Se la guerra è guerra

Finora, il termine guerra è stato usato per contare i morti civili e i caduti tra i soldati – medici e infermieri – che stanno combattendo al fronte, in ogni ospedale d’Italia. Ma le guerre si chiamano così non solo per le vite umane che distruggono. Ma anche – soprattutto – perché c’è chi le vince e chi le perde. Ed è di questo che dovremmo parlare, con cautela ma senza ipocrisia. Lo scontro che si è aperto in Europa su quanti e quali mezzi finanziari mettere in campo non riguarda diverse concezioni, più liberiste o interventiste, dell’uso del denaro pubblico. Riguarda i rapporti di forza.

Germania, Olanda e le altre nazioni dell’asse mitteleuropeo si trovano nella condizione di sferrare un micidiale attacco alla seconda potenza manifatturiera dell’UE, e ai suoi alleati dell’arco Sud. La tentazione di approfittarne è fortissima. E non servono a nulla gli argomenti che – stavolta – non sarebbe colpa nostra, che lo tsunami del virus era imprevedibile. La maggioranza dei nostri – quasi – ex-alleati pensa che ce la siamo meritata. Se non avessimo fatto le formiche, ora avremmo molte più munizioni per fermare l’assalto del virus, come loro sono convinti di avere.

Possiamo continuare a discettare su chi abbia ragione, e chi torto. Ma davvero serve a qualcosa? Nelle passate due guerre mondiali, i tedeschi erano chiaramente nel torto. Ma sono stati a un passo dal vincerle. E stavolta potrebbero farlo senza ricorrere ai carriarmati. Perché dovrebbero fermarsi e accettare le condizioni dettate da Conte? Ci sono almeno tre buone ragioni. Non sappiamo, però, se sufficienti.

La prima è l’incertezza sanitaria. Oggi, la Germania e la gran parte dei paesi nordeuropei hanno una situazione sanitaria molto migliore della nostra. Durerà? Probabilmente si. Nel gestire la prevenzione, hanno sfruttato bene gli errori fatti dai primi paesi, forse sono a buon punto nel vaccino e/o in terapie antivirali efficienti. Di cui verremmo a conoscenza a tempo debito. Ma è presto per dire se e quanto la – loro – situazione resterà sotto controllo. Le incognite di questo virus sono tante. E il prezzo di un isolamento oggi potrebbe essere, domani, salatissimo.

La seconda è l’incertezza geopolitica. Con l’opinione pubblica europea impegnata a piangere i defunti e a lamentarsi della reclusione domestica, si parla pochissimo di quello che accadrà sullo scacchiere globale. Quando arriverà «il giorno dopo», quali saranno le relazioni – e reazioni – tra Cina e America? Chi – e come – cercherà di azzannare l’altro? O si accorderanno per spartirsi – economicamente – l’Europa? E la Russia, che sembrerebbe per il momento quasi indenne dall’epidemia, ne uscirà rafforzata, insieme alle sue antiche mire di espansione oltre gli Urali? O, all’improvviso, scopriremo che i dati attuali erano un fake – come si comincia a sospettare dei numeri di Wuhan, sulla base della crescita esponenziale delle urne funerarie? Per non parlare dell’India e dell’Africa, continenti che potrebbero scoppiare come bombe virali atomiche. In uno scenario così incerto, davvero conviene alla Germania sfasciare l’Europa ed infilarsi nell’ennesima guerra intestina?

La terza ragione per fermarsi, è il fronte interno. I «partigiani» dell’Europa unita. Mentre gli interessi di bottega – grandi imprese e piccolo commercio – seguono l’onda nazionalista, c’è un’opinione pubblica europea che non vuole tornare al passato. Dai giovani della generazione Greta ai tanti che dai balconi tedeschi hanno intonato Bella ciao per fare coraggio agli italiani, c’è un fronte culturale vastissimo che non accetterebbe il linguaggio della rottura e sopraffazione. Nell’era della comunicazione totale, non c’è paese che possa illudersi di aprire le ostilità contro un altro senza che dentro il proprio popolo si aprano fratture profonde.

Per i potenti che guardano il pianeta con gli occhi di dieci anni fa, la prima guerra mondiale mediale riserverà molte sorprese.

di Mauro Calise.

(“Il Mattino”, 30 marzo 2020).

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