Il passionista

1 … “Verrà il giudizio di Dio! Verrà per tutti i peccatori. Siatene certi. E non vorrei che vi trovasse impreparati. Cristo è la luce, l’amore, la salvezza! Guardatelo, impalato su questa Croce per volere di gente perfida, ingrata! Oggi, anche il cielo piange! Anche il vento infierisce!

Tutti gli elementi sono venuti per ricordarci il sacrificio di Gesù fattosi uomo, per mondare i peccati del mondo, per aprirci le porte del Para­diso. Ecce Homo! Ecco l’Uomo, figlio di Dio, che si è lasciato umi­liare, sbeffeggiare, condannare a morte per voi, per tutti noi, per sal­varci dai tormenti, dal fuoco eterno dell’inferno. Verrà il giorno della Giustizia di Dio, tremenda giustizia, alla quale tutti dovremo rispon­dere…Pentitevi, pentitevi finché c’è tempo!”

Parole severe, velate da un’improbabile misericordia, quelle usate dal padre passionista incaricato di tenere il sermone del venerdì santo. Dall’alto del calvario, quelle parole, sbattute dal vento, sconvolsero le menti dei fedeli raccolti nella grande piazza dedicata.

Nella sua pazzotica corsa, il vento spargeva le parole per la vastità della campagna, le portava alle orecchie dei pastori di Montefamoso, di “la Pitrusa”, di “u Poju lagru”, fin sul pianoro biancastro delle Maca­lube.

Dentro una tunica nera, di lana, i capelli stravolti dal vento, la voce al­lenata a incutere paura, il passionista si abbandonò a una sorta di estasi apocalittica che diffondeva, tutt’intorno, terrore e sensi di colpa.

La classica ricetta per influenzare, per dominare gli spiriti semplici.

Un sermone sorprendente il suo, a dir poco fuori di luogo.

Quell’uomo secco, dallo sguardo vagamente forsennato, pareva avesse eletto a suo modello il gesuita Paneloux, quello de “La peste” di Albert Camus, poiché, a un certo punto, intercalò il sermone con un brano tratto dall’opera del Nobel francese che citò a memoria, senza citare la fonte.

2 … “Troppo a lungo il mondo è venuto a patti con il male, troppo a lungo si è riposato sulla misericordia divina. La cosa più facile era lasciarsi andare, la misericordia divina avrebbe fatto il resto. Ebbene, questo non poteva durare! Dio…stanco di aspettare, deluso nella sua eterna speranza, ora ha distolto lo sguardo…”Con quest’ avvertimento concluse il sermone e lasciò il campo al coro delle pie donne addolorate che intonò “spine crudeli”. Quel canto lugubre, sofferto lo avrà indotto a riflettere. Fissava la piccola folla che non pareva colpevole. Si sarà accorto che, forse, non era il caso d’usare quel tono così severo, minaccioso. Che cosa si poteva im­putare a quei fedeli? A quei poveri cristi con le tasche vuote e i volti bruciati dal sole.

Molti, infatti, restarono straniti. Non si aspettavano tanta durezza di linguaggio, quelle immagini impietose, vindici che non meritavano.

D’altra parte, cosa avevano fatto di tanto grave? Di quali peccati dove­vano emendarsi, pentirsi?

Il peccato – il predicatore ne era cosciente- alberga nelle alte regioni del vizio, del lusso, dell’impostura. Dove c’è di che nutrirsi. Fra i po­veri cosa potrà trovare?

In fondo, la loro vita era una sorta di replica di quella del Cristo. Tutti i poveri sono Cristo, vittime innocenti dell’ingiustizia dei prepotenti e dell’ingordigia di una manciata di ricchi fottuti.

Molti pensavano che questo Cristo, con il suo pensiero e con il suo agire sociale – così come tramandatoci dai vangeli – fu il primo sociali­sta della storia. “Un rivoluzionario ante litteram” – lo definiva il pro­fessor Beniamino che amava girare per i circoli con il “Manifesto” di Marx e con i Vangeli per evidenziare le tante concordanze e spiegare il tradimento dei preti che avevano rinnegato l’autentica dot­trina cristiana.

“Cristo venne per salvare i poveri, i deboli, gli assetati di giustizia e oggi si ritrova in compagnia dei loro sfruttatori.”, tuonava Beniamino.

Perciò, nessuno riusciva a spiegarsi le ragioni di tanto ardore punitivo.

Perché quel passionista ce l’aveva con loro?

E dire che passava per uomo dotto, cultore delle buone letture, an­che al di fuori del suo campo. Intimamente, era convinto del pensiero di Oscar Wilde: “tutti i peccati, come i teologi non si stancano di ricor­darci, sono peccati di disubbidienza.” (in “Il ritratto di Dorian Gray” – Fabbri Editori, Milano, 1991).

Disubbidienza?

Ma chi era questo novello Savonarola? Da quale convento proveniva? E perché c’era bisogno di un inviato quando in paese c’erano tre preti?

Si sapeva soltanto che era stato mandato dal vescovo per concelebrare i riti della settimana santa.

Si mormorava che la concelebrazione era voluta non tanto per dare più solennità agli eventi quanto perché al vescovo erano giunte voci a ca­rico del vecchio arciprete il quale, ormai, mostrava i segni della seni­lità, della stolidezza perfino.

3 … Ora la grande piazza del Calvario è deserta. È finita la rievoca­zione dal vivo messa in scena da un gruppo di giovani del luogo. Il “martorio”. La gente è andata via. Anche il Cristo vivente, dopo la funzione, è sceso dalla croce ed é andato a pranzo.

Al suo posto é stato appeso un Cristo di cartapesta, quello di sempre: il Nazareno insanguinato che non urla. Cristo é solo, esposto al vento.

Tutti, popolo, sacerdoti e personaggi sono corsi a mangiare, an­che se questo venerdì dovrebbe essere giorno di digiuno.

A vegliare non erano rimaste nemmeno le pie donne che, tradizionalmente, alter­navano canto e preghiera, in un cantuccio ai piedi della Croce.

Nenie dolcissime, fatte di lamenti e orazioni per l’intero pomeriggio.

Cantavano e vegliavano fino a quando non sopraggiungeva la proces­sione, in testa la vara vuota, che veniva a prelevare il Cristo morto, per riportarlo in chiesa, dove avrebbe atteso la resurrezione.

Secondo il racconto evangelico l’agonia di Gesù durò tre ore. Ma qui, dopo un quarto d’ora, nella piazza non c’era anima viva.

L’imperativo religioso era di non lasciar “solo il Cristo alla colonna”, nemmeno per un minuto. A tale incombenza provvedevano, facendo come a gara, gruppetti di donne e di uomini, di ragazzi che dalla piazza muovevano per fare “visita” al Cristo morto in croce.

Osservavo la “scena”, frastornata dal vento, da dietro le persiane. Vidi quel grande vuoto dominato dalla tremenda solitudine del Cristo.

Vidi una donna, una sola, vestita di nero, seduta sul bordo del marcia­piede della stradina che porta al calvario. Muta, con lo sguardo fisso al  crocifisso.

Avvolta in uno scialle nero, dal volto uscivano soltanto un mento e un naso rattrappiti. Un grumo nero, un’ombra che fendeva l’immoto. Il sole obliquo sulla piazza vuota.

4 … Laggiù, sul cubo del Calvario, il Cristo mostrava la sua pietosa nudità.. Soltanto un nastro rosso gli fasciava il bacino ossia gli “attributi” che qui il popolo chiama “vrigogni”. Il capo reclinato pareva agitarsi sulla spinta del vento, insieme alle palme messe là per ornamento.

Osservai meglio quella sagoma. Riconobbi zia Ciccina Sparagna Greca, raccolta nel dolore. E, poveretta, ne ha ben donde. In pochi anni, in una tragica successione, le erano morti prima il marito e poi il figlio lontano, in Argentina. E, si sa, quando una madre sopravvive a un figlio, che ha visto uscire da lei, dal suo ventre, il dolore diventa insopportabile e può tramutarsi in pazzia.

Ora è molto vecchia e vive da sola in quella casa un tempo piena di figli e di guai, ma anche di allegria.

In realtà, il suo dolore, intenso e conculcato, più che la via della pazzia sembra abbia preso quella della stravaganza.

Ed eccola, rannicchiata, raccolta nel suo scialle di ciniglia, seduta per terra, davanti casa mia.

A un certo punto, sopraggiunge, guardingo e a passo felpato, Totino, che un po’ stravagante già lo era, che  andò a piazzarsi di fianco alla zia Ciccina con la quale era in confidenza.

Iniziarono a parlare, a gesticolare nervosamente.

Il vento diffondeva nell’aria le parole. Tesi l’orecchio, desideroso di ascoltare.

Totino prese a lamentarsi della piazza vuota.

“Cangiaru i tempi, veru zia Ciccì! ”

“Ah, figlio mio! Non solo i tempi cangiaru, ma anche lu munnu! Che vergogna vedere questa piazza vuota! Ti ricordi Tòtì? Quando se tardavi pochi minuti, non potevi più entrare nella piazza piena all’inverosi­mile. La gente si accalcava anche nelle vie adiacenti, fin lassù nella piazza del Recipiente.

E poi, che pena questo Cristo, agonizzante, lasciato solo come un cane. Tri uri vivu e tri uri mortu, dici la  duttrina. Questi non hanno aspettato manco la fine della predica, manco mezz’ora. Mai si é vista una vergogna simile. Cristo solo…con la Madonna che lo guarda e piange. Il cuore trafitto dal dolore. Ma iddri pupi sunnu. La gente, li pirsuni unni sunnu?”

“A inchirisi l’orba (la pancia) se ne sono andati – riprese Totino – Non hanno manco atteso la conclusione della funzione.”

“ A mangiare, a, mangiare…… Solo a questo pensano. E che sono af­famati? Oggi, con le grazie di Dio, il mangiare non manca. E poi per chi ha fede questa è giornata di digiuno.”

“Fede! Fede dice vossia. Un tempo quando c’era la fame c’era la fede. Ora che abbiamo tutti la pancia piena ci siamo scordati di Cristo che ci tiene in piedi.”

“Mah! Sa comu si dici: bontempu e malutempo non durano tutto u tempo” – sospirò zia Ciccina. Dove sono tutte quelle donne che vanno in chiesa tre volte il giorno? Non potevano restare qua, come me, ad adorare Gesù? Sunnu a inchirisi l’orba.Vergogna, vergogna! Nessuno che prega, nessuno che canta…”

5 … “Anche li Vari (l’urna con il Cristo flagellato e la statua della Madonna addolorata n.d.r.) nun li porta più nessuno. A li santi ci mi­siru li roti. Le ruote di gomma. Come un qualsiasi carretto o una lam­bretta di pisciaru. Prima sotto l’Urna c’erano almeno venti giovani portatori. Si litigava per conquistare un posto di portatore. Si ricorda, zia Ciccì. Ore prima che partisse la processione, si attaccava un fazzo­letto alle travi delle “vari” per prenotarsi il posto. Col fazzoletto. Ah! Si ricorda zia Ciccì- più insistente Totino – Pi fari a tutti cuntenti. Per evitare risse si facevano i turni. Per giovani e adulti era un grande onore portare l’Urna e la Madonna Ora ci misiru le ruote a Cristo e a sua Madre…Mah!”

“Gna! Meno mali ca ci su li roti, masinnò li santi nun nescissiru cchiù di la Chiesa…” – biascicò la vecchia che stringeva fra i denti un capo del suo scialle strattonato dal vento. .

Totino, incurante delle amare “sentenze” di zia Ciccina, continuò a punzecchiarla.

“Si ricorda zia Ciccì quei cori commoventi delle pie donne che per tutta la settimana santa animavano la preghiera in chiesa e le proces­sioni? Che erano belli, sinceri!

Anche gli uomini cantavano in chiesa e sotto la croce. Si ricorda zia Pippi: Tufaniu, Giuvanni Re quando cantavano “ferite , ferite”. E la sera dietro le Vare quanta gente c’era, con le lanterne e le candele in mano. Unni su sti tempi? Tutti cosi si scurdà la gente. Ah, zia Ciccì’ !”

“A panza china hanno, ti dissi!”

“E allura chi era la dibulizza (la fame) che li faceva prigari, cantari, ristari a fari cumpagnia a lu Signuri?”

“Allora c’era la fede, ora non c’è più. L’hanno perduta pi strada. Vo­gliono soltanto abiti di lussu, rossetti e divertimenti. Si sono scordati di Dio e di tutti i Santi.”

“Mah!” sospirò Tonino.

“Facennusi omu, u Signuri rischia grossu…” – riprese zia Ciccina.

“Ma chi fa bestemmia, zia Pippì?”

“No. Lu dicu di lu funnu di lu stomacu…Iddru rischia di esseri confusu cu tutti n’antri e di perdiri la so divinitati. E se non fosse per queste quattro “crozze” che ancora siamo pedi pedi, la chiesa potrebbe chiu­dere battenti.”

“Già, ma chi dici? Ogni domenica la chiesa è piena di gente, di donne.” – osservò Tonino.

“Ci vanno pi ‘sgrignari (per ridere), per farsi ammirare dagli uomini scapoli e anche da quelli maritati. Lo vedi quante cose brutte si sen­tono.

Il mondo è cambiato e le donne sono diventate tutte jumenti (cavalle brade), ricottare (squaldrine). Non c’è più una casa felice, con queste bagascie che vanno “triddriannu”.

Il marito o il padre vanno a faticare e loro vanno a cercare il garzo. Non le basta più nulla. . . . Basta, basta! Nun mi fari santiari che oggi è jurnata santa, segnalata. Gesù mio perdonatemi”.

Concluse zia Ciccina facendosi il segno della croce.

(Venerdì santo del 1986)

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