“Federalismo europeo, resistenza e risorgimento in Livio Pivano”

di Alberto BALLERINO

 

Antifascismo, europeismo e federalismo come punto di arrivo di un percorso che parte dal Risorgimento e passa per le battaglie dell’Interventismo democratico. La figura di Livio Pivano (1894 – 1976), leader alessandrino di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione, offre spunti significativi di riflessione sui nessi che collegano momenti chiave della storia italiana, dall’eredità delle lotte democratiche e patriottiche del XIX secolo alle grandi battaglie politiche del Novecento.

UNA BIOGRAFIA INCOMPIUTA[1]

Figlio del leader repubblicano locale Siffrido, Pivano ancora giovanissimo nel 1912  si arruola tra i garibaldini in partenza per la guerra greco turca ma viene arrestato a Brindisi. Pochi anni dopo, è con il padre alla guida dell’interventismo democratico alessandrino.  Pluridecorato,  nel dopoguerra è a capo della sezione locale dell’Associazione Nazionale Combattenti (ANC), che ha un atteggiamento nei primi anni ambiguo verso il fascismo, tant’è che viene eletto in Parlamento nel listone.  Il delitto Matteotti rappresenta per lui il grande spartiacque. Non esprime però la propria fronda aderendo all’Aventino,  preferendo, invece, integrarsi nel gruppo che, rimasto in Parlamento, si schiera contro Mussolini.  Aderisce a ‘Italia Libera’ e successivamente a ‘Giustizia e Libertà’, continuando, nonostante l’ossessiva sorveglianza della polizia, per tutto il Ventennio a mantenere viva una fronda in città.  Il 25 luglio è, insieme al comunista Walter Audisio, il principale protagonista delle manifestazioni che avvengono ad Alessandria alla notizia della caduta di Mussolini. Nei giorni della Liberazione, come  prefetto del CLN, tratta la resa delle forze nazifasciste ad Alessandria e a Valenza. Successivamente diventa uno dei membri della Consulta Nazionale.  A fianco dell’impegno politico, va considerata anche l’attività di industriale, che, iniziata nel 1918, continuerà fino al 1956.

 Ad oggi, non esiste ancora uno studio complessivo su questo personaggio dell’antifascismo che pure è di rilievo non solo dal punto di vista locale. Una lacuna grave, che va assolutamente colmata.    La sua figura emerge in modo parziale solo da studi dedicati a determinati momenti del Novecento alessandrino e italiano.  Tra gli aspetti fino ad ora completamente ignorati di Livio Pivano c’è il suo interesse per le questioni relative al federalismo e all’Europa. Questo perché la sua figura fino ad ora è stata studiata, sia pure in maniera parziale, sotto il profilo dell’uomo di azione e, al limite, dell’industriale mentre è stato in gran parte trascurata l’attività di carattere culturale e intellettuale. Eppure è da qui che bisogna passare anche per capire la condotta dell’attivista politico. La figura di Pivano come studioso e saggista a livello nazionale è fino ad oggi nota soprattutto per il libro ‘La XXVII legislatura. L’opposizione in aula’[2] , opera peraltro di notevole importanza perché costituisce il primo lavoro in Italia dedicato a quella parte di opposizione al governo di Mussolini che, dopo il delitto Matteotti, non aderì alla protesta dell’Aventino, preferendo rimanere in Parlamento.

Il materiale però su cui lavorare per capire il pensiero di Pivano sul federalismo e l’Europa esiste ed è consultabile. Su questi argomenti scrisse molto durante la seconda guerra mondiale, partecipando così al dibattito in corso nelle file dell’antifascismo, e queste riflessioni vennero raccolte in libri dati alle stampe poco dopo la fine del conflitto da  una casa editrice nazionale come Guanda[3]. Altro materiale sull’argomento che riguarda  periodi storici diversi, dallo scontro tra interventisti e anti interventisti nel 1914 – 15 fino agli anni Sessanta, si trova nell’archivio Pivano.

 Tutte le grandi scelte della sua vita, dall’interventismo democratico alla lotta contro il fascismo, sono legate a un sistema di valori e ideali che arrivavano direttamente dal Risorgimento e in particolare dalla radice mazziniana e anche dal pensiero di Carlo Cattaneo. Nell’antifascista alessandrino c’è una dialettica  continua tra  presente  e passato, in cui a volte diventa difficile distinguere lo studioso del Risorgimento dall’intellettuale e uomo d’azione partecipe del confronto  politico della sua epoca. D’altra parte questo legame con il federalismo risorgimentale non è una caratteristica soltanto di Pivano nell’ambito dell’azionismo. Basti pensare, per esempio, all’importanza che ebbe Carlo Cattaneo per Norberto Bobbio[4].

INTERVENTISMO E STATI UNITI D’EUROPA

Il termine Stati Uniti d’Europa compare,  in Pivano,  già  all’epoca dell’interventismo democratico.   In un manifesto dei fasci di azione rivoluzionaria di Alessandria del 1915, infatti leggiamo: «Noi restiamo saldi nei nostri principi, fautori dell’intervento italiano, per la libertà di tutte le Patrie, operanti negli STATI UNITI D’EUROPA,  ad una pace sicura, proficua di lavoro e civile progresso»[5].  È significativo anche che la parola Stati Uniti d’Europa venga scritta in stampatello, per rimarcarla con maggior forza all’interno di tutto il testo. Il documento è conservato nell’Archivio Pivano e, come detto precedentemente, Livio Pivano, insieme al padre Sigfrido, era il leader dell’Interventismo alessandrino.  Il termine Stati Uniti d’Europa viene preso probabilmente da  Carlo Cattaneo, autore che Pivano conosce bene e a cui rimarrà sempre legato, anche a distanza di molti decenni.[6]

Successivamente, Pivano interverrà nel definire, in sede di dibattito storico, il significato dell’interventismo democratico del 1915, collocandolo in una dimensione europea, come scontro definitivo tra le democrazie e gli imperi reazionari[7]. Gli Stati Uniti d’Europa del citato manifesto del 1915 vanno intesi nel contesto  di questa impostazione, peraltro comune ad altri protagonisti dell’interventismo democratico come  Alceste De Ambris, che, utilizzando questo termine, si scontrerà con i nazionalisti italiani[8].

Il dopoguerra però non sarà quello sperato, l’Europa non andrà verso la costruzione di una federazione pacifica di Stati  ma entrerà invece nell’epoca delle dittature. Sulle ragioni di questo fallimento Pivano prova a ritornare in una riflessione scritta nel periodo tra l’inizio della seconda guerra mondiale e l’8 settembre che sarà riportata nella prima parte del volume ‘Risalire dal fondo’, pubblicato nel 1947. «Gli ‘Stati Uniti d’Europa’ – scrive – erano stati forse il sogno più alto, una più sublime aspirazione di pace e armonia. Si trattò tuttavia di una idealità antistorica, poiché non tenne conto delle differenze etniche, culturali, razziali, tradizionali , di questa vecchia Europa solcata da così profonde ferite di varie civiltà contrastanti. Quello che fu possibile attuare tra popoli giovani del Nord America, privi di tradizioni secolari e di vecchie civiltà permeanti, non poteva essere consentito al vecchio continente…»[9].  Se pertanto si poteva parlare di «immaturità storica degli Stati Uniti d’Europa», non altrettanto era per la Società delle nazioni, che per Pivano fu davvero un’occasione perduta: «Ma nulla vietava, dopo una vittoria, proclamata in nome dell’anti-violenza, di attuare, con largo consenso di vincitori e di vinti, una ‘Società di Popoli’, con l’intento di difendere la pace e di risolvere i gravi problemi della economia devastata dalla lunga guerra. A questo compito poteva bastare la ‘Società delle Nazioni’, non come ultima meta della conciliazione europea o mondiale, ma come strumento per creare lo spirito della conciliazione»[10].  Sulle ragioni del suo fallimento, Pivano esprime dissenso da chi le addebita alle ingiustizie di Versailles e ai condizionamenti degli interessi di alcune grandi potenze. Riconosce questi limiti, ma ricorda la grande spinta del dopoguerra per un mondo basato sulla  convivenza pacifica, figure come Gustav Stresemann e Aristide Briand e risultati importanti che vennero raggiunti come «l’anticipato sgombero della zona renana, l’attenuazione, per non dire l’abolizione, dei controlli militari sulla Germania, ed infine, l’ammissione del Reich e della Russia sovietica in seno alla S.d.N.»[11]. Le ragioni di questo fallimento sono, a suo avviso, nel venire meno dell’attuazione del principio di solidarietà: «E, forse, quello che è mancato alla S.d.N. non fu già, come molti pensano, la forza delle armi per imporre le sue decisioni, ma un principio più alto di solidarietà umana. Il ‘non intervento’ fu l’errore più grave, derivato forse dalla nefasta indifferenza dell’epoca verso il dolore del mondo: forma di egoismo collettivo conseguente a tanti anni di violenza e di brutalità. Gli uomini, e così l’Istituto Ginevrino, non comprendevano più che un principio di civiltà negato ad un paese qualsiasi del mondo, correva pericolo di essere sommerso ovunque una minaccia si levasse allo stesso principio; che una libertà soppressa, costituiva una violenza a tutte le libertà, per il singolo e per l’universalità…»[12].

Queste riflessioni ricordano il percorso di altri intellettuali, che, dopo la grande guerra,  volgono la propria speranza verso la Società delle Nazioni. È il caso per esempio di Luigi Einaudi, che, dopo averla stroncata nel 1918, prima ancora della sua costituzione, già nel 1919, sulla base di un forte pragmatismo, la riconsidera per il ruolo di governo di questioni tecniche e interstatali, in attesa che gradualmente possa diventare un vero superstato, fino agli articoli molto favorevoli pubblicati nel 1924 e nel 1925 sul ‘Corriere della Sera’, in cui appaiono evidenti le speranze suscitate dalle discussioni di Ginevra sulla pace.  Solo molti anni dopo, nel 1961, tornerà a scrivere sulla Società delle Nazioni, ricordando i profetici giudizi del 1918, senza più citare il periodo successivo[13].

 

RESISTENZA E FEDERALISMO EUROPEO

Pivano elabora queste posizioni, come già detto,  precedentemente all’8 settembre. Durante i giorni della Resistenza, chiarisce meglio l’analisi sulle ragioni della crisi della Società delle Nazioni, legandolo  all’idea degli Stati Uniti D’Europa, posto ora come obiettivo per il dopoguerra, in sintonia con il Partito d’Azione di cui  è un dirigente. L’istituto ginevrino – secondo Pivano – non riuscì a risolvere i problemi sorti negli anni Trenta «sia perché tale istituto mancava in fondo di autorità, né ebbe i mezzi per affermarla, sia perché mantenne il principio della sovranità degli stati che contrasta col concetto federalistico e paralizza quindi qualsiasi iniziativa»[14].  Viene superato il precedente giudizio per cui appariva più probabile raggiungere la pace con una Società dei Popoli che non con una federazione rispetto alla quale  i tempi non apparivano ancora maturi nel primo dopoguerra. Ora, la seconda guerra mondiale sta cambiando ogni prospettiva. L’obiettivo adesso sono gli Stati Uniti d’Europa ma  questo non significa che la vecchia Società delle Nazioni debba essere abbandonata, anzi i destini delle due istituzioni sovranazionali possono essere legati: «La meta definitiva che auspichiamo non si oppone ad un premessa iniziale di valorizzare la vecchia Società delle Nazioni, come punto di partenza per gettare le basi dell’Europa federale. E dovranno essere necessariamente le nazioni vincitrici a valersi dell’Istituto ginevrino o di altro equivalente che sappia far tesoro degli insegnamenti della passata esperienza, per imporre ad una Europa discorde lo statuto della nuova unità continentale al servizio della pace»[15]. E questa unità deve essere molto forte, dotata di una guida politica. Pivano scrive in modo chiaro che non si tratta  «di ricostruire una ‘lega’ ma una autentica repubblica i cui cittadini sono gli stati membri dell’unione»[16]. Un’espressione che viene ripresa da Mazzini che l’antifascista cita come grande riferimento ideale:  «Il concetto, già espresso da Mazzini, che le ‘Nazioni sono i cittadini della umanità’, porta a considerare una menomazione della autorità statale nell’ambito della legge internazionale superiore, così come il cittadino trova un limite alla sua libertà nella sottomissione alla legge comune»[17].

Alla base di questa ripresa dell’idea degli Stati Uniti d’Europa c’è una riflessione sugli orrori e le devastazioni della guerra, aspetto comune con molti sostenitori del federalismo europeo di questi anni: «L’esperienza  dimostra che il problema europeo è ormai maturo per questa concezione, all’infuori della quale il vecchio continente è destinato a frantumarsi nella distruzione della sua civiltà e della sua cultura millenaria, per opera di guerre sempre più frequenti e catastrofiche, per lo stesso loro carattere di guerre civili»[18].

Non si hanno, al momento, documenti in cui Pivano fa riferimento ad altri intellettuali antifascisti in questo deciso ritorno alle tematiche del federalismo europeo. Probabilmente è una posizione a cui perviene autonomamente, sulla base di una riflessione sui disastri della seconda guerra mondiale, proprio come scrive nel brano citato sopra. Non va però dimenticato che, prima di aderire al Partito d’Azione, apparteneva già fin dagli anni Trenta a Giustizia e Libertà, dove Carlo Rosselli era già pervenuto all’idea degli Stati Uniti d’Europa[19], come punto d’approdo di uno scontro a livello continentale contro il fascismo. Il confronto è d’obbligo  per la comune radice nel mazzinianesimo e anche per l’uso insistito negli anni della Resistenza, da parte di Pivano, della critica alla Statolatria, tema ben presente nelle riflessioni del fondatore di GL.

Per raggiungere l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa, secondo l’antifascista alessandrino, bisognerà agire subito, sfruttando il clima del dopoguerra, quando gli effetti dei disastri del nazionalismo e degli stati sovrani sono ancora sotto gli occhi di tutti: «Non c’è un minuto da perdere nell’indirizzare i popoli – stanchi delle lunghe guerre – verso questo compito basilare del domani post-bellico. Non bisogna lasciar tempo al rinascere di un concetto di ‘sovranità statale assoluta’ che passerebbe inevitabilmente dalle nazioni vincitrici a quelle vinte»[20].

Gli esempi posti come modelli da Pivano sono la Svizzera e gli Stati Uniti d’America. «La Svizzera ha mostrato come nel federalismo sia possibile svalutare ogni questione meramente territoriale, conciliando differenze etniche, nazionali e razziali, nell’armonia di una esistenza nazionale»[21].  Per quanto riguarda gli Stati Uniti sono abbandonate le differenze tra la nazione giovane sorta al di là dell’Atlantico e il vecchio continente, diviso da tradizioni secolari. Ora, invece, viene sottolineato il legame con la guerra, rispetto alla quale il federalismo si caratterizza per la capacità di superare divisioni dolorose: «In questa esperienza (degli U.S.A., ndr) c’è anche la risposta a coloro che dubitano di una ‘federazione di Stati d’Europa’, nata dalla guerra, e imposta dalla forza dei vincitori. Anche gli U.S.A. nacquero da una guerra e dalla imposizione degli Stati del Nord vittoriosi – dopo un’aspra lotta – sugli Stati del Sud. E chi ricorda le fasi della guerra, la sua estrema crudeltà, i sanguinosi episodi che possono reggere il paragone coi più feroci della guerra attuale, non può certo credere che vi sia stato all’origine un consenso spontaneo di adesioni o non piuttosto una imposizione dei vincitori. È certo invece che gli Stati del Sud ritenevano che sarebbe stata una sicura rovina per la loro economia – basata specialmente sullo schiavismo a difesa degli interessi cotonieri – e quindi, una causa di decadimento politico e di sfaldamento statale, il subire la imposizione del Nord. L’esperienza ha invece dimostrato che nell’orbita federale, la sconfitta non ha rappresentato né una violenza né una mortificazione, e che l’armonia politica  – eliminando le cause di ogni conflitto – ha giovato alla fortuna economica unitaria statunitense senza privilegi tra Nord e Sud, tra vincitori e vinti»[22]. Continuando il confronto, ricorda che anche in America i sostenitori del federalismo trovarono tenaci oppositori come si preannuncia sarà anche per l’Europa del dopoguerra: «Le lotte dei Madison e degli Hamilton sono memorabili per dimostrare la difficile e ostacolata formazione della Unione Federale americana, nata non senza resistenze, che ben possono paragonarsi a quelle che si incontrano oggi in Europa»[23]. Pivano sottolinea anche come il federalismo, sia pure nato con difficoltà, una volta messo alla prova finisce per avere una forza d’attrazione molto forte rispetto ad altri Stati: «Ma la stessa esperienza dimostra che intorno al principio, affermatosi subito vittorioso, si è successivamente raccolta la spontanea adesione di altri stati, originariamente non aderenti. E ciò, in vista degli immensi benefici apportati dalla Federazione, che ha eliminato ogni causa di guerra, svalutando ogni divergenza di frontiera e togliendo qualsiasi valore a questioni territoriali che prima – per contenere interessi di corsi d’acqua o di ricchezze minerarie – erano causa di rivendicazioni periodiche tra gli stati»[24].

La federazione non può che essere formata da Stati ad ordinamento democratico ed è incompatibile con il nazionalismo, nel quale vede la base di un totalitarismo che porta all’esaltazione assoluta dello Stato e della sua Sovranità: «… è evidente che il presupposto della unità non può essere che la struttura democratica degli stati aderenti alla Federazione… La dottrina nazionalista è evidentemente statolatria, mentre il presupposto federativo nega risolutamente il principio della assoluta sovranità statale»[25]. Ma questa battaglia non può essere vinta solo sul piano militare. Anzi, nel dopoguerra, antifascismo e federalismo dovranno affrontare il compito più difficile in un grande scontro culturale contro un fascismo profondo che si annida anche nei paesi vincitori. Questo perché Pivano vede un nesso ineliminabile tra fascismo  e nazionalismo:  «Il nazionalismo è la manifestazione profonda dell’infezione fascista, che resta incubata in qualsiasi risoluzione  – puramente nazionale – del problema politico»[26].

E se si parte da questo presupposto, bisogna riconoscere «che il fascismo non è soltanto un male italiano e tedesco, non una cancrena limitata ad un certo numero di stati che, in varia forma, erano retti totalitariamente – dalla Turchia alla Jugoslavia, dalla Spagna alla Polonia, dall’Ungheria alla Romania, dalla Bulgaria a molte Repubbliche sudamericane, ecc – ma è un male esteso ed approfondito tra gli stessi stati, cosidetti democratici, che hanno levato la bandiera di combattimento contro il nazi-fascismo…  per conoscere la estensione del male, dobbiamo accertare la lebbra fascista nelle stesse grandi potenze levate in armi contro il nazi-fascismo: l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Russia. È indubbio che lo spirito nazionalistico, che è alla base dell’antidemocrazia fascista, guida le stesse nazioni negli sviluppi della loro politica mondiale»[27].

Il morbo nazionalista anzi esiste nella stessa resistenza europea e Pivano lo ha già incontrato addirittura nelle carceri fasciste. Al riguardo, in ‘Risalire dal fondo’  offre una testimonianza che anticipa drammaticamente le foibe del Friuli Venezia Giulia: «In carcere, in comunità di spirito e di lotta con comunisti slavi, abbiamo sentito enunciare problemi territoriali, come quelli di Fiume e Trieste, questioni di confini sull’Isonzo e magari sull’Judrio o addirittura al di là di Udine. Nella consuetudine fraterna di lotta partigiana con ‘maquisards’ si è parlato della Valle d’Aosta francese, e persino dell’Isola d’Elba, avamposto della Corsica»[28].

 Ma la ricerca del fascismo più profondo per questa grande battaglia della cultura va anche oltre il nazionalismo per arrivare all’imbarbarimento della guerra stessa che ha creato un’umanità violenta e soprattutto, con le grandi masse intruppate in eserciti immensi, ha dato a milioni di persone un’educazione basata sull’obbedienza cieca e immediata,  da automi, che è l’opposto delle basi su cui può prosperare una vera democrazia. È una battaglia che può essere vinta solo puntando su valori come la solidarietà e la fratellanza fra i popoli, da sostenere concretamente con il federalismo e la fine della statolatria. Nel dipingere questo imminente confronto Pivano raggiunge toni quasi lirici: «Italiani che vengono dai campi di concentramento sugli altipiani del Tibet e sulle rive del ‘Sacro Gange’, dai margini infuocati del deserto africano, dalle brulle scogliere della Scozia, chiuse nelle nebbie che vietano il cielo; Highlanders, che hanno visto a ciglio asciutto, crollare i tesori di Montecassino; contadini del Texas e artieri del Massachusset che hanno spalato – per aprirsi una via – le macerie della casa di Beethoven a Bonn, o le teste mozze dei Santi e dei mostri, crollati dai ricami marmorei del Duomo di Colonia, senza sostare e senza tremare; pastori della Tundra, che sono passati in furia selvaggia sui tesori di Varsavia; e boscaioli canadesi e cow-boy australiani, che hanno visto avvampare i cieli del Pacifico e ardere i templi dei millenari dei asiatici; e barbari vichinghi, che hanno allagato i bei campi fioriti d’Olanda con l’acqua salata del mare, come avevano coperto di rovine le bellezze e le umane  miserie di Rotterdam e di Belgrado. Tutti questi ussari tornano alle loro case, stanchi, sconvolti, irriconoscibili a sé stessi ed alle creature aspettanti. Che cosa portano nei loro cuori, tra ricordi di tanta rovina e di tanta sofferenza? Quale idea-forza è custodita nella loro mente per tanti anni non irrorata dai benefici della cultura, non addolcita da una espressione d’amore? Essi hanno sentito il peso di una autorità esercitata dall’alto, hanno accettato una disciplina che ignora il diritto espresso dalla maggioranza posta alla base della mostruosa piramide, hanno rinunciato ad essere uomini per divenire automi e macchine; hanno esercitato la forza, e spesso l’arbitrio, che è nella legge dei vincitori e nella crudeltà dei fuggiaschi. È il disordine spirituale:  è il ‘fascismo’. Eppure questi stessi uomini dovranno ritrovare una forza centrifuga che li riporti sulle vie percorse per  cercare – con altro cuore – vincoli di solidarietà umana che sono indispensabili alla vita. Essi potranno guarire dal loro male, soltanto se non troveranno più barriere sul loro cammino. In questo sentirsi ‘cittadini del mondo’, essi troveranno un superamento di ogni egoismo nazionale, e sentiranno che la rinuncia alla sovranità assoluta del loro paese, è un beneficio che allarga i polmoni, che accresce il benessere e rinsalda la giustizia sociale. Ognuno sentirà che in questa rinuncia, c’è una maggior somma di beni, posti in comune e posseduti; un più vasto beneficio di scambi, una più concreta possibilità di lavoro»[29].

 Pivano dunque, mentre è impegnato nella guerra di Liberazione,  guarda a un futuro diverso,  che ha nel  nesso democrazia – federalismo il suo principale riferimento, in sintonia con le posizione del Partito d’Azione e anche con il Manifesto di Ventotene, con il quale ha in comune molte posizioni, compreso il legame tra federalismo e giustizia sociale. Allo stesso tempo, questo proiezione sul domani rivela anche un forte legame a quei valori risorgimentali a cui è sempre rimasto fedele.   L’azionista alessandrino ritiene, infatti, di trovare nel federalismo del Pd’A le fondamenta di un progetto che risale a Mazzini e su questo aspetto si sofferma in una delle riflessioni svolte in questo periodo e successivamente pubblicate sul libro ‘Meditazioni nella tormenta’.  Appare significativo il titolo originale del saggio indicato nelle bozze presenti nell’archivio Pivano,  ‘Un pensiero ancora vivo che può essere levato come una  bandiera per l’Italia, per l’Europa, per il mondo di domani’[30], che sarà poi ridotto nel volume a un più sobrio ‘Attualità di Mazzini’.

Il riferimento principale è la Giovine Europa e Pivano sottolinea come il progetto europeo mazziniano coincida con il periodo in cui si sviluppa l’idea di nazione. «È proprio su questo terreno (il federalismo europeo, ndr) – scrive – che Mazzini è oggi ancora di grande attualità; ed il suo pensiero ha tanto più valore se si considera che venne espresso nell’epoca in cui si precisava storicamente il concetto nazionale che diventava preminente nella battaglia per liberare l’Italia dalla dominazione straniera»[31].  Secondo Pivano, «l’idea di patria riceve, subito, nel pensiero di Mazzini, una precisa definizione che non stabilisce angusti criteri limitativi di una missione egoistica soverchiatrice, ma pone il presupposto di una armonizzazione della Patria colle umanità»[32]. L’analisi dell’idea di patrie in Mazzini dimostra «che non si tratta di una concezione nazionalistica, ma di un sistema di armonia internazionale nel quale la libertà dei popoli è essenziale strumento di equilibrio e di diritto»[33]. Pivano, insomma, trae da Mazzini un’idea di unità europea in cui la conquista e la difesa dell’indipendenza della patria non degenera in un nazionalismo nel quale l’alessandrino  ha sempre individuato un nemico, fin dalla guerra di Libia[34].

Il federalismo europeo affonda quindi, secondo Pivano, le sue radici nel Risorgimento e, se ancora nel 1919 si era rivelato troppo in anticipo sui tempi, adesso, dopo i disastri di una seconda grande guerra, non è più così: «(Mazzini)… fissa il dovere di solidarietà dei popoli liberi, così come noi oggi lo esprimiamo dopo le dolorose esperienze del passato»[35]. Ora, si tratta di costruire  «gli Stati Uniti d’Europa, per salvare il vecchio continente dalle estreme rovine cui l’hanno tratto le lunghe guerre e le sanguinose discordie». Solo che questo discorso per Pivano può e deve ripartire da Mazzini:  «Ci domandiamo come si possa disconoscere l’attualità di Mazzini, se parla lo stesso linguaggio di coloro che oggi mirano agli Stati Uniti d’Europa»[36].

Il federalismo europeo scorre sul filo dell’equilibrio tra rinuncia alla sovranità e autonomia. Così, se in altri interventi Pivano insiste sulla fine della ‘sovranità  dello Stato’, interpretando  in questo senso una frase proprio di Mazzini sugli stati come cittadini del mondo, ora, riferendosi al grande genovese  pone l’accento sull’indipendenza:  «Oggi, noi diciamo che un concetto federativo ha per base una struttura democratica intesa ad affermare la indipendenza e la libertà degli stati aderenti»[37].

 Pivano  continuerà per tutta la vita a dichiararsi mazziniano, la necessità di trovare un riferimento al rivoluzionario genovese anche nel discorso federalista risponde a un’esigenza di carattere militante,  a un’adesione ideologica mai venuta meno nel corso dei decenni. Ma allo stesso tempo, appare evidente nell’antifascista alessandrino anche una conoscenza approfondita del pensiero politico democratico e repubblicano risorgimentale: le sue appassionate insistenze sul federalismo europeo di  Mazzini hanno, infatti, un fondamento serio, tant’è che questo tema è tuttora ben presente nella storiografia contemporanea[38].

Questa difesa appassionata dell’attualità di Mazzini  permette di collocare Pivano in una posizione particolare.  Norberto Bobbio sottolinea come il federalismo  della resistenza, pur mantenendo un legame ideale importante con il Risorgimento, si ponga rispetto alla tradizione in sostanziale rottura, utilizzando le formule del pacifismo attivo e passivo.  «Tra il federalismo nato dalla tragedia della seconda guerra mondiale e il federalismo del secolo scorso – scrive – c’è la stessa differenza che corre tra una concezione evoluzionista, e in fin dei conti ottimistica, della storia e una concezione attiva ed energeticamente pragmatica»[39]. Il federalismo della resistenza ha smesso di credere che pace e fratellanza arriveranno grazie a un’evoluzione naturale ma ritiene saranno possibili da un momento di rottura, dovuto all’azione cosciente dei popoli. Pivano avverte questa distanza, tant’è che, come visto,  lamenta che venga disconosciuta quella che chiama l’attualità di Mazzini.

Il federalismo rimane presenteeuropeo negli orizzonti di Pivano anche quando, crollato sul piano elettorale il Partito d’Azione e non avendo più uno strumento politico importante a disposizione, si volgerà alla  promozione di attività culturali, utilizzando l’Associazione Nazionale Combattenti della provincia di Alessandria, di cui manterrà sempre un saldo controllo. È in questo modo, per esempio, che riesce a organizzare per il 18 marzo 1949 ad Alessandria la conferenza ‘Stati Uniti d’Europa e Federalismo’, che vede come protagonista uno studioso di grande autorevolezza come il professore Antonio Falchi, preside della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Genova. Un  uomo a cui Pivano era legato per le posizioni antifasciste: Falchi nel maggio 1942 era stato  implicato nel grosso processo contro quarantaquattro professori universitari accusati di aver manifestato per la libertà insieme con numerosi colleghi[40].

 

CONTRO LA STATOLATRIA

Dopo la grande guerra,  di fronte alla crisi della società italiana destinata a portare alla dittatura,  élites democratiche  riprendono e attualizzano  le tendenze autonomiste e federaliste del pensiero risorgimentale.  Nel pensiero liberaldemocratico di Piero Gobetti  vengono elaborati contenuti di autogoverno  e anticentralismo destinati a essere rielaborati e sviluppati dagli antifascisti di Giustizia e Libertà. Carlo Rosselli arriva a vedere nello statalismo, in determinate condizioni, le premesse che conducono alla dittatura e alla  fine di ogni forma di umanesimo. Pivano, nella sua adesione a Giustizia e Libertà, segue con decisione questa critica di carattere liberaldemocratico sulle tendenze centralizzatrici che sfociano nei totalitarismi.  Soprattutto nelle riflessioni scritte durante la guerra e raccolte nei volumi ‘Meditazioni nella tormenta’ e ‘Risalire dal fondo’  è ricorrente l’accusa di statolatria nei confronti del nazionalismo e del  fascismo.

Il tema dell’accentramento statale continuerà a interessare Pivano anche successivamente, fino agli ultimi anni di vita, insieme alle riflessioni su questo aspetto del Risorgimento.  Appare  significativo, in questo senso, l’articolo ‘Cattaneo oggi’, che pubblica nel 1974 su ‘Lettera ai compagni’,  la rivista della Fiap (Federazione italiana associazioni partigiane)  idealmente legata ai vecchi orientamenti del Partito d’Azione, con la quale mantenne un rapporto di collaborazione fin dalla sua fondazione ad opera di Ferruccio Parri nel 1969. Nell’articolo in questione, la riflessione storica si incontra con il clima politico dell’epoca, legato alla questione del pieno trasferimento alle Regioni delle funzione ad esse assegnate dalla Costituzione. Pivano sottolinea, citando  Pietro Calamandrei,  il legame tra Cattaneo e l’articolo 5 della Costituzione sulle autonomie locali e  insiste sull’importanza data da Mazzini alle autonomie comunali,  arrivando alle polemiche del presente. «Una severa indagine storica – scrive –  potrebbe rilevare che la concezione ‘unitaria’ di Mazzini non si discordava da quella ‘federalista’ di Cattaneo nella misura che è stata sempre citata e ritenuta valida da un superficiale raffronto…  Anche Mazzini  pensava alle autonomie comunali, che dilatava della misura di circa 20 mila abitanti, fino alla struttura regionale che, eliminato il frazionamento delle piccole patrie (principati, ducati, ecc.) liberate dalle dinastie soggette alla tirannide straniera, conformasse le autonomie regionali, scavalcando le fratture provinciali derivate dalla costituzione napoleonica dei ‘departaments’. Per Cattaneo, come per Mazzini, il ‘ferialismo’  poteva derivare soltanto da una concordia nazionale fino alla libertà, possibile per Cattaneo con un inizio regionale e per Mazzini con una utopia rivoluzionaria, dall’Alpi alla Sicilia. Mutava il metodo, non la finalità; e dovrebbe esser un monito per le esigenze odierne della riforma Costituzionale, indispensabile per una sopravvivenza civile dell’Italia, istituzionalizzata dal non superato accentramento…»[41].

 Il cerchio si chiude, Pivano ha attraversato tutto il Novecento, rimanendo sostanzialmente fedele ai suoi valori radicati nel pensiero democratico e repubblicano risorgimentale. È da Mazzini e Cattaneo che mutua un pensiero federalista considerato strumento di lotta progressista in Italia contro il centralismo statalista di origine sabauda e in Europa  contro nazionalismi reazionari e aggressivi, tracciando un’esperienza  emblematica per capire alcuni importanti  percorsi della storia tra XIX e XX secolo.

[1] Per una biografia di Livio Pivano si veda: G. SABBATUCCI, I combattenti nel primo dopoguerra,Roma-Bari, Laterza, 1974; L. LORENZINI, Fascismo e dissidentismo in provincia di Alessandria, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1980; C. LEVRERI, Il Partito d’Azione in Alessandria,  Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 1986; G. BARBERIS, La famiglia economica alessandrina, Recco-Genova, Le Mani – Isral, 2008; C. LEVRERI, Valenza partigiana. La Liberazione, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1980; A. BALLERINO, Il fondo archivistico Livio Pivano, “Quaderno di storia contemporanea”, n. 13, 1993, pp.117-124; C. MANGANELLI, Fonti per la biografia di Livio Pivano, cit., pp. 125-129

[2] L. PIVANO, La XXVII legislatura. L’opposizione in aula, Roma, Quaderni della Fiap, 1974
[3] L. PIVANO, Risalire dal fondo, Parma, Guanda, 1947; L. PIVANO, Meditazioni nella tormenta, Parma, Guanda, 1947
[4] Più volte Bobbio ha ricordato l’importanza di Cattaneo  nella sua formazione. Un aspetto che ricorda in modo chiaro in Per una bibliografia (in A. BOBBIO, De senectute e altri scritti autobiografici, Torino, Einaudi, 1996, p. 86). Bobbio ha curato la raccolta di scritti di Cattaneo Stati uniti d’Italia presso l’editore Chiantore di Torino nel 1945 e i tre volumi degli Scritti filosofici per l’edizione nazionale delle opere promossa dal Comitato italo – svizzero (Firenze, Le Monnier,  1960). Gli studi su Cattaneo sono raccolti in N.BOBBIO, Una filosofia militante, Torino, Einaudi, 1971
[5] Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea per la provincia di Alessandria (d’ora in avanti ISRAL), Archivio Pivano (d’ora  in avanti AP),  Manifesto dei fasci italiani di azione rivoluzionaria, 21 febbraio 1915
[6] L. PIVANO, Cattaneo oggi, “Lettera ai compagni”, n. 10, ottobre 1975, p. 10
[7] L. PIVANO, Interventismo e fascismo, “Lettera ai compagni”, n. 6, luglio 1969, pp. 7 e 9
[8] E. SERVENTI LONGHI,  Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista, Milano, Franco Angeli,  2011, p.75
[9] PIVANO, Risalire dal fondo, cit., pp. 33-34
[10] Ivi,  pp. 36-37
[11] Ivi, p. 39
[12] Ivi,  p. 40/
[13] Sulle diverse posizioni espresse da Luigi Einaudi sulla Società delle Nazioni, si veda U. Morelli, Contro il mito dello Stato sovrano. Luigi Einaudi e l’unità europea, Milano, Franco Angeli, 1990, pp. 43-52 e 71-94
[14] PIVANO, Meditazioni nella tormenta, cit., p. 120
[15] Ivi,  p. 119
[16] Ivi,  p.122
[17]Ivi,  p. 120
[18]Ibid
[19] Per le posizioni federaliste di Carlo Rosselli, si veda C. Malandrino, Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone, Milano, Franco Angeli, 1990, pp. 143-149
[20] PIVANO, Meditazioni nella tormenta, cit., p.122
[21] Ivi,  p. 117
[22] Ivi,  p.117-118
[23] Ivi,  p. 118
[24] Ivi,  p. 188-119
[25] Ivi,  pp. 119-120
[26] PIVANO, Risalire dal fondo, cit., p.223
[27] Ivi,  p.207-208,
[28] Ivi,  p.224
[29] Ivi,   pp. 221-223
[30] ISRAL, AP, Un pensiero ancora vivo che può essere levato come una  bandiera per l’Italia, per l’Europa, per il mondo di domani, dattiloscritto
[31] PIVANO, Meditazioni nella tormenta, cit., p. 154
[32] Ibid.
[33] PIVANO, Meditazioni nella tormenta, cit., pp. 154-155
[34] L. PIVANO, Interventismo e neutralismo, Alessandria, Tipografia Il Piccolo, 1964, pp. 6-7
[35] PIVANO, Meditazioni nella tormenta,  pp.155-156
[36] Ivi,  pp. 157
[37] Ivi,  pp. 155
[38] C. MALANDRINO, Democrazia e federalismo nell’Italia unita, Torino, Claudiana, 2012, pp. 33 – 38; G. TRAMAROLLO, Europei d’Italia, Cremona, Edizioni Evoluzione Europea, 1979, pp. 64 – 74
[39] N. BOBBIO, Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, “Critica sociale”, LXV, n. 24, 20/12/1973
[40] I Venerdì Culturali della Combattenti – Reduci,  “Il Piccolo” n. 12, 19/3/1949
[41] PIVANO, Cattaneo oggi, cit.

 

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