Virus bifronte

La tremenda buriana mediatica scatenatasi – e ce n’era ben donde –  sull’epidemia cinese (Wuhan) evolutasi inarrestabilmente in pandemia, ha già praticamente prosciugato ogni possibile argomentazione collocata nel perimetro Scienza, Salute, Politica e Costume.

Forse in zona “letteratura” esiste ancora qualche margine per accostamenti e deduzioni, atteso che il settore “fantascienza”  ha da tempo evocato, con libri e film, il soggetto Virus, così carico di incognite minacciose sia in ambito terrestre che in quello cosmico.

Non ho trovato però grandi richiami in cronaca attuale. Forse per una semplice questione “generazionale”, visto che la “science fiction”, onusta di glorie novecentesche, ha poi lentamente ceduto il passo a nuovi generi ( horror etc.) e nuovi lettori.

Mi vien bene, allora, ripescare un discreto fanta-libro di John Christopher, pubblicato da Mondatori nel 1967 e ripubblicato nei Classici Urania nel 1981. Titolo: Morte dell’erba.

La vicenda si svolge in Inghilterra nel secondo dopoguerra ed ha, come protagonista silente, un virus cinese (toh!) denominato Chung-Li. Cinese nel senso di essersi  colà manifestato  per la prima volta e con una situazione disastrosa al seguito.

Il virus ha attaccato brutalmente, disseccando le piantine, la produzione risicola cinese , e dei vicini riso-dipendenti, mettendo alla fame nera una popolazione di molti milioni di abitanti e vittime in proporzione. Gli scienziati si sono ovviamente precipitati a studiare un contro-virus da applicare alle piantagioni, ma dopo un primo, pallido successo (con un tal isotopo 7-1-7), il virus si è rivelato un astuto mutante, capace di precedere l’aggressione chimica tentata in prima battuta e presentarsi in campo in “versioni” successive e inattaccabili: disastro totale e definitivo per tutto il riso dell’Estremo Oriente .

Agli antipodi, in Inghilterra, alcuni agricoltori del Nord cominciano a notare, qua e là, per rive e fossi, ciuffi d’erba che inopinatamente si afflosciano e marciscono. Sembrerebbe stranezza di poco conto se non fosse che un coltivatore più esperto espone la grave sentenza: il virus cinese è giunto, ospite inatteso, fino a noi ma, invece del riso che non c’è, attacca le graminacee, vale a dire non solo l’erba comune, che pure interessa gli allevamenti, ma tutti i “nostri” cereali (grano, orzo, avena ..) vale a dire il cibo quotidiano e universale di sessanta milioni di sudditi di Sua Maestà. Il destino, sulla scorta della tragica esperienza cinese, è segnato e si chiama fame nera, inguaribile e mortifera.

Si sa, dallo sfondo, che gran parte del mondo è ormai afflitto dallo stesso problema, con stesse, esiziali conseguenze di carestia, ma il racconto di Christopher prosegue in limitato ambito inglese.

Quivi il nuovo governo si muove con estrema decisione e pari angoscia: manda nottetempo l’esercito a circondare e blindare le maggiori città del Paese, onde evitare la disperata e incontrollata fuga dei cittadini per le campagne, in cerca di qualche spunto di sopravvivenza.

Il romanzo, in effetti,  continua e finisce raccontando le vicende, anche feroci vicende, dei gruppi di sbandati che sono riusciti comunque a fuggire dalle maglie dell’esercito e marciano disordinatamente verso un Nord speranzoso.

Fin qui il Virus ha fatto la sua parte prevedibile: diciamo “bifronte” in quanto, contrariamente al solito, lascia indenne l’uomo, non lo considera proprio, ma mette comunque a duro repentaglio la sua sopravvivenza con pari esito distruttivo.

Manca solo il tocco di inaudita novità letteraria. Il governo d’emergenza, oltre che a far circondare e imprigionare le città, dispone che la RAF prepari in linea di volo un certo numero di bombardieri dotati di bombe atomiche, più uno con bombe H.

Destinazione di sgancio le proprie città (l’idrogeno per Londra). Scopo: quello di concentrare e risolvere in un unico immane olocausto il destino, già segnato, di 20-30 milioni di sfortunati cittadini, sottraendoli, in un lampo accecante, al  lungo e barbarico sfacelo dei conflitti interni e della morte per fame. E i restanti, consegnati comunque alla disperata ventura.

Su questo estremo disegno autodistruttivo il romanzo non torna, non dice se sia o non sia andato ad effetto, sorvola, lascia all’immaginazione del lettore.

Di tutto il rude marchingegno narrativo, resta comunque impressa l’ipotesi , gelidamente inedita, di bombe ( tipo “fine di mondo”) piegate ad uso compassionevole interno, di ordigni offensivi tradotti in domestico“fuoco amico” per realizzare un ipotetico, tragico male minore.

Il gioco iperbolico della fantascienza catastrofica è scoperto e palese a tutti i frequentatori del genere. Nondimeno qualche casuale, risicata analogia con vicende più ravvicinate, può indurre nei più sensibili un singulto mal trattenuto.

Dario Fornaro

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