Il valore umano della scienza e della tecnica

Siamo nel vortice di una straordinaria e accelerata rivoluzione tecnico-scientifica che sta rapidamente cambiando i connotati della nostra identità, ma fatichiamo non poco a rendercene pienamente conto. La divulgazione scientifica si sta dando molto da fare per renderci consapevoli dell’enorme portata di tale rivoluzione e delle sue implicazioni umane e sociali.

Nel giro di venti giorni – tra settembre e ottobre – almeno cinque eventi di valore si sono succeduti a ritmo incalzante. Dopo “La notte europea dei ricercatori” vi è stato “Trieste next”, festival della ricerca scientifica, con al centro soprattutto il tema del “transumanesimo” e l’intervento prestigioso di Federico Faggin, padre del microprocessore. Il quotidiano “la Repubblica” ha dato vita a Milano all’evento “OnLife” per fare un bilancio dei primi cinquant’anni di era digitale e il punto sulla rivoluzione tecnologica in corso: sulle opportunità che offre, ma anche sui pericoli che nasconde. Il “Corriere del Mezzogiorno”, non volendo essere da meno del giornale concorrente, a Bari, nel foyer del “Petruzzelli” ha tenuto le sue giornate delle “Lezioni di Economia”, incentrate sul tema, davvero estremo, “Verso l’ultimo Homo Sapiens o verso l’immortalità?”, vale a dire sulle nuove frontiere della scienza capaci non solo di allungare di molto la vita umana, ma di sfidare e vincere la morte. Infine, nella 63a “Biennale della Musica” di Venezia vi è stato il debutto di “Thinking Things”, del compositore Georges Aperghis, un dialogo musicale tra umani e androidi per documentare l’esistenza di un confine sempre piú labile tra uomo e robot.

Siamo di fronte a novità sconvolgenti che irrompono prepotentemente nella nostra vita procurandoci confusione e smarrimento, timore. La verità è che siamo entrati nella nuova epoca con un bagaglio culturale, teorico, morale ormai totalmente inadeguato e cerchiamo di dare soluzioni ai nuovi problemi con criteri che appartengono a una fase storica superata. Per averne la prova basta pensare a molti interventi che sul tema della scienza e della tecnica che vi sono stati ultimamente. La cifra che li caratterizza è la paura, lo spavento nei confronti delle enormi possibilità manipolatorie dello sviluppo tecnico-scientifico. C’è in essi il tentativo di esorcizzarle con rimedi davvero d’altri tempi. O invocando un generico e improbabile “uomo della strada” capace di mettere i freni alla tecnologia. O contrapponendo al dominio della macchina lo sviluppo della fantasia. O auspicando una possibile autolimitazione della ricerca da parte degli stessi scienziati. C’è in tutti questi impossibili rimedi l’esempio del disorientamento dell’uomo moderno. Di una condizione umana lacerata e senza bussola. C’è il timore che la scienza e la tecnica riducano la nostra libertà, che gli oggetti scavalchino i soggetti, che le cose prevarichino sulle persone, come se scienza, tecnica, oggetti e cose non siano tutti “creazione” umana, parte integrante della nostra umanitá, di una umanità capace di oggettivarsi.

La ricerca scientifica procede inarrestabile e ad essa è difficile – direi perfino dannoso – porre limiti. Per fortuna, essa va per la sua strada infischiandosene delle paure del vecchio umanesimo dei vecchi “filosofi”. La scienza è conoscenza. E la conoscenza non è domabile perché la natura propria dell’uomo è appunto conoscere. La conoscenza è il suo umanesimo. Non ci può essere umanesimo senza conoscenza o mettendo limiti alla stessa. Scienza e umanesimo non solo non sono cose diverse, ma sono la stessa cosa.

La verità è che il problema della separazione fra mezzi (oggetti, macchine) e fini (l’uomo) diventa lacerazione quando la cultura media di una società cresce meno del progresso scientifico, e quando lo statuto conoscitivo delle cosiddette scienze sociali o umane si rivela inadatto, desueto, rispetto alla sbalorditiva crescita qualitativa della scienza e quantitativa della tecnica. Il fatto è non che sia un pericolo la scienza, ma che sia un pericolo la nostra impreparazione di fronte al progredire della conoscenza scientifica. Così, mentre la conoscenza scientifica ha già nel suo orizzonte, non come millanteria o come fantascienza, la possibilità di combattere e di vincere la battaglia contro la morte fisica dell’individuo, la cosiddetta conoscenza umanistica, con un armamentario dualistico e platonizzante, si attarda ancora a tenere separati i mezzi (dell’uomo) dai fini (umani), le macchine dall’uomo, e a credere di poter recuperare l’essenza e autenticità dell’uomo superando “spiritualisticamente” l’oggetto.

Come ha detto qualcuno, c’è, purtroppo, da lavorare ancora molto per diffondere una cultura umanistica che sappia risalire dalle cose a chi le costruisce all’interno di precisi rapporti umani, di risalire <<dall’oggetto al soggetto, dalla natura alla storia, dal fare al vivere, dal lavoro al pensiero, dalla tecnica alla libertà>>. Non bisognerebbe mai dimenticare l’esortazione di Terenzio: << Homo sum, humani nihil a me alienum puto>>.

Egidio ZACHEO

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