I rinoceronti

E’ già in atto da mesi – da anni, tenendo conto dei prodromi e dei trascinamenti – il penoso riandare, col pensiero e le prospezioni storiche, al quesito ormai incombente:  ma come è potuto accadere, ma come può avverarsi ancora, con foga raddoppiata, il tentativo, subdolo o palese, di alterare, per via  popolar-populista, i fondamenti, decorosamente sopravvissuti, della vita democratica del nostro Paese?

Classica “bella domanda”, attorno alla quale sono già al lavoro storici e saggisti politici. Ai quali non mancherà certo materiale per ricostruire, a grandi linee o piccole maglie,  questo periodo di turbolenza socio economica e culturale con  gli eventuali esiti in ballo.

Orbene, mentre gli storici – nelle varie loro declinazioni – attendono alle indagini del caso, a me sovviene un piccolo richiamo  letterario volto ad illuminare una diffusa pre-condizione  umana, ad un tempo individuale e collettiva, consistente nella di neutralizzazione automatica delle novità di vita, per quanto inaudite o intriganti si presentino. Insomma una specie di cautelare “vedo ma non intendo” moltiplicabile a piacere.

Si tratta di due testi teatrali  pubblicati e rappresentati attorno al 1960 e risalenti, come autori, al franco-rumeno Eugene Ionesco (“Il rinoceronte” – Einaudi 1960 ) e all’elvetico Max Frish (“Omobono e gli incendiari” – in “Teatro di MF” – Feltrinelli, 1962).

Il primo è certamente più noto, il secondo forse più ambizioso, ma entrambi, con l’inevitabile patina del tempo, degni di essere rivisitati in tempi di realtà travestite.

Pur con modalità assai diverse, entrambe le pieces ruotano attorno alle difficoltà, prima, e poi alla  manifesta renitenza, a riconoscere la reale portata di eventi, o incontri, occorsi casualmente in una piccola cerchia familiare o amicale. A tali eventi i protagonisti disconoscono, con ottusa o furbesca determinazione, l’annuncio di drammatiche mutazioni e si danno un gran daffare  per ricondurre ad una sorta di normalità quotidiana incontri e situazioni assolutamente eccezionali o assurdi (di qui, per Ionesco, la fama di teatro dell’assurdo: che cosa c’è di più inaudito di persone che si trasformano via via in rinoceronti!).

Il meccanismo del feroce autoinganno consiste nell’un caso nel concentrare pervicacemente l’attenzione, e le discussioni a non finire, su elementi della vicenda del tutto secondari e ininfluenti, tipo: ma questi rinoceronti che cominciano a scorrazzare, chissà perché, per la città, sono asiatici (un corno solo) o africani (due corni)? Nell’altro caso, il buon borghese, in casa del quale si sono estrosamente installati due subdoli personaggi mentre in città scoppiano strani incendi, si impegna a fondo per convincere sé stesso e i  familiari che gli indizi (bidoni di benzina compresi) che conducono ai suoi ospiti, sembrano ma non sono, fanno parte di una recita, di una amabile commedia nella commedia: dunque niente allarmi indegni di un cittadino che la sa lunga.

Mirabili circonvoluzioni logiche per non prendere posizione, per trattenersi a forza nel perimetro delle possibili varianti alla normalità.

Alla fine del testo di Ionesco tutte le persone si sono via via trasformate in rinoceronti, tranne il protagonista (Berenger) che pur ormai vorrebbe adeguarsi, ma non gli è dato e rimane l’ultimo umano arrabbiatissimo. Quanto a Frisch, il testo chiude con i due intrusi che escono di scena, non senza aver chiesto fiammiferi in quanto al momento sprovvisti. Dalle finestre si vedono nuovi bagliori d’incendio e il mirabile Biedermann-Omobono tranquillizza la moglie: Se fossero veramente incendiari, pensi che non avrebbero fiammiferi?

Fine della piccola digressione teatrale: i testi saranno pure “datati”, ma il loro sarcasmo sembra trascinare, negli anni, un molesto sentore d’attualità.

Dario Fornaro

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