in che misura l’adesione al boicottaggio del luglio 1918, indetto per impedire che l’Italia partecipasse a una spedizione delle forze dell’Intesa contro la Russia rivoluzionaria.

In ogni caso, anche in Alessandria le condizioni socio-economiche drammatiche generate dal conflitto (la frattura irreversibile della società civile provocata dal sacrificio delle masse proletarie nelle trincee, la disoccupazione dilagante all’indomani della smobilitazione insieme all’espulsione dal lavoro della manodopera femminile che aveva sostituito gli uomini in guerra, il caro-viveri insostenibile per le famiglie operaie e contadine, i problemi innestati dalla riconversione della produzione) e le nuove contraddizioni in ambito politico che, dall’inizio del Novecento, animavano il panorama ideologico italiano e che furono radicalizzate dalla guerra (il fallimento dell’Internazionale socialista, le pulsioni vitalistiche e volontaristiche insofferenti nei confronti del positivismo e dell’evoluzionismo cui il socialismo aveva fatto a lungo riferimento e, last but not least, il mito della rivoluzione leninista) provocarono un aumento esponenziale della conflittualità, con una mobilitazione spontanea delle masse deluse ed esasperate; e, nel contempo, una progressiva sfiducia nel gradualismo di quel socialismo sindacale e municipale che a lungo aveva guidato la Camera del lavoro e il movimento operaio alessandrini. Iniziava anche in questa città il “biennio rosso”, con caratteristiche insurrezionali analoghe a quelle di altre città italiane.

Nel periodo del biennio rosso, dunque, anche Alessandria assistette a una serie nutritissima di scioperi e proteste, che coinvolsero tutte le categorie di lavoratori, a partire dallo sciopero dei tipografi nel gennaio 1919, indetto a Biella e ad Alessandria, seguito a marzo dallo sciopero dei maestri, allora dipendenti comunali e dei tranvieri e ad aprile e maggio dalle agitazioni dei metalmeccanici, dei falegnami, dei ferrovieri, degli operai degli opifici serici, degli addetti alle fornaci, degli operai dei cementifici, dei lavoranti panettieri, degli edili. A giugno entrarono in sciopero i lavoratori dei calzaturifici, i camerieri e i cuochi, le sarte e i sarti, i dipendenti comunali, i fattorini dei telegrafi, i cantonieri e nuovamente i maestri; e il 13 giugno il sovrapporsi di varie agitazioni bloccò quasi completamente l’attività lavorativa in Alessandria e nella vicina Genova e si configurò quasi come uno sciopero generale[25].

Il 5 luglio anche Alessandria, come le altre città italiane, partecipò allo sciopero e alle proteste per il caro-viveri. In città la scintilla che diede avvio alla protesta fu l’incauto comportamento di una contadina che, nel mercato annonario di via Cavallotti (oggi via San Lorenzo), piuttosto che accettare di vendere le uova al prezzo del giorno precedente, buttò a terra il cesto che le conteneva e le calpestò. I compratori esasperati devastarono il mercato, che fu chiuso dall’autorità pubblica. Nel pomeriggio migliaia di persone accorsero in piazza Vittorio Emanuele, dinanzi al Municipio, per ascoltare il comizio tenuto dal sindaco Ernesto Pistoia, dal direttore delle scuole comunali Carlo Zanzi, dall’avvocato Ambrogio Belloni e dal giovane Cesare Orecchia; si formò poi un corteo, che, cantando inni proletari, sfilò lungo via Umberto I (oggi via dei Martiri) verso le vie del commercio alessandrine e che diede l’assalto ai negozi di tessuti, di calzature e di alimentari e ai magazzini militari. Ingenti quantità di merci furono requisite e portate alla Camera del lavoro, mentre i negozianti più prudenti affiggevano alle serrande cartelli in cui si affermava che le merci e le chiavi delle loro botteghe erano a disposizione dei dirigenti camerali[26]. In un suo saggio dedicato al biennio rosso in Alessandria, Franco Livorsi afferma che la merce requisita fu immagazzinata nei locali della scuola elementare “De Amicis”. L’intervento di reparti di cavalleria e di drappelli di soldati schierati a difesa dei negozi spegneva infine le dimostrazioni. Il giorno successivo una riunione in Prefettura poneva le basi di un accordo tra Camera del lavoro ed esercenti, per l’ottenimento di prezzi calmierati, con un ribasso pari al 40%, a fronte del quale fu restituita la merce requisita, o, come sostenne “La Stampa”, ciò che ne restava. È peraltro interessante notare che il Comitato di agitazione che guidò la rivolta aveva costituito una guardia rossa incaricata di eseguire le requisizioni; tale formazione fu soppressa due giorni dopo i fatti e sette dei suoi componenti furono arrestati[27]. Uno di essi, l’operaio metalmeccanico Angelo Giovanni Bogino, fu condannato a quattro mesi di reclusione.

Fino alla fine dell’anno, proseguirono numerosissimi gli scioperi, legati ad agitazioni regionali, o a vertenze locali. Quando il 2 dicembre a Roma e a Milano le forze dell’ordine spararono sulla folla dei manifestanti scesi in piazza per lo sciopero generale indetto dalla CGdL e ne uccisero alcuni (uno a Roma, quattro a Milano), ferendo anche donne, bambini e vecchi, la Commissione Esecutiva della Camera del lavoro di Alessandria – il cui segretario Paolo Demichelis era stato eletto in Parlamento e non ancora sostituito – proclamò lo sciopero generale per il 3 dicembre e organizzò un comizio al pomeriggio nella Casa e Teatro del popolo, anticipando di un giorno la decisione della Confederazione nazionale[28]. Il 4 dicembre, alle 10 di mattina, si tenne un affollatissimo comizio al Teatro del popolo, nel quale parlarono Cesare Orecchia, Giuseppina Fracchia Belloni e Reda per i socialisti e Duilio Remondino. Nel pomeriggio gli operai rientrarono al lavoro, ma, fatto emblematico del clima pre-insurrezionale, nella notte scoppiò in via Ghilini, davanti ai locali della Questura, un ordigno, sia pure di scarsa potenza[29].

Il 1920 iniziò con il grande sciopero dei ferrovieri, che provocò la quasi completa paralisi del traffico su rotaia, cui le Ferrovie cercarono di porre rimedio a Torino richiamando in servizio i pensionati e in provincia di Alessandria impiegando soldati e ufficiali di Marina e del Genio. Nelle settimane successive vi furono scioperi che coinvolsero in Alessandria i lavoranti panettieri e mugnai, gli operai calzaturieri (in astensione dal lavoro in tutto il Piemonte), i lavoratori del legno, i chimici, i salariati agricoli, i guardafili telegrafici (lo sciopero fu seguito dalla nascita in Piemonte e in Alessandria del sindacato dei postelegrafonici), gli insegnanti di scuola media (una parte dei quali si iscrisse alla Camera del Lavoro), i sarti, i maestri elementari, i tipografi. Furono proteste legate a condizioni specifiche di lavoro sia locali, sia regionali, o nazionali e organizzati dalle centrali sindacali, ma alcuni ebbero elementi di spontaneismo dei lavoratori, soprattutto per quanto riguarda gli scioperi di solidarietà con altri scioperanti. Non sempre, infatti, tali agitazioni furono organizzate di concerto tra dirigenza camerale e lavoratori, a dimostrazione di una progressiva diminuzione di centralità della struttura sindacale e di consenso nei confronti dei suoi dirigenti; a tale proposito, rammentando che nel febbraio 1920 Ercole Ferraris lamentava una sostanziale frattura tra operai e sindacato, a causa del dirigismo di quest’ultimo, Franco Livorsi sottolinea la gravità della condizione del Movimento socialista, contraddistinto ormai dall’isolamento della classe operaia dagli altri ceti sociali e dagli altri gruppi politici della sinistra, nonché dall’assenza di una guida, non soltanto capace, o autorevole, ma, com’egli dice, effettivamente grande[30].

Nell’aprile del 1920, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale – che durò dieci giorni – di solidarietà con i metallurgici torinesi, che bloccò i lavori agricoli nelle campagne, i centri zona della provincia, l’intero capoluogo e la sua stazione ferroviaria, per l’adesione della maggioranza dei ferrovieri. Vi furono comizi di Ambrogio Belloni, di Ernesto Pistoia, del sindaco socialista di Alessandria, Ernesto Torre e, in rappresentanza delle leghe operaie, di Ercole Ferraris. Ma a giugno fu frutto di una decisione spontanea dei ferrovieri della stazione di Alessandria il blocco di due treni diretti a Torino, che trasportavano decine di carabinieri, che si temeva inviati nel capoluogo regionale per reprimere le proteste dei ferrovieri torinesi.

A inizio settembre, quando gli industriali metallurgici di Torino deliberarono la serrata – ben presto imitati dagli altri industriali piemontesi – e gli operai occuparono gli stabilimenti, anche in Alessandria vi fu, nella notte del 2 settembre, l’occupazione delle fabbriche metallurgiche Thedy, Menini, Maino, Savio e Mino, mentre le manifatture Negro, Calvi e Marchese furono occupate nel pomeriggio. Una commissione, formata dal pro-sindaco Torre e dai dirigenti camerali Ferraris (il vero animatore dell’occupazione delle fabbriche, come nota Franco Livorsi[31]), Cocito e Vacca si recò in Prefettura, per esporre la nuova situazione della massa operaia in città; e la Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro convocò le leghe operaie che votarono un ordine del giorno proposto da Egidio Cocito di appoggio all’azione dei metallurgici[32]. La produzione nelle fabbriche occupate – sulle quali ci si preoccupò di innalzare bandiere rosse con falce e martello – non fu interrotta; addirittura nell’officina Mino gli operai si organizzarono in turni, per garantire la prosecuzione del lavoro anche in orario notturno; e lì, testimonianza emblematica del clima rivoluzionario del momento, Umberto Recalcati tenne un comizio, per incitare i lavoratori “alla disciplina e al sacrificio per la vittoria”[33]. Mentre l’ “Avanti!” titolava “L’ora decisiva è forse imminente. Proletari d’Italia: organizzatevi, disciplinatevi, armatevi”[34] e in Alessandria veicoli addobbati di bandiere rosse portavano per le vie del centro manifestanti che proclamavano la rivoluzione, una commissione formata da Zanzi, Orecchia (divenuto nel frattempo segretario camerale), Ferraris, Cocito e Vacca visitò gli stabilimenti alessandrini occupati, prendendo atto della capacità operaia di auto-organizzazione; e la Camera del Lavoro si occupò di rifornire le fabbriche che ne avevano necessità dell’ossigeno indispensabile per le saldature, ritirandolo presso gli stabilimenti che lo producevano[35]. Nei giorni successivi, in virtù di un prestito dato da alcuni socialisti e da alcuni istituti del movimento socialista, i dirigenti camerali poterono distribuire un sussidio agli operai metallurgici che da due settimane occupavano i loro stabilimenti; e la Giunta comunale socialista deliberò di fornire buoni pasto quotidiani da 5 lire ciascuno alle famiglie proletarie coinvolte nella protesta.

L’11 settembre furono occupati i calzaturifici Scarsella, Vitale, Falotti, Torre, Bima, Caretta, Taverna, Gatti & Rossi, per timore che i proprietari spostassero altrove i materiali necessari alla lavorazione e per solidarietà con i metallurgici, secondo le deliberazioni dei calzaturieri in ambito regionale; due giorni dopo fu occupata l’argenteria Cesa; e il 27 settembre nuclei di salariati e di piccoli proprietari terrieri occuparono alcuni terreni di proprietà del marchese Baldi di Piovera e terre della cascina di proprietà dei fratelli Novelli a Castelceriolo, per lavorarli in cooperativa. Nello stesso giorno, seguendo le disposizioni della FIOM, gli operai metallurgici misero fine all’occupazione delle fabbriche, seguiti poi dai calzaturieri e dagli argentieri. Un referendum tra i lavoratori accettò il concordato stretto dalla FIOM con gli industriali metalmeccanici in quei convulsi giorni. Poco dopo cessò l’occupazione degli altri stabilimenti. Il sogno di una rivoluzione proletaria dei soviet, come quella russa del 1917, iniziò a spegnersi.

Paolo Spriano, da una prospettiva tutta interna al movimento comunista, scrisse che alla fine di settembre del 1920

“[…] vengono al pettine i nodi dell’insufficienza e dell’ambiguità del socialismo nel <<biennio rosso>>. La preparazione rivoluzionaria non esiste. Militarmente, non c’è neppure un embrione di organizzazione centrale. Gli operai, e forse soltanto a Torino e Genova, sono in grado di difendere con le armi improvvisate o raccolte le officine presidiate, non di muovere all’offensiva. Nessuna parola d’ordine intermedia è lanciata, nessuna tappa di avanzata è prevista. Il tema del controllo della produzione, attraverso i Consigli operai, non è raccolto se non dagli ordinovisti. Ché viceversa, su scala nazionale, l’obiettivo del controllo, concepito come controllo sindacale-corporativo, viene assunto dai riformisti, d’accordo con Giolitti, come la via d’uscita dall’agitazione, come il terreno di compromesso, in uno con l’accoglimento parziale delle rivendicazioni salariali[36]

In realtà, si andavano maturando una radicale inversione degli eventi e una sconfitta altrettanto radicale del Movimento operaio italiano, intravista allora soltanto da Gramsci e da Mussolini[37], l’uno consapevole del fatto che la mancata rivoluzione avrebbe a quel punto scatenato una reazione feroce della borghesia, l’altro cosciente della sostanziale incapacità da parte del movimento socialista di procedere al di là dei meri pronunciamenti e degli slogan. Una sconfitta, dicevamo, che cominciò a lumeggiare possibili fratture interne al PSI, sia in ambito nazionale, sia per quanto concerne il movimento operaio e socialista alessandrino.

Nel novembre 1920, l’ “Avanti!” pubblicò i nomi degli aderenti alla frazione dei “comunisti unitari” serratiani, vale a dire i socialisti che intendevano aderire alla Internazionale comunista, senza una rottura con i riformisti di Turati, Treves e Modigliani: tra di essi, per quanto concerne Alessandria, vi erano Umberto Recalcati, l’ex segretario camerale Paolo Demichelis – entrambi divenuti nel frattempo deputati – e il segretario camerale in carica Cesare Orecchia, che in quello stesso mese fu eletto consigliere provinciale (come già era accaduto prima di lui ad altri segretari della Camera del Lavoro alessandrina), uno dei trentaquattro esponenti della maggioranza socialista, per la prima volta a capo della Provincia alessandrina dall’epoca dell’istituzione dell’ente, nel 1859.

La cronaca dell’insediamento di quel Consiglio provinciale restituisce perfettamente la temperie ancora ottimistica e, come sappiamo oggi, nutrita di irrazionali e malriposte illusioni, che si viveva all’interno del Movimento operaio alla fine del 1920. Sul balcone del Palazzo della Provincia fin dal primo mattino di quel 15 novembre 1920 sventolava una bandiera rossa con falce e martello. A inizio seduta, con l’astensione dei consiglieri di minoranza, si procedette alla elezione del presidente del Consiglio provinciale nella persona dell’ex sindaco socialista di Alessandria, Ernesto Pistoia e del vicepresidente, Ambrogio Belloni. Nel suo discorso inaugurale, Pistoia rammentò la giustezza della lotta di classe e il progetto del Partito socialista di “conquista del Parlamento, delle Province, dei Comuni e di tutti gli altri organismi nei quali deve addestrarsi il proletariato per affrettare l’avvento del socialismo, tenendo conto delle leggi gradualistiche che regolano la vita sociale fino a quando non giunga il momento storico della completa trasformazione. […] io rivolgo da questo posto un saluto e un augurio alla Russia dei Soviet, a quella repubblica che oggi è il crogiuolo delle esperienze proletarie […] come la rivoluzione francese dell’89, pure tra un’infinità di errori, di martiri, di delitti e di tanto sangue versato, affermò il nuovo diritto borghese contro il feudalesimo, così la rivoluzione russa affermerà fra non molto, e noi speriamo nel mondo intero, il nuovo diritto del proletariato, che è poi il diritto della maggioranza. […]”[38]. Il discorso fu acclamato dalla tribuna affollata, con un applauso “entusiastico”, sventolii di bandiere rosse e con grida di “Evviva la Russia!” e “Viva Lenin!”. Il Consiglio approvò poi un ordine del giorno proposto da Orecchia di saluto alla Russia e di richiesta di liberazione delle “vittime politiche”. Cesare Orecchia ed Egidio Cocito, entrambi protagonisti fondamentali della vita camerale, furono poi tra gli eletti alla Deputazione provinciale.

La Camera del Lavoro tra il biennio nero e la nascita della dittatura

Irrazionali speranze malriposte, dicevamo; e, aggiungiamo, scarsa lucidità nell’analisi della situazione sociale e politica italiana coeva. Infatti, sono questi anche gli anni, da un lato, della frattura interna al Psi, operata dalla corrente di sinistra dell’ “Ordine nuovo”, che nel Congresso di Livorno, il 21 gennaio 1921, scelse la scissione dal partito e si costituì come Partito Comunista d’Italia (in Alessandria vi aderirono, tra gli altri, Ambrogio Belloni ed Ercole Ferraris); dall’altro, della drammatica espulsione durante il XIX Congresso del Partito Socialista, la sera del 3 ottobre 1922, della corrente riformista di Turati (che costituì il giorno successivo il Partito Socialista Unitario); nonché, nel 1923, dell’ulteriore espulsione del gruppo di Giacinto Menotti Serrati, che confluì poi nel Partito Comunista – tre presupposti sciagurati di un inevitabile forte indebolimento del PSI e di tutto il movimento operaio italiano -; e, infine, della comparsa e della crescita del movimento fascista, nato il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro a Milano.

Né fu sufficiente il tentativo di riunificazione della CGdL, che all’inizio del 1922 promosse la costituzione dell’Alleanza del Lavoro, in associazione con l’USI, la corrente sindacale dei sindacalisti rivoluzionari e degli anarchici, con la Unione Italiana del Lavoro, il sindacato degli interventisti fondato nel 1918, le Federazioni nazionali dei ferrovieri e dei Portuali, il PSI e il PCdI. L’Alleanza del Lavoro indisse all’inizio dell’agosto 1922 uno sciopero generale definito “legalitario”, per sostenere la richiesta di un governo di garanzia contro le crescenti violenze che insanguinavano le città italiane. Come in tutta Italia, anche in Alessandria lo sciopero riuscì soltanto parzialmente, tutti i negozi restarono aperti e continuarono a funzionare i tram e i servizi postelegrafonici, mentre i fascisti occupavano per ritorsione il Municipio governato dalla giunta socialista e, alle 2,30 della notte successiva, davano alle fiamme la Casa e Teatro del popolo[39].

Gli scontri tra squadre d’assalto fasciste e soprattutto comunisti iniziarono nei primi mesi del 1921, in tutta Italia e anche in tutta la provincia alessandrina, dapprima come contesa dello spazio pubblico della piazza nelle feste di paese, successivamente come attacco violento a singoli individui e infine come azioni di distruzione da parte dei fascisti delle sedi del Movimento operaio, in un crescendo di violenza. A marzo, la CGdL espresse con ineguagliata clarità la gravità della situazione, allorché – all’indomani dell’inquietante attentato attribuito agli ambienti allora definiti “sovversivi”, avvenuto al teatro “Diana” di Milano e che provocò diciotto morti, tra cui una bambina – affermò:

La vita politica e sindacale d’Italia passa una tragica ora. Incendi, distruzioni, attentati, si ripetono quotidianamente. La violenza che tanto combattemmo, allorché si rivelò nel suo fenomeno più imponente – la guerra – è divenuta quasi la sola manifestazione politica dell’intiero Paese. La Confederazione Generale del Lavoro vede in questo acuirsi della guerriglia di gruppo un pericolo, che va al di là delle fazioni e dei Partiti, ma che minaccia di sommergere un’intiera civiltà. Non è questa l’ora delle recriminazioni e della ricerca delle colpe. Gravi esse sono per tutti quei singoli, che commisero atti che portarono il lutto ed il dolore in tante famiglie, maggiormente gravi esse sarebbero per chi – potendo – non pronunciasse una parola di severo monito e di richiamo alla realtà.[40]

La prima occasione di potenziale scontro tra fascisti e Movimento operaio alessandrino risale al gennaio 1921, in occasione del processo, per la causa intentata dal sindaco Ernesto Torre al giornale “La Fiamma”, organo dei “battistini” di Alessandria, vale a dire di quegli interventisti che si erano distaccati dal socialismo cittadino, per avvicinarsi gradualmente a posizioni nazionalistiche, tra i quali i principali erano Zerboglio e l’ex sindaco di Alessandria ed ex segretario della Camera del Lavoro Paolo Sacco. Durante l’udienza inaugurale del processo, il 14 gennaio, giunsero da Genova due decine di fascisti, che non riuscirono, tuttavia, ad entrare nel Palazzo di Giustizia, presidiato da molti carabinieri e soldati. Verso le 11 di mattina, quando si sparse la notizia dell’arrivo dei fascisti, gli operai della “Borsalino” e di altre fabbriche abbandonarono il lavoro e si recarono a presidiare il Municipio, la Camera del Lavoro e il Teatro del popolo, per evitarne l’assalto.

Spesso, comunque, la repressione poliziesca nei confronti del movimento sindacale si aggiungeva alla violenza degli scontri, come più volte beffardamente rammentava in quei mesi l’ “Avanti!”. Emblematico, a questo proposito, ciò che accadde in Alessandria il 28 marzo 1921, in occasione della cerimonia dell’inaugurazione del gagliardetto della sezione locale del Fascio, per la quale si erano raccolti in città circa novecento fascisti, molti dei quali giunti da altre località. La Camera del Lavoro aveva dato indicazioni agli operai di recarsi in campagna e la maggior parte di essi aveva obbedito. Ma al termine della manifestazione, secondo i fascisti, qualcuno aveva fatto scoppiare una bomba, mentre secondo il sindaco socialista Ernesto Torre, intervistato da “La Stampa”, non vi era stato alcun ordigno e, secondo l’ “Avanti!”, vi era stato un primo scontro tra operai e fascisti nei pressi della sede del Fascio. In ogni caso, in piazzetta Monserrato vi fu il primo ferimento di un operaio, Battista Cerutti, accusato dai fascisti di aver fatto esplodere un petardo (ma il Prefetto diede per acclarato il possesso da parte di Cerutti di un vero e proprio ordigno e gli attribuì l’intenzione di volerlo scagliare su un gruppo di fascisti); egli fu trapassato da parte a parte da una pugnalata alla schiena. Secondo altri, in quella stessa piazzetta alcuni operai avevano invece malmenato un fascista, che sarebbe corso nella sede del Fascio a chiedere aiuto e ciò avrebbe provocato l’inizio degli incidenti, mentre la versione dell’ “Avanti!” fu che alcuni fascisti avevano tolto con violenza il fazzoletto rosso che un operaio portava nel taschino e da ciò sarebbe nata la prima zuffa tra altri operai e i fascisti.

Poco dopo la prima zuffa, comunque, in via Santa Maria di Castello un tenente dell’esercito fece scoppiare una bomba e iniziò quella che l’ “Avanti” definì “una vera e propria battaglia nella quale vennero esplosi numerosi colpi di rivoltella e lanciate parecchie bombe a mano. Carabinieri e fascisti spararono abbondantemente sulla folla che urlando si ritirò, inseguita, nelle case.”[41] Secondo il resoconto del sindaco, riportato da “La Stampa”, che parla di tre vittime, “la battaglia” si spostò nel sobborgo degli Orti e terminò “per l’intervento di una compagnia di soldati di fanteria e carabinieri che spararono per circa un’ora”[42], uccidendo una persona, il manovale cinquantenne Vittorio Martini e ferendone gravemente un’altra, il cappellaio ventinovenne Ernesto Coscia, morto poi in ospedale. Secondo il sindaco, un ufficiale armato di due pistole e pugnale e accompagnato da un gruppo di altri irruppe in casa di Coscia, la mise a soqquadro e minacciò di morte sua moglie e suo suocero; e un altro ufficiale si avvicinò a un portalettere quarantacinquenne, padre di quattro bambini, Giuseppe Pasino, fermo accanto all’entrata di un caffè, per domandargli di cambiargli un biglietto da 5 lire con spiccioli e, alla risposta forse brusca di costui, dapprima lo colpì con una bastonata e poi con una revolverata, cui seguirono colpi di pistola da parte di altri che fiancheggiavano l’ufficiale, fino all’uccisione del malcapitato. Differente la versione del Prefetto, che attribuì la morte del portalettere (ma l’ “Avanti” parla dell’uccisione di un operaio, Giuseppe Bassino) a non meglio identificati giovani, intervenuti in un momento di diverbio tra un ufficiale dell’esercito e un ubriaco presso il bar Nazionale, in piazza Vittorio Emanuele. Tra le persone provocate e aggredite dai fascisti vi furono anche i deputati socialisti alessandrini Pistoia, Recalcati, Zanzi e Tassinari. In ogni caso, dopo gli eventi sanguinosi, la città fu presidiata da truppe di soldati e l’intera zona del centro che consentiva l’accesso agli Orti chiusa: furono sbarrate da un doppio cordone di soldati via Milano, via Inviziati, piazzetta Monserrato, via Volturno, il vicolo del Quartieretto e via Santa Maria di Castello; e furono sorvegliate dai soldati la Prefettura, la Questura e la sede del Fascio, in via Inviziati.

La Camera del lavoro non indisse – come sarebbe stato d’uso – uno sciopero generale, ma spontaneamente molti operai interruppero il lavoro in segno di protesta e i dirigenti camerali vi aderirono post factum, chiedendo di proseguire l’astensione dal lavoro fino a nuovo ordine. Nel frattempo la sede camerale era stata perquisita in cerca di armi, che non furono trovate; e nei mesi successivi più volte le forze dell’ordine perquisirono di notte la casa del segretario camerale Cesare Orecchia.

Il 15 maggio 1921 alle 21, in vista delle elezioni amministrative del giorno successivo, un corteo di socialisti si formò in piazza Vittorio Emanuele e percorse corso Roma, fino ai giardini della stazione, tra sventolio di bandiere e il canto dell’Inno dei lavoratori; al ritorno, i manifestanti si scontrarono con una decina di fascisti che cantavano il loro inno. Ne seguì una rissa, che provocò numerosi feriti. Il 16 maggio, durante le votazioni che avrebbero sancito l’elezione dei socialisti Oliva, Tassinari, Pistoia, Zanzi e dei comunisti Belloni e Remondino, verso le 11 avvenne una sparatoria tra fascisti e comunisti e, probabilmente per rappresaglia, alle 19 alcuni sconosciuti spararono colpi di rivoltella contro l’abitazione di un fascista in via Tortona, frantumando i vetri delle finestre.

Tra i numerosi altri episodi di violenza dei mesi successivi, occorre citare la devastazione e l’incendio della Camera del lavoro di Acqui nell’aprile del 1922, come ritorsione contro il comizio dei comunisti Duilio Remondino e Ercole Ferraris, che si stava tenendo in piazza e che i fascisti non erano riusciti a interrompere. E pare significativo ciò che avvenne in Alessandria il Primo maggio del 1922. Alle 10 si era tenuto al Teatro del popolo un comizio dei socialisti Ernesto Torre, Mario Casalini, Ernesto Pistoia e del comunista Ercole Ferraris, al termine del quale numerosi intervenuti si fermarono dinanzi al teatro, per cantare inni socialisti. Nonostante il divieto del Prefetto, fu formato un corteo, che, agitando fazzoletti rossi e cantando, si avviò verso via Cremona, per raggiungere via Cavour, ma fu intercettato da un gruppo di fascisti, provenienti da via Tripoli, che, cantando “Giovinezza”, aggredirono i manifestanti. I carabinieri intervennero, caricando tutti; i socialisti e i comunisti fuggirono verso piazza Vittorio Emanuele, dove furono dispersi dalle cariche della forza pubblica. Ercole Ferraris, percosso da un fascista, cadde a terra, ferendosi al volto. Nel pomeriggio, dopo aver bruciato in piazza una bandiera rossa requisita a Cantalupo, i fascisti invasero al sede della cooperativa dei cappellai in via Cavour, chiedendo che fosse esposta una bandiera italiana; alla risposta pacata che si sarebbe fatto volentieri, ma non ve ne era alcuna disponibile, si allontanarono, promettendo di tornare con una loro bandiera, il che evitò ulteriori violenze.

La continua contesa dello spazio pubblico emerge in numerosi altri episodi in tutta la provincia di Alessandria, spesso legati a quel connubio tra gastronomia e politica che abbiamo visto essere peculiare dei partiti a vocazione di massa tra fine Ottocento e Novecento. Tra gli altri, rammentiamo quel che accadde a Valmadonna, il 5 agosto 1922: una decina di comunisti si era riunita alla birreria “Giardino”, per festeggiare il rilascio del cappellaio Mario Pellini, arrestato in primavera per ferimento di fascisti e aggressione a mano armata ai carabinieri. Una ventina di fascisti, armati di moschetti e rivoltelle, fece irruzione nel locale, sparò ai comunisti e provocò cinque feriti gravi, uno dei quali morì appena trasportato in ospedale e un altro – per quanto sappiamo – fu ricoverato in fin di vita. Ugualmente emblematico dei tanti attacchi, l’analogo episodio che avvenne a Cantalupo pochi anni dopo, alla fine di una festa di paese: la sera del 18 gennaio 1925, uscendo da una bicchierata, uno dei tanti ferrovieri socialisti licenziati a partire dal 1923, Bottazzi, fu bastonato a sangue da un gruppo di sei o sette fascisti, che lo lasciarono sanguinante e privo di sensi[43].

Nel suo Un anno di dominazione fascista, Giacomo Matteotti elenca una serie impressionante di violenze e sopraffazioni subite in tutta Italia dal Movimento operaio, a partire dal novembre del 1922. Per quanto riguarda Alessandria, ricorda l’aggressione, avvenuta nel dicembre 1922 nel sobborgo Cristo, al maestro elementare socialista Nicola Vasina, che venne gravemente ferito[44], la bastonatura davanti alla porta di casa del socialista Tarditi, vecchio e malato[45], la bastonatura di un commerciante, Lagorio, nel marzo del 1923[46], la bastonatura della lattaia Teresa Sacchi nell’aprile successivo[47], il conflitto a colpi di moschetto avvenuto in maggio tra polizia ferroviaria fascista e altri fascisti nella stazione della città, con numerosi feriti[48], l’incendio di un’edicola in cui si vendevano giornali considerati sovversivi, verso la fine del 1923[49]. E Nicola Basile, nel libretto di memorie Il socialismo in Alessandria, afferma che, oltre a lui stesso, aggredito da cinque “sicari”,

furono bastonati a sangue il Sindaco Pistoia, l’on. Ambrogio Belloni sotto lo sguardo compiacente dei carabinieri del re, l’on. Umberto Recalcati (morto poi nel 1944 fra i deputati a Mauthausen), Cesare Orecchia (morto il 3 novembre 1933 quasi cieco per le ripetute bastonature), Eugenio Tarditi assessore comunale, prof. Carlo Bertani, Carlo Rossi più volte, il giornalaio Field Camurati, il tipografo Egidio Cocito, Giovanni Ercole, Giuseppe Armano restato quasi cieco, Edoardo Panizza, Giovanni Cairo incisore, Paolo Mongiardi, Ercole Ferrari[50], dott. Antonio De Marziani, Diego Giacobbe, l’on. Duilio Remondino. Angelo Boffi, Teresio Macchio, l’on. Francesco Tassinari, l’on. Carlo Zanzi, l’on. Paolo Demichelis. […] E fu aggredita, in classe, in presenza delle scolare atterrite” la maestra “Rosa Piacentini Rivera[51]: fu picchiata; le si tinse il volto con inchiostro verde da timbri; le furono tagliati i capelli; e le brune trecce recise, in cima ad un bastone, furono portate in trionfo per corso Roma, per via dei Martiri (allora Umberto I), fino alla piazza della Libertà (allora Vittorio Emanuele II)[52]

Il Teatro del popolo di Alessandria, con la sua biblioteca, fu incendiato nella notte del 4 agosto del 1922, dopo lo sciopero legalitario indetto dall’Alleanza del lavoro; e nel 1923 fu a lungo occupato dai fascisti. Fu anche incendiata la tipografia del Partito socialista. Le violenze insanguinarono capillarmente anche i dintorni della città, colpendo non soltanto i socialisti e i comunisti; tra tutti gli episodi, citiamo l’aggressione a Solero, il 5 gennaio 1925, di un tenente colonnello, Amelio Gallia, presidente della locale Sezione combattenti, che fu fatto oggetto di revolverate da parte di un gruppo di fascisti[53]. Divenne peraltro pratica comune, a partire dal 1925, l’aggressione ai cortei funebri dei morti di fede socialista e comunista. Abbiamo notizia, ad esempio, dei numerosi assalti, avvenuti il 7 aprile 1925, durante le esequie di Ernesto Pagani, tortonese condannato ad anni di carcere per gli scontri avvenuti nel 1921 a Castelnuovo Scrivia durante le elezioni politiche e deceduto nel penitenziario di Oneglia. La scenografia descritta dalla cronaca dell’ “Avanti!” è la stessa che si ripeterà, come vedremo, in numerose altre simili occasioni: dapprima i fascisti, venuti da fuori Tortona, imposero di togliere i nastri rozzi alle corone di fiori, poi provarono a disperdere il corteo, che si ricompose, finché, a un secondo assalto, le forze dell’ordine ne decretarono lo scioglimento e presidiarono ogni strada che conduceva al cimitero, per impedire ai convenuti di raggiungere lì la salma[54].

A partire dal gennaio 1923, numerosi furono anche gli interventi della Questura di Alessandria, che, come accadeva in tutta Italia, procedette a numerose perquisizioni dei circoli socialisti e delle case di anarchici, socialisti e comunisti, nonché ad arresti soprattutto di militanti comunisti, spesso fermati per aver distribuito volantini nelle vie della città.

Dopo le elezioni del 1924, anche in Alessandria contraddistinte da provocazioni e aggressioni sia di fascisti verso socialisti e comunisti, sia tra le due fazioni in cui era diviso il fascismo alessandrino, la situazione andò rapidamente scivolando verso la definitiva sconfitta del Movimento operaio. Il 30 novembre 1924 anche rappresentanti di Alessandria parteciparono alla Adunanza delle opposizioni antifasciste a Milano, ultimo e tardivo momento di unità, sottolineato dagli applausi concordemente riservati a tutti gli oratori, da Amendola a Turati, da Nobili, a Di Cesarò, rappresentante dei Democratici e a Mauri, dei Popolari.

Il 16 gennaio 1925 il Prefetto di Alessandria sciolse le federazioni provinciali del PSI e del PCdI[55]. Ma ancora nel febbraio Villani, della FIOM nazionale e il segretario locale di categoria riuscirono a stipulare con i rappresentanti della Lega industriali alessandrina un concordato per gli operai metallurgici, che prevedeva un aumento dei salari di 2,40 lire al giorno per gli operai maggiori di vent’anni e di 1 lira per apprendisti, operai tra i diciotto e i vent’anni e donne, nonché alcuni miglioramenti relativi al lavoro straordinario, alla indennità in caso di licenziamento per motivi non disciplinari e alle ferie e al loro pagamento[56]. È comunque costante in questo periodo la pratica dell’affiancamento di un dirigente sindacale nazionale di categoria al “Segretariato provinciale confederale”, come viene definito, senza più specificare nomi precisi. Infatti, anche nel marzo 1925, quando entrano in agitazione gli infermieri dell’ospedale di Alessandria, a gestire la vertenza è chiamato, accanto ai dirigenti locali, Chiesi, segretario della Federazione nazionale infermieri[57]

Nel corso dei mesi successivi, mentre si moltiplicavano gli appelli dell’ “Avanti!” a raccogliere denaro per il giornale, ormai finanziariamente in affanno e, successivamente, per le famiglie degli arrestati, diminuirono rapidamente le iscrizioni al sindacato e si estinsero quasi completamente la presenza e la visibilità pubblica del movimento sindacale alessandrino, come peraltro stava accadendo anche in ambito nazionale[58]. Anche la festa del Primo maggio trascorse senza grandi manifestazioni, come attesta un articolo del giornale locale “Il Piccolo”, in cui si affermava:

Il l° Maggio è trascorso nella calma più assoluta. In tutti i maggiori stabilimenti si è lavorato e poche ed insignificanti sono state le astensioni. La sera prima, a Valmadonna. vennero distribuiti manifestini comunisti ed altri foglietti socialisti, ricordanti la festa del lavoro, si rinvennero in Piazza Garibaldi e nelle adiacenze. Nessun incidente però turbò la giornata dei lavoratori salvo qualche insignificante episodio isolato. Di ciò va data lode, oltre al buon senso della classe lavoratrice, all’ autorità che per la circostanza aveva preso energici provvedimenti per tutelare I’ordine pubblico. Per il l° maggio era stata pure mobilitata in servizio d’ordine pubblico una coorte della Legione Marengo.”[59]

Il 27 luglio 1925 una squadra di fascisti irruppe nella sede della Mutua malattia degli operai della Borsalino, ne devastò i locali e requisì materiali cui diede fuoco nella piazzetta vicina, mentre la forza pubblica giunse soltanto quando l’aggressione era terminata e si limitò a presidiare i locali nei giorni successivi[60].

A inizio settembre il sindacato riuscì ancora a gestire la vertenza degli Edili, che chiedevano la revisione della quota del caro-viveri, sebbene emblematicamente sia stata la FIOE regionale a intervenire e non la Camera del Lavoro alessandrina.

Appena un mese dopo, con il Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, il Governo riconobbe come unica struttura sindacale legittimata alla contrattazione il Sindacato fascista. Nonostante ciò, come ricordava Giuseppe Di Vittorio, in Italia tra il 1926 e il 1936 furono circa un migliaio gli scioperi, frutto probabilmente – ma la ricerca storiografica è ancora in corso – di una combinazione tra spontaneismo operaio e organizzazione clandestina. Al momento, a causa delle restrizioni covid, non è stato possibile verificare quanti contraddistinsero la zona di Alessandria. L’ultimo sciopero prima del 1943 di cui si ha notizia in Alessandria è quello del 24 marzo 1926, che vide la partecipazione di più di quattrocento operai delle argenterie Cesa e Siap che protestavano per l’abolizione del cosiddetto “sabato inglese” (vale a dire il sabato pomeriggio festivo) e che continuarono l’astensione dal lavoro anche dopo che un accordo tra sindacato fascista e Unione Industriali aveva consentito di ottenere la restituzione delle ore di festività per quattro mesi all’anno, limitatamente al periodo estivo. I proprietari delle due ditte licenziarono tutti gli scioperanti, tra i quali il loro organizzatore, l’ex deputato socialista Umberto Recalcati; e stabilirono di assumere nuovi lavoratori al posto dei licenziati[61]. Recalcati non riuscì più a trovare lavoro in Alessandria, dove era continuamente perseguitato da provocazioni e violenze fasciste; e si trasferì a Milano, dove fino al 1943 visse miseramente, tentando di lavorare in proprio come incisore. Dopo il 25 luglio 1943, diventò Commissario della Camera del lavoro di Milano e ad agosto entrò a far parte della direzione nazionale del PSI. Dopo l’8 settembre 1943, nonostante il ruolo di dirigente nazionale e la salute cagionevole, volle partecipare in prima persona alla lotta resistenziale. Nel marzo del 1944 organizzò il più esteso e partecipato sciopero antinazista europeo. Il giorno successivo fu arrestato, internato a Fossoli e poi nel lager di Mauthausen, in cui morì il 15 o forse il 17 dicembre 1944.

Altri dirigenti sindacali alessandrini vissero il Ventennio fascista tra arresti, confino ed esilio. Alcuni furono poi tra i fondatori del Comitato di Liberazione Nazionale locale e parteciparono alla lotta resistenziale. Nel frattempo, il 4 gennaio 1927 il Comitato Direttivo della CGdL proclamò l’autoscioglimento dell’organizzazione, contro la volontà dei comunisti, che decisero di entrare in clandestinità e mantenere in vita il sindacato come riferimento per i lavoratori italiani. La Confederazione di fatto si duplicò: da un lato, nell’aprile 1927 i socialisti riformisti e massimalisti scelsero di proseguire l’attività del sindacato all’interno della Concentrazione Antifascista e aderirono alla Federazione Sindacale Internazionale; dall’altro, i comunisti aderirono alla Internazionale Sindacale Comunista. Dopo le deliberazioni del VII Congresso della Terza Internazionale, del 1935, comunisti e socialisti si accordarono e nel 1936 si tornò all’unificazione delle due parti del sindacato. Vedremo più avanti come tutto ciò contraddistinse la vita della Camera del Lavoro di Alessandria[62].

Patrizia Nosengo

  1. Castronovo, Valerio, Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977, passim
  2. Soave, Sergio, “Socialismo e socialisti nelle campagne dal ’90 alla grande guerra”, in Agosti, Aldo; Bravo, Gian Mario (a cura di), Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. II, L’età giolittiana. La guerra e il dopoguerra, Bari, De Donato, 1979, pagg. 139-225
  3. Cfr. Barbadoro, Idomeneo, Storia del sindacalismo italiano, vol. II, La CGdL, Firenze, La Nuova Italia, 1973
  4. Botta, Roberto, Le origini della Camera del Lavoro di Alessandria, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1985; e Pompilio, Giordano, La Camera del lavoro di Alessandria dalle origini alla prima guerra mondiale, Recco-Genova, Le Mani, 2003
  5. Foa, Vittorio, Per una storia del movimento operaio, Torino, Einaudi, 1980, pag. 110
  6. ivi, pag. 106
  7. Si veda al riguardo Isnenghi, Mario, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Bologna, Il Mulino, 2004
  8. Finalmarina, o Finale Marina, è ancora oggi uno dei tre nuclei urbani che costituiscono il comune di Finale Ligure
  9. Cfr. “Avanti!”, anno VIII, n. 2800, 20 settembre 1904, pag. 2
  10. Cfr. “Lo sciopero generale in Italia. Piemonte. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno VIII, n. 2801, 21 settembre 1904, pag. 2
  11. “Echi dello sciopero dei ferrovieri”, in “Avanti!”, anno VIII, n. 2806, 26 settembre 1904, pag. 2
  12. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XV, n. 270, 30 settembre 1911, pag. 2
  13. Il cronista dell’ “Avanti” scrive Gagliardi (nome più comune nell’area padana), come peraltro accadrà anche al tipografo che nel 1964 comporrà la stampa di un libretto di Nicola Basile, dedicato alla storia del socialismo alessandrino, ma i documenti attestano che il nome corretto è Galliadi.
  14. Pochi giorni dopo, i più giovani tra gli arrestati, diciotto ragazzi di meno di vent’anni, furono sottoposti a processo e, nonostante le richieste del Pubblico ministero fossero miti, il giudice li condannò a pene detentive dai sette ai quindici giorni; a novembre fu processato il segretario camerale Gino Galliadi, che fu assolto, non senza, tuttavia, aver dovuto subire un mese di carcerazione preventiva, ch’egli non volle evitare.
  15. Neutralità e intervento nel campo socialista, in “Il Popolo d’Italia”, anno I, n. 1, 15 novembre 1914, pag. 2. Tra i sostenitori delle tesi di Mussolini, compaiono un altro segretario camerale, Ferdinando Barbieri, segretario della Camera del Lavoro di Sampierdarena e il Segretario Generale dei Lavoratori del mare di Genova, Giuseppe Giulietti.
  16. Cfr. G. Galliadi, “…un’altra [lettera] di Gino Galliadi…”, in “Avanti”, anno XVIII, n. 318, 17 novembre 1914, pag. 2
  17. Un gruppo di socialisti Alessandrini contrari alla neutralità”, in “Messaggero di Novi”, anno 50°, n. 1, 13 febbraio 1915, pag. 1
  18. Perché i socialisti alessandrini desistono da ogni manifestazione”, in “La Stampa”, anno XLIX, n. 138, pag. 7
  19. ibidem
  20. Polemiche e notizie delle province … di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXI, n. 140, 22 maggio 1915, pag. 2
  21. Condanne di socialisti ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXI, n. 213, 3 agosto 1917, pag. 3
  22. Lo ritroveremo di ritorno in Alessandria nel novembre 1917, dopo essere stato ferito al braccio sinistro e con il grado di tenente d’artiglieria, presenziare a una seduta del Consiglio provinciale di Alessandria, di cui era membro; e ancora nel marzo del 1918 come oratore in una manifestazione a favore del massimo impegno di ciascuno nello sforzo bellico.
  23. Si veda a tale riguardo Berta Giuseppe, “Imprese e sindacati nella contrattazione collettiva”, in Storia d’Italia, Annali 15, L’industria, Torino, Einaudi, 1999, pagg. 997-1039
  24. Si veda in proposito Forti, Steven, “Tutto il potere ai Soviet” Il dibattito sulla costituzione dei Soviet nel socialismo italiano del biennio rosso: una lettura critica dei testi, https://storicamente.org/forti (consultato il 31 gennaio 2021)
  25. Si veda in proposito “La Stampa”, anno 53, n. 162, 14 giugno 1919, pag. 2
  26. Anche Alessandria in subbuglio”, in “La Stampa”, anno 53, n. 184, 6 luglio 1919, pag. 1
  27. La guardia rossa soppressa ad Alessandria”, in “La Stampa”, anno 53, n.187, pag. 4
  28. Cfr. “La Stampa”, anno 53, n.333, 3 dicembre 1919, pag 1; e “Avanti!”, anno XXIII, n. 334, 4 dicembre 1919, pag. 1
  29. In nessuna regione i lavoratori hanno defezionato”, in “Avanti”, anno XXIII, n. 335, 5 dicembre 1919, pag. 1
  30. Livorsi, Franco, “Il socialismo in Piemonte dalla grande guerra all’occupazione delle fabbriche”, in A.Agosti, G.M. Bravo (a cura di), Storia del Movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, vol. II, L’età giolittiana la guerra e il dopoguerra, Bari, De Donato, 1979, pag. 405
  31. Livorsi, Franco, “Ercole Ferraris”, in Andreucci, Franco e Detti, Tommaso (a cura di), Il movimento operaio italiano: dizionario biografico, vol. 2, Roma, Editori Riuniti, 1975, pag. 332
  32. Occupazione degli stabilimenti a Milano. Nelle altre città. Ad Alessandria”, in “La Stampa”, anno 54, n. 210, pag. 2; e “Otto stabilimenti occupati ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIV, n. 222, 3 settembre 1920, pag. 2
  33. “Lavoro ed entusiasmo in Alessandria”, in “Avanti!”, 4 settembre 1920, pag. 2.
  34. “Avanti!”, anno XXIV, n. 226, 7 settembre 1920, pag. 1,
  35. ivi, pag. 4
  36. Spriano, Paolo, Storia del Partito comunista italiano, vol. 1, Da Bordiga a Gramsci, Roma, ed. Unità, 1990, pag. 79
  37. Cfr. Mussolini, Benito, “Dopo l’agitazione dei metalmeccanici. L’epilogo”, in “Il Popolo d’Italia”, anno VII, n. 232, 28 settembre 1920, pag. 1
  38. Seduta d’insediamento del Consiglio provinciale di Alessandria. Entusiastica dimostrazione alla Russia”, in “Avanti!”, anno XXIV, n. 293, 16 novembre 1920, pag. 3
  39. Lo svolgimento dello sciopero nelle Province. Ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXVI, n. 184, 4 agosto 1922, pag. 2
  40. “Avanti!”, anno XXV, n. 73, 25 marzo 1921, pag. 1
  41. Ancora violenze e vittime. Sanguinosi incidenti ad Alessandria. Due morti e nove feriti”, in “Avanti!”, anno XXV, n. 76, 30 marzo 1921, pag. 1
  42. La ricostruzione dei luttuosi casi di Alessandria nelle varie versioni e nelle prime inchieste”, in “La Stampa”, anno 55, n. 75, pag. 5
  43. Ex ferroviere bastonato a sangue presso Alessandria”, in “Avanti!, anno XXIX, n. 20, 23 gennaio 1925, pag. 4
  44. Matteotti, Giacomo, Un anno di dominazione fascista, Milano Rizzoli, 2019, pag. 46
  45. ivi, pag. 49
  46. ivi, pag. 76
  47. ivi, pag. 79
  48. ivi, pag. 89 Occorre a tale proposito rammentare che in Alessandria si scontrarono due fazioni del movimento fascista, quella di Sala e quella di Torre
  49. ivi, pag. 162
  50. Presumibilmente si riferisce a Ercole Ferraris
  51. E’ meritevole di attenzione il ruolo delle maestre alessandrine, che, come già era accaduto nell’ultimo quarto dell’Ottocento, non soltanto rappresentano importanti esempi di emancipazione femminile, ma che spesso sono impegnate attivamente nel movimento socialista e nel lavoro sindacale. Ricordiamo, oltre a Rosa Piacentini Rivera, anche Teresa Aracco e Giuseppina Fracchia Belloni.
  52. Basile Nicola, Il socialismo in Alessandria, Alessandria, 1964, stampato a cura della Federazione del P.S.I. di Alessandria, pag. 59. Dell’aggressione a Rosa Piacentini parla anche l’ “Avanti”, nell’edizione del 2 febbraio 1923, a pag. 2
  53. Tenente colon. Preso a revolverate dai fascisti ad Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 7, 8 gennaio 1925, pag. 1
  54. “Ripetuti assalti fascisti contro un corteo funebre”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 84, 8 aprile 1925, pag. 2 A questo proposito, si veda anche il bel saggio di Donato D’Urso, La vigilanza poliziesca sui “funerali rossi” ad Alessandria durante il ventennio fascista, In Città Futura on line, http://win.cittafutura.al.it/web/_pages/detail.aspx?GID=32&DOCID=17911 (consultato il 30 gennaio 2021)
  55. Si veda in proposito “Scioglimento delle Federazioni provinciali socialista e comunista di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 16, pag. 1
  56. Il concordato dei metallurgici alessandrini”, in “Avanti!”, anno XXIX, n. 45, 21 febbraio 1925, pag. 4
  57. Richieste di dipendenti ospedalieri di Alessandria”, in “Avanti!”, anno XXIX [per un evidente refuso di stampa, la copia consultata reca il numero ordinale XXXI], n. 72, pag. 2
  58. Sull’ “Avanti” del 23 gennaio 1925, in prima pagina, accanto al resoconto della riunione del Consiglio Direttivo della CGdL, compare un manifesto della Confederazione, in cui si sottolinea la situazione di “aumentate difficoltà” determinata dalla “intensificata reazione”, che rende necessaria, ma difficile “l’opera ricostruttiva degli organismi sindacali indeboliti, o distrutti”.
  59. l. Maggio calmo e tranquillo, Nessuna astensione – Energici provvedimenti dell’autorità”, in “Il Piccolo”, Anno I, n. 5, 2 maggio 1925, pag. 4
  60. Invasione nei locali della Mutua cappellai”, in “Avanti!”, anno XXXI, n. 179, 30 luglio 1925, pag. 4
  61. L’agitazione degli argentieri insoluta”, in “la Stampa”, 25 marzo 1926, pag. 4
  62. La ricerca si interrompe per forza di cose qui, in attesa che la fine della pandemia consenta di attingere alle indispensabili fonti documentali.

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