I deboli sono destinati a soffrire? – un saggio avvincente di Yanis Varoufakis

Quaranta anni dopo, nel 1988, cercando nelle carte di Keynes al King’s College di Cambridge, notai una copia della Guerra del Peloponneso di Tucidide in greco antico. La presi e scorsi rapidamente le pagine. Vi trovai, sottolineato a matita, il famoso passaggio nel quale i potenti generali ateniesi spiegavano ai Meli le ragioni per le quali i “diritti” valgono solo “fra chi ha eguali poteri” per cui loro (ateniesi) avrebbero fatto “quello che più gli piaceva”. Perché “i forti fanno quello che più gli aggrada e i deboli sono destinati a soffrire” (Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro 5-89) – Yanis Varoufakis, “I deboli sono destinati a soffrire? L’Europa, l’austerità e la minaccia alla stabilità globale”.

Un importante (e utile) libro di Yanis Varoufakis, un saggio storico, politico ed economico che precede il best seller del 2018 Adulti nella stanza (sempre per La nave di Teseo) e ha come oggetto l’Europa e i suoi errori politici e macroeconomici, partendo dalla fine degli accordi di Bretton Woods (il “Nixon Shock” del 1971) per arrivare alla crisi di Wall Street e dell’euro nel 2008 e alla viglia della crisi pandemica del 2020 (di cui Yanis parla in questo video che si può considerare un’estensione a posteriori del libro). Un saggio che pur essendo rigoroso dal punto di vista scientifico si legge tutto di un fiato e aiuta a comprendere a chi è digiuno di economia, come il sistema monetario di una nazione, o di un continente nel nostro caso, non sia mai “neutrale”. Un fatto assodato su cui, come vedremo, la sinistra “mediterranea” socialista o eurocomunista ha manifestato tutta la sua ingenuità e impreparazione.

Ma andiamo con ordine ripercorrendo per sommi capi i punti salienti del libro. Gli accordi di Bretton Woods che furono siglati nel 1944 alla vigilia dello sbarco in Normandia sono lo strumento con cui gli USA avevano ridisegnato l’economia globale e risollevato le economie europee distrutte dalla guerra. Le proposte di Keynes a Bretton Woods – quelle cioè di creare una moneta universale per gli scambi internazionali (il bancor il nome provvisorio), con un sistema di compensazioni per riequilibrare in automatico la bilancia commerciale – erano certamente uscite sconfitte, ma gli Stati Uniti ancora pervasi dallo spirito del New Deal avevano ben presente la necessità di meccanismi di compensazione degli squilibri commerciali, che in questo caso erano costituiti dal surplus commerciale degli USA, al tempo paese esportatore, un tema su cui però gli USA non volevano concedere agli europei e ai giapponesi, gli sconfitti e la causa della guerra, di dettare legge. Ma nonostante queste contraddizioni Harry Dexter White, funzionario del Tesoro che sconfisse Keynes alla conferenza di Bretton Woods era pur sempre un keynesiano. Lo stesso White fu poi accusato di essere una spia sovietica – uno stress personale che alla fine lo portò alla morte per infarto, e fu perseguitato anche post mortem dalla famigerata commissione McCarthy per le “attività antiamericane”. In realtà l’amministrazione Roosevelt a partire da sua moglie Eleanor era piena di funzionari e attivisti con idee o simpatie socialiste e comuniste ma non per questo persone sleali verso il loro paese, e lo stesso Harry Truman confessava privatamente di essere di idee socialiste, ma di non poterlo dire pubblicamente.

Ma a metà degli anni 60 il sistema di Bretton Woods comincia a scricchiolare e crescono le intemperanze degli europei, che tendono a usare Bretton Woods contro i loro stessi ideatori: complice il mercantilismo della Germania, che grazie al ripensamento di Roosevelt aveva evitato di essere ridotta “allo stato bucolico” e aveva ripreso lo sviluppo industriale, e la volontà della Francia di mantenere una moneta forte contro il marco a discapito della maggiore forza economica della Germania, questo per due ragioni: per grandeur nazionale e per tenere il più possibile sotto scacco i sindacati, difendendo i privilegi della classe dominante. Ciò accade gradualmente, mentre le nostre economie europee uscite completamente annichilite dalla guerra si ristrutturano e ricominciano ad esportare guadagnando terreno nel mercato americano. Fatti che convincono infine l’amministrazione Nixon a far saltare tutto e a costringere gli europei a decidere da soli del loro destino. Il principale artefice di questa svolta fu Paul Volcker, allora membro dello staff della Federal Reserve Bank di New York, in seguito presidente della stessa, stretto consulente di Nixon al Tesoro e poi a lungo primo banchiere centrale degli Stati Uniti. Ma di formazione Volcker era “un uomo del New Deal”: che si era reso conto che il sistema non reggeva più e giunse con classico pragmatismo americano a caldeggiare la mossa spregiudicata di Nixon, passaggio di cui l’Autore spiega magistralmente, in modo semplice e chiaro, le non banali motivazioni e le drammatiche implicazioni.

Gli europei vengono dunque improvvisamente sbattuti fuori dalla “zona del dollaro” e non la prendono tanto bene, né sanno come reagire adesso che non devono passare il tempo a punzecchiare il “grande fratello” americano, ma devono imparare a determinarsi in prima persona. Ed ecco dispiegarsi il panico totale di una classe dirigente europea sopravvalutata, abituata a presentare come propri i meriti altrui. Il plateale ed eccessivo antiamericanismo di De Gaulle con le sue provocazioni, e il rigorismo fiscale della Germania, unitamente ai limiti stessi del sistema (un sistema aureo con correzioni agganciato al dollaro) impediscono di tenere in ordine il sistema monetario globale. Nixon, implorato dagli europei, tenterà ancora di ricomporre il quadro, ma ormai i buoi sono scappati. Da qui prende lentamente le mosse la lunga stagione di quello che l’economista greco definisce il “Minotauro Globale” (il mondo brutale e infero della finanziarizzazione dell’economia che oggi entra a sua volta in crisi per entrare in nuovo terribile ignoto che l’Autore chiama “tecnofeudalesimo”) e della risposta europea che non è mai stata all’altezza della situazione, anzi una terribile via crucis che ci ha fatti passare da un disastro all’altro all’insegna di improvvisazione e arroganza da parte delle principali potenze europee (la Francia e la Germania in particolare, e a pari merito) ritrovatesi improvvisamente senza lo scudo della “zona del dollaro” a dover decidere per sé.

Mentre gli stati del sud Europa, come l’Italia, rinunciavano gradualmente a esercitare un ruolo politico autonomo e promettevano ai loro elettori che il “vincolo esterno” di Maastricht li avrebbe finalmente… liberati di loro! – si trattava di pazientare ancora qualche anno e sarebbero arrivati i burocrati di Bruxelles col pilota automatico e i loro inflessibili regolamenti, uguali per tutti nella narrazione politica tuttora operante. Ma la moneta unica senza unione politica è stata un gioco d’azzardo che ha diviso il continente invece di unirlo. Il primo a evocare la moneta unica fu infatti il generale De Gaulle, e non esattamente a fine pacifico ma per sostenere la sua pressione politica contro la Germania (la continuazione della guerra con altri mezzi come rivelò lo stesso De Gaulle a Henry Kissinger: altro che unione pacifica!). Gli europei, osserva Varoufakis, non sono mai stati tanto divisi e incarogniti gli uni contro gli altri come da quando c’è Maastricht e l’euro: est contro ovest, sud contro nord, tutti contro tutti in un condominio rissoso, potremmo dire, senza democrazia. Certo con grande beneficio e guadagno delle classi più ricche e integrate nel nucleo centrale del sistema europeo, abbastanza ampio da accontentare molti ma a tutto danno della classe operaia e dei ceti più deboli, che la ex sinistra europea nelle sue varie declinazioni ormai non rappresenta più da un pezzo ripiegando sulla rappresentanza esclusiva dei diritti civili per chi, bontà sua, può permettersi di rivendicarli.

Ancora l’Autore sottolinea come il disprezzo della UE per le più elementari regole della macro-economia, a tal punto da praticare una sorta di culto religioso di regole assurde (per opportunismo e non per reale convinzione), spaventa gli alleati americani, stringe i più deboli in Europa (i poveri in Germania come in Grecia e in Italia) in una gabbia d’acciaio e mette a rischio la stabilità economica mondiale: fatti concreti su cui i cittadini europei sono completamente disinformati da media pigri e asserviti. E “l’uovo del serpente” (il fascismo seguente al processo di deflazione che stringe da decenni il continente) è sempre pronto a schiudersi e a riemergere mentre le sinistre, con poche eccezioni, come i “lotofagi” di Omero hanno assorbito il veleno della finanziarizzazione dell’economia e, anestatizzate e corrotte dal potere del denaro, non riescono a reagire.

Particolarmente severo è il giudizio dell’Autore sugli errori di valutazione di Mitterand e Delors che pretendevano di piegare il cancellierato tedesco, e soprattutto l’arcigna Bundesbank deficit-fobica, ai loro ambiziosi piani. Accettare misure di austerità a livello nazionale per potere un domani liberarsi dell’austerità a livello europeo, si è rivelato come minimo un azzardo morale gonfio di retorica, che ha creato grande sofferenza nelle fasce più deboli della popolazione in tutta Europa e falcidiato le opportunità della classe operaia di una vita serena e prospera. Nella realtà una vera e propria impostura. Quali dovrebbero essere piuttosto i “campioni” della vera socialdemocrazia a cui ancora oggi ispirarsi? Chi scrive condivide il giudizio dell’autore, che giustamente indica nelle figure di Olof Palme, di Bruno Kreisky, Willy Brandt, Tony Benn i veri fari della socialdemocrazia europea. Non gli ambigui Mitterand e Delors. Nel seguire ingenuamente la retorica di Mitterand, aggiungiamo noi, anche la sinistra italiana (tendenza governista o tendenza radicale fa lo stesso) come si accennava all’inizio ha preso una lunga cantonata, che prosegue tuttora rimanendo incapace di mettere al centro della critica le gravi carenze democratiche e macro-economiche con cui è stata creata l’Unione Europea, una struttura fin dall’inizio concepita per sostenere il capitalismo dell’industria pesante della Mitteleuropa, oggi un nucleo centrale esteso ai satelliti di Francia e Germania, ma con la Francia stessa sempre più in sofferenza, a solo danno dei lavoratori e delle aree più deboli, e che tale è rimasta nella sostanza fino a oggi, pur assumendo parvenze democratiche (ma in realtà non sostanziali) con l’avanzamento di una integrazione europea a-democratica e l’istituzione di un parlamento europeo senza poteri: concessioni alle ambizioni francesi di avere una grande burocrazia, dopo avere perso la sfida della moneta, ma non avanzamenti federalisti anzi il contrario. Nella realtà la democrazia in Europa è zero perché questo era il piano perseguito fin dall’inizio dalle forze che hanno plasmato i passaggi costitutivi fondamentali della UE.

Con il suo modello economico mercantilista, per nulla cambiato nella sostanza dal Recovery Plan (un piano largamente insufficiente per recuperare il danno all’economia creato dalle due crisi combinate, dei mutui subprime nel 2008 e della pandemia nel 2020) sostiene Varoufakis, l’Europa è oggi la vera minaccia all’economia mondiale, i suoi dirigenti e i suoi funzionari sono più incompetenti di quelli nordamericani (che perlomeno conoscono a menadito il funzionamento del capitalismo e sono capaci, quando pragmaticamente ciò serve, nemmeno per generosità ma per interesse, a piegarlo a fini sociali – perlmomeno al fine di evitare che scoppi la rivoluzione o la guerra civile – a cui gli USA sono già andati vicinissimi il 6 gennaio 2021 con la marcia fascista sul Campidoglio) e l’unico modo per poter cambiare le cose è che queste cose siano fatte conoscere a un pubblico europeo particolarmente disinformato sugli errori (orrori) della UE.

Non bisogna rinunciare a federare gli europei, ci dice Varoufakis nei capitoli finali del libro. Ma per poterlo fare bisognerà profondamente ripensare l’Unione a tal punto che questa ipotetica nuova creatura federale non avrà praticamente nulla a che vedere con l’attuale UE: che nella realtà è una zona programmaticamente liberata da qualsiasi “fastidio” democratico. Quello che bisogna fare, è il contrario, riattivare pratiche democratiche. Il punto di vista fatto proprio da Varoufakis è quello radicalmente critico del leader socialista e laburista inglese Tony Benn, esplicitamente citato nel libro: per una democrazia sostanziale, dove la fiducia accordata ai politici può essere revocata facilmente quando questi non mantengano gli impegni presi. Oggi non abbiamo nemmeno politici ai posti di comando, ma burocrati che non rispondono a nessuno dei loro errori e talvolta dei loro crimini contro i diritti umani (una posizione del tutto in linea con la denuncia degli ultimi libri di Luciano Gallino) come i piani economici criminali, austeritari e antisociali, che la Troika ha imposto alla Grecia e in forma solo un po’ edulcorata a diversi paesi europei (fra cui l’Italia, la Spagna, il Portogallo).

Varoufakis ci torna più volte: la pratica del “governo senza democrazia” a beneficio delle oligarchie dell’industria pesante dell’Europa centrale era quello che voleva essere la UE fin dall’inizio e che si sta realizzando grazie a governi tecnocratici come quello di Draghi. Come Tony Benn aveva denunciato e previsto. Ma quella europea è comunque nient’altro che una versione aggravata, paradigmatica, per la superiore incompetenza della sua classe dirigente, di una situazione che pervade l’intera economia mondiale.

Sul tema Varoufakis è tornato recentemente, nel 2020, sostenendo come la combinazione delle due crisi, quella del 2008 e quella post-covid del 2020, sia una scossone superiore alla crisi del ’29, e a quella post-bellica, cambiando per sempre il volto del capitalismo, e richiede strumenti nuovi. L’economista greco è naturalmente a favore di un Green New Deal, sostenuto dai progressisti a livello internazionale e all’interno dei singoli paesi, tornando al ruolo del pubblico e dello Stato nella pianificazione democratica dell’economia, ma prevede che tutto ciò non sia più sufficiente e che si debba ricominciare a discutere del superamento del capitalismo (di cui parla nel suo ultimo lavoro Another Now). Come fare per superare l’attuale caos economico, con disuguaglianze sempre più spinte che portano alla creazione di un nuovo “tecno-feudalesimo” in cui la finanza è completamente “disaccoppiata” e separata dall’economia reale? Si tratta di abolire il capitalismo salvando il mercato, eliminando le banche private intermediarie fra le banche centrali e gli attori economici reali: dovrebbero essere quindi le banche centrali ad emettere moneta in formato elettronico direttamente alle famiglie e alle imprese, le banche private sarebbero sostituite da filiali delle banche centrali. E democratizzando la moneta, il tema del futuro su cui torna nel suo romanzo fantapolitico Another Now (l’autore non allude ai bitcoin su cui è radicalmente critico, ma all’idea di democratizzare a fini sociali il funzionamento delle banche centrali).

Nell’appendice finale del libro viene allegata anche una sintesi della “modesta proposta per risolvere la crisi dell’euro” scritta insieme a Stuart Holland e James K. Galbraith: in questo momento, sostengono gli autori, è illusorio proporre grandi riforme dei trattati e delle regole economiche europee. Anzi non c’è da fidarsi di chi continuamente rilancia questi argomenti a scopo puramente propagandistico, per nascondere errori e fallimenti (come il PD di Enrico Letta, diciamo noi). Si tratta invece come primo passo di organizzare e indirizzare le lotte per tornare ad avere più democrazia e investimenti pubblici, strumenti di intervento immediato contro la povertà dilagante, creare lavoro e maggiore prosperità, senso di fiducia nel futuro e ricostruzione del modello sociale europeo. A regole invariate. In attesa di ripensamenti generali che potranno essere avviati solo con una organizzazione internazionale dei lavoratori che faccia da contraltare alle pretese totalitarie del capitale non più condizionato dalla lotta di classe (che come ci insegna il miliardario Warren Buffett, esiste eccome e l’hanno vinta i ricchi). Ma per il momento non sembra proprio che da noi, in Italia, le cose stiano andando nella giusta direzione: l’idea di ridurre il numero dei parlamentari, la prassi di sospendere la democrazia nominando periodicamente nuovi governi tecnici (soluzioni de facto autoritarie sconosciute negli altri paesi occidentali), il disprezzo del ruolo dei sindacati e la concentrazione dell’informazione in mani sempre più ristrette sono inquietanti passi nella direzione sbagliata.

Filippo Boatti

16 agosto 2021

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