Frammenti sul 1968/1969: I) Introduzione

Il 30 novembre 2018, patrocinato dalla Camera del Lavoro di Alessandria, si è tenuto un convegno – davvero ben riuscito – sulle lotte operaie e studentesche del 1968-1969, con particolare riferimento ad Alessandria e al Piemonte. I lavori sono stati aperti dal segretario provinciale della CGIL (Franco Armosino), e dal presidente di Città Futura (Renzo Penna). L’iniziativa è stata voluta da Città Futura d’intesa con lo SPI (Laboratorio di Storia Politica Istituzioni dell’Università Piemonte Orientale). Hanno parlato, come relatori, Corrado Malandrino (professore ordinario di “Storia delle dottrine politiche” dell’Università Piemonte Orientale), il sottoscritto (già ordinario della stessa disciplina presso l’Università degli Studi di Milano, qui per “Città Futura”), Giorgio Barberis (professore dell’UPO) e Giuseppe Rinaldi (sociologo, e già professore di Filosofia e Storia presso il Liceo Plana, egli pure – come chi scrive – per “Città Futura”).

Il titolo definitivo del mio intervento era: “Il movimento operaio e studentesco ad Alessandria e in Piemonte nel 1968-1969. Una testimonianza e una riflessione”. Avendo dovuto parlare solo per venti minuti – più o meno – come gli altri relatori, potrei ora svolgere il discorso, trasformando gli appunti dettagliati che avevo preparato, ma non letto, in un saggio, ma me ne astengo. Sono sicuro che alla fine mi resterebbero ugualmente tante altre “belle cose” da dire. Potrei scrivere un libro su quel biennio, da me vissuto sulla prima linea di quei movimenti politici di massa, con intensa passione, all’età di ventisette-ventotto anni, tra i dirigenti e attivisti del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria in Alessandria e in Piemonte (partito fondato pure da me nel gennaio 1964). Nel ’68 eleggemmo il trentatreenne professor Giorgio Canestri deputato, portando in Parlamento lo spirito stesso della contestazione: un compagno da cui avevamo e abbiamo molto appreso, nel consenso come nel dissenso. Nel ‘68 divenni vicesegretario della Federazione di Alessandria (il segretario era il mio compianto amico Angiolino Rossa) e dal gennaio1969 divenni membro della segreteria regionale, diretta dal notevole giornalista e anche storico (e tante altre cose, prima come capo di partigiani di Giustizia e Libertà nel ‘43/45, e poi con la penna), Mario Giovana. Di quella segreteria – oltre ai compianti compagni Giovana e Giorgio Gasparini – facevamo parte io e il segretario di Biella, Franco Ramella (che poi sarebbe diventato, molti anni dopo, ordinario di Storia contemporanea a Torino), incaricati di coordinare il lavoro politico di fabbrica del PSIUP in Piemonte. Questo lavoro politico di fabbrica per noi era stato la passione dominante dal 19631.

Oggi, un po’ stanco, un po’ vecchio (ahimè, ho settantasette anni) e in tutt’altre faccende affaccendato (più “d’anima”, psicologiche, filosofico religiose, e pure “letterarie”, che non politico-storiche), ho pensato di misurarmi col ‘68/’69, di qui in poi, in un altro modo, decisamente e volutamente frammentario (a parte il testo che segue, che potrei dire “introduzione”, più ampio). Vorrei proporre una specie di rubrica, fatta di mie brevi riflessioni in proposito, o di documenti dell’epoca tratti dal mio non piccolo archivio. Verranno fuori tante cose, mie o “d’epoca”, un po’ in ordine sparso, magari per molti mesi (oltre ai miei articoli soliti). Alla fine riordinerò i testi in una sorta di puzzle, indicando un ordine di lettura definitivo, e vedendo se sarà il caso di mettere “i pezzi” insieme o no. E se non lo farò, “ai posteri l’ardua sentenza”.

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Vediamo innanzitutto tre primi punti: due ai quali si può rispondere molto brevemente, e l’altro che richiede una risposta più argomentata.

Prima questione “semplice”: l’estensione “geopolitica” del “Sessantotto”. Mi sembra evidente che si è trattato di un movimento tendenzialmente universale (un vero corto circuito internazionale, più o meno intorno al ’68, che fece traballare profondamente tutto l’ordine mondiale stabilito dai “vincenti” a Yalta nel 1944: dall’America alla vecchia Europa capitalistica occidentale e a quella “comunista” orientale; dall’America Latina alla Cina, e naturalmente all’Indocina, con particolare riferimento al Vietnam.

Tutti questi movimenti – ecco il secondo punto – erano segnati dalla contestazione di una qualche forma dell’autoritarismo. Tuttavia non portarono al potere la tendenza rivoluzionaria o riformatrice, ma semmai quella opposta. (Il Vietnam vinse, ma la sua era una guerra di difesa nonché di unione nazionale, e non una rivoluzione). Ma qui, prima di parlare dell’esito finale, si tratta – terzo punto – di capire le ragioni di tale corto circuito internazionale antisistemico, “rivoluzionario”.

Una ragione è quella più evidente: la contestazione della “sporca guerra del Vietnam”, che allora turbò tutto il mondo per la sua intrinseca barbarie omicida, senza uguali dal 1945. L’America si era infognata (specie dal 1961) in quel conflitto sperando di preservare tutta l’Indocina dall’”espansionismo comunista”. Ma sul campo trovò una resistenza inusitata. Non poteva facilmente rassegnarsi a “perdere”, consentendo a un piccolo popolo di mettere in ginocchio la prima potenza mondiale, quasi essa fosse stata davvero – come detto anni prima da Mao, credo nel 1958 – “una tigre di carta”. Per venirne fuori l’America impiegò una potenza di fuoco pari a quella che rase al suolo tanta parte della Germania nella seconda guerra mondiale, e fu costretta a mobilitare un numero di giovani soldati sempre maggiore: il che però non la salvò dalla sconfitta totale, dopo quattordici anni (1975). Ma l’evidenza di quella grande barbarie perpetrata dagli Stati Uniti, e la resistenza della gioventù americana a parteciparvi scatenarono una protesta senza pari della gioventù, in primo luogo americana, alimentando tutte le forme di contestazione dell’autoritarismo e dell’imperialismo, lì concernenti in sommo grado pure i movimenti antirazzisti dei neri, che di lì in poi si diranno afroamericani. Il fatto che ciò accadesse al cuore del paese più capitalistico, e nella prima potenza del mondo, risvegliò tutte le forme di antiautoritarismo d’Occidente, non solo nei paesi dell’Europa occidentale, come Francia e Italia, ma pure orientale, come in Cecoslovacchia (anche se l’antiamericanismo portò molti europei “occidentali” a sottovalutare la questione dell’autoritarismo burocratico in area sovietica e, come più oltre si capì, pure nella Cina maoista, che non risultò mai “da meno”, al tempo della rivoluzione culturale, nella liquidazione, e come si vedeva già allora nella distruzione psicologica, degli avversari interni: per tacere dello stragismo genocida dei kmer rossi filocinesi della Cambogia o della violenta sottomissione e snazionalizzazione del Tibet da parte della Cina).2

Tuttavia c’è pure un’altra ragione altrettanto importante, e anteriore, che porta a quel “Sessantotto”. La riassumerei in un numero: 1956. Qui va notato che l’idea socialista e comunista, diciamo pure marxista, non era stata sinonimo di capitalismo di stato almeno sino alla metà degli anni Venti del Novecento. Il socialismo, da Marx a Rosa Luxemburg, era stato inteso come autogoverno delle masse lavoratrici: dai “rapporti di produzione”, cioè dalla vita economica o “società civile” (innanzitutto) alla cupola dello Stato. Lo Stato degli apparati, burocratico, anche in nome del socialismo, fu sempre rifiutato totalmente da Marx (dal primo scritto del genere del 1841/43 contro la filosofia del diritto di Hegel agli scritti sulla Comune di Parigi del 1871 e ancora nella polemica contro il socialismo di stato nascente della socialdemocrazia tedesca, nel 1875, cioè sino alla morte, sopravvenuta nel 1883)3. La pensava così, anche al tempo della Rivoluzione d’ottobre, pure Lenin, com’è evidente in Stato e rivoluzione (1917, ma 1918, che si studiava di elevare a modello di Stato operaio gli scritti di Marx coevi alla Comune di Parigi del 1871): nonostante la concezione del partito di Lenin, basata sull’idea che la coscienza di classe potesse e dovesse essere innestata dal partito rivoluzionario marxista nella spontaneità delle masse proletarie (Che fare?, 19024). Il perno di tutto era il potere sociale-politico delle masse dal basso in alto; la proprietà giuridica dei mezzi di produzione era l’ultimo problema. Quanto a Marx mi sentirei di dimostrare – e se sarà il caso si potrà fare – che non avrebbe affatto considerato un progresso, ma un regresso, l’avvento di un regime in cui una burocrazia di stato, comunque colorata, sostituisse la borghesia privatistica.

Ma non era stato così per i riformisti (statalisti della prima ora, ove potessero), e non sarebbe più stato così a partire dal planismo statalista autoritario di Stalin, dal 1928 in poi, che trasformava sindacati e soviet in cinghia di trasmissione dell’autoritarismo di partito comunista, preteso coscienza e incarnazione del movimento operaio (come se la classe operaia si fosse transustanziata nel partito comunista, che diceva di incarnarne la volontà generale). Da allora in poi il socialismo fu identificato con il capitalismo di Stato: parziale e democraticamente gestito (socialdemocrazia riformista) oppure più o meno integrale e monocraticamente dominato dal partito comunista (socialismo autoritario, o comunismo). E per “i più” è così ancora oggi, quando tornino a tali cose.

Tuttavia nel 1956 ci fu una prima grande svolta, che rivitalizzò il socialismo di sinistra da tanti decenni “tramortito” (quello da Marx a Rosa Luxemburg). Kruscev al XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunciò i crimini di Stalin. Il geniale Togliatti, leader storico del PCI, per un bel po’ pensò che si trattasse di una congiura bizantina di palazzo, al Cremlino, e che contro Kruscev avrebbero vinto i leninisti, il primo dei quali in prima fila dai tempi di Lenin, stretti continuatori di Stalin (Molotov, Malenkov e Kaganovic). In sé la denuncia dei “crimini di Stalin” dapprincipio gli parve un’assurdità, come se il papa in un concistoro proclamasse che Cristo non era figlio di Dio e non era mai risorto (perché il vero fondatore dello Stato e sistema di stati sovietico, dopo i tumultuosi e portentosi inizi del primo decennio, era stato Stalin, l’uomo dell’industrializzazione forzata e che poi aveva diretto la riscossa contro Hitler, e portato l’Armata Rossa, e il modello sovietico, però totalmente subordinato all’URSS, sino a Berlino)5. Quando Stalin morì, gli operai ai cancelli della FIAT piangevano, come ha raccontato Paolo Spriano6; ed ora, nel ’56, risultava che era stato un tiranno spietato, e non il creduto giustiziere del proletariato. Togliatti sostenne, e addirittura segretamente consigliò, l’intervento contro la rivolta ungherese del 1956, che sembrava colpire al cuore il sistema sovietico. Certo sperò che il rinnegato Kruscev cadesse, ma non cadde (se non sette anni dopo, e per far posto a nuovi “congelatori” come Breznev, invece che a vecchi bolscevichi oppure a veri riformatori del sistema tramite la sperata rinascita dei liberi soviet). E allora Togliatti iniziò la lunga marcia del comunismo verso la democrazia. Nel 1974 – ero confluito nel PCI nel 1972 e facevo parte della segreteria del PCI in Alessandria – organizzai un piccolo convegno su Togliatti a Valtournanche, concluso dal grande studioso e curatore delle opere di Togliatti, Ernesto Ragionieri. Io ero entrato nel PCI ritenendo che proprio in quel corpo collettivo, dopo l’estinzione del PSIUP, e dopo quella che ci pareva – ed era – la grande degenerazione del pur libero PSI, avrebbe potuto rinascere un grande partito democratico e socialista di sinistra, unificatore della sinistra e in alternativa al conservatorismo o moderatismo – ora più tendente a destra e ora più a sinistra – della DC. Perciò chiesi a Ragionieri che cosa pensasse Togliatti della possibile riunificazione della sinistra in un grande partito democratico e socialista. Mi rispose più o meno così: “Pare che Togliatti la ritenesse non solo auspicabile, ma addirittura inevitabile. Solo sul centralismo democratico – che subordinava ogni minoranza alla maggioranza e negava le correnti – Togliatti si diceva inflessibile.” Ma nel PCI, com’era tipico dei comunisti, dopo la morte di Togliatti (1964), prevalse sempre – direi – la “logica” per cui nel comunismo – come per Il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa7 – tutto finiva per cambiare restando come prima, in una perenne riproposizione aggiornata della togliattiana “svolta di Salerno” del 1944, dell’unità di tutti i democratici contro la reazione nera (a quel tempo sacrosanta, contro il nazifascismo): reazione ritenuta sempre alle porte. Anche in pieno neocapitalismo. Quella linea era del tutto controcorrente rispetto alla contestazione, che semmai avrebbe potuto accettare un’alternativa di sinistra, voluta però solo da Ingrao e Terracini tra i comunisti (ben presto emarginati), e da Riccardo Lombardi, tra i socialisti (monumento a sé stesso almeno dalla metà degli anni Settanta).

Comunque lo PSI dal ‘56 aveva ben altra audacia in materia d’innovazione, tanto nel senso, assolutamente prevalente dal ’59, dell’autonomismo socialdemocratico quanto della nuova sinistra. Una volta, nel 1979, feci il viaggio in treno da Torino a Roma con Vittorio Foa, che avevo molto ammirato e sostenuto nel PSIUP. Di quella conversazione conservo appunti stesi subito dopo (magari li riproporrò). Notavo strane assonanze tra la revisione nenniana in politica estera e in materia di rapporti con la DC e quella di Berlinguer. Foa mi disse che secondo lui c’era una vera costante o legge della politica in materia, tale per cui i comunisti italiani facevano sempre quello che avevano fatto i socialisti dieci anni prima. (Era una bella nemesi storica, tenendo conto di quanto i comunisti, tra loro, detestassero i socialisti: un freudiano l’avrebbe detta “complesso di Edipo”).

Comunque il 1956 fu colto “al volo” dai socialisti come un’occasione irrepetibile, tanto sul piano tattico che su quello strategico, politico e culturale, per sganciarsi dai comunisti e “andare al potere”. Nenni, che nel 1950 aveva ricevuto il Premio Stalin (mi pare di venti milioni dell’epoca), lo restituì (pare creandosi qualche problema nel pagare la villa che si stava facendo o si era fatto a Formia). Incoraggiò il revisionismo nel PSI. Quelli che come socialisti stalinisti erano stati “in sofferenza” perché in realtà il socialismo che avevano nel cuore non era né lo statalismo parlamentare socialdemocratico né lo statalismo autoritario comunista, ma appunto il potere dei lavoratori stessi dentro e contro il capitalismo e conservatorismo borghese (Lelio Basso) e dalla fabbrica allo Stato (Vittorio Foa), ripresero a tessere le fila in grande stile. Basso nel 1958 fondò la bella rivista bimestrale “Problemi del socialismo” e, nello PSI, la sua piccola, ma vivace e autorevole, corrente di “Alternativa democratica”, che proprio in Alessandria aveva un punto di forza (prima tramite Luigino Capra, Adelio Ferrero e Giorgio Piccione, e poi con Giuseppe Ricuperati e soprattutto Giorgio Canestri, che dal 1962 ne divenne l’anima). Le idee di Vittorio Foa, in parallelo, dilagarono dalla sinistra della CGIL – in cui Foa rappresentava i socialisti nella segreteria nazionale (e tra il 1964 e il 1968 gli “psiuppini”) – a molti esponenti della sinistra socialista, che nel gennaio 1964 costituì il nerbo del PSIUP. Comunque quella tra il 1956 e il 1968 fu una vera stagione di rinascenza socialista, secondo taluni importanti storici del movimento degli operai e socialista, come il mio amico Stefano Merli, che, pur essendo alla fine della vita diventato craxiano, era stato per gran parte della vita un fervente studioso ed estimatore di Vittorio Foa e del suo amico Raniero Panzieri (di cui poi curò le opere per la Marsilio di Venezia)8. Forse Merli sopravvalutava tale potenzialità, perché Nenni, deluso dal comunismo stalinista, era di gran lunga maggioritario e in realtà stava raggiungendo Saragat, alleato storico della DC dal 1947. Ma quel periodo tra il 1956 e l’inizio degli anni Sessanta fu comunque molto vivo in area socialista, anche nel senso della riscoperta della via operaia al socialismo, cara alla contestazione operaia e studentesca del 1968/’69. Il periodo 1956/1970, nel PSI e poi nel PSIUP, fu comunque una grande speranza per un nuovo socialismo.

Fu in quel contesto che emerse l’importante tendenza dell’operaismo marxista, che era qualcosa di più della valorizzazione del movimento di massa proletario – spontaneo, ma che i socialisti erano chiamati ad orientare – di Rosa Luxemburg (della quale Lelio Basso curò la miglior raccolta italiana di testi, “Scritti politici” nel 1967, ma dopo che nel 1963 era già uscita, per suo impulso, un’eccellente raccolta di “Scritti scelti” della stessa – per me decisiva – curata da Luciano Amodio9).

Raniero Panzieri era stato assistente volontario di un importante filosofo che, pur essendo stato gentiliano in gioventù, non solo era diventato, oltre che comunista sin dal 1944, un fondamentale curatore imprescindibile di testi del giovane Marx, ma uno che interpretava Marx in chiave neo-empiristica e scientifica: Galvano della Volpe, dell’Università di Messina10. Ma alla fine credo che Panzieri avesse rotto con della Volpe, che mi dicono detestasse negli anni Sessanta. Ma Panzieri, uomo già di punta nell’apparato socialista raccolto attorno a Rodolfo Morandi (il mitico grande organizzatore e vicesegretario di Nenni all’epoca del frontismo11), suo amico, era anche stato segretario regionale dello PSI in Sicilia al tempo dell’occupazione delle terre (credo sia stato lì che Panzieri imparò a vedere la lotta politica incentrata sulle lotte di base delle masse). Era poi stato, per volontà di Nenni, l’apprezzato direttore del mensile socialista “Mondo operaio”. E nel clima di cui ho detto, unitamente a Lucio Libertini – che era da poco giunto al PSI provenendo dalla sinistra del partito socialdemocratico di Saragat – Panzieri elaborò e propose – non senza immediato dissenso da parte dei comunisti – le Tesi sul controllo operaio sulla produzione (1958). (Si sarà compreso che prendiamo a parlare della genesi ideale del ’68 italiano). Subito dopo Panzieri venne a illustrare tali idee anche al Circolo Matteotti di via Faà di Bruno di Alessandria. Io giunsi qui poco dopo. Me ne parlavano, insieme, Adelio Ferrero e Giorgio Piccione. Adelio – che tra l’altro nel 1955 aveva portato la bandiera dei giovani socialisti ai funerali di Rodolfo Morandi, e che per l’occasione aveva conosciuto il giovane Bettino Craxi, “che allora si diceva luxemburghiano e aveva una selva di capelli come Giorgio Canestri”, che li ha ancora adesso – diceva che Panzieri aveva “un’intelligenza vulcanica”. Ma nessuno dei due, ferventi seguaci di Lelio Basso, come dal 1962 Giorgio Canestri e Giuseppe Ricuperati (in precedenza autonomisti), fu persuaso dall’operaismo marxista: troppo spontaneistico per i loro gusti. Panzieri e Foa, ancora uniti, avevano invece trovato un seguace fervente in Pino Ferraris, segretario di Biella, prima del PSI e poi del PSIUP, anima delle lotte dei tessili. Ma con la sua fine ironia, ancora anni dopo Giorgio Canestri mi diceva, parlando di Ferraris e dei suoi grandi giovani amici Franco Ramella e Clemente Ciocchetti, di Biella, che quelle erano “le terre di fra Dolcino”, come a dire dei millenaristi ribelli, più o meno utopisti per vocazione.

Intanto il torinese Panzieri era diventato redattore dell’Einaudi (ma forse lo era da molti anni, mentre faceva tutte le cose di cui si è detto), grande editore filocomunista. Ma dissentì dalla linea editoriale. Si licenziò. Con la liquidazione ottenuta fondò la rivista marxista operaista “Quaderni rossi”, nel 1961. Aveva sede in un alloggio di via Bligny a Torino, che era stato lo studio di Rodolfo Morandi, che morendo nel 1955 gliel’aveva lasciato insieme alla sua Biblioteca. (Chissà che fine han fatto tali cose?). L’articolo di fondo del numero 1 dei “Quaderni rossi”, che mi pare si intitolasse Democrazia operaia, era di Vittorio Foa. Pur essendo stato influenzato anche dal marxismo della scuola di Francoforte, che nella dialettica enfatizzava proprio, in modo assoluto, la Grande Negazione dell’esistente (con approccio “negativistico”, oltre che abbastanza idealistico), Panzieri – come e più di della Volpe, maestro ormai rinnegato – accentuava la pretesa scientificità del marxismo come economia. In sostanza identificava – per ragioni in cui dialettica filosofica e marxiana critica dell’economia politica si davano la mano – la classe operaia con la potenza stessa della Grande Negazione, o Antitesi di tutto il sistema dominante (per così dire per sua natura profonda). Oggi sono persuaso del fatto che – se vogliamo usare la metafora della dialettica tesi-antitesi-sintesi per simboleggiare o enucleare il divenire – tutti e tre i momenti siano da vedere insieme, sicché gli opposti siano considerati sempre – anche mentre confliggono – interni all’armonia (o comunque a una tensione all’armonia, latente in tutte le fasi); ma allora quest’idea dell’antitesi come chiave di volta del divenire, come se si fosse sempre in guerra con il mondo dominante, mi persuadeva totalmente. Avevo io pure una visione polemologica del divenire sociale, che si accordava con certe mie profonde, più o meno sotterranee, pulsioni nietzscheane. Oggi, nel mio approccio alla psicologia analitica, quelle pulsioni “volontaristiche”, “vitalistiche” e “irrazionali”, sono più vive che mai, ma non ho più affatto una visione polemologica, ossia incentrata sul solo “conflitto” (di classe) nella storia (semmai, per me, lo è sul superamento di sé per realizzare il sé latente, diventando, da soli e ove possibile con tutti i compagni di viaggio nella vita, quello che più profondamente siamo).

In quegli anni si faceva anche un gran parlare di neocapitalismo, e su ciò l’Istituto Gramsci, invece di essere l’Istituto di commemorazione dei comunisti, e in specie di Gramsci, com’è poi stato spesso, aveva fatto decisivi convegni, in specie nel 1962, con apporti straordinari sia di Lelio Basso che di Bruno Trentin.12 Circolava un modo di sentire che dall’altra parte dell’oceano Herbert Marcuse, che era l’ultima espressione della scuola di Francoforte negli Stati Uniti, sintetizzava nella formula-titolo dell’”Uomo a una dimensione” (1964)13. Sembrava che il riformismo capitalistico fosse ormai capace di qualunque integrazione delle opposizioni nel sistema dominante: tutto e tutti asservendo a un consumismo alienante, alienato e banale. (E non avevamo ancora visto niente). Panzieri diceva che la sola “contraddizione” che il “sistema” non avrebbe mai potuto comporre era la stessa classe operaia, che gli stessi rapporti nella struttura – ritenuta economica – della società rendono inconciliabile col sistema, Ma la Classe Operaia (la C.O.) sarebbe frenata proprio dal riformismo, borghese e socialdemocratico. Questo era ritenuto egemonico, seppure in modo felicemente contraddittorio, pure nei partiti della sinistra, come PCI e sinistra socialista stessa, che sarebbe stata dentro il gioco del PCI (e con cui infatti nel 1962, a Torino, Panzieri ruppe). Foa si staccò perché il radicamento in primo luogo nel sindacato di classe (nella CGIL e in specie nella FIOM) e un rapporto competitivo, ma da compagni, con i comunisti e tanto più con la corrente socialista di sinistra che stava fondando il PSIUP, per lui erano, giustamente, irrinunciabili. (E su entrambi i punti, vera bussola nella navigazione nella sinistra operaia, per non andare a sbattere, io concordai sempre totalmente).

Ma qual era il punto chiave del nascente operaismo marxista, sin da Marx e Rosa Luxemburg, ma tanto più in Foa e Panzieri?

Non era solo un’etica istanza di democrazia diretta invece che delegata, o dei lavoratori invece che “borghese” o parlamentare, che pure non era da buttar via. Era, piuttosto, l’idea che al di là della politica quasi sempre intesa come tentativo di “prendere lo Stato” ce ne fosse sempre un’altra, per così dire sconosciuta (fortissima, ma più nascosta), che è fasullo liquidare come meramente economica o sindacale, essendo semmai la dimensione assolutamente decisiva nella lotta di classe, che avviene in primo luogo nel sociale: la resistenza che l’essere umano, che non è una bestia – ma in fondo lo fa pure una bestia, ma tanto più una bestia pensante – oppone sempre, come individualità, gruppo o classe, a lasciarsi trattare come una macchina o come una cosa. Nei luoghi di lavoro come di vita, allora nelle grandi fabbriche, ma pure nelle periferie, quella “resistenza” ci sarebbe sempre. Lì c’è già una rivoluzione sotterranea, che né gli intellettuali né i politici possono creare, o impedire, ma semmai possono aiutare, tramite partiti o organizzazioni intesi come “strumenti” dei lavoratori stessi: in vista di un ribaltamento che non deleghi alcun potere a forze esterne al mondo produttivo, ma anzi risolva sempre più lo Stato, la “politica”, nella società civile (come Marx sostenne tutta la vita, ancora nella polemica col programma lassalliano, cioè socialdemocratico statalista, di Gotha del 1875); allora si diceva lo Stato nella fabbrica.

In Piemonte c’era la più grande fabbrica italiana, la FIAT di Torino, che ancora nel 1968 contava 55.000 operai. Siccome la FIAT era in grado, negli anni Cinquanta-Sessanta, di pagare meglio gli operai, e siccome le maestranze piemontesi “autoctone” avevano un certo riformismo antico, che ben presto si ruppe, la classe operaia della FIAT apparve a lungo integrata. Nel 1955, dopo gli eroici furori comunisti del 1943/1954 (per tacere di quelli del 1919-1920), la FIOM era stata sconfitta alla FIAT, provocando un’enorme impressione e sgomento nel movimento operaio italiano. Era diventato egemone il sindacato aziendale (SIDA), insieme a quello socialdemocratico della UIL del tempo. Quando feci parte della segreteria regionale del PSIUP, nel 1969/1970, un grande ex operaio dal grande cuore, diventato il più carismatico quadro ex operaio del PSI e poi del PSIUP nella CGIL, Gianni Alasia, mi raccontò come nel 1955, forse per le amministrative, fosse arrivato a Torino Pietro Nenni per uno dei comizi oceanici di quel tempo. Questi, in Federazione, si fece raccontare da Alasia come aveva potuto determinarsi quel crollo, che tutti turbava. Alasia glielo aveva spiegato per un’ora di seguito, pensando che Nenni ne avrebbe parlato ampiamente nel comizio. “Ma Nenni poi disse semplicemente, con la sua voce grave, che i soprusi del padronato avevano determinato la messa in minoranza momentanea del sindacato di classe alla FIAT, ma che la classe operaia, ben presto avrebbe saputo rispondere con la lotta alla tracotanza padronale. Tutto lì.” Ma improvvisamente, nel 1962, la pentola esplose e dopo sette anni di totale assenza di scioperi, i metalmeccanici ripresero inaspettatamente a scioperare. Anzi, come accade sempre quando la repressione sia stata sorda e innaturale, la lotta riprendendo si espresse in forme violente, subito dette spicciativamente “fasciste” da Novelli sull’”Unità”: con attacchi alla sede della UIL in Piazza Statuto e incendio di tessere di quel sindacato. Ma i “Quaderni rossi” vi videro l’inizio di una nuova fase di antagonismo operaio. Credo che la rottura tra i “Quaderni rossi” di Panzieri, e Panzieri in particolare, con la sinistra socialista, egemone a Torino, sia avvenuta in quell’occasione, in cui per Panzieri si era manifestato un grande movimento antagonistico che Togliatti, i comunisti e i sindacalisti avrebbero dovuto ampliare, e non cercare di far finire, come in quei giorni avrebbe provato a fare il popolarissimo Giancarlo Pajetta, andato tra i proletari tumultuanti. Fosse o non fosse realistico, questi per l’operaismo marxista erano già prodromi della “contestazione”. In altra occasione si vedrà perché accadesse.

Poco oltre ci fu pure, nei “Quaderni rossi”, una minuscola prova del settarismo che avrebbe poi fatto male ai movimenti di massa del ’68, purtroppo risoltisi troppo presto in chiesette autoreferenziali. Nel 1964 Panzieri era convinto che il lavoro da fare a lato e contro la sinistra “ufficiale”, politica e sindacale, fosse teorico, d’inchiesta e di formazione di quadri, mentre una tendenza “immediatista” pensava che ci si dovesse identificare con ogni forma di antagonismo, semplicemente per accrescerlo in vista della rivoluzione, partendo dall’ipotesi che ormai la classe operaia fosse rivoluzionaria, il soggetto collettivo antagonista semplicemente da raggiungere e aiutare. Così pensava Mario Tronti, di lì a poco direttore del mensile, narratore e apologeta di lotte operaie, spesso più immaginarie (nel profondo della fabbrica), che reali. Sull’”Unità” il pur bravissimo Adalberto Minucci chiedeva: “Chi li paga?” Ogni reale o immaginata resistenza interna degli operai, dagli scioperi improvvisi di reparto al sabotaggio, dai picchetti ai grandi scioperi, era apologizzata e minutamente descritta. Tronti nel 1966 scrisse un interessantissimo libro, Operai e capitale, in cui la classe operaia, invertendo Il Capitale di Marx (in cui era una componente del Capitale stesso14, per quanto decisiva), era intesa come il soggetto creatore del Capitale, visto quasi come il sistema di “riproduzione della classe operaia”15. Da ciò però traeva una conclusione, due anni dopo, già verso la fine del 1966, che “sembrava” l’opposto di quell’estremismo, ma che era già stata intuita da Panzieri, che in una delle riunioni di rottura con il gruppo di Tronti aveva detto la posizione di Tronti “la scientificizzazione della linea di Togliatti”. Infatti Tronti nel 1966 sostenne che si dovesse militare laddove stava la classe operaia (che porta la coscienza che ha nell’Organizzazione che storicamente sceglie), e “quindi” nei partiti “storici” della sinistra. Lui rientrò nel PCI e Asor Rosa nel 1967 si iscrisse al PSIUP. Un’altra ala trontiana trasse dal suo vedere il proletariato come naturalmente rivoluzionario conclusioni opposte, comuniste libertarie. La lotta antisistemica doveva proseguire nel vero fronte fondamentale, nei luoghi di lavoro e nella società civile. Era apologizzato anche il sabotaggio, e il mio amico Gianfranco Faina, maturando a poco a poco una sorta di amaro disincanto (“situazionista”), si spinse sino a far l’apologia del luddismo, che all’inizio della rivoluzione industriale aveva portato gli artigiani a fracassare le macchine, che renevano vano il loro antico sapere “operaio”. Divenne anarchico, rinnegò il marxismo; ma senza saperlo credo che anarco-comunista lo fosse pure “da marxista”, dopo il Sessanta. Ma ciò fu molti anni dopo il ’68.

La linea del cercare nel profondo del mondo dei produttori e del loro antagonismo la chiave di volta del divenire e della rivoluzione, sino a postulare d’intesa con Foucault un vero necessario mutamento biopolitico, contro il potere, è stata portata sino ai suoi sviluppi estremi, teorici come politici, da Antonio Negri, teorico geniale del marxismo libertario, certamente da contrastare, ma che non possiamo considerare, almeno sul piano dottrinario, un “cane morto”16.

La mia idea è che il Sessantotto abbia avuto due anime decisive: quella libertaria e di rivolta contro la morale tradizionale propria della sinistra americana di quel tempo (dalla beat generation, con le sue tendenze trasgressive, psichedeliche e anche mistico orientali, al Black Power), e quella appunto marxista occidentale, e soprattutto marxista operaista, che ebbe proprio in Italia il centro fondamentale.

1 Su ciò io scrissi un lungo articolo in due parti, che oggi trovo un po’ astruso, ma con l’attenuante ce “i marxisti” specie di sinistra avevano allora un tale gergo, che improntava persino il mio discorso di ventiduenne, nel 1963: F. LIVORSI, Prospettive di una politica di classe, “L’idea socialista”, Alessandria, n. 9, 11 maggio 1963, p. 4 e n. 10, 25 maggio 1963, p. 4.

2 Un buon quadro d’insieme, vasto e ben argomentato, è quello svolto da M. L. SALVADORI in: Storia del pensiero comunista. Da Lenin alla crisi dell’internazionalismo, Mondadori, Milano, 1984, poi riproposto con variazioni in: L’utopia caduta. Storia del pensiero comunista da Lenin a Gorbaciov, Larerza, Roma-Bari, 1992.

3 K. MARX, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1841/1843, ma 1927), in: “Opere filosofiche giovanili”, a cura di G. della Volpe, Editori Riuniti, Roma, 1963; Critica del programma di Gotha, in “Opere scelte”, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, 1966, pp. 951-975

4 LENIN, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione (1917, ma 1918), in “Opere complete”, vol. XXV, Editori Riuniti, 1967, pp. 361-477; Che fare? (1902), a cura di V. Strada, Einaudi, 1971.

5 Di tali ipotesi interpretative mi assumo la responsabilità, Comunque rinvio soprattutto a: Ernesto RAGIONIERI, Palmiro Togliatti. Per una biografia politica e intellettuale, Editori Riuniti, 1976 (essenziale per comprendere la dinamica di pensiero politico del personaggio, di cui lo storico veniva curando le opere); A. AGOSTI, Togliatti, UTET, Torino, 1995; G. BOCCA, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973 (di grande interesse psicopolitico, pur con taglio da grande giornalista più che da storico).

6 P, SPRIANO, Le passioni di un decennio. 1946/1956, Garzanti, Milano, 1986

7 Feltrinelli, Milano, 1958.

8 V. FOA, Per una storia del movimento operaio, Einaudi, 1980. Ma è fondamentale, dello stesso: Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita, ivi, 1991.

L’opera più importante di Stefano MERLI è: Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano, 1880-1900, La Nuova Italia, Firenze, 1972, in cui l’operaismo marxista si fa storiografia rigorosa. Ai fini della presente trattazione si veda pure, dello stesso: Bosio, Montaldi e le origini della nuova sinistra, Feltrinelli, Milano, 1977.

R. PANZIERI, Dopo Stalin. Una stagione della sinistra, a cura di S. Merli, Marsilio, Venezia, 1986; Lettere. 1940-1964, a cura di S. Merli e L. Dotti, Lampugnani Nigri, Pisa, 1963. Sempre di R. PANZIERI: La ripresa del marxismo-leninismo in Italia, a cura di D. Lanzardo, Sapere, Milano, 1972. Per una visione d’insieme della tendenza operaista, offre spunti essenziali: T. NEGRI, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, a cura di P. Pozzi e R. Tommasini, Multhipla, Milano, 1979.

Con Stefano Merli ho avuto un grande dialogo, segnato pure da molte lettere. Fu lui a pubblicare il mio primo saggio cosiddetto teorico, Lenin in Italia, sulla rivista “Classe”, che egli dirigeva per l’editore Dedalo, n. 4, giugno 1971, pp. 325-389. Poi volle che fossi io a scrivere il saggio sul PSIUP in un vasto numero monografico della rivista “Il Ponte”, sulla sinistra socialista, che egli diresse insieme a Luciano Della Mea: F. LIVORSI, Tra carrismo e contestazione: per una storia del PSIUP, a. XLV, n. 6, novembre-dicembre 1989, pp. 186-224. Più oltre dirissi io, con lui, due numeri cospicui del “Ponte”, uno sui cento anni del PSI, in due volumi, n. 5 del maggio 1992, e uno su morale e politica nella sinistra italiana (n. 10, 1994), numeri che contengono saggi di entrambi. Quando scomparve: F. LIVORSI, Stefano Merli. Lo storico e il socialismo, “Il Ponte”, a. LI, n. 12, dicembre 1995, pp. 75-97.

9 R. LUXEMBURG, Scritti politici, Introduzione e cura di L. Basso, Editori Riuniti, 1967; R. LUXEMBURG, Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Edizioni Avanti!, Milano, 1963.

10 Galvano DELLA VOLPE esprime l’approccio empirista e marxiano in: La libertà comunista. Saggi di una critica della ragion pura pratica, Edizioni Avanti!, 1962; Rousseau e Marx e altri saggi di critica materialistica, Edizioni Rinascita, Roma, 1956; Umanesimo positivo e emancipazione marxista, Sugar, Milano, 1964. Si contrappone alla centralità della linea idealismo-marxismo, contro Lukàcs, anche in estetica, come si vede in: Critica del gusto, Feltrinelli, 1964.

11 A, AGOSTI, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Laterza, Bari, 1971.

12 Tendenze del capitalismo italiano. Atti del convegno di Roma, marzo 1962, a cura dell’Istituto Gramsci, Editori Riuniti, 1962

13 1964, Einaudi, 1967.

14 K. Marx, Il capitale (1867), Editori Riuniti, 1962. Nonostante certe parti come quella sulle lotte per la riduzione dell’orario la classe operaia, come capitale “variabile” (ossia “v”) nella teoria è interna alla “composizione organica” del Capitale: C = c (capitale investito in macchinari e materie prime, detto “capitale costante”) + v + s (plusvalore: guadagno, tempo-lavoro non pagato). Lo argomenta molto bene: R. MADERA, Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche, Mimesis, Milano, 2018, che incorpora un suo libro su Marx del 1974.

15 Einaudi, 1966.

16 Per gli aspetti che interessano qui si vedano soprattutto, nella produzione fluviale di Antonio NEGRI: Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, 1978; Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse, ivi, 1979 (fondamentale); con M. HARDT, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Moltitudine. Guerre e democrazia nel nuovo ordine imperiale, ivi, 2004, ma pure: Storia di un comunista, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie, Milano, 2015; Galera ed esilio. Storia di un comunista, ivi, 2017.

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