III) Ricordi e riflessioni su Rudi Dutschke e il Sessantotto

Prima di motivare ulteriormente le ipotesi interpretative (e conclusive) enucleate qui “sin dal principio”, vorrei provare a calarmi ulteriormente sull’Italia di cinquanta (e più) anni fa, così da mostrare, preliminarmente, “qualcosa dal vivo”.

   Storicizziamo un poco le cose. L’Italia era stata, sino al ‘60, un paese agricolo-industriale, ma di lì in poi era diventata un Paese industriale-agricolo. Era insomma diventata Europa occidentale in senso forte. Il profitto era prevalso sulla rendita[1]. Aveva realizzato, già intorno al ’60, un vero “miracolo economico”, prossimo alla piena occupazione (a tempo indeterminato). Ma sino agli anni Sessanta, e ancora alla metà di tale periodo, i salari erano stati bassi. La nocività in produzione era stata estrema. Gli incidenti sul lavoro erano stati continui. Le catene di montaggio e i cottimi erano stati oppressivi. Le discriminazioni sindacali, politiche e persino religiose (nel senso che moltissime assunzioni passavano per la raccomandazione di parroci) erano state innumerevoli. E, soprattutto, c’era stato un sud povero e arretrato, in cui persino i salari erano legalmente diversi (“gabbie salariali”). Il boom economico – con la fame di lavoratori poco qualificati da mettere all’opera in produzione e soprattutto nelle catene di montaggio che si portava dietro, e date le misere condizioni del sud – aveva spinto grandi masse di meridionali poverissimi al nord, dove spesso erano sistemati in soffitte o alloggi fatiscenti, in molti casi in paesi lontani dalla fabbrica che imponevano loro un pesante pendolarismo. La floridezza economica basata sulla precarietà di vita della gran parte dei lavoratori e dei loro affini del sud ancor più poveri, e anche un certo ribellismo elementare d’origine bracciantile e meridionale portato al nord, spinsero i lavoratori alla lotta contro i retrogradi rapporti di produzione. Fu una lotta vittoriosa. E ad essa si accompagnarono conquiste sociali legislative notevoli, in cui il sindacalismo delle tre confederazioni, governando l’immensa spinta delle masse in lotta contro condizioni disagiate ormai intollerabili, diede il meglio di sé.

   Su tale grande ondata, che andava dalle lotte di massa agli accordi e leggi, s’innestava pure lo “spirito del tempo”, il “Sessantotto”: lo smascheramento del bieco imperialismo americano connesso alla guerra del Vietnam, che aveva incendiato l’opposizione contro il modo di vivere americano e contro i suoi equivalenti occidentali (e orientali); contro l’autoritarismo, prima di tutto; contro il razzismo (che i neri, mandati alla guerra, non sopportavano più, e che anche qui divenne finalmente un disvalore pressoché per tutti); per il pacifismo (che per la prima volta divenne un valore generalmente condiviso); contro il familismo tradizionale e la connessa morale maschilista, sessuofobica, antifemminile e intollerante con i “diversi”, omosessuali. Ciò determinò svolte importanti negli stessi movimenti di massa, segnati da un’ondata antiautoritaria e percepita come rivoluzionaria di portata epocale. Nell’opera che ho giù citato di Enrico Deaglio, che ha la forma di una grande cronaca “al rallentatore” degli eventi emblematici anno dopo anno, su ciò ci sono molte cose interessanti, anche se la realtà superava persino la ricostruzione in dettaglio, che pure, in quest’autore, ha un’anima “di sinistra” piuttosto evidente. Tra i moltissimi eventi emblematici di cui parla Enrico Deaglio ne scelgo due.

   Il primo concerne un aspetto apparentemente laterale, connesso al fatto che in origine l’autore era medico e stava specializzandosi in psichiatria (studiava con la mia amica, psichiatra e poi psicoanalista junghiana, Wilma Scategni). Deaglio ci racconta che razza di lager fossero i vecchi manicomi, in cui i pazienti spesso volevano solo morire, oppressi com’erano da elettroshock continui (le orrende “scosse”), oltre a tutto propinati senza anestesia, e camicie di forza e maltrattamenti d’ogni genere, mentre i parenti spesso li abbandonavano lì[2].

   A un certo punto arriva, in quel contesto di cura, la rivoluzione di Basaglia, che prova ad abolire e che porterà all’abolizione dei manicomi. (La moglie del mio compagno Bin, segretario del PSIUP di Aosta – e dopo il   ’72 egli pure comunista – era a Trieste tra i principali collaboratori di Basaglia, e lui me ne parlò già nel ‘69). Deaglio racconta un piccolo evento significativo: “Un ricordo personale [del ‘68]. Ecco Basaglia che viene a parlare a Torino, alla facoltà di Medicina occupata. I grandi baroni della psichiatria hanno accettato di confrontarsi con ‘il ribelle’. Il grande anfiteatro trabocca di persone. E il ribelle, un veneziano che ride con gli occhi, che parla facile, li ridicolizza, spiega loro l’assurdità di tutte le loro definizioni, racconta di come i manicomi siano fabbriche di umiliazione e disumanizzazione. Invita a leggere Primo Levi, Frantz Fanon, Michel Foucault, ‘Asylums’ di Goffman, esorta i colleghi e gli studenti a rifiutarsi di fare la parte dei guardiani del potere. E allora lì succede un fatto strano. Qualcuno grida: ‘A Collegno, a Collegno!’ (che è il famoso manicomio di Torino, quello in cui si dice sia stato portato Nietzsche [nel 1889] quando impazzì e abbracciò il cavallo in via Po). E gli studenti partono in un corteo di macchine, entrano nel manicomio, aprono le celle dove sono chiusi i matti. E quelli gridano: Finalmente! E gli infermieri, massicci e tutti iscritti alla Cgil, li ributtano dentro minacciando ‘A te, te la farò pagare’ E poi arriva la polizia e le camionette cominciano a girare per i viali, tirano lacrimogeni e cercano di riprendere i matti che ne erano scappati. Insomma, era ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ sette anni prima del film.   Il carisma di Basaglia ha risultati pratici immediati. Giornalisti e fotografi scoprono l’orrore dei manicomi italiani – memorabile sarà un servizio di Sergio Zavoli per la Rai – giovani leve di medici diventano ‘basagliani’. Incomincia una stagione di riforme che porterà nel 1978 alla chiusura definitiva dei manicomi in Italia e a una delle leggi più avanzate in Europa.”[3] Ecco cos’è stato lo spirito del Sessantotto, e anche a cos’è servito, in più ambiti, come ben sanno i ragazzi che da allora fanno “l’amore e non la guerra”, secondo i loro gusti e senza i sensi di colpa delle generazioni dei fratelli o sorelle maggiori, padri e nonne. E non è poco.

   Deaglio scrive però un’altra cosa che illumina il fronte di lotta principale del tempo: quello operaio. Concerne lo stabilimento di Mirafiori a Torino che, come ci ricorda, contava allora “55.000 persone, di cui il grande capo Vittorio Valletta voleva sapere tutto e per i quali una polizia segreta compilava e aggiornava schede su idee politiche e abitudini sessuali.” Questo fu poi scoperto in occupazioni, e sanzionato in tribunale. “Mirafiori era tante cose insieme: la fonte dell’industria italiana, il perno dell’economia, il più grande moltiplicatore di ricchezza del paese e, in particolare, della famiglia Agnelli. Intorno al 1968, dopo anni in cui non arrivava alcun rumore [in realtà la ripresa delle lotte era iniziata, dopo sette anni di passività assoluta, nel 1962], quel sistema cominciò a scoppiare: la Fiat, per mantenere i ritmi di produzione, aveva dovuto assumere decine di migliaia di nuovi operai, giovani e meridionali. I quali considerarono tutta quell’organizzazione come un’infame, dolorosa, malpagata caserma cui ribellarsi. Tra il 1968 e il 1973 Mirafiori fu il luogo dove avvenne il cambiamento dell’Italia. Lì nacquero nuove idee: che a lavoro uguale doveva corrispondere una paga uguale; che l’orario doveva essere ridotto; che i meridionali dovevano avere pari dignità dei piemontesi; che quel lavoro distruggeva la salute e doveva essere migliorato, anche se costava. Che gli operai avevano diritto alla democrazia, alla mutua, alla casa, all’istruzione e a partecipare alla gestione dell’impresa. (…) La ‘rivoluzione’, perché di questo si trattava, ebbe una forte caratterizzazione teatrale. Davanti alle porte da cui la fiumana biblica di operai entrava e usciva – in particolare di fronte alle porte 1 e 2 di corso Tazzoli, che davano accesso alle sterminate carrozzerie – si radunarono per anni, insieme agli operai, le persone più diverse: agitatori, studenti, visionari, sognatori dei soviet, dei consigli operai di Antonio Gramsci, intellettuali che trovavano naturale mettere le proprie conoscenze al servizio del popolo. Vennero stampati milioni di volantini, accesi fuochi per scaldarsi ai picchetti, volarono mazzate con la polizia, vennero consumate notti di discussione in capannoni, sale impregnate di fumo, facoltà occupate. E i risultati arrivarono e vennero regalati a tutta Italia: non più lavoro il sabato e la domenica, andare a lavorare solo se si è in salute, avere qualcuno che ti difende se il padrone ti vuole licenziare. Scioperi, trattative, contratti, nero su bianco. E sotto la spinta di Mirafiori queste conquiste furono estese a tutti gli italiani.     Oggi né operai né sindacati (e nemmeno le automobili) sono più di moda. Anzi, si trovano persone in Italia che dicono che la causa della nostra pessima situazione attuale nacque proprio lì, quando quelli che stavano sotto si montarono la testa. Dimenticano che hanno goduto tutti delle conquiste di allora.”[4] Deaglio parla di “rivoluzione”, pur mettendo la parola tra virgolette: ne parla – credo – in continuità con i miti di “Lotta continua” di allora e successivi, che evidentemente l’hanno segnato per sempre. Il movimento era invece audacemente riformista, ma aveva tratti rivoluzionari (era di contestazione operaia e giovanile). E aveva i suoi referenti sindacali e in parte politici.

   Certamente la spontaneità operaia (e di elementi affini) fu tale da avvalorare una volta per tutte il discorso di Rosa Luxemburg (e di Marx) sulla spontaneità antagonistica della classe operaia (almeno finché la tecnologia si basò prima sull’”operaio professionale”, contemporaneo di Marx e Engels e poi dei socialisti del primo Novecento; dagli anni Venti del Novecento sull’”operaio massa”, ossia sull’operaio delle catene di montaggio, come in “Tempi moderni” di Chaplin; e poi sull’”operaio sociale”, oppresso e ribelle nelle città proletarizzate, quasi con vita di fabbrica e rivolte annesse pure fuori dai cancelli; e non sull’elettronica come oggi, che porta gli “operai dell’intelligenza”, operai-tecnici, meno oppressi e mal pagati, e pochi, spesso in camice bianco, seppure sempre subdolamente e assolutamente sfruttati, e circondati da masse di disoccupati e sottoccupati cronici). L’idea che tutto quel grande movimento, economico e politico insieme (del ’68-69), dipendesse dai capi di esso (funzionari sindacali o politici, o affini), è una credenza “da poliziotti”. Il movimento antagonista di massa veniva chiaramente dalla spinta e iniziativa dei lavoratori stessi. Ma è pure vero che il sindacalismo confederale risultò all’altezza della situazione, all’altezza della conflittualità esplosiva dei lavoratori di quel tempo: per la qualità dei quadri comunisti, socialproletari e socialisti di sinistra e cattolici di sinistra, e ancor più per la sempre fondamentale unità dei lavoratori, in tal caso tra CGIL, CISL e UIL, e, forse ancor più, grazie all’“autonomia” dei sindacati dai partiti, che pure li condizionavano (ma non tanto).

   Un movimento di quella portata, comunque, non poteva essere solo economico, e infatti non lo era affatto, ma anche politico, con referenti nei partiti e nello Stato. Uno dei referenti era certo il PSIUP, in generale, e tanto più in Piemonte, e in specie a Torino. Nel 1966 Pino Ferraris, marxista operaista, amico per tutta la vita e seguace di Vittorio Foa, e già segretario a Biella, era stato nominato segretario della Federazione di Torino, cui diede un impulso assolutamente straordinario. Io, allora – come ho detto – dirigevo il lavoro politico di fabbrica del PSIUP in Alessandria, dal 1964. Ne diedi anche un resoconto, non firmato, in un opuscolo a stampa del PSIUP regionale del 1965[5]. Promuovevamo, sull’esempio di Biella e Torino, i cosiddetti giornali politici di fabbrica: pochi fogli ciclostilati pinzati distribuiti ai cancelli. Facevamo scrivere gli operai stessi, correggendo la grammatica, ma non la sintassi (per mantenere la struttura del loro periodare); oppure intervistavamo al registratore piccoli gruppi di operai, nostri ma anche comunisti, nei casi in cui il partito loro lo consentiva, oppure senza partito, e poi trascrivevamo pressoché alla lettera. Risultò che i lavoratori sentivano subito che quei testi, non firmati, venivano “dall’interno”, da compagni di lavoro, e per ciò avevano una grande eco, certo dieci o talora cento volte maggiore della nostra ben modesta forza di partito in mezzo a loro. Produssi testi così, che purtroppo ho conservato in modo minimo, alla Montecatini di Spinetta, presso la Eternit di Casale (dove nel ’65 denunciammo per primi che là dentro a causa dell’amianto si prendeva il cancro e moriva), presso le fornaci PAS e il cotonificio Bustese di Pontecurone (paese in cui abitai nel 1965/66), all’Italsider di Novi Ligure e altrove[6]. Così all’inizio del ’69 fui cooptato nella segreteria regionale del PSIUP, di cui il giornalista e storico, ex capo partigiano, Mario Giovana, era il segretario. Unitamente a Franco Ramella, segretario di Biella, e anni dopo egli pure docente dell’Università di Torino, avevo proprio il compito di coordinare il “lavoro operaio” del PSIUP regionale. Ci rimborsavano le spese. Dovevo andare a Torino da due a tre pomeriggi la settimana. Così mi trovai innumerevoli volte, per quasi tre anni, dal ’69 al ’71, a partecipare a vere riunioni di operai e studenti in prima fila nelle lotte di Torino e del Piemonte. Chi dirigeva tutto era Pino Ferraris, ma l’anima vera dei nostri forti gruppi alla FIAT era il compianto Clemente Ciocchetti, una delle persone più motivate e ricche d’abnegazione, e generose e profonde, che io abbia conosciuto nella mia vita. Non posso dimenticare il quasi costante sorriso buono, sempre con un pizzico di malinconia, di quel compagno. Lo feci venire anche a parlare al nostro Circolo Mondo Nuovo di Alessandria, in via Savonarola, il 13 giugno 1969. Per l’occasione gli portai anche i saluti dell’alessandrino Dante Argeri, che aveva studiato Filosofia con lui alla Normale di Pisa. Mi aveva detto che allora Clemente era entusiasta di Plotino, neoplatonico mistico del III secolo d.C.. Glielo ricordai. Del resto nello stesso torno di tempo io avevo amato moltissimo Nietzsche e Dostoevskij. Clemente, che aveva lui pure un buon ricordo di Dante, osservò, più o meno, questo: “Sì, allora per arrivare alle nostre idee di sinistra dovevamo tutti fare percorsi complicati. Ora lo diventano tutti subito, come se nascessero di sinistra, ma non è detto che sia meglio.” Più oltre, quando il PSIUP fu sciolto (1972), Clemente, che si era identificato con l’essere operaio in lotta, andò a cercare lavoro come operaio in una fabbrica di lampadine di 8.000 addetti e lo trovò, senza svelare la sua identità da intellettuale ed ex dirigente politico. Più oltre ancora – “inventandomi un mestiere da quello che era stato un hobby” – mi disse – divenne restauratore di mobili antichi. Io, che nel frattempo ero diventato docente universitario a Palazzo Nuovo a Torino, qualche volta andai a trovarlo nella sua bottega in via Giulia di Barolo. Era sempre acuto politicamente e caloroso umanamente. Lo dissi al biellese Franco Ramella, egli pure ormai docente in quel Palazzo e in origine suo concittadino e suo grande amico. Lo divertiva immaginare “Clemente come Geppetto”. Un’altra volta, verso il ’77, incontrai Clemente che entrava nel Palazzo Nuovo per partecipare, da non militante, ma con curiosa attesa, ad un’assemblea dell’Autonomia Operaia. “Ma pensi che possa venir fuori qualcosa di buono di lì?”, gli dissi dubbioso: “Non c’è troppo spirito squadristico?” Lui concordò, dicendo che avrebbe potuto “venirne fuori qualunque roba”, come a dire che avrebbe potuto venirne pure qualcosa nel senso della nuova sinistra, oltre che l’avventurismo che io paventavo (poi parzialmente colluso con le Brigate Rosse). Dissi poi anche questo a Ramella, che anche in tal caso ci scherzò sopra immaginandosi “Clemente con la pistola”. Non la impugnò mai. Morì non tanti anni fa, per un brutto male, dopo un “incredibile delirio” (mi disse sua sorella, diventata un famoso architetto di Torino, al pranzo che noi “psiuppardi” facemmo, ormai tutti vecchiotti, “quarant’anni dopo” lo scioglimento del PSIUP, a Neive, nel 2012).

   Intorno al Sessantotto il PSIUP torinese, diretto da Pino Ferraris, era diventato un’incredibile fucina di giovani operai veri, oltre che di studenti contestatori. Vi s’incontravano di continuo, ogni giorno, molte decine di giovani operai e studenti, in perenne attività e discussione. Il partito stesso si era trasformato in un movimento politico di massa. Finì con l’urtarsi, sul terreno della politica operaia da promuovere alla FIAT, con la FIOM, diretta dal nostro compagno Paolo Franco, con cui convergeva Gianni Alasia, egli pure sindacalista autorevolissimo. Fausto Bertinotti, più vecchio di me di un solo anno, e iscritto solo dal 1967 al PSIUP venendo dalla sinistra lombardiana del PSI[7], era pure legato agli operaisti (che lo apprezzavano molto), ma era stato messo a rappresentare il PSIUP nella segreteria regionale della CGIL al posto, e su proposta, di Alasia. Intanto i vecchi dirigenti del PSIUP, tipicamente massimalisti di sinistra, e per ciò sempre borbottanti nei confronti del PCI e sempre legati al PCI, subivano una forte pressione del PCI stesso, tanto più dopo che taluno era entrato nel primo Consiglio Regionale, nel ’70, in cui sedeva autorevolmente Adalberto Minucci, ma pure il nostro Giovana. I deputati di Torino erano Lucio Libertini e Fausto Amodei. Nel congresso del PSIUP del 1971 Ferraris e gli operaisti furono messi in minoranza da Libertini e compagni. Libertini, su cui i comunisti avevano strani sospetti documentati dal bel libro di Agosti sul PSIUP, fece dunque la festa a Ferraris e compagni. Sono cose che capitano nei migliori partiti. Libertini stesso divenne l’ultimo segretario della Federazione del PSIUP di Torino, che di colpo smise di essere il movimento antagonistico con basi di massa che era stato. Anche questa fu una campana a morto del Sessantotto, suonata, suo malgrado, da Libertini stesso, uomo intelligentissimo, oratore formidabile, di un attivismo assoluto, che però politicamente non mi aveva mai persuaso.

   Intanto i movimenti, corali nel ‘68/69, si erano frantumati in tante chiesette più o meno estremiste. Quel grande movimento fece importanti conquiste sindacali, ma si era caricato di tali e tante aspettative politiche, intorno a quasi ogni fabbrica del Nord e del Centro, e ad ogni Università e a moltissime scuole superiori, e nei gruppi minoritari di cui ho detto, che non poteva più restare puramente sindacale senza preparare un rigurgito opposto, di cui i terrorismi ormai in azione dopo il Settanta erano annuncio funesto.

   Ma tutta la cultura della sinistra, del Sessantotto, risultò drammaticamente inadeguata. Il punto chiave era l’incapacità di tenere aperta una costante dialettica tra movimento quotidiano e fine ultimo, tra riformismo e rivoluzione, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, tra democrazia parlamentare e democrazia operaia. O “a parole” o nella stessa “prassi” quei piani erano posti sempre in alternativa, con oscillazione continua tra l’essere apocalittici o integrati, contro tutti e tutto o con tutti o quasi. Solo Togliatti – nonostante la sua concezione profondamente stalinista della vita di partito – aveva cercato di connettere quei piani e, dopo di lui, Pietro Ingrao, che pare Togliatti avrebbe voluto come successore, se l’ictus, a Yalta, non l’avesse liquidato all’improvviso nel ’64 (aprendo la successione burocratica al suo Vice, Luigi Longo, che poi non a caso preferì scegliere come suo delfino o Vice non Napolitano, ma Berlinguer, ossia non il sospetto socialdemocratico già allora, ma l’uomo comunista sino alla morte, per quanto realista dovesse e volesse essere). Ingrao fu tra i pochi che si studiava di connettere lotte sociali e via democratico costituzionale, concependo le alleanze come qualcosa che avrebbe dovuto sorgere dal basso, dalle lotte stesse (o in esse, nei “movimenti”, attraverso l’unione non solo sindacale, ma anche politica, dei lavoratori stessi, che poi avrebbero conquistato e riformato lo Stato). Ma quelle posizioni vennero emarginate, ridotte a preferenze personali, a “accentuazioni”, specie dopo l’esclusione di quelli del “Manifesto” nel 1969[8], che erano in sostanza degli ingraiani di sinistra.

   Dopo diverse oscillazioni il PCI – che dal ’68 era in mano a Berlinguer (vice unico del vecchio Longo, ma segretario di fatto, prima di diventarlo anche formalmente nel ’72, dal ‘68) – preferì aggiornare ancora una volta la linea praticata da Togliatti al tempo della Resistenza antinazista, nei governi di unità nazionale contro il nazifascismoe all’ombra del Comitato di Liberazione Nazionale. Ma allora c’era da sparare uniti contro i nazifascisti, e si era comunque nell’Italia ancora rurale da don Camillo e Peppone, pur dileguante, in cui i contendenti potevano idealmente, e lì di fatto, scazzottarsi, ma da bravi compaesani, almeno generalmente[9]. In quel contesto la linea dell’unità democratica era stata o era parsa, anche al sottile Togliatti, la sola strategia atta a respingere la “trama nera” fascistoide che in Italia sarebbe stata tristemente costante o in agguato[10]. Si sarebbe imposta, cioè, l’unità di governo del CLN (in specie tra PCI, DC e PSI)[11], tra l’altro con una netta preferenza berligueriana per la diarchia PCI-DC: diarchia, col PSI come terzo non determinante, cui il craxismo reagì, prima difensivamente e poi slittando, per l’ostilità del PCI, in campo moderato, nel mondo oscuro del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) che chiuse la prima Repubblica. Ma torniamo al Sessantotto e dintorni.

In mancanza di meglio a sinistra – in un tempo in cui i gruppi minoritari diventavano sempre più eversivi (“rivoluzionari”, vezzeggianti la “violenza” o persino terroristi) e i socialisti – negli stili di governo a ogni livello – sempre più simili ai democristiani, migliaia di giovani pensosi, attivi e di sinistra erano accorsi nel PCI (dal PSIUP, come chi scrive, o dalla sinistra extraparlamentare). Ma l’idea che tutta la fiumana di sinistra di cui si è detto finisse – in nome dell’unità democratica, a parole come via al socialismo – col solito allargamento trasformistico della maggioranza democristiana – in tal caso pure ai comunisti – a molti non piaceva affatto. Ne avevano “avuto basta” – ossia abbastanza , come dicono a Torino – con Saragat dal ’47 e Nenni dal ’63. E infatti dal 1979 il PCI prese a perdere colpi [12], per la prima volta dal 1948. E siccome si sapeva ormai dove andava sempre a parare in caso di governo, non fu più convincente neppure quando nel ’79 Berlinguer tornò all’antagonismo di sinistra, e talora occupò fabbriche o stazioni, perché si comprendeva che il PCI si concepiva o come governante più o meno con tutti oppure contro tutti: mentre l’Italia aveva bisogno di alternativa a ceti dominanti da mezzo secolo al potere e per ciò ormai palesemente marci e inaffidabili, nonostante le molte riforme che nei decenni erano state realizzate (però a costi economici e con livelli di corruzione sempre più intollerabili); e invece il PCI, come poi i suoi epigoni sino ad oggi, non voleva né la “via francese” (bipolare, e per ciò semipresidenziale, che obbliga all’alternativa tra conservatori e progressisti) né trasformarsi in una grande socialdemocrazia europea senza se e senza ma (preferendo diventare una specie di Partito Repubblicano Italiano con basi di massa).

   In sostanza la nuova sinistra dell’epoca del Sessantotto (e dintorni) era risultata incapace di superare forme di estremismo più o meno radicali (dei “gruppi”), che, utili come fermenti dentro i grandi movimenti operai, erano politicamente sterili, e persino brodo di coltura, nelle punte “irriducibili”, di un terrorismo orrendo ed omicida, che non provocò un golpe di destra vero solo perché ormai si era “Europa occidentale”; mentre la sinistra tradizionale, del PSI e in particolare del PCI, non sapeva fare di meglio che riprendere – sempre con l’idea terzomondista del golpe reazionario alle porte, come se l’Europa fosse stata diversa dalla Valle Padana e quindi dall’Italia “dominante” del tempo – la vecchia politica del farsi adottare come forza di complemento – naturalmente sempre pretesa alla pari e infine superiore – da parte dei moderati al potere ritenuti “più illuminati”, come accaduto dal tempo del connubio del 1849 tra Cavour e Rattazzi, e poi tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, e soprattutto dal trasformismo di Depretis del 1876 al Giovanni Giolitti dal 1900 sino al 1912 e poi, nelle intenzioni di Giolitti, tra ’18 e ’20; e poi, nella Repubblica, con De Gasperi e Saragat, e Moro e Nenni, e Moro e Berlinguer.

   In pratica o si era (ed è) complottisti, congiurati, sognatori di colpi di stato o sommosse, “propagandisti del fatto”, ammazzasette o ammazzatori, oppure si era (ed è) più realisti del re, collaborazionisti irriducibili, “lacchè della borghesia”[13], forze di complemento, compari, dei veri detentori del potere, e corruttori e corrotti, raccattapalle dei veri dominatori di lungo corso del sistema sociale politico e culturale dominante. Il moto interno, nella sinistra, è spesso “enantiodromia”, fuga nell’opposto: passaggio dall’antagonismo al collaborazionismo e talora, tatticamente, viceversa. Invece a Occidente, almeno come “sinistra di alternativa” o “alternativa di sinistra”, si può essere solo rivoluzionari e riformisti al tempo stesso, sin dal primo dopoguerra, e ancora oggi. Spesso non lo si è, ma poi “si paga il dazio”, nel passato e tanto più oggi. Ma la cultura politica culminata nel Sessantotto e prefigurante gli anni successivi portava a quella doppia marginalità, o da antagonisti sempre all’opera per prendere un sacco di legnate rovinando sé stessi e il prossimo preteso nemico oppure da vecchi democratici aperti al popolo. I marxisti di quel tempo, irriducibili o ultrariformisti, finivano sempre per oscillare come un pendolo tra antagonismo e collaborazionismo: due orientamenti della sinistra che in Occidente, se separati, hanno sempre portato alla rovina della sinistra stessa (e, quel che è peggio, del grande movimento dei lavoratori che tante volte l’ha seguita). Essere dentro e contro era una dialettica che non sapevano comprendere, mentre invece è la quintessenza, almeno nell’Occidente capitalistico avanzato e da lungo tempo liberaldemocratico: è la quintessenza di ogni politica costruttiva, nella vita sociale come in quella dello Stato. Tanto più per chi voglia andare oltre il sistema dominante. Tenere insieme le due istanze dell’essere dentro e dell’essere contro, cioè del collaborazionismo e dell’antagonismo, non è facile, ma chi non sappia farlo sarà sempre soccombente: o cane che abbaia alla luna o addirittura pazzamente morde oppure cane da guardia dei potenti (o moderati) di turno. Anche contro le più generose o formalmente realistiche intenzioni del mondo. Democrazia e rivoluzione, collaborazionismo e antagonismo, sono complementari, e chi perda una delle due vocazioni per identificarsi o con l’una o con l’altra può solo fare il gioco dei propri avversari, screditandosi o per grave compromissione con loro o per estraniazione rispetto alle grandi forze in campo. Nel primo caso insozza l’anima e diventa “un altro”, mestatore neofita o suo malgrado; nel secondo, diventa un rancoroso che maledice il mondo sino alla più tarda età e, nei casi più gravi, un assassino politico. Solo tenendo insieme l’antagonismo e il collaborazionismo, l’essere contro e l’essere dentro il grande mondo o sistema o Stato o assetto di potere “dati” può “salvarsi l’anima” e, al tempo stesso, “mutare il mondo”. E con ciò siamo al nocciolo teorico della grande questione. Seguitiamo e concludiamo, anche se il sentiero è ininterrotto e la conclusione non è e non può essere del tutto “conclusiva”. Pure, è imprescindibile.

(Segue)

NOTE

[1] Su ciò c’era stata una curiosa, ma significativa, polemica tra Lucio Libertini e Luigi Longo su “Critica marxista” nel 1965. Longo sosteneva che nel capitalismo italiano prevaleva la rendita sul profitto, ma Libertini dimostrava che ormai prevaleva il profitto. Nel primo caso la lotta da fare sarebbe stata più contro ceti retrogradi che contro il capitale; nel secondo, contro il sistema capitalistico (anche se poi si vide che “l’alternativa”, che in effetti sarebbe stata necessaria, era dubbia, dati i limiti dello Stato burocratico nella conduzione economica). In ogni caso era ormai evidente che in tutta la Valle Padana – dal 1848 in poi chiave di volta di tutti i cambiamenti che trascinano l’intero Paese – si era ormai in pieno neocapitalismo, cui si opponevano sì residui del passato, ad esempio fascistoidi, che però non avevano possibilità di diventare egemonici proprio perché non si era più – lì, e di riflesso neanche al Sud – “Terzo mondo” o comunque capitalismo da agrari o da vieti speculatori del tempo che fu.

[2] E. DEAGLIO, Patria. 1967-1977, Feltrinelli, Milano, 2017, p. 126.

[3] Ivi, p. 127.

[4] Ivi, pp. 252-253.

[5] L’Eternit di Casale. La Montecatini di Spinetta, in: Il partito e la fabbrica, Bollettino del Comitato Regionale del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Torino, Luglio 1965, pp. 20-24.

[6] Cito alcuni dei testi che in forma ovviamente non firmata misi a punto, con gruppi di operai “rivoluzionari”, in quel tempo lontano, poco più o poco meno di cinquant’anni fa: Condizione operaia e possibilità di lotta alla Montecatini di Spinetta, Alessandria, 23 luglio 1964; Unità operaia, ivi, 25 settembre 1964; Unitò operaia (Italsider di Novi Ligure), 30 ottobre 1964; Potere operaio alla Eternit di Casale,Sezione di Casale Monferrato del PSIUP, aprile 1965 (opuscolo citato, ma che non posseggo più); Le fabbriche come centro di lotta sindacale e politica, “Filorosso”, Alessandria, a. II, n. 19, 22 novembre 1965; Lo sciopero dei metalmeccanici, “Unità operaia”, Pontecurone, 14 aprile 1966; Condizione operaia a Pontecurone: PAS, Penacca, Perseghini, Valcurone, Bustese, Bianchi e Rossi, “filorosso”, a, III, n. 7, 23 dicembre 1966; 8 mezze, multe e premio al Bustese di Pontecurone, agosto 1968; Gli scioperi operai nella nostra provincia, “l’idea socialista”, n.s., a. I, n. 1, ottobre 1969; L’autunno rosso nella nostra provincia, “l’idea socialista”, n. 2, novembre 1969 (firmato); Classe contro classe. Lotte contrattuali e sbocchi politici, “l’idea socialista”, n.s., a.I, n. 1, ottobre 1969; I metalmeccanici prima e dopo il nuovo contratto. Intervista a Marcello Castellani, “l’idea socialista”, n. 1, gennaio 1970; Lotte operaie nella nostra provincia, “l’idea socialista”, giugno-luglio 1971; Capitalismo degli anni ’70 e lotte della classe operaia, “Il novese”, a, X, n. 20, 5 ottobre 1972 (firmato: non è un giornale né un opuscolo di di fabbrica, ed è anzi un articolo che è quasi un piccolo saggio, che cito qui perché applica a tutto il ciclo storico del tempo che ci interessa qui categorie ancora segnate dal marxismo operaista di cui ho detto, riproposte in un contesto ora legato al PCI, come poi nel ventennio circa successivo, per quel che mi riguarda).

[7] Sentii parlare per la prima volta di Bertinotti verso la fine del 1966, nel Comitato Regionale del PSIUP piemontese, in cui ero stato da poco cooptato. Ce ne parlò un tipo simpaticissimo, l’ingegner Sandro Gastoldi, che era, oltre che un professionista affermato, segretario della Federazione del PSIUP di Novara. Ci disse che alla Camera del Lavoro di Novara era appena stato assunto “un giovane molto in gamba” (tra l’altro, per ironia della storia, col consenso, allora decisivo, del segretario del PCI di Novara, che era Dino Sanlorenzo, poi tra i più convinti riformisti del partito), “E’ un lombardiano”, aggiunse Gastoldi, “ma è più a sinistra di noi: un certo Fausto Bertinotti”.

[8] Ci fu anche un dibattito tra me e Secondo Core, allora segretario di zona del PCI a Casale, sulla radiazione del gruppo del “Manifesto”, radiazione che lui difendeva e io, a nome del PSIUP, disapprovavo, pur criticando il frazionismo (che però non poteva essere combattuto con provvedimenti disciplinari e soffocando il dibattito). Il confronto era organizzato da un Circolo diretto dal libraio Giovanardi. Quando taluni del “Manifesto” dissero che il PSIUP aveva giustificato la loro esclusione, li smentii con un breve articolo, firmato: Manifesto: I puntini sulle “I”, “l’idea socialista”, n. 8, novembre 1970.

[9] G. GUARESCHI, Mondo piccolo. Don Camillo, Rizzoli, Milano, 1948. Lo scrittore, in realtà, sapeva che quell’Italia “rurale” stava scomparendo, per cui il “mondo piccolo” era contrapposto a quello “grande”, “cittadino”, ossia all’Italia del nord già industrializzata, in cui non solo ci si combatteva, ma non ci si voleva più bene, quasi che Dio non fosse esistito e non ci fosse stata una patria comune. Si capisce che su tali basi lo scrittore, cattolico e animato da un fervido nazionalismo che ancora mitizzava Risorgimento e Grande Guerra, si sentisse un “nostalgico”, sebbene a mio parere più dell’Italia prefascista che di quella fascista.

[10] P. TOGLIATTI, Discorso su Giolitti, Edizioni Rinascita, Roma, 1950.

   Il grande leader comunista Palmiro Togliatti enunciava una tesi sostanzialmente pessimistica sulla democrazia in Italia, funzionale al presentare come valido da un punto di vista comunista il riformismo liberaldemocratico. Nel nostro Paese la borghesia avrebbe una sorta di vocazione autoritaria, intimamente reazionaria, tanto che tornerebbe sempre a tessere una “trama nera”. Ciò rivaluterebbe il riformismo liberale del Giovanni Giolitti che apriva o voleva aprire ai socialisti (politica che in verità a Salvemini e ancor più a Gramsci era parsa trasformistica e corruttiva, ma che, dato “il contesto”, appariva a Togliatti progressista).

[11] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, “Rinascita”, 28 settembre, 5 e 12 ottobre 1973. Vi si enuncia la strategia del compromesso storico.

[12] Scrive al proposito l’importante storico Paul GINSBORG in: Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato, Einaudi, Torino, 1998, a p. 479: “Il risultato di maggior rilievo delle elezioni del 3 giugno 1979 fu la severa perdita di voti del Pci, che passò dal 34,4 al 30,4 per cento; mentre il Psi aumentò di poco, la Dc calò appena (scendendo al 38,3) e i radicali ottennero il miglior risultato passando dall’1,1 al 3,5 per cento. (…) In seguito alle elezioni Berlinguer cambiò linea di condotta, la lezione era stata fin troppo chiara. Il partito aveva perso un milione e mezzo di voti …”. La cosa era molto seria perché il PCI dal 1946 era andato sempre avanti, persino nell’anno della destalinizzazione e dei fatti d’Ungheria del 1956.

[13] Così Lenin chiamava i socialdemocratici riformisti d’Occidente, segnatamente in L’estremismo malattia infantile del comunismo (1920), Editori Riuniti, Roma, 1963.

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