Panikkar Raimon, L’arte del simbolo

Un plauso alla Casa Editrice Jaca Book per la decisione di pubblicare un libro illustrato su: L’arte del simbolo, in omaggio a Raimon Panikkar nel decimo anniversario della sua scomparsa. E un elogio ulteriore alla curatrice, Milena Carrara Pavan, per aver scelto dall’Opera Omnia del filosofo/teologo spagnolo una felice serie di scritti attinenti all’argomento. Fil rouge dei testi qui raccolti è l’idea dell’uomo quale microcosmo, le sostanze basilari di cui sarebbe costituito (al pari del macrocosmo) equivarrebbero ai classici quattro fondamentali elementi: terra, acqua, fuoco e aria.

La prima di queste dimensioni tradizionali, nota l’autore, è rappresentabile mediante vari simboli, tra i quali viene qui presa in considerazione soprattutto la montagna. E fu giusto un pellegrinaggio in Tibet presso il monte Kailāsa ‒ sacro all’induismo, al buddhismo e al giainismo ‒, effettuato dallo stesso Panikkar nel 1994, a fargli sperimentare di persona il grande significato simbolico-spirituale di tale terra venerabile. Non fosse altro per il fatto che il Kailāsa, vero e proprio tempio dell’Assoluto, non è stato costruito dall’uomo, a differenza di tanti altri luoghi di culto. E su/intorno a quel monte si sperimenta in cosa consista la trasparenza illuminante d’uno “spazio vuoto”. Il pellegrino è chiamato infatti a colmare quell’ambito insolito, che: “permette all’uomo di essere libero, di muoversi fuori dalla camicia di forza della storia”. Lassù, quando si sfiorano i 6.000 metri d’altitudine ogni preoccupazione inessenziale svanisce, c’è solo un presente da vivere, nella consapevolezza che ogni passo potrebbe essere l’ultimo; ma in una sorta di suprema e gratuita libertà.

Il secondo elemento, l’acqua ‒ che simbolizza la vita ‒, è colto da Panikkar attraverso tre fiumi altamente simbolici dal punto di vista religioso: Il Giordano, dove Gesù fu battezzato; il Tevere che rimanda all’impero romano dove il cristianesimo si diffuse; infine il Gange, culla dell’induismo (la religione del padre di Panikkar), il quale ha molto influenzato la spiritualità e l’inclinazione mistica sia del giovane che dell’adulto Raimon. D’altronde, nota l’autore, come l’acqua dei fiumi finisce per incontrarsi prima in cielo, nelle nubi, e quindi in terra, grazie alla pioggia che li rialimenta, pure le diverse credenze religiose: “Si incontrano dopo essere state trasformate in vapore, dopo aver subìto la metamorfosi in Spirito, che poi viene riversato in lingue innumerevoli”.

Il terzo elemento, ossia il fuoco, rimanda alla dimensione/emozione più ustionante: quella dell’amore. Dal punto di vista spirituale, però, in ambito cristiano l’amore non è tanto declinabile all’insegna dell’erotismo, quanto dell’agape (l’amore caritatevole). Di essa tratta Panikkar, confrontandola con altri due termini altamente simbolici: l’uno di matrice induista, l’altro buddhista. Il primo di essi è la bhakti (l’amore devozionale verso una divinità) ed il secondo il karunā (l’atteggiamento compassionevole nei confronti d’ogni essere). Si colga comunque l’amore secondo questa o quell’ottica interpretativa, resta che esso: “è una forza centrifuga sia nell’universo che nell’essere umano. È un aspetto dinamico (…) va, salta abbraccia, bacia, esce, non ti permette di ridurti a te stesso”.

Ultimo elemento: l’aria, che dal punto di vista simbolico ci indica come la geografia esteriore ‒ del corpo e del mondo ‒ e la geografia interiore ‒ della psiche e dello pneuma (spirito) ‒ rappresentino due facce della medesima medaglia. Come rammenta Panikkar, la concezione tradizionale di tutto quanto esiste è “sacramentale”, giacché: “vede ogni realtà materiale come imbevuta di una componente spirituale”. La tesi sostenuta in questa sezione del libro è dunque il rapporto-legame non dualista tra spazio esterno e interno, soggetto e oggetto, sacro e profano, razionale e irrazionale. Non si tratta di confondere ogni peculiarità in un monismo semplicistico, ma di cogliere le apparenti contrapposizioni/polarità come aspetti relazionali. Come a dire: non c’è io senza tu, né un interno se manca un esterno.

Ma forse la questione risulterà maggiormente comprensibile utilizzando il linguaggio mitico-poetico delle Upanishad vediche, in una delle quali leggiamo del saggio Jājñavalkya, che ebbe a dire: “Ciò che è al di sopra del cielo / e ciò che è al di sotto della terra, / ciò che è fra questo cielo e questa terra, / ciò che si chiama passato, presente e futuro, / tutto ciò è tramato e ordito su ākāśa, lo spazio etereo”. O sacro, per dirla con Panikkar.

Francesco Roat

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*