Un Sessantotto gutemberghiano

     – 1. Andando ad aprire i vecchi faldoni dei materiali del movimento studentesco del Sessantotto,[1] dopo averli puliti alla meglio dalla polvere, sia quella fisica sia quella dell’oblio, si possono fare delle scoperte interessanti. Il tempo trascorso è in grado di mettere quei materiali in una nuova luce e di creare delle nuove significazioni – se non altro per mero contrasto tra il mondo di allora e il mondo di oggi. E, se si è disposti a coglierle ci si può trovare a rivedere qualcosa del proprio presente e della propria attuale identità. Ci si può trovare improvvisamente collocati in una prospettiva storica – fatto oggi veramente molto insolito – e si può correre il rischio di cogliere, in tutta la sua gravità, il nostro attuale trend regressivo. La riflessione storica (anche nella dimensione più artigianale, com’è la nostra) ha sempre questo effetto, quando è praticata con un minimo di sincerità, con il proposito di allargare la propria consapevolezza e non solo di confermare la propria stretta e contingente attualità.

     – 2. Anzitutto balza agli occhi, e finisce per stupire, la notevole quantità di materiali – appartenente ai tipi più vari – che venivano diffusi nel contesto del movimento studentesco, di cui ovviamente ciascuno individualmente ha potuto cumulare e conservare solo una piccola parte. Non è esagerato affermare che in quegli anni il volume della comunicazione elaborata e diffusa tra i giovani studenti ha avuto una crescita imponente per quantità e qualità. Se comunicare implica un impegno – è questo uno degli universali della comunicazione – in quell’epoca sicuramente l’impegno comunicativo era all’ordine del giorno. Oggi, in netto contrasto, si comunica per lo più senza alcun impegno autentico. E questo fatto è senz’altro una testimonianza del profondo vuoto relazionale in cui siamo caduti, nonostante tutti stiano attaccati al telefonino per buona parte della giornata e tutti siano sempre connessi attraverso i social media.

     – 3. Un altro fatto degno di nota, che s’impone subito all’attenzione, è che per lo più non si trattava di una comunicazione emessa da qualche Io in prima persona – una cosa simile sarebbe apparsa come un fatto piuttosto disdicevole – bensì di una comunicazione in terza persona. Una comunicazione dunque capace di mettere da parte l’ego – che invece oggi è onnipresente in qualsiasi comunicazione – e di prendere le adeguate distanze nei confronti delle cose, di costruire un mondo oggettivo interpersonale a proposito del quale stabilire una presa di posizione e confrontarla con le altre. Dal confronto con quel tipo di comunicazione emerge con ogni evidenza come il passaggio dalla terza persona alla prima persona, fatto compiuto di cui oggi – dopo cinquant’anni – siamo pienamente testimoni, abbia costituito una svolta involutiva clamorosa di cui ancora non ci siamo resi ben conto. Scrivere e descrivere quello che è rappresentava, per i giovani autori, un impegno sullo stato del mondo, una domanda di realtà e di confronto intorno alla realtà. Dire invece, oggi, come la penso Io, con un Like su Facebook, è poco più di un moto espressivo che va alla ricerca di altri moti espressivi consimili e che non dà luogo ad alcun autentico confronto.

     – 4. Un altro aspetto che suscita una certa meraviglia – sempre se messo a confronto con la nostra mentalità odierna – è che si tratti di materiali che sono quasi per intero costituiti di testi scritti. Si tratta in parte di testi stampati, ma soprattutto di testi riprodotti e diffusi artigianalmente con il ciclostile. Questo vuol dire che l’operazione comunicativa era assai elaborata. Prima i testi dovevano essere scritti in bozza su carta ed eventualmente rivisti. Poi dovevano essere trascritti con una comune macchina da scrivere su una matrice apposita – con molta attenzione a non fare errori (che si potevano correggere solo con estrema difficoltà) – e poi stampati attraverso un ciclostile a inchiostro. Esistevano già le fotocopiatrici ma erano poco diffuse e assai costose. La carta su cui avveniva la riproduzione dei ciclostilati era molto porosa, per poter assorbire l’inchiostro. Si poteva disegnare sulla matrice, usando appositi strumenti, ma il risultato era piuttosto grezzo ed elementare. Spesso solo i titoli venivano fatti a mano. Si poteva fare a mano qualche semplice scritta o qualche vignetta. Il risultato finale difficilmente era impeccabile, erano facili le macchie e una distribuzione dell’inchiostro difforme che produceva a volte delle strisciate verticali di parole poco inchiostrate (o, talvolta, anche troppo inchiostrate). La carta porosa peraltro era soggetta a un rapido ingiallimento e deterioramento. I volantini dell’epoca che si sono conservati oggi, cinquant’anni dopo, si sbriciolano solo a guardarli.

     Queste sommarie caratteristiche tecniche differenziano nettamente la comunicazione del Sessantotto da quella che è oggi prevalente sugli attuali social media, dove, accanto a testi solitamente molto brevi in cui prevale la prima persona, si registra l’ossessivo prevalere delle immagini e dei filmati di tipo instant. È comune, oggi, la convinzione che nessuno si soffermi a leggere un testo appena più lungo di qualche centinaio di caratteri. E siccome tutti ormai credono di conoscere bene i loro polli, tutti si affannano a scrivere il meno possibile, sapendo che l’interlocutore ha voglia di leggere il meno possibile. Potremmo definirla, questa, la dialettica dell’analfabetismo di ritorno. Oggi comunichiamo con una potenza tecnica mastodontica dei contenuti che sono ridotti a una semplicità elementare. Torneremo sulla questione.

     – 5. Le immagini fotografiche avevano una diffusione piuttosto marginale. Rispetto al materiale scritto, sono davvero poche le foto rimaste di quel periodo, poiché le macchine fotografiche non erano diffuse, erano difficili da usare, e poi il processo di sviluppo delle pellicole era assai lungo e complesso. Le immagini – che pure circolavano – arrivavano ai destinatari soprattutto attraverso la televisione, oppure attraverso la carta stampata. Talvolta attraverso il cinema. Tutte queste fonti presupponevano comunque una selezione alla fonte dei contenuti delle immagini che avveniva nelle redazioni o nella regia. È piuttosto difficile trovare repertori fotografici del movimento studentesco scattati in proprio dai protagonisti stessi.

     Questo non significa che il Sessantotto non abbia avuto anche una dimensione visiva, iconografica. Ma questa riguardava soprattutto scritte e simboli di vario genere. In un certo senso era più diffusa la grafica (che connette idee e immagini in un discorso sintetico) che non la fotografia tout court. Si può ricordare che i manifesti più famosi del maggio parigino erano un mix di grafica e testo ed erano realizzati con la serigrafia, un procedimento a basso costo, per certi versi analogo a quello del ciclostile. Questo fatto è piuttosto importante, perché la grafica è in grado di esprimere e focalizzare un qualsiasi concetto astratto molto più di un semplice scatto fotografico. Perché uno scatto riesca a esprimere compiutamente un concetto occorre provare e riprovare infinite volte. Solo pochi scatti privilegiati alla fine ci riescono. Le foto che fecero epoca nel sessantotto furono comunque soprattutto foto scattate da professionisti e pubblicate attraverso i giornali. Non esisteva nulla di simile alla foto odierna, scattata in diretta e postata in pochi secondi, vista da una moltitudine ma anche sistematicamente dimenticata dopo pochi secondi.

     – 6. È abbastanza chiaro, dalle precedenti osservazioni, che il Sessantotto testimonia, almeno per quel che riguarda il nostro Paese, l’ultima grande espressione pubblica della cultura della scrittura. La fine del Sessantotto si è accompagnata in parallelo al progressivo passaggio dall’uomo gutemberghiano, l’uomo della carta stampata, all’homo videns, l’uomo della televisione, com’è stato delineato da Sartori in un suo famoso saggio.[2] Sartori in quanto politologo si era particolarmente interessato al destino dell’homo politicus occidentale, che egli vedeva lentamente trasformarsi in homo videns, una specie di bambino mai cresciuto, rimpinzato di immagini e che, ormai assuefatto e inebetito, non era più in grado di ragionare con i concetti. Seguendo in un certo qual modo McLuhan, Sartori nel 1997 metteva l’accento sulla differenza fondamentale tra vedere e pensare e sul «[…] prevalere del visibile sull’intelligibile che porta a un vedere senza capire».[3] Affermava Sartori nel suo saggio: «[…] tutto il sapere dell’homo sapiens si sviluppa nella sfera di un mundus intelligibilis (di concetti, di concepimenti mentali) che non è in alcun modo il mundus sensibilis, il mondo percepito dai nostri sensi. E il punto è questo: che la televisione inverte il progredire dal sensibile all’intelligibile e lo rovescia nell’ictu oculi, in un ritorno al puro e semplice vedere. La televisione produce immagini e cancella i concetti: ma così atrofizza la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. […] L’idea, scriveva Kant è «un concetto necessario della ragione al quale non può essere dato nei sensi nessun oggetto adeguato»».[4] Insomma, l’immagine, rispetto al pensiero, non è un progresso ma un regresso.

     Va segnalato che il sottotitolo del libro di Sartori era Televisione e post-pensiero. Può anche essere utile pensare al fatto che il libro è stato pubblicato nel 1997, pochi anni dopo il 1994, anno che ha segnato la discesa in campo di Berlusconi e delle sue televisioni private. Il post-pensiero cui accenna Sartori sembra del tutto analogo alla post-verità di cui si discute alquanto oggi.[5] Così si esprime, infatti, Sartori, riferendosi al nuovo tipo umano derivante dalla prevalenza dell’immagine sul pensiero: «Il loro non è un genuino anti-pensiero, un attacco dimostrato o dimostrabile al pensare logico-razionale; è più semplicemente una perdita di pensiero, una banale caduta nella incapacità di articolare idee chiare e distinte».[6] Possiamo parlare in questo caso di una sopravvenuta irrilevanza del pensiero logico – razionale in una situazione in cui le immagini paiono esaurire del tutto il nostro rapporto con la realtà. Sartori si mostrava ben consapevole del fatto che la politica democratica era strettamente legata al pensiero argomentativo e che la progressiva prevalenza di media non-argomentativi avrebbero determinato un grave pericolo per la democrazia.

     Dopo l’epoca della televisione (che da noi ha avuto appunto il suo culmine negli anni Novanta con l’esplosione delle televisioni private e delle reti di Berlusconi) è sopravvenuta, senza soluzione di continuità, l’epoca della rete e dei social media che non ha fatto altro che accentuare il fenomeno della disconnessione logica di milioni di persone e inaugurare così effettivamente l’era della postverità. Un luogo comune elaborato dai numerosi banalizzatori del Sessantotto sostiene che l’attuale regime della postverità sia una conseguenza del Sessantotto. No, signori miei, è una conseguenza del fallimento del Sessantotto.

     – 7. Se ci si prende la briga di leggere i loro volantini e i loro documenti, si deve per forza ammettere che i giovani del movimento studentesco e, più in generale, del Sessantotto, sapevano ancora scrivere. Appartenevano alla cultura letterata. L’uso diffuso nel Sessantotto di uno strumento di riproduzione così primitivo come il ciclostile contrasta con la qualità dei testi, che spesso (a parte i semplici messaggi di convocazione o di propaganda) erano scritti in buon italiano, usando un registro alto, chiaramente appartenente al mondo ideologico e culturale cui si riferivano gli estensori. Testi che erano assai frequentemente testi di analisi. Non solo slogan, dunque, come invece amano ripetere i già citati banalizzatori del Sessantotto. Non si può fare a meno di ammettere – confrontando i testi di allora con la miseria dei tweet del panorama politico odierno – che nella maggior parte dei casi si trattava di messaggi assai meditati, articolati, attenti alla ricezione del destinatario. Gli slogan puramente gratuiti costituivano una componente minoritaria.

     Il fatto è che, proprio grazie allo strumento primitivo del ciclostile, tra la formulazione mentale e la riproduzione su carta del volantino, c’erano numerosi passaggi intermedi che imponevano, come minimo, una meditazione sul contenuto e un minimo di pulizia della forma. C’era poi il fatto che i volantini avevano un costo non indifferente, sia in termini di materia prima sia di lavoro manuale, per cui comunque c’era un filtro collettivo, una forma di controllo che avrebbe escluso contenuti di livello troppo basso, che comunque avrebbero screditato l’organizzazione che li firmava. Un volantino sbagliato avrebbe danneggiato gravemente l’organizzazione firmataria. Oggi, manco a dirlo, chiunque in rete spara stronzate[7] praticamente a costo zero. Si può osservare, in aggiunta, che quasi tutti i volantini erano firmati e che le organizzazioni firmatarie erano note e riconoscibili (a parte il caso delle organizzazioni clandestine, nate però successivamente). Oggi invece chiunque può celarsi dietro uno pseudonimo e gridare quel che vuole, senza dovere rispondere a nessuno. Va riconosciuto tuttavia, a onor del vero, che spesso si gridano stronzate mettendo beatamente la firma, tanto forte ormai è la coazione a buttare lì quel che passa per la testa, con conseguenze talvolta tragicomiche.

     La comunicazione del sessantotto era ancora – in altri termini – una comunicazione affidabile che tentava di cogliere analiticamente il mondo reale e che esprimeva il pensiero autentico dei firmatari – indipendentemente dal fatto che avessero o meno ragione – senza trucchi, infingimenti o troppa retorica.

     – 8. A partire dai testi dei volantini e dei documenti che ci sono rimasti, non possiamo allora che riconoscere il profondo carattere gutemberghiano del Sessantotto. Abbiamo già usato questo termine per qualificare il rapporto del Sessantotto con la scrittura, vediamo ora meglio che cosa significa. Secondo la scuola di Toronto, rappresentata in primis da McLuhan, le tecnologie della comunicazione sono delle vere e proprie estensioni del self e gli esseri umani tendono a costruire il proprio self in funzione delle tecnologie comunicative di cui dispongono nella loro epoca. Gli studiosi della scuola di Toronto hanno distinto all’incirca tre fasi fondamentali nel rapporto tra l’uomo e le tecnologie della comunicazione. La prima fase sarebbe quella dell’oralità primaria. È questa la condizione delle società che non conoscono la scrittura e che devono organizzare tutto il loro patrimonio culturale intorno all’oralità. Esempio tipico di questa condizione è stata la cultura omerica, cui corrispondeva un ben preciso tipo di organizzazione del self che è stata studiata dagli antropologi della Grecia antica. A questa prima fase è seguita una seconda fase, che corrisponde all’introduzione della scrittura e – dopo molti secoli – all’introduzione della stampa a caratteri mobili. La filosofia è nata e si è consolidata grazie alla scrittura e lo stesso si può dire della nozione della ragione, com’è stata concepita in Occidente. Secondo McLuhan, la modernità sarebbe stata possibile solo grazie all’invenzione della stampa, a partire dalla quale si sono sviluppati la Riforma e il pensiero scientifico moderno, lo Stato di diritto e la democrazia. Questa seconda fase, storicamente assai prolungata e variamente articolata, sarebbe culminata con lo sviluppo dell’individualità moderna, cioè con il self del cosiddetto uomo gutemberghiano. Si tratta di un self che deriva dall’interiorizzazione della scrittura, un self articolato e complesso che è strutturato in forma argomentativa, dotato di un ordine rigoroso, più o meno come un libro stampato. L’intera cultura occidentale, fino a ieri, si è basata su questo tipo di self che è appunto definibile come “gutemberghiano”. Per fare un esempio banale, a tutti i bambini della generazione di chi scrive era molto chiaro che i libri con le figure erano “libri per bambini” e che i libri senza figure erano i “libri per i grandi”. Inevitabilmente, se si voleva diventar grandi, bisognava abituarsi ai libri senza le figure.

     Solo nella seconda metà del Novecento alcune invenzioni (il telefono, la radio, la televisione) hanno progressivamente spodestato la scrittura e il libro stampato e hanno così reso possibile la formazione del self per altre vie, recuperando gli aspetti visivi e auditivi della comunicazione. Si sarebbe così giunti alla cosiddetta terza fase,[8] quella dei giorni nostri, che comporterebbe un netto indebolimento del carattere gutemberghiano del self e una sorta di recupero di funzionalità tipiche dell’antica oralità prescritturale. Questa fase è stata definita come oralità secondaria o oralità di ritorno. McLuhan ha caratterizzato questa come la fase del villaggio globale, un villaggio infinito reso appunto possibile dai media, i cui prototipi erano – ai suoi tempi – la radio e la televisione. Le nuove tecnologie non hanno fatto altro che accentuare questo processo di globalizzazione comunicativa. Gli ultimi sviluppi legati alla rete e ai social media non possono che essere considerati come un ulteriore stadio di sviluppo del villaggio globale. Un villaggio dove la scrittura continua sì a essere usata in forma strumentale ma dove non è più utilizzata come strumento principale, come modello di riferimento, per la strutturazione del self. Non è più usata come modello di inner speech. I nuovi self – appartenenti agli individui delle nuove generazioni – che oggi sono sempre più costruiti grazie a strumenti assai diversi e sempre più lontani dalla scrittura, sono quelli che supportano e rendono possibile il mondo della postverità.[9] Sono i self che stanno rendendo possibile la vittoria del populismo in tutto l’Occidente.[10]

     Per quel che riguarda il Sessantotto, è abbastanza chiara l’affinità tra la mente gutemberghiana e la diffusione delle ideologie che erano il collante comune della cultura dell’epoca. Si è detto peste e corna delle ideologie, e senz’altro alcune ideologie erano perniciose. Tuttavia le ideologie di cinquant’anni fa erano decisamente più ricche a articolate del pensiero breve di cui disponiamo oggi. L’ideologia è una narrazione complessa e articolata, che necessita di un notevole apparato concettuale astratto. Le ideologie non sono pensabili senza la scrittura e, soprattutto, senza la stampa e il libro stampato. In fondo, la prima vera elaborazione ideologica è stata costruita dalle religioni del libro. L’ideologia poi abita in uno spazio in cui prendono posto molteplici ideologie che di solito sono messe in contrapposizione, determinando certamente lo scontro ma anche la possibilità del dialogo. Il pluralismo maturo ha senso solo quando nello spazio pubblico ci sono autentiche diverse visioni che sono messe in discussione. È vero che talvolta s’è fatto un pessimo uso delle ideologie, ma l’attuale rigetto totale delle ideologie equivale alla famosa gettata del bambino con l’acqua sporca. Il rifiuto delle ideologie a prescindere – la fine delle grandi narrazioni, come ebbe a dire Lyotard – ci ha consegnato, nel corso di questi ultimi venticinque anni, al pensiero breve e alla postverità. Oggi non ci sono più le ideologie e ci godiamo il pluralismo del nulla.

     – 9. Queste considerazioni ci permettono di affrontare, a questo punto, la questione del realismo del tipo di scrittura del Sessantotto.[11] A dispetto di un certo pregiudizio che ha visto nel Sessantotto una specie di irrazionalistica fuga dalla realtà, il linguaggio dei volantini e dei documenti è prevalentemente di tipo realistico e referenziale. Si parla di cose davvero molto concrete, come studenti pendolari, selezione scolastica, autoritarismo, diritto di assemblea, valore del titolo di studio, inserimento professionale, progetti di riforma, contro informazione, rapporti con altre componenti sociali, in particolar modo con gli operai, funzioni latenti delle istituzioni. La componente retorica, che pure è presente, gioca un ruolo piuttosto secondario. Questo perché le ideologie del Sessantotto si sforzavano di far presa sulla realtà, intendevano conoscere e trasformare la realtà e quindi dovevano per forza mantenere un qualche tipo di connessione con i fatti. Le diverse ideologie, pur in concorrenza, avevano la pretesa di essere rappresentazioni corrette e adeguate della realtà e facevano costantemente riferimento alla realtà. Era costante la protesta nei confronti dei programmi di studio che erano considerati troppo avulsi dalla realtà fattuale.

     I documenti del movimento studentesco usavano un apparato concettuale relativamente specialistico riconducibile alle scienze storico sociali che aveva lo scopo di approfondire la conoscenza e l’interpretazione della realtà. Era quell’apparato concettuale che permetteva di cogliere sotto nuova luce una certa realtà che, per certi aspetti, all’occhio critico appariva assurda. L’esempio più straordinario del realismo del Sessantotto è indubbiamente La lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana.[12] Nello stesso spirito di realismo abbiamo cose come l’analisi della condizione dello studente, l’analisi degli sbocchi professionali, lo smontaggio dei meccanismi retorici delle sentenze della magistratura, la demistificazione di certi contenuti della stampa, l’analisi della politica nazionale e internazionale, e così via. Non si dimentichi poi che al tempo della Guerra fredda i veri resoconti fasulli della realtà erano prodotti dalla propaganda dei due blocchi in conflitto e non dai ciclostilati dei movimenti studenteschi.

     La retorica, come dicevamo, è subentrata in un secondo momento. È significativo il fatto che una certa componente retorica si sia instaurata dopo la fine del primo periodo del movimento (1968-1969) con la successiva trasformazione del movimento stesso nel mondo settario dei gruppi politici fortemente strutturati. Tutto ciò ha cominciato a intravvedersi a partire dal 1970. Non è qui il caso di fare la storia di questo progressivo sfaldamento del movimento studentesco. In particolare, una forte componente retorica si troverà nei gruppi di impostazione marxista – leninista e filo cinese. Una componente retorica alquanto diversa, di tipo popolar-populista, si svilupperà – come tentativo di amalgama originale tra il linguaggio degli studenti e quello dei proletari e sottoproletari – nella formazione di Lotta continua, che fu uno dei gruppi più longevi.

     – 10. Un ulteriore fatto a sostegno della nostra interpretazione emerge dall’esame dei documenti relativi alla realtà associazionistica giovanile relativa alla seconda metà degli anni sessanta, realtà che ha preceduto il Sessantotto. Qui prevale davvero il linguaggio alto e si mostra una raffinatezza culturale notevole. Questo significa che vi era una stretta parentela tra i giovani attivisti – che poi sarebbero diventati i leader del Sessantotto – con la cosiddetta “cultura borghese” progressista degli anni precedenti. Coloro che erano impegnati nelle associazioni culturali, nelle associazioni studentesche, oppure nei movimenti giovanili delle parrocchie o dei partiti o appartenevano allo strato borghese decisamente colto o, comunque, avevano strette relazioni con esso. Erano, in altri termini, il prodotto di una certa auto selezione sociale e le loro forme di aggregazione erano del tutto consapevoli. Costituivano, in un certo senso, il prodotto migliore di quella stessa scuola elitaria e selettiva che poco tempo dopo sarà messa aspramente in discussione. Detto per inciso, erano l’esatto rovescio di certi rottami umani che si possono ritrovare ancor oggi tra le fasce emarginate degli antagonisti o dei cosiddetti “alternativi”.

     Si capisce dalla lettura dei giornalini pubblicati autonomamente o dei programmi delle iniziative culturali che sussisteva un interscambio molto intenso con lo strato degli intellettuali locali, molti dei quali svolgevano la funzione di pubblici intellettuali. Si trattava di uno strato piuttosto numeroso di intellettuali, di vario indirizzo culturale e ideale, che erano in grado di intrecciare tra di loro una intensa dialettica culturale e che erano altrettanto in grado di costituire dei modelli di umanità, dei modelli di riferimento per coloro che erano più giovani. Sia i gruppi cattolici, sia i gruppi afferenti alle sezioni giovanili dei partiti della sinistra, sia i gruppi che avevano una più spiccata dimensione culturale, avevano a disposizione sedi per riunirsi, fonti di informazione e comunicazione privilegiate, giornalini periodici che erano solitamente piuttosto curati (in relazione alle risorse dell’epoca), ben scritti, e che si collocavano a un livello di discorso estremamente raffinato (almeno rispetto al degrado che si registrerà in seguito).Non di rado erano finanziati con la pubblicità raccolta a livello locale. Dagli interventi si evince che erano anche fruitori di letture, spettacoli cinematografici e teatrali decisamente elitari.

     Siamo dunque in presenza, pur con tutte le difficoltà, di un passaggio generazionale fecondo. Di una trasmissione culturale efficace, anche se nel corso degli eventi quell’eredità venne, poco a poco, misconosciuta, fino a rendere attendibile la considerazione dei giovani del Sessantotto come una generazione «senza padri né maestri». Se i giovani del Sessantotto un input lo hanno comunque ricevuto dalle generazioni precedenti, come è noto, invece, con la fine del Sessantotto si è interrotto ogni feconda trasmissione verso le generazioni successive. L’abbattimento morale derivante dalla sconfitta del movimento ha comportato un vero cambiamento di stato, determinando il rientro nel privato e una forma di passività generalizzata. Nonostante l’investimento che la generazione del Sessantotto aveva fatto sulla scuola, a partire proprio da Don Milani, a fare da balia alle nuove generazioni saranno la televisione di Berlusconi e poi la rete dei social media, cioè l’homo videns e il postpensiero. E i risultati li abbiamo ormai sotto gli occhi di tutti.

     – 11. Un ulteriore aspetto che val la pena di rilevare e meditare attentamente è il fatto che – almeno fino al 1970 – i volantini e i documenti erano soprattutto di produzione locale, attraverso gli strumenti artigianali di cui s’è detto. Oggi invece, epoca in cui gli strumenti di produzione della comunicazione sono infinitamente più potenti ed efficaci, è sparita qualsiasi elaborazione o produzione locale, che non sia costituita di mere stronzate.[13] C’erano indubbiamente alcune riviste di riferimento che avevano una diffusione nazionale.[14] C’era inoltre a livello locale una certa circolazione di documenti prodotti altrove – magari anche presso alcune sedi importanti (Torino, Pisa, Roma, Venezia) – ma restava il fatto che gli studenti del movimento erano impegnati sul terreno locale e lì intendevano esprimere il loro pensiero, il risultato delle loro elaborazioni. Solo dopo il 1970[15] cominciarono a costituirsi le organizzazioni nazionali gruppettare (Servire il popolo, Lotta continua, Avanguardia operaia e simili) e allora quelli che prima si sforzavano di elaborare in proprio i loro messaggi e di diffonderli si videro trasformati in strilloni di fogli prodotti da redazioni e direzioni politiche concentrate soprattutto nelle grandi città che – come si diceva – davano la linea. Non si trattava più di elaborare in loco bensì di diffondere un messaggio precotto, già definito altrove. Le forme di democrazia interna di queste organizzazioni erano alquanto vaghe, soggette fin da allora a tentazioni leaderistiche e dirigistiche, ed è chiaro che per lo più prevaleva il flusso dal centro verso la periferia che non viceversa.

     Questa trasformazione della comunicazione non poteva che condurre a un allontanamento dalla realtà e dai fatti. Emerse così, poco a poco, un rapporto con la realtà che usava sempre meno il linguaggio della ricerca empirica e sempre più il filtro ideologico, la retorica o la logica dello scontro politico tra le diverse fazioni. Paradossalmente, l’istanza organizzativa, il conflitto tra le diverse organizzazioni e l’identificazione emotiva con la propria organizzazione ha finito per spegnere la creatività originaria che era stata la vera forza del primo movimento studentesco. Gli ambiti locali cessarono di costituire centri di elaborazione politico culturale e divennero sempre più il terreno di caccia per il reclutamento dei militanti delle diverse organizzazioni, divenute ormai incapaci di elaborare un linguaggio comune.

     – 12. Concludendo, queste note, che sono occasionali e non hanno alcuna pretesa di compiuta scientificità storiografica, rappresentano solo un abbozzo interpretativo, basato tuttavia sull’analisi empirica di un blocco di documenti raccolti a livello locale. Poiché il Sessantotto ha avuto comunque una sua omogeneità, dovuta appunto al tipo di diffusione comunicativa che l’ha caratterizzato, ci si può attendere, a spanne, che le stesse caratteristiche generali che abbiamo riscontrato nei nostri documenti siano reperibili nei documenti elaborati e diffusi altrove, presso altre realtà locali, per lo meno per quel che concerne il nostro Paese.

     Stupisce invero che l’esigenza di raccogliere, catalogare e conservare questi documenti sia stata e continui a essere assai poco sentita, anche dagli stessi protagonisti del movimento di quegli anni. In tutto quest’oblio forsennato, quel che è sicuramente andato perduto è la ricchezza delle esperienze locali, soprattutto nei primi anni del movimento. Questo sistematico oblio è senz’altro un fenomeno complesso da spiegare e che è comunque legato alla sconfitta del Sessantotto e al successivo avvento della società delle televisioni private e della rete dei social media. Solo ora che stiamo cominciando a comprendere i costi salatissimi in termini umani e in termini culturali della degenerazione progressiva degli ultimi venticinque anni, il riandare in termini interpretativi ai modelli di comunicazione del Sessantotto può costituire un esercizio salutare, per comprendere il degrado nel quale siamo caduti e per porre a noi stessi qualche seria domanda sul come possiamo venirne fuori.

Giuseppe Rinaldi

Blog: https://finestrerotte.blogspot.it/

Sul blog Finestrerotte – in calce al post di questo stesso articolo – si trova il link per accedere all’archivio digitale on-line dei documenti e dei volantini da me conservati e recuperati (una quarantina circa di file PDF). Si tratta per ora di un archivio del tutto artigianale, comunque tendenzialmente aperto ad accogliere anche altri contributi. Documenti e volantini riguardano (per ora) il movimento studentesco nel periodo 1966-1969 e sono limitati al contesto della città di Alessandria. Eventuali proposte di ulteriori sviluppi di questo modesto lavoro sono benvenute.

OPERE CITATE

1997 Sartori, Giovanni, Homo videns. Televisione e post – pensiero, Laterza, Bari.

1967 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze.

2000 Simone, Raffaele, La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, Bari.

 

NOTE

[1] Queste note sono state stese a partire dalla ricognizione di un piccolo blocco di documenti e volantini degli anni del movimento studentesco (1968 – 1969) conservati da chi scrive. L’occasione è nata dalla richiesta di alcuni amici di riesumare dei materiali in vista della realizzazione di una piccola mostra sul Sessantotto ad Alessandria. I documenti e i volantini per l’occasione sono stati riordinati, in parte restaurati, e poi trasferiti su supporto elettronico.

[2] Cfr. Sartori 1997.

[3] Cfr. Sartori 1997: XI.

[4] Cfr. Sartori 1997: 22.

[5] Rinvio al mio articolo Il fenomeno vago della postverità, pubblicato sul mio blog Finestrerotte (5/04/2018) e sul giornale on-line Città Futura.

[6] Cfr. Sartori 1997: 111.

[7] Non è una parolaccia, si tratta di un termine tecnico. Vedi in proposito il mio articolo “Stronzate”, un concetto sempre più attuale, pubblicato sul mio blog Finestrerotte (2/07/2015). Vedi anche il già citato articolo Il fenomeno vago della postverità (5/04/2018).

[8] Si veda in proposito Simone 2000.

[9] Nel mio già citato articolo Il fenomeno vago della postverità, ho affrontato dettagliatamente la questione del legame tra le tecnologie della comunicazione e la postverità.

[10] Si veda in proposito la mia analisi del fenomeno del populismo nell’articolo I soggetti del populismo, pubblicato sul mio blog Finestrerotte (23/03/2017) e sul giornale on-line Città Futura.

[11] Il realismo della scrittura è solo un aspetto della più ampia questione del realismo come prospettiva filosofica. Su questo punto si veda il mio articolo I profeti del nulla, nella sezione “Articoli” del mio blog Finestrerotte.

[12] Cfr. Scuola di Barbiana 1967.

[13] Trattasi sempre di termine tecnico.

[14] Ad esempio Giovane critica, oppure i celeberrimi Quaderni piacentini. Il rapporto tra il Sessantotto e le riviste meriterebbe un saggio a se stante.

[15] Non entro qui nella questione relativa al Sessantotto «lungo» o «breve», che non di rado ha sollevato disquisizioni piuttosto insulse. Quel che è certo, esaminando i documenti e i volantini del periodo, è il fatto che gli anni 1968 e 1969 fanno storia a parte. Quel che è avvenuto a partire dal 1970, con la costituzione dei gruppetti politici organizzati e ideologizzati, è una fase significativamente diversa dalla precedente. Che in Italia il Sessantotto, a differenza di altri Paesi, sia stato effettivamente lungo pare oggi, a chi scrive, più che altro un tragico sintomo della arretratezza del nostro Paese. Ciò si evince considerando il fatto che il Sessantotto più lungo di tutti fu quello dei Paesi dell’Est Europa, che si concluse solo con la caduta del muro di Berlino, nel 1989. Ma tutto ciò richiederebbe un discorso più ampio che non può essere sviluppato in questa sede. Chi voglia avere qualche idea in proposito può leggere il mio articolo Rudi Dutschke e la primavera di Praga, pubblicato sul blog Finestrerotte (30/04/2018) e sul giornale on-line Città Futura.

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