Il gioco della vita.

Leggere le lettere che autori – in questo caso Hermann Hesse – scrivono ai loro lettori, ai loro amici è sempre terreno molto fertile.

Il mio amato Hermann Hesse scrisse circa trentamila lettere: ” compito del vero Poeta è rispondere a chiunque ti scrive“, e anche se aveva occhi malati e mani deformate dall’artrite il mio Poeta non abbandonò mai questo rispetto verso ogni altro che a lui si rivolgeva.

Purtroppo non tutte le lettere sono state tradotte in italiano, ma molte sì, così vi ho qui di seguito riportato passi di alcune lettere tratte dal libro Oscar Mondadori “Il gioco della vita . Hermann Hesse cittadino del mondo- epistolario scelto 1950-1962”  : riflessioni su libri di amici scrittori, risposte a giovani donne e uomini, critiche e lodi, che ci possono illuminare sul nostro tempo mortale e immortale.

Sono lettere dell’ultimo anno di vita di Hesse ( 1961) , il Poeta morì a Montagnola l’8 agosto del 1962.

Inutile dirvi che da sempre mi sento a lui consanguinea.

Buona lettura da Patrizia

“Noi viviamo il tardo autunno di un’era, in un mondo che tramonta e si dissolve e che per molti è diventato un inferno e che per quasi tutti significa disagio, mentre le sue minacce crescono costantemente. Non importa se il termine estremo affinchè questo processo si completi è posto tra secoli, decenni o anni, o se la catastrofe finale si svolgerà come suicidio dell’umanità in una guerra atomica, come naufragio della morale e della politica, come sopraffazione dell’uomo da parte delle sue macchine: noi siamo già in cammino verso quell’ora nella quale, secondo l’immagine indiana, il dio Shiva calpesterà il mondo con la sua danza per fare spazio a una nuova creazione. Noi vediamo la storia universale, e cioè la storia della nostra epoca, spegnersi lentamente nelle ipertrofiche costruzione degli Stati, nelle assurde battaglie per distruggere completamente l’avversario, nello sterminio di innumerevoli specie di piante e di animali, nell’avvizzimento delle cose belle e benefiche che si trovavano nelle nostre città e nelle nostre campagne, nel puzzo che emana dalle fabbriche, nell’avvelenamento delle acque e , non meno di ciò, anche nel corrompersi ed inaridirsi della lingua, dei valori, delle parole, dei sistemi intellettuali e religiosi. E che a questo crollo che procede silenzioso e rapidissimo si contrapponga un abbagliante ed elevato sviluppo dell’intelligenza delle prestazioni tecniche e che in futuro potremo farci scagliare nello spazio dalla centrifuga della nostra esistenza meccanizzata, questo mi sembra essere una consolazione più per le masse che per gli individui pensanti.

Così io, e con me migliaia di altri, abbiamo sentito e interpretato il clima della nostra epoca e ora il nostro disagio e i nostri tentativi di comprendere questo clima li vediamo in gran parte confermati da Junger, il quale con grande intelligenza e sensibilità osserva, cataloga e interpreta questi sintomi con l’armamentario di un sapere assai poliedrico e proveniente specialmente dalle scienze naturali. Ma mentre noi altri – gli hindu credenti in Shiva coì come noi artisti e poeti moderni, compresi spiriti come Nietzsche e Splenger – consideriamo questa situazione in modo storico e assolutamente antropocentrico, Junger ( Hesse sta parlando del libro Al muro del tempo , di Ernst Junger) la vede – questa è la sorpresa e la novità nella sua grande visione – non più storicamente, cioè dal punto di vista della storia umana, ma piuttosto dal punto di vista della storia della terra. Ciò che l’umanità fa oggi di male o di bene, egli non lo vede più come voluto e causato interamente da lei, ma come qualcosa che è dettato dallo spirito della terra, addirittura dall’universo stesso. Egli ci vede coinvolti in “un’uscita dalla storia”.

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in generale la teoria che in parte afferma la nostra dipartita da un’epoca “storica” e da ogni tipo di “storia” e in parte fa cenni premonitori su ciò che giungerà, non sfocia affatto in una specie di nichilismo. Definire ottimistici gli ultimi eccellenti capitoli sarebbe infatti un’affermazione eccessiva, ma essi sono comunque affermativi e fiduciosi nel futuro, e traggono la loro posizione morale esclusivamente dall’eredità umana e umanistica.

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La storia dell’umanità non conduce verso l’alto e verso la spiritualizzazione e la pace, essa resterà come è stata sinora: tragica. L’uomo ha conquistato un ruolo di reggitore del mondo, ma non è un buon reggitore. Nessun paradiso ci aspetta. Ma coloro che si sono risvegliati e gli uomini di buona volontà devono comunque fare la loro parte, non con le dottrine e le prediche, ma cercando di vivere ognuno nel suo ambiente in modo giusto e significativo.

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A lei , piccolo giovane ricercatore, vorrei in breve consigliare questo: rinunci a rimuginare fino all’esaurimento questioni irrisolvibili. Le questioni relative all’esistenza di Dio o dello spirito del mondo, al senso e alla guida dell’universo, all’origine del mondo e della vita, non possono avere soluzione. Pensare e discutere può essere un gioco bello e interessante, ma esso non porta alla soluzione dei nostri problemi di vita.

Lei, caro ragazzo, è stato messo al mondo e non sa il perchè, e lei ha ricevuto come posso vedere dalla sua lettera, doti più che inconsuete. Portare a maturazione nel modo il più perfetto possibile la sua vita e queste sue doti, sia quelle dei sensi che quelle dello spirito: in ciò è posto il senso della sua vita e tanto meglio ciò avviene, tanto più lei sarà felice. Si sarà già accorto da solo che la maggior parte degli uomini sono meno individualizzati e meno dotati di lei e di Tolstoj e che la maggioranza di essi non ha una propria vita e un proprio pensiero, ma vive e agisce sempre e solo come massa. Noi non possiamo cambiare ciò, sarà sempre così; al contrario , quanto più l’umanità cresce di numero e possiede sempre maggiori mezzi tecnici, tanto più essa si appiattisce e diventa un gruppo informe. Per l’umanità in quanto massa il fine della vita consiste in un inquadramento e un adattamento il più possibile privo di attrito, facendo precipitare la responsabilità individuale fino al punto minimo.

Noi altri, il sempre piccolo numero di coloro che sono capaci di una vita individuale e personale, e vi sono chiamati, abbiamo in più, rispetto alla massa, sensi più delicati e maggiori capacità di pensiero e queste doti possono procurarci grandissima felicità. Noi vediamo, udiamo, sentiamo pensiamo in maniera più precisa e ricettiva, più ricca di sfumature,  ma siamo anche soli e minacciati , dobbiamo rinunciare alla felicità priva di responsabilità della massa. Ognuno di noi deve fare chiarezza su se stesso, sulle proprie doti, possibilità e caratteristiche, e deve porre la propria vita al perfezionamento e la realizzazione di sè. Se facciamo ciò, allora ci mettiamo contemporaneamente al servizio dell’umanità, poichè tutti i valori della cultura e della civiltà ( religione, arte, poesia, filosofia, ecc. ) nascono su questa strada. Percorrendola, l'”individualismo” spesso vizioso, è messo al servizio della comunità e perde l’odio dell’egoismo.”

 

 

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