Pensierini inattuali – IV – Stato del mondo e Unione Europea

La situazione in cui versa l’area dell’Unione Europea in questa fase storica non è facile. Incidono “in” e “su” di essa fattori storici di grande rilevanza, quali: la globalizzazione dell’economia mondiale; la nuova rivoluzione industriale informatica e robotica; la fragilità istituzionale della UE, che certo è molto maggiore che nell’ultimo degli Stati membri poiché quasi in ogni ambito vale il diritto di veto dei singoli Stati, mentre la Commissione Europea non ha certo poteri da “governo europeo” effettivo, ma è una specie di arbitrato consensuale tra Stati membri sovrani1. Inoltre l’Unione Europea è svantaggiata dal fatto che le correnti internazionali dell’economia e della potenza sono ormai altrove, ruotando intorno a paesi come Stati Uniti, Giappone, Cina, India, e pare il Brasile. Perciò l’interesse della superpotenza americana per le crisi della vecchia Europa e del Mediterraneo si è molto ridotto, anche se i punti di massima crisi – soprattutto in aree petrolifere, o in cui stanno piccoli popoli amici come Israele – sono necessariamente “tenuti d’occhio” (pure per evitare che lo facciano potenze più o meno autoritarie e da sempre in competizione con gli USA sulla scena mondiale, come la Russia, ora nazionalista, di Putin, oppure la Cina “capitalista comunista” di Xi Jinping, che infatti nell’ultimo decennio hanno fatto passi decisivi per intromettersi o in Siria o in Turchia o, nel caso della davvero grande Cina, nell’Africa profonda, con encomiabile e però “imperiale” interventismo economico, e ora, con la cosiddetta via della seta, pure in Italia).

Come uscirne, tanto a livello mondiale che europeo?

Come per ogni problema globale, uno sguardo preliminare “sul tutto” s’impone (ce l’hanno ben insegnato Hegel e Marx). Ora, se uno osserva la storia del mondo vede che gli Stati hanno sempre avuto un mercato mai esclusivo, ma decisamente prevalente, di tipo interno (da essi regolato). Ed era così, nei paesi cosiddetti civili, persino nei semistati prima dello “Stato moderno”, ossia nell’Antichità o nel Medioevo, cioè pure al tempo in cui l’autorità “ufficiale” centrale pretesa a tutti comune, dominante, non aveva ancora conquistato il monopolio di tutta – o della grandissima parte – della violenza sul “suo” territorio, né aveva gli apparati burocratico-repressivi che soli consentono “davvero” di esercitarlo, né l’esclusiva nell’emanazione di una legge a tutti comune bon gré mal gré (ossia i tratti propri dello “Stato moderno”, comunque governato). All’economia familiare (domestica) prevalente nel mondo antico, ancora al tempo di Aristotele (IV secolo a. C.)2, corrispondeva la città-stato, e così via via, per cerchi sempre più ampi, tramite processi ovviamente complicati sia nello “spazio” che nel “tempo”. All’economia prevalentemente nazionale corrispondevano gli Stati moderni tendenzialmente nazionali. L’idea di Stalin di fare il “socialismo in un solo Paese”, o quella alla base della costruzione del Welfare State socialdemocratico o cattolico sociale, connessa sul piano della dottrina economica a Keynes3 e alla programmazione economica più o meno forte da parte dei “pubblici poteri”, si fondava sul carattere molto più nazionale che mondiale dell’economia, e quindi della politica economica. Ma oggi il mercato prevalente è internazionale, tanto che persino una semplice automobile spesso assembla pezzi che vengono fatti in mezzo mondo e poi messi insieme; e fabbriche e affari si spostano sul pianeta in modo “naturale” come non mai, a dispetto di ogni protesta “nazionale” dei cittadini, che è destinata ad essere – magari dopo qualche “balletto” – “flatus vocis”. Basta un clic sul computer, o la comunicazione via skype, o qualche rapido viaggio o trasferimento di manager, e il gioco è fatto (in inglese naturalmente). Appunto a dispetto di qualsiasi protesta “nazionale” o di ogni nostalgia “sovranista”, di “destra” o anche di “sinistra”.

Se il reale fosse razionale, la sola soluzione possibile, in presenza di un mercato in gran parte mondiale “in tutto” (oltre a tutto dopo la fine, intorno al 1991, del duopolio USA-URSS sul mondo realizzato dal 1945), sarebbe uno Stato mondiale, possibilmente federale (o almeno confederale, ossia fatto di Stati perennemente associati, sebbene non ancora con materie decisive “messe insieme” come accade invece nel federalismo, convenzionalmente detto così – nel pensiero politico contemporaneo – in riferimento al tipo americano o svizzero4). Se il reale fosse razionale oggi s’imporrebbe dunque non già il non-stato, che è un’utopia, basata sull’idea del primato assoluto dell’economia sulla Forma-Stato, bensì la regolazione dell’economia ormai mondializzata da parte di uno Stato mondiale. E, in effetti, qualcosa del genere è emerso a ridosso delle due guerre mondiali, come indizio di tale “bisogno”, sin qui irrealizzato: dall’utopia del presidente americano Wilson di fissare 14 punti per la pace universale nel gennaio 1918, al sogno nazista di un “Reich millenario”, tramite un conflitto senza uguali nella storia umana, nella seconda guerra mondiale. Persino la Società delle Nazioni come poi l’Organizzazione delle Nazioni Unite sono nate da istanze del genere (per quanto ampiamente disattese, essendo esse più che altro l’indizio di un bisogno sin qui insoddisfatto dell’umanità, giunta ad uno stadio mondializzato del suo lungo cammino economico sin dal tempo della Grande Guerra, ma in modo prorompente e quasi a mareggiata nel XXI secolo). Oggi suppliscono a ciò le periodiche conferenze mondiali tra Stati più sviluppati, ma i loro accordi (sul clima o altro), non avendo la forza di trascinamento di un potere che li imponga (Stato), restano in grandissima parte disattesi. Per molti teorici questo indica che la tecnica sovrasta ormai la volontà umana5; e ciò può essere vero, ma la situazione è assai aggravata dall’assenza di Stato, o anche di semistato, a livello mondiale, e persino di un duopolio delle potenze che lo surroghino, come USA e URSS avevano fatto più o meno sino al 1968 o poco oltre. Ciò rende anomico il mondo economico globale, oltre a tutto in una tale età tecnologica “scappata di mano”. In conseguenza di ciò persino tutta la natura “lìè malada”, per non parlare della pace mondiale. E ciò smentisce sia i teorici di un mercato che possa fare a meno dello Stato, che anzi secondo loro in gran parte ne sarebbe il parassita, da Smith a Hajek e all’anarcocapitalismo (cui si connette il liberismo “eccessivo” reaganiano, tatcheriano o altro), sia i teorici – loro malgrado complementari a quelli – del capitalismo che si autoregola, e che solo lo scasso rivoluzionario del sistema – come l’”arrivano i nostri” nei vecchi western, quando facevano irruzione le “giacche azzurre” a liberare gli assediati dagli indiani – potrebbe interrompere (ex operaisti o post-operaisti, che pure a sinistra per me sono stati e sono i più intelligenti della compagnia)6. Invece a mancare è proprio la regolazione obbligatoria, o almeno un minimo di regolazione obbligatoria, tra i contendenti economici (ossia la potenza statale, o almeno “semistatale”, super partes, di tipo ormai mondiale come mondiale è – in tutto e per tutto – l’economia).

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Ora la spinta allo Stato universale, o quanto più prossimo a una cosa del genere di tipo “effettuale”, nella storia sembra aver seguito due vie.

La prima, e più usata, via è stata lo Stato-impero, che con la forza ha cercato di subordinare a uno Stato sovraordinato – fosse esso una città come Roma antica, o un popolo sotto un despota come in tanti imperi del passato – più territori e popoli, sia che fossero assimilati a un comune diritto “romano” (oltre che alla forza), o sottomessi come cittadini di serie B o C o D ad una potenza sovrana. Questa via, in forma tecnicizzata, sanguinaria e criminale come non mai, è stata quella di Hitler, appunto con l’idea del “Reich millenario”: quantomeno “da cominciare” tramite un vasto impero continentale, etnocentrico e razzista, che aveva cercato di imporsi da Parigi a Vladivostock, nella vasta area macroeuropea continentale allora considerata “caput mundi”. Ma tutti i grandi imperi del passato hanno teso a sottomettere a una grande potenza aree quanto più possibile vaste, in specie contigue, ma talora anche lontane. Questo modello grazie al cielo è stato liquidato nel 1945 (altrimenti saremmo stati e saremmo tutti sotto il tallone di ferro delle SS).

Ma ci sono storici marxisti, tra cui Bruno Bongiovanni, i quali hanno sostenuto che la stessa Unione Sovietica fosse da considerare l’ultimo grande Stato-impero: la continuazione dell’Impero zarista, plurinazionale e plurietnico, travolto e “nella sostanza” salvato dai bolscevichi – diversamente dagli imperi asburgico e guglielmino – e finito solo col crollo dell’URSS del 19917. È chiaro che se la via del matrimonio consensuale plurimo tra Stati, di cui ora dirò (federalista), salta di nuovo per aria, torna quella degli Stati che competono per la potenza in un mondo senza legge (alla lunga fonte di guerre sempre più spaventose). Per questo, prima ancora del corto circuito mondiale d’oggi, avvertendone l’arrivo, il maggior studioso italiano di Gandhi, Giuliano Pontara, aveva scritto un libro dicendo che Hitler stava tornando “di moda”, volendo dire che tornava la “logica” della forza bruta tra Stati, che tanto in economia quanto in politica seguono la linea del mors tua vita mea (cui contrapponeva la “nonviolenza” come antidoto)8 La conseguenza apocalittica è quello che in un mio romanzo-saggio di tipo distopico ho chiamato Kali Yuga, cioè la guerra mondiale nucleare tra imperialismi opposti, diversi ma complementari (l’uno liberaldemocratico e l’altro nazicomunista), lì immaginata tra circa cinquant’anni9.

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L’altra via, rispetto alla solita lotta senza legge tra Stati “sovrani”, è appunto quella del federalismo10, la cui forma compresa tra Per la pace perpetua (1795) di Immanuel Kant, il Federalist di Alexander Hamilton, e compagni, in specie come James Madison (1788), e il Manifesto di Ventotene di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli (1941)11, è stata ripresa dal Movimento Federalista Europeo. Questi amici sanno bene che il problema è quello di fare uno “Stato di Stati” mondiale, e che lo stesso Stato di Stati europeo è (sarebbe) solo una tappa in quella direzione12; e che l’alternativa a ciò è solo la ripresa della politica economica e di potenza degli Stati per avere quanta più potenza possibile nel mondo, essendo questo per il grande politologo nazista e post-nazista Carl Schmitt il “nomos della terra”, e per il suo maggior studioso italiano, oggi della sinistra “antagonista”, Carlo Galli, l’immarcescibile logica della sovranità degli Stati, che potrebbe avere anche una versione progressista13: tendenza al kràtos contro l’éthos, ossia al “potere” territoriale massimo possibile contro la “morale” universale, investigata già genialmente da Meinecke, da Treitschke e anche da Gerhard Ritter (orientamento che ha infine portato alla catastrofe della Germania nel 1945)14. Può darsi che il sovranismo, nel senso dei teorici dello Stato-potenza, come salvezza o sciagura o destino, sia una specie di legge della storia nel mondo moderno, ma allora si deve riconoscere che lo sono pure le guerre sempre più apocalittiche, che in tutti i modi dovrebbero invece essere evitate.

Ciò posto – e con questo siamo appunto totalmente alla seconda via – non c’è e non può esserci pace senza “Stato di Stati”, ossia senza federalismo europeo e mondiale: dapprima unificando i continenti sotto uno “Stato di Stati” comune e, via via, unificando federalisticamente il mondo. Ma non può neppure più esservi potenza economica, nel mondo della globalizzazione e dell’elettronica e robotica di cui si è detto, senza superamento dello Stato nazionale (verso quello continentale o/e mondiale). Perciò il federalismo, lo “Stato di Stati”, “ragionevolmente” s’imporrebbe, sia per seguitare a salvaguardare la pace in tutto il mondo sviluppato e sia per poter governare politicamente l’anomia economica mondiale. Ma io aggiungo che tutto ciò s’imporrebbe appunto se il reale fosse razionale, cioè se l’astrattamente vero potesse coincidere tout court con il concreto (il che però non è, o lo sarà dopo chissà quali catastrofi).

In effetti gli amici federalisti europei sono sostanzialmente dei neokantiani o dei neohegeliani (tutti filosoficamente “idealisti”), che considerano le tendenze patriottiche extrastatali come “tribalismi” (ripeteva spesso il mio amico ed ex collega Sergio Pistone dell’Università di Torino), rispetto alla positiva tendenza aggregante degli Stati nella Storia (tendenza che sarebbe “reazionario” contrastare, come facevano ad esempio i paesi baltici alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso cercando di staccarsi dall’URSS invece di lottare solo per democratizzarla). Per essi, come già per ogni idealismo sino a Gentile compreso (ma era stato vero pure per Mazzini, che del resto era un idealista, seppure totalmente “democratico”), “è lo Stato che fa la nazione”15 (o, nel federalismo, è lo “Stato di Stati”, lo Stato federale, che fa il popolo europeo, o, un giorno, “mondiale”), e mai il contrario. Ricordo in proposito certe polemiche tra loro (in specie Sergio Pistone e Lucio Levi) e Gian Enrico Rusconi, nel Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino, alla fine degli anni Ottanta o all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, contro la tendenza di Rusconi a valutare la nazione come fenomeno “anche” ancestrale (quasi inconscio, o semiconscio, collettivo), sia pure da razionalizzare e democratizzare mutandolo in patriottismo costituzionale (nel senso di Habermas). Erano anche – nel loro neoilluminismo, direi neokantiano, sconfinante nell’idealismo hegeliano, o meineckiano – pronti a rileggere positivamente il materialismo storico (in senso evidentemente hegelo-marxista), cioè il primato dell’economia nella storia in vista dello “Stato di Stati” auspicato per l’Europa (e per il mondo). L’ideale per loro era unire in matrimonio indissolubile gli Stati, “dei” e “tra” i continenti. L’interesse del genere umano, ma anche dell’homo oeconomicus, avrebbe portato a ciò. Convergevano perciò con il ragionamento, in ciò “marxista”, dell’importante statista e socialista francese Jacques Delors, presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995 e principale fautore dell’euro e dei trattati relativi nel 1988/1992. Questi pensava che siccome a battere moneta è lo Stato, l’esistenza di una moneta europea senza Stato (in tal caso senza “Stato di Stati”) cui facesse capo, avrebbe portato dietro “necessariamente” – come economia che trascinerebbe la politica – la costituzione dello Stato, o “Stato di stati”, europeo (in certo modo costringendo gli Stati che avessero adottato l’euro a fare lo “Stato di Stati” europeo, anche invertendo l’ordine dei fattori “normale” tra nascita dello Stato e nascita della moneta). I miei amici federalisti europei di Torino dicevano che una volta che avessimo avuto l’euro “in tasca”, tutto sarebbe stato funzionale appunto alla formazione dello Stato di Stati europeo16.

Tuttavia per ora questa partita promette male. Infatti, anche se stiamo giocando i tempi supplementari, “quella” partita è molto a rischio, sebbene non ancora persa (i “calci” dei prossimi “cannonieri” dopo le elezioni europee del 26 maggio 2019 saranno decisivi). L’Unione Europea non è diventata uno Stato di Stati, anche se la moneta comune è un tratto effettivamente da “Stato di Stati” europeo (federalista), come lo è pure il primato del diritto europeo, che in caso di contrasto palese s’impone su quello nazionale (per ora molto blandamente).

Non è qui il caso di fare, anche in estrema sintesi, la storia dell’Unione Europea, dei suoi tentativi e dei suoi fallimenti, e del fatto che però la prospettiva dell’Unione Europea come Stati Uniti d’Europa, pur tra mille difficoltà, non è scomparsa. Se il PCI nel 1979, nelle prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo, su pressione di Giorgio Amendola e per merito di Enrico Berlinguer aveva portato nel Parlamento Europeo lo stesso Altiero Spinelli, cioè il principale teorico e fautore degli Stati Uniti d’Europa dal 1941, il PD – che per li rami ne è pure derivato – prosegue la battaglia, tramite un europeismo più pragmatico e riformista, oggi incarnato soprattutto da candidati economicamente ferrati, che vanno coscientemente in quella direzione, come Carlo Calenda e il novese-alessandrino Enrico Morando.

La partita per gli Stati Uniti d’Europa, comunque – è giocoforza ammetterlo – è assolutamente incompiuta. Lo Stato di Stati – non solo quello integrale auspicato da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi dal 1941, ma anche quello voluto da Delors in termini assai più gradualistici – latita. La dottrina Delors è “semifallita” anche per un dato dottrinario, e direi filosofico politico, che portava a tale fallimento: il carattere di “struttura” dello Stato, e non dell’economia (o non soprattutto dell’economia, a dispetto dell’economia classica “borghese” ricardiana come del marxismo originario, “vero”). Non è risultato provato che l’euro porti allo “Stato di Stati” europeo; e ciò nonostante le impressionanti potenzialità di un’Unione Europea di mezzo miliardo di abitanti, che se si evolvesse nel senso degli Stati Uniti d’Europa, persino a piccoli passi, ma senza mai arretrare, si trasformerebbe in prima potenza economica, e per ciò politica, del mondo, bagnando il naso alla Russia come agli Stati Uniti , come aveva previsto l’importante economista ecologista americano Jeremy Rifkin, in: “Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente erodendo il sogno americano” (2004)17. Ma perché non è accaduto e non sta accadendo? – Il tema è di nuovo teorico, oltre che storico.

Il fatto è che gli Stati hanno voluto avvalersi, e persino “approfittare”, di ciò che è comune – l’euro, per chi ce l’ha, che ha più volte salvato l’Italia dalla bancarotta tramite acquisto di titoli di stato decotti da parte della Banca Centrale Europea – senza però mollare l’osso della sovranità, che ogni Stato vorrebbe “esclusiva” (senza dare competenze decisive in modo più o meno esclusivo allo Stato di Stati europeo). Ma questo accade perché lo Stato – proprio come la classe dominante nel marxismo – in quanto è “struttura”, o comunque la forza maggiore in campo, non molla mai il potere se non glielo tolgono brutalmente di mano; o lo fa meno che possa, soffrendo ogni volta come un uomo cui si amputi un arto senza che lui possa evitarlo. Persino lo “Stato di Stati” americano, anche ammettendo che idealmente fosse stato anticipato già tra Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti di Thomas Jefferson del 1776 e Costituzione di Filadelfia del 1787 (come sostengono i federalisti europei), è diventato “realtà” (un razionale “reale”) solo dopo una guerra di secessione tra nordisti e sudisti, del 1861/1865, con almeno seicentomila morti su ventiquattro milioni di abitanti degli Stati Uniti di quel tempo18. Lazar sosteneva, nel dibattito richiamato del 4 maggio ad Alessandria, che nella nostra UE sembrano maturi i tempi per una comune politica militare europea. Si tratta di una tendenza forte, oltre che di un buon auspicio, ma prima di credervi vorrò vederlo. Non so se sarà possibile realizzare, in un Parlamento europeo in cui popolari e socialisti non saranno più maggioranza assoluta, quello che non è stato realizzato sin qui. Pare che l’Unione Europea sia destinata a diventare, invece che federale (Stato di Stati) ancor più confederale (patto tra Stati sovrani, Europa “delle patrie” d’ascendenza gollista, ha spiegato chiaramente Lazar).

Quel che è accaduto sinora è più fonte di preoccupazione che di speranza. Gli Stati grandi e piccoli hanno usato la moneta unica, quando l’avevano, ma seguitando a non voler condividere, e per ciò mettere insieme, la “sovranità” (in politica economica ed estera). In ciò la massima responsabilità è stata della Francia e dell’Inghilterra. La Gran Bretagna si è sempre sentita più prossima all’America che all’Europa, e ha finito per uscirne, sia pure abbastanza irrazionalmente e tra molte difficoltà. La Francia ha fatto fallire negli anni Cinquanta, con voto in parlamento dell’agosto 1954, l’unione militare europea (la Comunità Europea di Difesa) e nel maggio 2005, insieme all’Olanda, la Costituzione europea (tramite referendum). La Germania ha preteso di imporre a tutti il passo di quello che era stato il suo marco, traendone vantaggi, come grande potenza esportatrice, ma nell’insieme sembra essere la più europeista della compagnia (anche perché senza Unione Europea sarebbe costretta – dal contesto globale del mondo degli antichi Stati nazionali in competizione – a riscoprire tendenze alla politica di potenza risultate rovinose, alla fine proprio per “lei”, nel suo passato).

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Lo scacco almeno temporaneo di organizzazioni come l’ONU, assente o impotente nelle grandi crisi mondiali, e la grave crisi del federalismo europeo non sono stati senza conseguenze. Hanno finito per determinare il fenomeno chiarito da Edgar Morin e Anne Brigitte Kern sin dal 1993 tramite la formula icastica per cui “la crisi del futuro riattualizza il passato”19. Hanno insomma ingenerato, in politica, il fenomeno che in psicoanalisi è chiamato del “ritorno del rimosso”. In sostanza i popoli, non avendo forme comuni in grado di difendere “il lavoro” ed i diritti sociali acquisiti dai cittadini; e disturbati dalla concorrenza o comunque dalle reali o pretese diversità di stile di vita degli immigrati, hanno reagito tornando a forme antiche credute da lungo tempo morte o moribonde: alle dogane, ai muri divisori, alla xenofobia, al nazionalismo, ai movimenti reazionari con basi di massa, eccetera. Il fenomeno oggi è assolutamente impressionante perché si manifesta in tutto il mondo, dall’America alla Finlandia, dalla Russia alla Slovacchia, dalla Polonia all’Ungheria, ed è molto avanti in Francia e ancor più in Italia. Nel nostro Paese si chiama Lega di Matteo Salvini (in connubio “movimentato” con il M5S di Di Maio). Come sempre alla fine questa via porterà più danni che vantaggi (se non addirittura rovina), ma per ora sembra la tendenza più forte.

A me sembra che il populismo si configuri come una tendenza variegata, ma destinata a coagularsi, o che rischia davvero di coagularsi, a destra, in forma di democratura, in molti grandi Stati a partire dall’Italia. In parte è accaduto negli anni Venti; in parte corrisponde alla tendenza moderata di destra sin dagli anni Cinquanta, e in parte incarna la nuova forma del movimento reazionario di massa del nostro tempo. Ma su ciò sono già intervenuto qui.

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Nell’Unione Europea probabilmente questa linea “a maggio” non prevarrà, ma potrà rendere più ingovernabile l’Unione e condizionare “da destra” il centro moderato (democristiano), indebolendo ulteriormente le chances dello “Stato di Stati” europeo. Mentre invece avremmo bisogno come il pane di gestire in ventisette Stati associati i fenomeni migratori; di avere almeno una politica estera, militare e finanziaria, ma pure ecologica, davvero comune; e, almeno in queste materie, o almeno per i “paesi dell’euro” (o almeno per i Paesi fondatori della Comunità Europea), avremmo bisogno di un parlamento europeo deliberativo e di un governo vero almeno per tali ambiti. Ma l’egoismo degli Stati, che non hanno mai mollato “l’osso del potere” se non costretti, e la povertà ideal-sociale dei movimenti progressisti agiscono come potente remora a fare tali cose.

La sinistra ha sempre potuto farsi valere solo “in avanti”, e non con le minestre riscaldate del proprio passato. Per far fronte al “ritorno del rimosso”, o del passato semireazionario in forme nuove, l’area democratica e progressista – oltre ad avere soluzioni-tampone – dovrebbe avere grandi e nuove idee guida come: gli Stati Uniti d’Europa; l’impegno per una gestione comune dei fenomeni migratori da parte dei ventisette paesi della UE; la lotta coerente per una comune politica finanziaria, estera e militare, dei ventisette stati; un’iniziativa socialista e sindacale e ambientale di tipo sovranazionale; una vera rivoluzione delle idee, direi rossoverde (o verderossa), dopo il tramonto delle grandi ideologie ottocentesche. Si tratterebbe e si tratterà di ripensare l’idea socialista in chiave liberalsocialista, garante di giustizia libertà e governabilità di legislatura, federalista europea e mondiale, profondamente ecologista, ed anche spirituale e morale, nella dottrina politica di rinnovati movimenti storici, che per tal via dovranno rinascere (per il che, però, saranno necessari molti anni). Questa prospettiva per più aspetti è presente nell’azione del Partito Democratico, ma con livelli di elaborazione ideale e programmatica, e di passione politica (e relativa militanza), ancora inadeguati alle gravi urgenze storiche della situazione storica. Tuttavia ogni alternativa al populismo di destra dotata di potenza storica in Europa come in Italia può essere solo liberaldemocratica, socialista, federalista e verde. Piaccia o non piaccia di lì si deve necessariamente passare, se si vuole evitare che i guai della sinistra europea ed italiana si trasformino in disfatta epocale.

(Segue)

(vai a Pensierini inattuali I – II – III)

1 Notizie utilissime sulla storia, sul funzionamento e sullo stato dell’Unione Europea alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio 2019 sono in: F. BASSO, L’Europa in 80 domande. Istituzioni, meccanismi, falsi miti e opportunità, con prefazione di L. Fontana, Edizioni del “Corriere della Sera”, Milano, aprile 2019.

2 ARISTOTELE, Politica, a cura di V. Costanzi, Laterza, Bari, 1948. Per Aristotele l’economia era, in conformità del tempo, e non a caso, l’òikou-nomìa, ossia il “governo della casa” (un’economia domestica), a riprova di un tipo di produzione che, almeno per l’essenziale, ruotava attorno alla città-stato o pòlis.

3 J. M. KEYNES, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), a cura di T. Cozzi, UTET, Torino, 2006.

4 Naturalmente il senso dato comunemente alle parole nel pensiero politico non coincide meccanicamente con quello dato dalla pratica politica in questo o quel Paese. Così il pensiero politico chiama confederalismo gli accordi di potere a tempo indeterminato tra Stati che restano in tutto e per tutto sovrani nel loro territorio, e federalismo le unioni tra Stati che attribuiscono alcuni poteri tipici dello Stato nazionale – in specie la politica finanziaria ed estera (con esercito annesso), in esclusiva a un governo che s’impone agli Stati membri (ossia lo Stato di Stati). Ma paesi come la Svizzera, che dopo il 1848-1849 sono diventati federali, hanno seguitato a chiamarsi confederazione.

5 Si vedano ad esempio le idee, divergenti-convergenti, di due notevoli filosofi del nostro tempo_ M. HEIDEGGER, La questione della tecnica (1954), tr. di G. Vattimo, con un saggio di F. Sollazzo, Go Aware, Firenze, 2017; Ormai solo un dio ci può salvare. Intervista con lo “Spiegel” (1967, ma 1976), Guanda, Parla, 1986; E. SEVERINO, Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Rizzoli, Milano, 2017.

6 A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), a cura di A. Roncaglia, ISEDI, Roma, 1995; D. RICARDO, Principles of Political Economy and Taxation (1821), in: “Opere di D. Ricardo”, a cura di P. L. Porta, UTET, 1986. Ma convergeva pure K. MARX, in: Il capitale (1867), tr. di D. Cantimori, Editori Riuniti, 1962, perché tutte le leggi tendenziali del sistema capitalista sono connesse a un assetto di libera concorrenza, per ciò privatistico, pressoché allo stato puro, senza il quale neanche concetti come valore o plusvalore lì avrebbero senso; l’”ordine” si può alterare, ma preparando con ciò il suo rovesciamento speculare. Il liberismo poi si oppone soprattutto al “planismo”, comunista come socialdemocratico, in: A. von HAYEK, Via della servitù (1944), Bompiani, Milano, 1948; R. NOZICK, Anarchia, stato e utopia (1974), Le Monnier, Firenze, 1981; Per una nuova libertà. Il manifesto libertario (1978), Liberilibri, Macerata, 1996 (teorico dell’anarcocapitalismo, cioè del “laissez faire” allo stato puro). Si confronti con il marxismo operaista, in cui l’idea del capitalismo che si autoregola – se la rivoluzione non lo sopprime – è sempre decisiva, come n: A, NEGRI, Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria (1971), Feltrinelli, Milano, 1979; M. HARDT – A, NEGRI, Impero. Guerre e democrazia nel nuovo ordine imperiale (2000), Rizzoli, Milano, 2004.

7 B. BONGIOVANNI, La caduta dei comunismi, Garzanti, 1995.

8 G. PONTARA, L’antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Gruppo Abele, Torino, 2006.

9 F. LIVORSI, Kali Yuga. Il crepuscolo del nostro mondo, Moretti & Vitali, Bergamo, 2014.

10 Per un orientamento approfondito si veda soprattutto: C. MALANDRINO, Federalismo. Storia, idee, modelli, Carocci, Roma, 1998; Un popolo per l’Europa unita. Fra dibattito storico e nuove prospettive teoriche e politiche, Olschki, Firenze, 2004.

11 I. KANT, Per la pace perpetua (1795), a cura di N. Merker e con prefazione di N. Bobbio, Editori Riuniti, 1992 (su ciò rinvio pure al mio saggio: Pace perpetua e unione mondiale, in: “Stati e Federazioni. Interpretazioni del federalismo”, a cura e con introduzione di E. A. Albertoni, Eured, Milano, 1998, pp. 3-31); Il Federalista, a cura di A. Hamilton (1788), con Introduzione di L. Levi, M. D’Addio, G. Negri, Il Mulino, Bologna, 1997; A. SPINELLI – E, ROSSI, Il manifesto di Ventotene (1941, ma edito nel 1943 e poi con Prefazione di E. Colorni, 1944), Prefazione di T. Padoa Schioppa e Introduzione di L. Levi, Oscar Mondadori, Milano, 2006.

12 L. LEVI, Crisi dello Stato e governo del mondo, Giappichelli, Torino, 2005.

13 C. GALLI, Sovranità, Il Mulino, Bologna, 2019. Ma si confronti con la monumentale e fondamentale opera dello stesso: Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, ivi, 1996.

14 F. MEINECKE, L’idea della ragion di Stato nella storia moderna (1924), Sansoni, Firenze, 1970; La catastrofe della Germania. Considerazioni e ricordi (1946), La Nuova Italia, Firenze, 1948. Ma sulla politica di potenza, lì razionalizzata, si veda; H. von TREITSCHE, La politica (1899), Laterza, Bari, 1918. Da un punto di vista filosofico politico questa problematica è profondamente discussa da: G. RITTER, Il volto demoniaco del potere, Il Mulino, Bologna, 1958.

15 Questo concetto, tipicamente idealistico hegeliano, era pure presente nel maggior testo di autorappresentazione dottrinaria del fascismo, La dottrina del fascismo (1932), originariamente Fascismo, in “Enciclopedia italiana”, vol. XIV, Treccani, Roma, 1932, pp. 847-857, comprendente una parte sul “movimento” e una sulla “dottrina”, firmate entrambe da Benito MUSSOLINI, che però aveva scritto solo la prima parte, mentre la seconda, sotto la sua sua supervisione, era stata scritta da Giovanni Gentile. Tale visione del rapporto tra Stato e Nazione era allora diversa da quella del nazismo, raggiunto dal 1938 in poi. Per la continuità – su Idea-Stato-Nazione- tra Gentile e Mazzini (o pretesa continuità), è da vedere il libro di G. GENTILE I profeti del Risorgimento italiano, Sansoni, Firenze, 1923.

16 Su ciò si veda il vol. collettaneo prodotto dal centro Gioele Solari del Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino: Il rilancio dell’Europa. Il progetto di Jacques Delors, a cura di C. G. Anta, Angeli, Milano, 2004.

17 J. RIFKIN, cit., Oscar Mondadori, Mlano, 2005.

18 In proposito si veda soprattutto: R. LURAGHI, La Guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto industriale, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2013.

19 E. MORIN – A, BRIGITTE KERN, Terra. Patria (1993), Cortina, Milano, 1994, p. 72.

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